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Parashà di Tzav: i peccati dell’intelletto

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Nella nostra parashà è scritto: “L’Eterno parlò a Moshè dicendo: parla ad Aharon e ai suo figli dicendo loro: questa è la legge del chattàt. Nello stesso luogo in cui viene scannato l’olocausto dovrà venire scannato il chattàt” (Vaykrà, 6:18). Questo significa che il sacrificio (chattàt) che si portava per un peccato commesso involontariamente lo si scannava nello stesso luogo nella ‘Azarà (il cortile di fronte al Bet Ha-Mikdàsh) dove si scannava il sacrificio ‘olà (olocausto), che era sostanzialmente un sacrificio volontario.

Una prima spiegazione viene data da R. Yitzchak Abravanel. Egli afferma che in questo modo coloro i quali dovevano portare un sacrificio chattàt per una grave trasgressione commessa involontariamente non sarebbero stati imbarazzati, perché i presenti avrebbero potuto pensare che portavano un sacrificio di olocausto volontario.

Nell’antologia “Peninim on the Torah” (XX serie) composta da R. Avraham Scheinbaum viene riportato un riassunto dall’opera Shem Mi-Shemuel di R. Shemuel Bornsztain (Kotzk, 1855-1926), rebbe di Sochatchov. In quest’opera il rebbe offre una spiegazione più profonda. Egli spiega che l’olocausto veniva scannato “Ba-Tzafòn”, ossia “a nord” del Mizbèach (l’altare esterno). La parola “Tzafòn” ha la stessa radice della parola “Matzpùn” che significa “coscienza”, “intelletto”. La ‘olà viene pertanto scannata a nord, che rappresenta l’intelletto umano, e questo sacrificio veniva portato per espiare i peccati commessi con l’intelletto, come i pensieri di commettere delle trasgressioni. [R. Moshè David Valle nel suo commento ai Tehillìm (Salmo 73) scrive che “nessuno si salva dai mali pensieri”]. È difficile capire quale sia la connessione tra un peccato commesso e un peccato pensato ma non commesso. In altre parole, il sacrificio chattàt veniva portato per espiare certi gravi peccati commessi involontariamente ma senza avere fatto uso dell’intelletto, mentre il sacrificio olà veniva portato per i peccati non commessi ma pensati, facendo soltanto uso dell’intelletto.

Prima di rispondere a questa domanda bisogna definire cosa sia un peccato involontario. Un peccato può essere volontario o involontario, può venire commesso per forza maggiore e non costituire una trasgressione o per forza maggiore e costituire ugualmente una trasgressione. Un esempio di quest’ultimo caso viene discusso nel trattato Sanhedrin (74b) del talmud babilonese. Se un oppressore comanda a un israelita di uccidere un altro israelita pena la morte, egli deve farsi uccidere piuttosto che uccidere il prossimo perché, come affermano i Maestri, “cosa ti fa pensare che il tuo sangue sia più rosso di quello del tuo prossimo?” (T.B. Yomà, 82b). Se invece l’israelita uccide l’altro israelita, l’omicidio rientra in un caso di forza maggiore nel quale, però, si è ugualmente responsabili per via della gravità del delitto commesso.

L’autore delle Tosafòt (Sanhedrin, ibid., “vehà Ester”) cita però un altro caso in cui l’oppressore spinge l’israelita su un neonato che muore schiacciato. Questo è un caso di forza maggiore (ònes) nel quale l’israelita, pur essendo stato causa della morte di un neonato, non ha alcuna responsabilità perché non ha fatto nulla per causarne la morte.

Un peccato volontario avviene quando la persona che lo commette è cosciente di quello che sta facendo. Un peccato involontario, invece, avviene in una situazione in cui la persona fa un’azione commettendo un atto proibito senza rendersene conto. Un esempio è quello di una persona che si è dimenticata che è Shabbàt e compie una melakhà (lavoro) proibita, per esempio accendendo il fuoco, oppure sa che è Shabbàt ma si dimentica che l’accensione del fuoco è una melakhà proibita. Questi sono casi per i quali è previsto che chi ha compiuto la trasgressione involontaria per dimenticanza debba portare un sacrificio chattàt.

Per quale motivo la Torà obbliga a portare un sacrificio chattàt come espiazione per un peccato sì grave, ma involontario? E per quale motivo un peccato involontario commesso con un’azione richiede che l’animale venga scannato nello stesso posto in cui si scannano gli animali portati come sacrifici per espiare i peccati commessi con l’intelletto, come l’aver soltanto pensato di compiere una trasgressione?

Il rebbe di Sochatchov risponde dicendo che quando una persona commette una trasgressione, anche involontaria, la trasgressione non avviene per caso. Tutti noi abbiamo i nostri desideri e le nostre preferenze. Quando la Torà proibisce una certa attività o un tipo di alimento non significa che l’attività o l’alimento non ci possano dare più alcun piacere. Il nostro desiderio è ancora esistente ma è controllato. Ci tratteniamo dal compiere un atto proibito perché la Torà lo proibisce. È quindi chiaro che, nonostante il fatto che una persona eserciti “self control”, il desiderio è latente. Per questo motivo una persona che non commetterebbe mai consapevolmente una tragressione, in situazioni nelle quali perde il controllo di se stesso e non usa il suo raziocinio può commettere tali trasgressioni. Questa è la definizione di una trasgressione involontaria.

A questo punto possiamo capire cosa vi sia in comune tra la ‘olà e il chattàt. Entrambi i sacrifici vengono portati per espiare dei peccati dell’intelletto. Nel primo caso per aver pensato di commettere una trasgressione e nel secondo caso per non aver usato l’intelletto per evitare di commetterla.

Donato Grosser

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