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Parasha Behar Sinai: Ci sara’ sempre un futuro per il popolo ebraico

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Nella parashà di Behàr Sinài vengono impartite le istruzioni relative all’osservanza del settimo e del cinquantesimo anno. Ogni settimo anno, da quando i figli d’Israele presero possesso della terra (dopo quattordici anni di conquista e spartizione da parte di Yehoshua’ che divise la terra tribù per tribù e famiglia per famiglia), i campi dovevano essere lasciati incolti e i debiti derivanti da prestiti dovevano essere perdonati. Dopo aver contato sette cicli di sette anni, il cinquantesimo anno era l’anno dello Yovèl (in italiano “Giubileo”); i servi ebrei dovevano essere liberati e le proprietà agricole ancestrali che nel frattempo erano state vendute, dovevano essere restituite ai proprietari originali o ai loro discendenti. Infatti nella Torà è scritto: “E conterai sette settimane di anni, sette anni sette volte, e la durata delle sette settimane di anni risulteranno in quarantanove anni. Nel decimo giorno del settimo mese, farete una proclamazione con lo shofàr (il corno dell’ariete). Questa proclamazione [suonando] lo shofàr la farete nel giorno di Kippur in tutte le vostre terre. E consacrerete il cinquantesimo anno e proclamerete l’emancipazione nella terra per tutti gli abitanti. Questo è il vostro anno dello Yovèl quando ognuno tornerà alla sua proprietà ereditaria e alla sua famiglia” (Wayikrà, 25: 8-11).
Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, il Cairo] scrive che “La terra d’Israele che era divisa tra le tribù non può essere venduta in modo perpetuo […] e la terra deve tornare ai proprietari originali nello Yovèl” (Mishnè Torà, Hilkhòt Shemità ve-Yovèl, 11:1).
La vendita delle terre ancestrali era una cosa che non avveniva in condizioni normali. Infatti quando il re Acab chiese a Navòt di cedergli la sua vigna che era vicina al suo campo e che in cambio gli avrebbe dato una proprietà migliore, Navòt rispose: «Mi guardi l’Eterno dal cederti l’eredità dei miei padri» (I Re, 21:3).
Nella Haftarà della settimana (Yirmiyà, 32: 5-25), la porzione dai libri dei profeti che viene letta dopo la parashà, viene raccontato di Hanamèl, cugino del profeta Yirmiyà (Geremia), che costretto dalla povertà a vendere un suo campo, si rivolse al profeta Yirmiyà chiedendogli di acquistarlo.
R. David Feinstein [Russia,1929-] nel suo commento alla Haftarà scrive: “Un parente stretto è obbligato a redimere il campo se il proprietario è diventato povero e l’ha dovuto vendere (Wayikrà, 25:25). Era pertanto naturale che se Chanamèl voleva vendere il campo, lo offrisse a Yirmiyà piuttosto che ad altri” (Kol Dodì, p. 142). R. Feinstein aggiunge che la Haftarà racconta qualcosa di più di una semplice transazione commerciale. Gerusalemme era sotto assedio dell’esercito babilonese e il futuro era nero.
Rav Joseph Dov Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] nel suo commento alla Haftarà (Mesoràs Harav, Wayikrà, p. 276) scrive: “Yirmiyà era certamente al corrente che suo cugino era povero. Perché era necessario che l’Eterno gli dicesse di fare una cosa che era ovvia? La risposta è evidente dall’affermazione del profeta che disse (Yirmiyà, 32: 24-26): «Ecco le opere di assedio hanno raggiunto la città per espugnarla; la città sarà data in mano ai Caldei che l’assediano con la spada, la fame e la peste. Ciò che tu avevi detto avviene; ecco, tu lo vedi. E tu, Signore Eterno, mi dici: Comprati il campo con denaro e chiama i testimoni, mentre la città sarà messa in mano ai Caldei! Allora mi fu rivolta questa parola dell’Eterno: Ecco, io sono l’Eterno, Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me?». Per quanto fosse importante mantenere un campo ereditato nella famiglia in modo che il campo potesse [più facilmente] tornare al proprietario originale, il profeta Yirmiyà non capiva come la redenzione del campo fosse utile in quelle circostanze. I Caldei stavano conquistando la terra e tutti gli abitanti avrebbero perduto le loro proprietà. Yirmiyà ricevette l’ordine di acquistare il campo perché alla fine la terra sarebbe ritornata ai discendenti di Hanamèl. Il messaggio della Haftarà è che lo Yovèl non è solo una legge, ma anche una promessa. Un padre o un nonno vende la terra nel primo anno dello Yovèl; cinquant’anni più tardi un figlio o un nipote può anche non essere al corrente di avere una terra ereditata. Con il suono dello shofàr qualcuno bussa alla sua porta e lo informa che egli è il proprietario di una tenuta”.
R. Feinstein conclude scrivendo che l’ordine divino a Yirmiyà di comprare la tenuta del cugino Hanamel “è un simbolo che nessuna situazione è così senza speranza che la teshuvà (pentimento e ritorno sulla giusta strada) non possa capovolgere e che ci sarà sempre un futuro per il popolo ebraico anche se il presente sembra perduto”.

Donato Grosser

 

Parashá Emòr: La moralità separa l’uomo dall’animale

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

La parashà inizia con le parole: “E l’Eterno disse a Moshè: dì ai Kohanìm figli di Aharon e dirai a loro di non rendersi impuri tra il popolo per il contatto con un defunto” (Wayikrà, 21:1). “Devono essere Kedoshìm (consacrati) al loro Dio e non profanare il Nome del loro Dio. Poiché presentano i sacrifici […]

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Parashà Kedoshìm: La lettera del Maimonide al proselita ‘Ovadià

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

In questa parashà vi è un versetto che tratta una mitzvà nei confronti del proselita: “Quando un proselita verrà ad abitare nella tua terra non ferire i suoi sentimenti. Lo straniero che diventa proselita dev’essere esattamente come un nativo tra di voi. Lo amerai come ami te stesso perché siete stati stranieri in Egitto, Io […]

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Giovedì 19 maggio nuovo spettacolo in giudaico romanesco della serie “Tanto a mi ‘un me tocca”

in: Eventi | di: Eleonora Pavoncello

Giovedì 19 maggio alle ore 21.00 presso il Teatro Italia ci sarà un nuovo spettacolo in giudaico romanesco della serie “Tanto a mi ‘un me tocca” con il quarto appuntamento “L’altra parte di me: l’omosessualità”. Seguirà talk show!  

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Parashà Acharè Mot: Etica ebraica ed etica laica

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

R. Joseph Beer Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] nell’introduzione alla porzione di questa parashà che tratta le proibizioni sessuali scrive: “Il contrasto tra Israele e il resto dell’umanità viene enfatizzato all’estremo in questa sezione. Il motivo fondamentale di questo passaggio della Torà è nel verso iniziale e nel quale è scritto: «Non seguite le usanze dell’Egitto […]

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Il settimo giorno di Pèsach: perché il cantico del mare?

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nel suo commento alla Shiràt Ha-Yam (cantico del mare) che Moshè e i figli d’Israele cantarono quando uscirono dal Mar Rosso e videro che gli egiziani con la loro cavalleria erano invece affogati, R. Avraham Saba’ [Castiglia,1440-1508, Verona] nella sua opera Tzeròr Ha-Mor cita il Midràsh Tanchumà che elenca dieci occasioni nelle quali vengono menzionati […]

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La mitzvà del conteggio dell’Omer

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

La mitzvà di contare l’Omer (Sefiràt ha’Omer) comincia la sera del secondo giorno di Pèsach e termina alla vigilia di Shavu’òt, la festa che ricorda il Dono della Torà. Ogni sera dopo aver recitato l’apposita benedizione, si conta il giorno e la settimana esatta e, a seconda delle diverse usanze, si prosegue con il salmo […]

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Pèsach: festa dell’educazione e del ringraziamento

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Rav Avraham Kroll (Lodz, 1910-1983, Gerusalemme) in una sua derashà chiama Pèsach “festa dell’educazione”, citando il versetto “E racconterai a tuo figlio in quel giorno (Shemòt – Esodo, 13:8). Nella Torà è scritto “Higadtà” (racconterai) dalla stessa radice della parola Haggadà (racconto), usata per il testo che leggiamo durante la sera di Pèsach. Rav Kroll […]

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Parashà di Metzorà’: La cura delle malattie dell’anima è in noi stessi

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

La parashà inizia con le parole: “Questa è la legge concernente la persona affetta da tzarà’at quando sia giunto il momento della sua purificazione” (Wayikrà, 14:2). Che cos’era questa tzarà’at, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”? Si trattava di una malattia temporanea della pelle (oggi si direbbe simile alla psoriasi, una parola derivata appunto […]

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Talmud, un dialogo infinito

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Dopo il clamore delle presentazioni ufficiali – e da sempre poco incline ad uscite mondane – il Talmud torna in mezzo al suo popolo e riprende a parlare la sua lingua. Una lingua antica ed essenziale che sfida il lettore, lo incalza, lo sorprende o – come spesso accade – lo lascia nel dubbio. Così […]

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