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Il settimo giorno di Pèsach: perché il cantico del mare?

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Nel suo commento alla Shiràt Ha-Yam (cantico del mare) che Moshè e i figli d’Israele cantarono quando uscirono dal Mar Rosso e videro che gli egiziani con la loro cavalleria erano invece affogati, R. Avraham Saba’ [Castiglia,1440-1508, Verona] nella sua opera Tzeròr Ha-Mor cita il Midràsh Tanchumà che elenca dieci occasioni nelle quali vengono menzionati dei cantici nella Torà e nelle Scritture. La prima in ordine cronologico è quella dove gli israeliti cantarono la notte prima dell’uscita dall’Egitto mentre consumavano l’agnello, il Qorbàn Pèsach, come disse il profeta Yesha’yà (30:29): “Voi innalzerete il vostro canto [quando vedrete il miracolo della distruzione dell’esercito Assiro condotto dal re Sennacheriv] come nella notte in cui celebraste la festa [di Pèsach]”. Il Cantico del Mare è al secondo posto.
R. ‘Azarià Pigo [Venezia, 1578-1647] nella sua opera Binà le-‘Ittìm (‘Et Tzet, Derùsh per il settimo giorno di Pèsach) cita un altro Midràsh (Shemòt Rabbà, 23:4) dove i Maestri dissero: “Allora Moshè cantò. Come è detto nel libro di Mishlè (Proverbi, 31:26) “Aprì la sua bocca con sapienza ed ebbe sulla sua lingua insegnamenti di bontà”. Dal giorno in cui il Santo Benedetto creò il mondo fino a quando i figli d’Israele passarono nel mare, non abbiamo trovato nessuno che abbia innalzato un cantico al Santo Benedetto all’infuori d’Israele: quando il Santo Benedetto creò il primo uomo, egli non innalzò un cantico; quando salvò Avraham dalla fornace e dai re, egli non innalzò un cantico; quando salvò Yitzchak dal coltello, egli non innalzò una cantico; quando salvò Ya’akov dall’angelo, da [suo fratello] Esau, e dagli uomini [della città] di Shekhèm, egli non innalzò un cantico. Quando Israele attraversò il mare che si spaccò davanti a loro, il popolo innalzò un canto al Santo Benedetto, come è detto “Allora cantò Mosè e i figli d’Israele”. Il Santo Benedetto disse: “Aspettavo proprio questo”.
R. Pigo si domanda cosa avesse di particolare la Shiràt Ha-Yam (il cantico del mare) dall’avere ispirato Moshè e figli d’Israele. Per rispondere a questa domanda R. Pigo premette che nei miracoli che ebbero luogo per mano dell’Eterno in Egitto vi erano due caratteristiche: le punizioni nei confronti del faraone e degli egiziani da una parte e dall’altra il beneficio che ne derivò agli israeliti. Il miracolo del Mar Rosso non era grande come quello dell’uscita dall’Egitto, ma si distinse per il fatto che la morte della cavalleria e dell’esercito egiziano nel Mar Rosso avvenne nello stesso tempo in cui gli israeliti uscivano dal mare all’asciutto.
L’importanza di questa contemporaneità viene spiegata da R. Pigo con l’ausilio di un altro Midràsh. In Wayikrà Rabbà (35:5) i Maestri citarono R. Shim’on bar Yochai che disse: “La pagnotta e il bastone scesero avviluppati insieme dal Cielo”. Qual è il significato di questo midràsh? Nei tempi antichi era diffusa la credenza secondo la quale il bene e il male non potevano originare da una stessa fonte. E proprio per questo R. Shim’on bar Yochai disse che “pagnotta e bastone erano scesi avviluppati insieme dal Cielo” allo scopo di sradicare questa errata credenza e per insegnare che sia il bene sia il male provengono da una sola fonte, dal Santo Benedetto.
Il faraone e gli egiziani erano profondamente imbevuti di questa credenza di tipo manicheista che una divinità che fa il bene non può fare il male e una che fa il male non può fare il bene. Nonostante tutti i segni e i miracoli che Moshè fece davanti al faraone su ordine dell’Eterno, il faraone rimase fermo nella sua convinzione. Egli credeva fermamente che l’Essere Supremo che aveva portato le piaghe all’Egitto non poteva fare altro che male. Per questo motivo quando Moshè, disse al faraone “Andremo con i nostri giovani e con i nostri vecchi, con i nostri figli e con le nostre figlie”, il faraone disse: “State attenti che avrete il male di fronte a voi” (Shemòt, 10:8-10). Il faraone era convinto che l’Eterno che aveva inflitto le piaghe agli egiziani poteva fare solo il male. Una volta che gli israeliti se ne fossero andati senza lasciare nessuno in Egitto, così come finora aveva fatto del male agli egiziani, da quel momento in poi avrebbe fatto del male agli Israeliti.
R. Pigo conclude affermando che il miracolo del Mar Rosso fu la dimostrazione più chiara della potenza dell’Eterno nel compiere contemporaneamente delle azioni opposte l’una con l’altra: il bene ad Israele e il male all’Egitto. Il cantico del mare non scaturì dal desiderio di ringraziare l’Eterno per il miracolo e per la loro salvezza, perché se così fosse stato, avrebbero dovuto innalzare il canto non appena usciti dall’Egitto. Il cantico del mare fu la reazione spontanea nel constatare la potenza dell’Eterno e la capacità di punire i malvagi proprio mentre salvava i perseguitati.

Donato Grosser

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