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50 anni fa, il 31 maggio 1962, veniva eseguita la condanna a morte di Adolf Eichmann. Da allora niente è stato come prima

in: Blog/News | Pubblicato da: Piero Di Nepi

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Il processo fu uno spartiacque della storia, facendo conoscere al mondo quali furono i meccanismi dello sterminio nazista

Il processo contro Adolf Eichmann, il genio della logistica ferroviaria che in piena guerra era riuscito sempre a trovare i vagoni trasporto necessari per far arrivare milioni di ebrei alle camere a gas, ebbe inizio a Gerusalemme l’undicesimo giorno di aprile del 1961. Durò otto mesi. La difesa ricorse in appello, e questa seconda fase durò dal 22 marzo al 29 maggio dell’anno successivo, il 1962. L’uomo che il 31 maggio del 1962 dovette materialmente eseguire la sentenza capitale cui era stato condannato Adolf Eichmann è un ebreo yemenita. Si chiama Shalom Nagar, vive a Holon.

Lo hanno trovato, intervistato, e la regista Natalie Braun ne ha fatto il protagonista di un documentario di 62 minuti. In quel maggio lontanissimo del 1962 (Iyiar 5722) Nagar aveva 26 anni e il suo mestiere era quello di “secondino”: oggi diciamo agente di custodia. E’ trascorso mezzo secolo.

Anche lo Stato di Israele apre almeno parzialmente i propri archivi, agli storici ed anche al grande pubblico: ciò che si può consultare è disponibile naturalmente anche sul web (presso Archives.gov.il). La versione in lingua inglese è al titolo The Eichmann Trial: fifty years after. A behind the Scenes of Arrest and Trial of Adolf Eichmann, e allude esplicitamente ai retroscena di quella che fu una delle prime operazioni esterne del Mossad, come pure alle conseguenze che ci furono per Israele sul piano internazionale, inevitabili dopo la cattura e durante il lungo procedimento giudiziario. Si tratta di una fitta serie di documenti originali, notevoli per quantità e qualità, redatti in ebraico e in altre lingue.  E su You Tube sono state trasferiti i filmati delle udienze, a cura di Yad Vashem. Centinaia di ore, anche qui con la traduzione inglese del dibattimento.

Tra rivelazioni e documenti non possono certo mancare i fatti singolari. Sappiamo oggi che il figlio maggiore di Eichmann, Klaus, di sicuro non apprezzava gli ebrei. Però a Buenos Aires si era innamorato della ragazza sbagliata: Silvia Hermann, ebrea, figlia di un uomo scampato al lager di Daxhau. Klaus le rivelò il vero nome di famiglia, spiegando che il cognome Klement era necessario per proteggere il padre Adolf. In realtà Eichmann non prendeva molte precauzioni, si sentiva al sicuro.  Oggi qualcuno sospetta che Adolf Eichmann non fosse l’ottuso burocrate descritto da Hanna Arendt nel libro “La banalità del male”. Si considera rivelatrice di una volontà sottile di raccontare in pubblico l’esperienza di organizzatore della “soluzione finale” proprio quella sua passiva collaborazione che subito impressionò gli uomini del Mossad, guidati da Isser Harel. Quando poi arrivò il momento decisivo, Eichmann fu messo senza difficoltà in stato di semicoscienza farmacologica per il trasferimento all’aeroporto di Ezeiza-Buenos Aires e l’imbarco sul  quadrimotore Bristol Britannia della El Al. Non oppose mai nessuna forma di resistenza. E si sospetta anche che avesse in qualche modo la consapevolezza di un proprio ruolo particolare, di fronte ad una sentenza che sicuramente metteva nel conto delle probabilità reali, quasi volesse trasformarsi in una sorta di capro espiatorio. In questo modo avrebbe forse consentito ai giovani cittadini di una futura Germania riunificata di sentirsi meno oppressi dal passato nazionalsocialista.

All’inizio degli anni Sessanta del secolo passato, i tedeschi reduci di guerra avevano un’età media inferiore ai 45 anni. Tra loro c’erano centinaia di migliaia di ex-SS. Molti pensavano che la Germania avesse un’unica colpa: aver perduto la guerra. Dopo Norimberga, pochissimi processi e condanne miti.

Sull’onda emotiva suscitata nell’opinione pubblica internazionale dal processo di Gerusalemme, si cominciò di nuovo a cercare ovunque i criminali nazisti, ci furono sentenze e condanne. La guerra fredda aveva imposto agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica di utilizzare tutti gli apparati amministrativi del Terzo Reich per la gestione efficace delle rispettive sfere di influenza, nelle due repubbliche tedesche esistite fino al 1989.

Tra il 1961 e il 1970 la cosiddetta “denazificazione” risultò più efficace, soprattutto nella Repubblica Federale. Figli e nipoti acquisirono consapevolezza dei crimini commessi dalla generazione precedente, dopo la distruzione in Germania, già nel 1933, di ogni opposizione interna. Ma  anche lo Stato di Israele era molto differente, mezzo secolo fa. David Ben Gurion autorizzò la cattura di Eichmann nella certezza che il processo avrebbe mutato in modo radicale la percezione dello sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, aiutando lo Stato a migliorare e consolidare il rapporto con la Diaspora. Infatti, la mentalità corrente tra i sabra, i giovani nati in Israele, contrapponeva all’ebreo “tradizionale”, vittima perfetta di ogni antisemita, la capacità militare dell’ebreo “nuovo” plasmato in Israele. Le testimonianze rese al processo fecero per sempre giustizia anche di questo luogo comune.

(Shalom, maggio 2011)

Foto di Adolf Eichmann durante il processo, in cella e una foto recente di Shalom Nagar

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