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A cinquant’anni dal Concilio

in: Vaticano | Pubblicato da: Redazione

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Sul cammino d’affetto tra ebrei e cristiani

Il tempo passa, inesorabilmente. Però la “Primavera conciliare” (secondo l’espressione di don Giuseppe De Luca) non cessa di essere l’orizzonte in cui si muove “la Barca di Pietro”, cioè la Chiesa tutta come comunione teologica ed umana al tempo stesso.

Sinteticamente: apertura 11 ottobre 1962, chiusura 8 dicembre 1965, quattro sessioni, sedici documenti sottoscritti dal Papa e dai Padri conciliari! Un grande aggiornamento della Chiesa cattolica che ha scrutato dentro se stessa, in dialogo con i drammi, con le tensioni, le positività della modernità, con i modi e le possibilità di una nuova testimonianza.

Tra gli architravi del Concilio Vaticano II vi è certamente la Costituzione Apostolica Nostra Aetate, che elimina completamente, sia da un punto di vista teologico che culturale, la “cultura del disprezzo” (come la denunciarono, insieme, il grande storico Jules Isaac e Papa Giovanni XXIII)[1]. Questo comportamento aveva caratterizzato, in parte, le relazioni tra ebrei e cristiani per centinaia di anni. Tengo a sottolineare che nei rapporti tra le nostre due Comunità, lungo l’arco certamente di due millenni, vi sono sempre stati anche tanti, diffusi, piccoli e grandi gesti di tenerezza e dialogo. Hanno mantenuto aperto, in qualche modo, quel rapporto “misteriosamente ecclesiale” – così viene detto in tanti documenti ufficiali della Chiesa in questi ultimi cinquant’anni – che caratterizza l’intreccio Chiesa–Mondo Ebraico nella storia di tutti i tempi.

Quello che, finalmente, il Concilio eliminò fu l’aspetto dottrinale ed insieme psicologico e culturale del disprezzo verso Israele e di non riconoscimento del contemporaneo e misterioso ruolo attivo e permanente che ha l’Israele di Dio nel corso dei tempi. Questo accadde cinquant’anni fa.

Poi ci sono stati innumerevoli elaborazioni teologiche e gesti pastorali (indimenticabili restano i continui viaggi in Israele dei Pontefici!) di reciproco affetto, in questi anni del dopo – Concilio.

Alcuni passaggi molto importanti: il grande Simposio mondiale tenuto in Vaticano dal 30 ottobre al 1 novembre 1997, voluto da Giovanni Paolo II, sul tema “Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano”. Straordinaria riflessione teologica e sociologico–storica su dinamiche e motivazioni di tutte le diatribe che caratterizzarono le relazioni Sinagoga–Chiesa in Europa e non solo nel corso dei secoli. Tutto ciò in vista delle celebrazioni del Giubileo del secondo millennio delle Chiesa avvenute nell’anno 2000. Anche lì con una finissima ed intensa domanda di perdono verso i fratelli della Casa di Israele ed i nostri fratelli separati delle differenti Confessioni cristiane. Memoria e pentimento, gioia e fraternità hanno così caratterizzato, come stili di vita e azioni culturali, le relazioni tra ebrei e cristiani in questi cinquant’anni. Senza dimenticare, ovviamente, le complicazioni e i nodi che emergono, a vari livelli, ancora insoluti, nel lungo e reciproco cammino che sempre ci offre alcuni “segni dei tempi” non immediatamente risolvibili.

Mi preme far presente lo sforzo, diffuso a tutti i livelli della Chiesa, di introdurre metodi educativi e orientamenti pastorali che formino i fedeli cristiani, soprattutto con il Catechismo della Chiesa Cattolica, ad un atteggiamento di rispetto ed affetto verso le dinamiche bibliche che vedono la continua presenza, teologica e pedagogica, del Popolo ebraico, che noi riteniamo eredità vivente e da diffondere nelle giovani generazioni cristiane di tutte le Chiese. Così come gli innumerevoli documenti applicativi che molti Episcopati hanno diffuso nei loro territori in questi decenni, così come gli innumerevoli studi e convegni che hanno caratterizzato il clima culturale in tanti luoghi dove le nostre due Comunità sono presenti.

Vorrei sintetizzare i frutti del Vaticano II ricordando un ultimo, straordinario, documento: “Il popolo ebraico e le Sue Scritture nella Bibbia cristiana”, della Pontificia Commissione Biblica, coordinata dall’allora cardinal Joseph Ratzinger, oggi felicemente Benedetto XVI, pubblicato in Roma nella Festa dell’Ascensione 2001.

Lì è fusa, nello stile inimitabile del gran teologo che è il Santo Padre, tutta la travagliata e profetica elaborazione di oltre cent’anni di dialogo ebraico-cristiano. Con il riconoscimento della decisività del Concilio Vaticano II nell’impostare la centralità profetica del “Mistero d’Israele” che, per noi resta pietra miliare di riflessione e preghiera, inginocchiati, davanti al Padre.

P. Paolo Scarafoni, LC (Rettore Università Europea di Roma)

(Shalom, novembre 2012)


[1] La Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate viene promulgata nel 1965. Il punto 4 ha questo straordinario inizio: Scrutando il mistero della Chiesa: ossia scrutando al suo interno, non al di fuori di sé. “Scrutando il mistero della Chiesa il Sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo… Per questo la Chiesa non può dimenticare di aver ricevuto la Rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che si nutre della radice dell’ulivo buono su cui sono innestati i rami dell’ulivo selvaggio che sono i Gentili”. Non può dimenticare, prosegue il testo, che degli ebrei sono l’adozione a figli e la gloria e l’Alleanza e la Legge e il culto e le promesse. Non può dimenticare: è come se volesse svegliarsi da un sonno e riprendere viva coscienza. La Chiesa ricorda che ebrei erano gli Apostoli e i moltissimi discepoli che per primi hanno annunciato al mondo il Vangelo.

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