Furono gli stessi persecutori a documentare, con foto e filmati, le realtà che avevano creato.
In occasione delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, viene inaugurata oggi a Roma, presso il Complesso del Vittoriano la mostra ”I ghetti nazisti”, curata da Marcello Pezzetti, direttore scientifico della Fondazione Museo della Shoah di Roma, da Bruno Vespa e Sara Berger, con la direzione e il coordinamento generale di Alessandro Nicosia.
La mostra ripercorrere la storia dei ghetti nazisti in Polonia, dal 1939 al 1944: la loro istituzione, la vita quotidiana al loro interno, la fame, le malattie, la violenza, il lavoro coatto, le deportazioni, la resistenza, le liquidazioni finali.
“Non sono in molti a sapere – ha spiegato Pezzetti – che circa il 70 per cento delle vittime della Shoah passò dalla terribile esperienza di un ghetto. È una drammatica pagina della Shoah dal punto di vista concettuale il simbolo di tutte le forme di razzismo e segregazione, sulla quale è fondamentale far luce”.
Quando alla fine del 1941 nell’Europa orientale iniziavano le uccisioni di massa e le deportazioni nei campi di sterminio, gli oltre tre milioni di ebrei polacchi avevano già vissuto più di due anni di persecuzioni. Tra umiliazioni e restrizioni, per facilitare la ”germanizzazione” del paese, erano stati deportati da una città all’altra, costretti a vivere nei ”ghetti” (quartieri recintati e separati dal resto della popolazione), sottoposti al lavoro forzato in appositi campi. Tutti avevano perso la maggior parte della loro proprietà. Alcuni erano stati fucilati o impiccati per ”punizione”, molti altri erano morti per fame o malattia.
Prima dello sterminio, i nazisti vollero separare gli ebrei dal resto della società, negando loro diritti e assistenza, lasciandoli nell’indigenza, costringendoli alla promiscuità, alla fame, alla mancanza di igiene, alle malattie. I persecutori filmarono e fotografarono questa realtà fatta di volti provati dalla sofferenza, stracci sporchi, cadaveri abbandonati sul ciglio della strada. I prodotti realizzati avrebbero dovuto essere utilizzati dalla propaganda del regime addirittura per dimostrare la presunta ”inferiorità razziale” degli ebrei.
“Questa mostra – scrive Bruno Vespa nella prefazione al catalogo - nel raccontare la Shoah da una angolazione poco nota, ha l’obiettivo ambizioso di porre l’attenzione e far riflettere anche sulla passività di coloro che avrebbero potuto aiutare in qualunque modo le vittime e non lo fecero. È fondamentale conoscere la storia di chi all’interno delle città, fu escluso dalla vita sociale ed economica, affamato e ridicolizzato mentre fuori dai reticolati il mondo stava a guardare. Comprendere che la Shoah fu possibile per l’efficienza dei persecutori e la compiacenza di chi apprezzava, ma anche grazie all’inerzia di chi non si oppose. E tenere presente sempre che in una società globalizzata e ogni giorno più precaria come la nostra, dove i momenti di contatto con la diversità e il bisogno si fanno sempre più frequenti, è più facile individuare e fermare i fantasmi pur sempre in agguato della discriminazione e dell’intolleranza che i mostri dell’egoismo e dell’indifferenza”.
Strutturata in quattro sezioni, la mostra si avvale per raccontare gli eventi di materiali di varie tipologie, la maggior parte dei quali inediti o mai presentati in Italia: fotografie provenienti dalle collezioni di archivi nazionali e internazionali (fra cui l’Holocaust Memorial Museum di Washington e lo Yad Vachem di Gerusalemme), mappe e piante dei ghetti, filmati, lettere, diari, giornali, documenti, oggetti e materiali di vario genere in prestito da numerose istituzioni pubbliche e da collezioni private.
La mostra, ospitata nel Salone Centrale, è aperta fino al 4 marzo.
(didascalie delle foto): 1) Ebrei espulsi dalla città di Sieradz; 2) Varsavia: il ponte che unisce le due zone che compongono il ghetto, febbraio 1943; 3) Cracovia, gruppo di ebrei controllati da sottufficiali della Polizia d’ordine davanti alla porta del ghetto, su cui è posta una stella di David; 4) 1940: ebrei fotografati dietro al recinto in legno e filo spinato del ghetto; 5) poliziotti tedeschi tagliano la barba a due ebrei osservanti, accanto a loro due ragazze, probabilmente della zona, assistono divertite alla scena; 6) giovane ebreo costretto a scavarsi la fossa prima di essere fucilato; 7) Ghetto di Varsavia, estate 1941: un bambino sorregge la testa di un giovane che giace sulle rotaie del tram; 8 ) Ghetto di Varsavia, settembre 1941: bambini moribondi seduti sul marciapiede; 9) settembre 1942: ebrei selezionati per essere uccisi a Kulmhof (Chełmno) salutano i propri familiari; 10) Varsavia, luglio-settembre 1942: ebrei rastrellati in attesa della deportazione verso il campo di Treblinka; 11) Varsavia, aprile-maggio 1943: ebrei catturati durante la rivolta del ghetto vengono scortati all’Umschlagplatz per essere deportati.