
Quella minoranza che ama il suo Paese: Israele
Uno studio sfata molti luoghi comuni sui cittadini arabi dello Stato ebraico. Gli arabi israeliani costituiscono oggi circa il 20% della popolazione dello Stato ebraico. Eppure la voce di questa comunità, la sua visione del mondo e della propria particolare condizione è spesso soffocata, sia internamente sia esternamente, da strumentalizzazioni politiche, stereotipi e generalizzazioni.
Per molti ebrei israeliani, i concittadini musulmani, cristiani e drusi che vivono entro i confini originali dello Stato ebraico del 1948, sono, al meglio, una “bomba demografica” che minaccia la maggioranza ebraica e, al peggio, una pericolosa quinta colonna: un potenziale alleato per Hamas, Hezbollah e altre organizzazioni terroristiche. Nel mondo arabo e tra i critici occidentali d’Israele sono a volte considerati dei traditori della causa palestinese, o, più spesso, una minoranza oppressa dal “regime sionista” che resiste stoicamente tramite la sua sola presenza in quella terra che dovrebbe chiamarsi tutta Palestina. Leggi tutto l’articolo
Carcere per i clienti delle prostitute, stop alle modelle anoressiche e alle immagini “photoshoppate”. Queste le nuove norme al vaglio del Parlamento israeliano
Negli ultimi mesi molte donne in Israele si sono sentite di nuovo al centro dello scontro tra laici e ultraortodossi, poco difese dalle istituzioni e sotto attacco da parte di un mondo religioso estremista che le vorrebbe relegate in fondo agli autobus e su marciapiedi separati dagli uomini.
Tra i toni (giustamente) accesi della polemica e delle proteste, arrivano però due proposte di legge a ricordare che comunque nello Stato ebraico la normativa in fatto di diritti e difesa delle donne è la più avanzata del Medio Oriente e, spesso, supera quella di molti paesi occidentali. Leggi tutto l’articolo
Un team di giovani israeliani partecipa ad un progetto internazionale di invio di satelliti sulla Luna
Sarà Israele il terzo paese, dopo Unione Sovietica e Stati Uniti, a far atterrare una sonda spaziale sulla Luna? È questo il sogno del team Space IL, la squadra di giovani scienziati, ingegneri e imprenditori che rappresenta i colori israeliani nella corsa al Google Lunar X Prize. La missione: realizzare il primo viaggio sulla Luna finanziato da privati.
Per aggiudicarsi i 30 milioni di dollari in palio la squadra vincente dovrà far “allunare” una navicella automatizzata per poi manovrare un robot esploratore che trasmetta alla Terra immagini e dati dalla superficie del nostro satellite. Il progetto fa parte di una serie di premi che incoraggiano lo sviluppo tecnologico, come l’Ansari X Prize, che nel 2004 assegnò 10 milioni di dollari per il primo volo in orbita effettuato da privati. Ora in lizza ci sono ventisei squadre da tutto il mondo, una anche dall’Italia, che si sono sbizzarrite nel design di astronavi e “rover” esploratori: moduli sferici protetti da airbag che atterrano rimbalzando sulla superficie lunare, robot che sembrano ragni, serpenti o ricci di mare. Space IL invece punta sulla semplicità: una sonda esagonale che, almeno nelle simulazioni, si posa delicatamente tra i crateri lunari su tre bracci estensibili. Leggi tutto l’articolo
Alcune settimane fa, nel corso di una cerimonia presso l’accademia ufficiali dell’esercito israeliano, quattro cadetti ebrei ortodossi hanno improvvisamente abbandonato la sala per protesta.
La ragione? Sul palco una soldatessa del coro dell’esercito aveva iniziato a cantare e, in base alla stretta interpretazione di una norma talmudica sul pudore, agli uomini è proibito ascoltare la “kol ishà”, la voce di una donna che canta.
I cadetti hanno rifiutato l’ordine di rientrare in sala e sono stati espulsi dalla scuola, ma l’episodio ha riacceso le polemiche sul crescente conflitto fra i valori laici di uguaglianza, dignità e libertà su cui si fonda Tsahal e le pressioni da parte dei settori più ortodossi per introdurre norme e costumi religiosi nella vita militare. Leggi tutto l’articolo
La libertà per più di mille prigionieri palestinesi, molti dei quali con le mani sporche di sangue. Questo il prezzo che Israele ha accettato di pagare per riportare a casa Gilad Shalit, il soldato di Tsahal tenuto in ostaggio da Hamas dal 2006.
Difficile, soprattutto fuori dallo Stato ebraico, capire perché il governo di Benjamin Netanyahu e, secondo i sondaggi, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica israeliana abbiano detto sì al ricatto dell’organizzazione terroristica che controlla la Striscia di Gaza.
Difficile comprendere un accordo che premia e incoraggia il terrorismo e ulteriori rapimenti, che scavalca e umilia i moderati dell’Anp e che concede una vittoria strepitosa ad Hamas sul piano interno e internazionale. Leggi tutto l’articolo