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Beha’alotekhà: perché Moshè era umile più di ogni altro uomo?

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Alla fine della parashà la Torà racconta che “Miriam ed Aharon criticarono Mosè per via della moglie cuscita (“cushit”) che aveva preso, poiché aveva preso una moglie cuscita. E dissero: «L’Eterno ha parlato soltanto a Moshè? Non ha Egli parlato anche a noi?» E l’Eterno l’udì. Mosè era un uomo molto umile (‘anav), più d’ogni altro uomo sulla faccia della terra” (Bemidbàr, 12:1-3). Per quale motivo Miriam ed Aharon, che erano sorella e fratello maggiore di Moshè, lo  criticarono?

R. Avraham ibn ‘Ezra ( Spagna, 1089-1167) commenta che Tzipporà, moglie di Moshè e figlia di Yitrò, era midianita, di carnagione scura, e per questo era chiamata cuscita, etiope. Moshè si era separato dalla moglie per poter essere in grado di ricevere la profezia in ogni momento. Aharon e Miriam sospettarono che si era separato dalla moglie solo perché non era attraente.           La spiegazione di Rashì (Troyes, 1040-1105) è totalmente diversa da quella di  Ibn ‘Ezra. Rashì commenta che Tzipporà era soprannominata “la cuscita”, ossia etiope, perché tutti riconoscevano la bellezza di Tzipporà così come tutti riconoscono il colore della pelle di un etiope.  Egli aggiunge che le lettere ebraiche della parola “cushit” hanno lo stesso valore numerico dell’espressione “di bel aspetto”.                                                                                                                                                                                                                                                                                              

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin (Belarus, 1816-1893, Varsavia) detto Natziv dalle sue iniziali, in Ha’amèk Davàr afferma che la spiegazione letterale è diversa. La parola cuscita ci insegna che Tzipporà era una gentile che si era convertita. Aharon e Miriam erano convinti che Moshè si fosse separato da lei perché non era cosa onorevole per lui avere una moglie che non era di discendenza israelita. Basandosi su questo errato motivo, essi lo criticarono, sostenendo che Moshè aveva fatto soffrire la moglie ingiustamente. Nel Midràsh Sifrè, R. Natàn afferma che Moshè sentì la conversazione della sorella e del fratello e non disse nulla.                                                                                                                                                                                                                    

R. Meir Leibush Wisser (Ucraina, 1809-1879) detto Malbim dalle sue iniziali, nel suo commento Ha-Torà Vehamitzvà, afferma che Moshè avrebbe potuto dire a Miriam e ad Aharon che il suo livello di profezia era unico e superiore a quello di ogni altro profeta; e questo livello di profezia richiedeva una speciale preparazione e la separazione dalla moglie. Il fatto che Moshè fosse molto umile fece sì che egli non reagisse alle parole della sorella e del fratello.

Il Malbim spiega anche come fosse possibile che un uomo della statura di Moshè fosse umile “più d’ogni altro uomo sulla faccia della terra”. Nelle ultime parole della Torà è  scritto “E non sorse mai più in Israel un profeta come Moshè con il quale l’Eterno aveva trattato faccia a faccia” (Devarìm, 34:10). Nel Sèfer Ha-Karmèl egli scrive che una persona come Moshè che arriva al livello più alto al quale un essere umano possa aspirare,  proprio per il fatto di essere più vicino all’Eterno si rende conto di quanto insignificante sia un essere umano. Pertanto, più elevato è il livello spirituale di una persona, tanto maggiore è la sua umiltà, il suo sentirsi come una formica nei confronti dell’Eterno.   Il Natziv spiega che Moshè era talmente umile che le parole del fratello e della sorella non ebbero alcun effetto nei suoi confronti. La parola ‘anav, umile, significa che la persona, pur conoscendo bene il proprio valore, non presta attenzione al proprio onore e non soffre quando viene insultata.

R. Israel Meir Kagan (Belarus, 1839-1933, Polonia), detto il Chafètz Chayìm dalla sua opera più nota, offre un’altra spiegazione. Moshè aveva liberato gli israeliti, conducendoli fuori dall’Egitto; li aveva guidati nel deserto per quaranta anni, aveva procurato loro acqua dalle rocce e aveva dato loro la Torà ricevuta dall’Eterno al Monte Sinai. Come era possibile che una persona di questa levatura fosse più umile di ogni altro essere umano? R. Kagan risponde a questa sua domanda dicendo che ogni essere umano deve cercare di operare al massimo delle proprie forze. Solo realizzando il proprio potenziale si esce completamente d’obbligo nei confronti del Creatore. Moshè riteneva invece che in considerazione delle sue immense doti aveva fatto molto meno di altri. Nella Torà è scritto che “Mosè era un uomo molto umile (‘anav), più d’ogni altro uomo sulla faccia della terra”. L’espressione “sulla faccia della terra” significa che gli uomini più “terra-terra”, senza grandi doti, escono d’obbligo nei confronti dell’Eterno con un minimo sforzo. Moshè invece, proprio per le sue eccezionali doti, nonostante tutto quello che aveva fatto, era anche eccezionalmente umile perché si rendeva conto che avrebbe potuto fare molto di più.

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