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Behàr Sinài – Bechuqqotài: l’anno sabbatico

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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La parashà Behàr Sinài inizia con le seguenti parole: L’Eterno parlò a Moshè (Mosè) dicendogli di parlare con gli israeliti e dire loro “Quando verrete nella terra che che vi do, la terra dovrà ricevere un periodo di riposo, un Sabato per l’Eterno. Per sei anni puoi seminare i tuoi campi, potare i tuoi vigneti e raccogliere il prodotto. E nel settimo anno vi sarà un Sabato dei sabati per la terra; è un Sabato per l’Eterno durante il quale non potrai seminare i campi nè potare le vigne. Non mieterai il prodotto che cresce da solo e non vendemmierai l’uva della vigna non potata, perchè è un anno di riposo per la terra. Il prodotto del Sabato della terra sarà vostro perchè ve ne cibiate, cioè sarà per te, per il tuo servo e per la tua serva, per il tuo dipendente e per il residente che abita con te” (Vayqrà, 25:1-6).

La Terra d’Israele dopo la conquista da parte di Yehoshua’ (Giosuè) era stata divisa per tribù e per famiglie (Yehoshua’, cap. 18-21). La società era costituita da liberi proprietari terrieri. Tuttavia durante l’anno sabbatico i proprietari terrieri dovevano aprire le recinzioni e tutti, ricchi o poveri, potevano venire a prendere quello che volevano. Durante il settimo anno il proprietario non poteva comportarsi da padrone come negli altri anni. Tutti avevano gli stessi diritti di usufruire della terra. Per questo l’anno sabbatico viene chiamato “anno di shemità” , che significa “di abbandono”, nel quale il padrone si deve staccare dal suo campo e lasciarlo riposare come se non fosse più suo (Me-‘am Lo’ez).

Rav Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panim La-Torà spiega che la Torà vuole anche farci sapere che la mitzvà di fare riposare la terra non ha nulla a che fare con l’antico uso di coltivare la terra ad anni alterni per non impoverirla dei nutrienti. La Torà promette che anche coltivando la terra per sei anni consecutivi raccoglieremo il prodotto senza doverla farla riposare negli anni intermedi.

La mitzvà dell’anno sabbatico è in vigore solo in Eretz Israel e non nella Diaspora.

L’autore anonimo del Sèfer Ha Chinùkh (Barcellona, XIII secolo) spiega che lo scopo della mitzvà dell’anno sabbatico è lo stesso della mitzvà di dare prestiti a chi ne ha bisogno. Nella parashà di Mishpatìm (Shemòt – Esodo, 23:24) è scritto: Quando darai un prestito al Mio popolo, al povero che abita con te, non comportarti con lui da creditore e non imporgli il pagamento di interessi. Il motivo di questa mitzvà deriva dal fatto che il Signore vuole che le Sue creature siano abituate a fare del bene (Chèssed) e ad avere compassione del prossimo (Rachamìm). Secondo quanto citato nel Me’am Lo’ez, altri commentatori tra i quali R. Bechaye (Spagna, XIII secolo) nel suo commento alla Torà e R. Avraham Saba (Castiglia, 1440–1508) nella sua opera Tzeròr Ha-Mor, spiegano che lo scopo della mitzvà è di insegnarci che il Santo Benedetto è il padrone del mondo e gli uomini sono solo fittavoli. Queste spiegazioni derivano dal trattato Sanhedrin (39a) del Talmùd babilonese dove è scritto: Il Santo Benedetto disse ad Israele: seminate per sei anni e astenetevi nel settimo in modo che sappiate che la Terra è Mia.

Nel commento alla Torà di R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) è scritto che lo scopo della mitzvà della “Shemità” è quello di rinforzare negli israeliti la fiducia nel Santo Benedetto. Non bisogna pensare che il mondo vada avanti sempre automaticamente nello stesso modo e che l’uomo deve solo occuparsi di guadagnarsi la vita lavorando. La mitzvà dell’anno sabbatico vuole inculcare in noi la consapelovezza che la Provvidenza divina si occupa di noi e che il Creatore può darci da mangiare in tanti modi. Con questa fiducia l’israelita abbandona il lavoro nei campi durante il settimo anno e vi ritorna nell’ottavo anno. Nello stesso modo in cui durante la settimana ci si astiene dal lavorare di Shabbàt per dedicarsi allo studio della Torà e si ritorna al lavoro il giorno successivo con l’inizio della nuova settimana, così pure nel settimo anno non potendo lavorare la terra gli israeliti si dedicavano allo studio della Torà. Un vero “Anno Sabbatico”.

 Donato Grosser

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