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BEN HAMETZARIM 5778-2018 Istruzioni per l’uso

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

Secondo l’impostazione ebraica tradizionale il ricordo si mantiene non solo con un semplice atto del pensiero, ma con manifestazioni e atti concreti che lo sostengono e lo alimentano; quando questi atti sono regole che tutta la comunità rispetta insieme si crea, grazie ad essi, un senso di condivisione e di unità. È con questo spirito che vanno illustrate e comprese le regole di questi giorni, che vengono chiamati Ben hametzarìm. L’espressione significa “tra le ristrettezze”, ed è presa dal libro delle Lamentazioni di Geremia (1:3). È il periodo di tre settimane che va dal 17 di Tammuz (quest’anno sabato 30 giugno, per cui il periodo inizia la domenica 1 luglio) al 9 di Av (quest’anno sabato 21 luglio, che fa slittare il digiuno all’indomani, domenica 22). Durante questo periodo, che culminerà con il digiuno del 9 di Av, sono prescritti alcuni divieti che creano un’atmosfera di progressiva mestizia. I divieti si applicano con gradualità crescente e si distinguono per questo vari momenti:

  • dal 17 di Tammuz (secondo molti già dalla sera che precede il digiuno).
  • dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Av. Quest’anno: la sera di giovedì 12 luglio.
  • la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al digiuno.
  • il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il Miqdash continuò a bruciare); quest’anno è il giorno in cui facciamo il digiuno posticipato.

Quest’anno è un anno particolare perché il 9 di Av cade di sabato, ed il digiuno è rimandato alla domenica 22 luglio.  Questo fa sì che molti dei rigori che hanno effetto solo nella settimana del 9 di Av, secondo lo  Shulchan ‘Arukh (ma altri non sono d’accordo) non si applicano più. Questo vale per Sefardim e Italiani, meno per gli Ashkenazim che anticipano alcuni divieti al Rosh Chodesh o a tutto il periodo.

In generale sull’applicazione delle regole esistono tradizioni e rigori diversi e gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi ed estensivi. Essendo la materia molto complicata, presentiamo qui di seguito alcune linee orientative su alcuni divieti.

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo.

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e indifferibili sono permesse. Parimenti sono permesse costruzioni di mitzwà (quale ad esempio un bet hakeneset).

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyànu: non si mangia in tutto il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato. Alcuni sefarditi dissentono e non recitano shehecheyànu neppure di Sabato.

Vestiti ed oggetti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyànu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente). Se durante questo periodo viene consegnato un oggetto ordinato precedentemente (ad es. un automobile) non si deve rimandare la consegna. Se c’è la possibilità di acquistare oggetti per i quali si recita shehecheyanu ad un prezzo molto vantaggioso si interpelli un Rabbino.

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

Manifestazioni di gioia, feste, ascolto di musica: deve essere tutto ridotto a meno che non si tratti di occasioni indifferibili in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.). È bene evitare i viaggi di piacere, a meno che non vi sia un’effettiva necessità di riposo.

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim (e alcune comunità del nord Italia) proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av. Alcuni si radono e si tagliano i capelli il giorno 10; altri li tagliano nel pomeriggio del 10; qualcuno aspetta l’11. Quest’anno secondo tutti posso essere tagliati l’11, ovvero l’indomani del digiuno. Le donne in età da matrimonio e già sposate si possono depilare, tranne che nella settimana del 9 di Av. Quest’anno per i Sefardim e gli Italiani non vige il divieto, dato che come si è detto i rigori della settimana non si applicano; è opportuno comunque evitare di tagliarsi i capelli e farsi la barba la vigilia di Shabbat Chazon, bensì farlo qualche giorno prima, per arrivare al 9 di Av con un aspetto da lutto.  

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (sabati esclusi). Alcuni vietano di tagliarsi le unghie nella settimana del 9 di Av. Le donne che devono fare la tevilà possono tagliare le unghie anche nella settimana del 9 di Av.

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà che l’osservanza di questa regola pone con il clima caldo di questi giorni, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare  tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare, di indossarli per breve tempo (rav Ovadia Yosef dice un’ora) e quindi riporli per riusarli quando serve nel corso dei giorni successivi. Molti sono facilitanti riguardo il lavaggio della biancheria intima e degli abiti dei bambini.

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne (in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di Av); agli uomini che hanno l’abitudine di farla alla vigilia del Sabato è permessa in acqua calda, negli altri giorni preferibilmente in acqua fredda. Il bagno in mare non è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda. Sono permessi bagni a scopo terapeutico.

Pulizia della casa: c’è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l’opinione prevalente è di permetterla. Secondo l’uso italiano e di alcuni sefarditi si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av.

Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno esclude questo giorno dal divieto, non gli Ashkenaziti e gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Alcuni la vietano già dal 17 di Tamuz. Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabbatico secondo alcuni si può finire l’indomani. Secondo un’altra opinione si può consumare nel pasto immediatamente successivo all’uscita dello Shabbàt, ed il resto si dà ai bambini. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. Parimenti è permesso consumare cibi che siano stati cucinati assieme a carne. Alcuni dissentono su questo punto, perché il sapore della carne è percepibile. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi deve per motivi di salute mangiare carne. Ciò si applica anche in caso di patologie non particolarmente gravi. Le donne che allattano possono essere facilitanti e consumare carne durante tutto il periodo. E’ permesso inoltre mangiare carne per pasti di mitzwà (per una milà, un pidion ha-ben, o un bar mitzwà). La mishmarà che precede la milà non rientra in questa categoria, e quindi non è consentito mangiare carne.

Vino e alcolici: c’è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9, chi non si astiene affatto (alcuni Sefardim); altri vietano in tutti il periodo. Di Sabato il vino è permesso; il vino della Havdalà è permesso (alcuni usano farlo bere ad un minore, se presente). È permesso bere vino durante i pasti di mitzwà. Birra e alcolici sono comunque permessi.

Per la compilazione di questa nota sono stati consultati: Shulchan ‘Aruch Orach Chayym 551-553 con commenti; Kitzur Meqor Chayym, cap. 96; Pisqè teshuvot al cap. 551:23; Yalqut Yosef pp. 661-668; Peninè Halachà, Avelut ha-churban. Per il Minhag Italiano si è fatto riferimento a Shibbolè haleqet cap. 263-264.

a cura di Riccardo Di Segni

Regole particolari per quest’anno (9 di Av di Shabat: orari validi per Roma):

Durante il Sabato 21 luglio, che è il giorno effettivo del 9 di Av, sono vietate manifestazioni pubbliche di lutto. Secondo alcuni non sono consentiti i rapporti coniugali e lo studio della Torà, ad eccezione della Parashà settimanale (così usano in genere gli Ashkenaziti), mentre i Sefardim e gli Italiani sono tendenzialmente più permissivi.

La sera del Sabato 21 luglio si può mangiare e bere a volontà a Roma fino alle 20:39, senza alcuna delle limitazioni che si applicano quando la vigilia del 9 di Av capita di giorno feriale.

Le scarpe di cuoio si possono tenere fino a 20-30 minuti dal tramonto (20:59-21.09). Shabbat finisce alle 21.24. Per facilitare l’arrivo con i mezzi al Tempio Maggiore da posti lontani l’inizio di Arvit sarà posticipato dopo le 21.30.

L’havdalà si divide: sabato sera si recita la formula attà hivdalta nella ‘amidà e poi si benedice solo sul lume. Chi deve fare qualche lavoro (esempio andare in macchina ecc.) e non ha detto ancora la ‘amidà reciti la formula: Barùkh hamavdil ben qodesh lechol. Alla fine del digiuno (ore 21.10 di Domenica sera) si benedice sul vino e con l’ultima benedizione della havdalà. Gli ashkenazim che non bevono vino quella sera possono benedire su altra bevanda (come birra) o darlo da bere a un minore; se non c’è un minore possono berlo gli adulti. Chi non può osservare il digiuno, dovrà fare la havdalà prima di mangiare, recitando tutte le berakhòt, tranne quella sui profumi. Alla fine del digiuno gli Ashkenazim usano evitare carne e vino (ma solo la sera, in quanto posticipato), gli altri no.

PROSPETTO DEI DIVIETI SECONDO I VARI USI

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