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Buffon chiede scusa agli ebrei. Ad Auschwitz scoppia la pace

in: Blog/News, Foto gallery | Pubblicato da: Fabio Perugia

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Alla fine scoppia la pace. Auschwitz, ieri mattina. La nazionale italiana di calcio entra nel campo di sterminio. E’ in visita ufficiale, per non dimenticare la Shoah. C’è tutta la rosa di mister Prandelli, più lo staff al seguito. Ci sono anche alcuni ex deportati, Sami Modiano, Piero Terracina e Hanna Weiss, il presidente Ucei e il presidente del Maccabi Italia, Vittorio Pavoncello. I racconti, pochi passi nell’orrore e le lacrime.

In mezzo alle felpe azzurre spunta un capoccione sopra a tutti. E’ Gigi Buffon. Se ne sta assorto, con le dita premute sulle cuffiette per ascoltare meglio il ricordo degli ex deportati. Cammina. Si guarda intorno. Finché incrocia lo sguardo di una vecchia conoscenza.

“Pavoncello?”, dice il portierone puntando sul presidente del Maccabi. Lui s’avvicina (e poi confesserà: “La prima cosa che ho pensato è stata: mo’ questo me mena?”) e va da Gigi. I due hanno un piccolo conto in sospeso. Quando nella stagione 2000-2001 Buffon giocava a Parma, scelse di indossare la maglia con il numero 88. Per Pavoncello, che da sempre si occupa di sport nel mondo ebraico con un occhio attento ai cattivi comportamenti degli sportivi, non era un numero qualsiasi. Era il numero simbolo di una parola: Hitler. Tra Vittorio e Gigi scoppiò una polemica che coinvolse, a suon di comunicati stampa, mezzo mondo sportivo e la società civile. Alla fine il portiere dovette cedere e cambiò il suo numero di maglia per non tenere acceso il caso. Ma i due non ebbero più modo di incrociarsi per un chiarimento di persona.

“Buongiorno – dice Pavoncello al nazionale – sono veramente felice che l’Italia sia venuta in visita qui. E’ una grande cosa, un grande gesto”. Il “cerimoniale” dura pochi secondi. Vanno subito al punto.

Buffon ammette: “Volevo dirti che sono dispiaciuto per come è andata per la storia del numero 88. Devo ammettere che a quel tempo era un ragazzino e mi sono comportato da ragazzino, non capivo quanto fosse importante. La linea del giusto e dello sbagliato è molto sottile, basta poco per provocare un dispiacere. Mi dispiace”. Pavoncello ascolta: “Va bene, sono felice di questo chiarimento”. “Sì, diciamo che abbiamo fatto pace. Adesso che sono qui capisco molte cose”.

I due a questo punto si sciolgono, il ghiaccio è ormai rotto e arriva anche l’abbraccio. Ovviamente Pavoncello, da tifoso e appassionato di calcio quale è, non si trattiene e si fa immortalare col portierone. Pace è fatta, insomma. La visita può continuare. Buffon si rimette le cuffie e prende sotto braccio Sami Modiano. L’ex deportato lo guarda: “Ma adesso che avete capito, dovete raccontarlo ai vostri figli”.

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