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Israel 70. Conferenza stampa di presentazione

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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In occasione dei festeggiamenti che si terranno il 18 aprile nella zona di Portico d’Ottavia per il 70esimo anniversario dell’Indipendenza dello Stato d’Israele, si è tenuta oggi presso i giardini del Tempio Maggiore la conferenza stampa di presentazione dell’evento. Sono intervenuti l’Ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello e il giornalista e conduttore televisivo David Parenzo, in qualità di presentatore della serata. 
 
Durante la conferenza è stato presentato il programma della celebrazione, e i numerosi giornalisti presenti hanno rivolto le loro domande all’Ambasciatore e alla Presidente.
 
Scarica la cartella stampa: clicca qui

”Zikaron Ba Salon”- Il salotto della Memoria

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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In occasione della commemorazione della Shoah (Yom Ha Shoah), i nostri sopravvissuti hanno aderito all’iniziativa ”Zikaron Ba Salon”, nata nel 2010 in Israele e organizzata a Roma dal Centro di Cultura Ebraica avente lo scopo di rendere maggiormente consapevoli quante più persone possibili della Shoah attraverso un incontro con un sopravvissuto nel salotto di una persona volontaria, detta ”host”, appunto.
Alberto Sed, Sami Modiano, Piero Terracina, Edith Bruck e Marika Venezia(moglie del sopravvissuto Shlomò Venezia) hanno infatti presenziato in cinque salotti di Roma, raccontando ognuno la propria storia. L’evento ha visto la partecipazione interessata di molti studenti romani, che avranno il compito di tramandare quanto avranno ascoltato alle generazioni a venire, preservando una Memoria troppo importante per essere dimenticata.
Yom Ha Shoah si è infine concluso con una cerimonia serale al Tempio Maggiore.


Il Rabbino Capo e il Papa si scambiano gli auguri per le rispettive festività

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Lo scambio di auguri tra il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni e Papa Francesco per le prossime festività di Pesach e Pasqua.

Di seguito il messaggio del Rabbino Capo:

A ss Papa Francesco,

nell’imminenza delle festività pasquali, anche quest’anno coincidenti nella data, voglia gradire cordiali auguri di serenità, gioia e pace.

Di seguito il messaggio di Papa Francesco:

Illustrissimo Dottore Riccardo Di Segni,
Rabbino Capo di Roma.

Nell’approssimarsi della festa di Pesach, desidero rivolgere il più cordiale e fraterno augurio a Lei e alla comunità ebraica romana. L’Onnipotente, nella sua benevolenza, benedica e accompagni il cammino dell’amato popolo ebraico. Mentre assicuro il mio ricordo, chiedo di pregare per me. Che l’Altissimo, ci conceda di crescere sempre più nell’amicizia e di essere insieme testimoni di pace e di concordia. Chag sameach.


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La Comunità Ebraica di Roma commemora l’eccidio delle Fosse Ardeatine

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In occasione del 74esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine la Comunità Ebraica di Roma ha partecipato alla commemorazione avvenuta nel luogo della strage, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dei presidenti uscenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, della sindaca di Roma Virginia Raggi, del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, dei rappresentanti dei vertici delle forze armate e della presidente dell’ANFIM Rosetta Stame.

Questa mattina la Comunità Ebraica di Roma, insieme ai rappresentanti del Comune di Roma, di Città Metropolitana e della Regione Lazio ha poi deposto una corona di fiori davanti alle mura del Tempio Maggiore.

La giornata ricorda l’uccisione di 335 persone tra civili e militari italiani perpetrata dalle truppe di occupazione naziste come reazione all’attentato partigiano di via Rasella, ed è rimasta nella memoria degli italiani sia per la crudeltà dell’atto, sia per il luogo scelto dai tedeschi, le Fosse Ardeatine, che avrebbero voluto far saltare in aria così da occultare ogni possibile prova.


Parashà Tzav: Perché gli israeliti aborriscono il sangue

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La proibizione di cibarsi di sangue appare in parashà con le seguenti parole: “Non mangerete nessun sangue ovunque siano le vostre residenze, né di volatili né di quadrupedi. Qualunque persona che si cibi di qualunque specie di sangue verrà recisa dal suo popolo” (Vaykrà, 7:26-27).
R. Ya’akov Farbstein, in Aholè Ya’akov (I, Vaykrà, p. 160) osserva che la proibizione di cibarsi di sangue appare ben otto volte nella Torà. Queste ripetizioni sono necessarie per proibire tutti i tipi di sangue come spiegato nel Talmud (Keritòt, 4b). R. Farbstein nel suo saggio sull’argomento menziona che i decisori di Halakhà indicano almeno quattro motivi della proibizione di consumare sangue.
Un primo motivo appare in una traduzione aramaica della Torà (Targum Yonatan) che indica che la proibizione di consumare sangue deriva dal fatto che il sangue viene usato per le aspersioni sul mizbèach (altare) quando si fanno i sacrifici nel Bet Ha-Mikdàsh. Questa è anche una spiegazione del Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nel suo commento alla Torà, dove scrive che il sangue serve per l’espiazione dei peccati. Una seconda spiegazione del Nachmanide è che consumare sangue è proibito perché nel sangue vi è la forza vitale (nèfesh) dell’animale. Ad Adamo era stato permesso mangiare solo frutta e verdura; dopo il Diluvio, poiché Noach (Noè) aveva salvato gli animali, gli fu permesso di consumare anche carne di animali, ma non il sangue. Una terza spiegazione del Nachmanide è che non è appropriato per un essere umano scendere al livello degli animali assorbendone il sangue.
R. Chayim Yosef David Azulai (Gerusalemme, 1724-1806, Livorno) nel suo commento Penè David alla parashà di Acharè Mot dove è scritto: “Il kohen spruzzerà il sangue sul mizbèach (altare) dell’Eterno […] e non offriranno più i loro sacrifici ai se’irim (spiriti) dietro ai quali essi fornicano” (17:6-7), cita suo padre che scrisse che un motivo della mitzvà di portare sacrifici nel Mikdàsh era di allontanare gli israeliti dalle pratiche idolatriche degli egiziani. R. Azulai aggiunge che questa spiegazione coincide con quello che scrive il Maimonide e che nello Zòhar ha-Kadosh e nel Midrash Rabbà viene menzionato lo stesso motivo addotto dal Maimonide. Nello Zòhar (Acharè Mot, p. 63) è scritto: “Quando gli egiziani volevano fare delle riunioni con le loro pratiche magiche per i loro fini, andavano in campagna sulle montagne più alte e immolavano dei sacrifici. Facevano delle fosse nel terreno che circondavano con il sangue e il resto del sangue lo raccoglievano in quelle fosse. La carne la riservavano per loro e offrivano i sacrifici a quei tipi [spiriti] malvagi. E quei tipi malvagi si radunavano e si avvicinavano insieme e si rappacificavano con loro in quella montagna. Gli israeliti che erano asserviti a loro [agli egiziani] si avvicinavano e imparavano da
loro…”. Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Morè Nevukhìm (Guida degli Smarriti, III, 46) usando le nozioni tratte dai libri dei Sabei scrive: “Sappi che i Sabei ritenevano che il sangue fosse assai impuro, e nonostante questo usavano cibarsi di esso, ritenendo che fosse il cibo dei demoni e che, di conseguenza, chi se ne cibava poteva fraternizzare con il jinn [secondo molti musulmani i jinn sono spiriti che possono cambiare forma ed essere visibili o invisibili] cosicché venisse da lui e lo informasse del futuro […]”. Il Maimonide aggiunge che la Torà ha proibito di cibarsi di sangue, mettendo la stessa enfasi su questa proibizione come per quella contro l’idolatria. Infatti sia riguardo alla proibizione di praticare il culto del Moloch sia per la proibizione di cibarsi di sangue nella Torà è usata la stessa espressione. Il relazione al sangue è scritto“Mi rivolgerò contro la persona che si sarà cibata di sangue e la reciderò di mezzo al suo popolo” (Vaykrà, 17:10). E in relazione al Moloch è scritto: “Mi rivolgerò contro quell’uomo e la sua famiglia e lo reciderò…” (ibid., 20:5). Il Maimonide sottolinea che nella Torà questa espressione appare solo per chi si ciba di sangue e per chi pratica idolatria.

Nella parashà di Reè (Devarìm, 12:23) è scritto: “Controllati bene e non cibare sangue”. Nel Midràsh Sifrì, citato da Rashì, R. Shim’on ben ‘Azai disse: “Guarda quanto bisogna controllarsi per osservare le mitzvòt. Se la Torà ti ha avvertito di controllarti perfino per il sangue che viene aborrito dalla gente, a maggior ragione, bisogna controllarsi da trasgredire mitzvòt che attraggono”. Se i gentili sapessero quanto il sangue venga aborrito dagli israeliti, non vi sarebbero mai state accuse dei cosiddetti “omicidi rituali”.

Donato Grosser


Parashà di Vaykrà: Giustizia e diritto sono le basi trono celeste

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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All’inizio del terzo libro della Torà, Moshè ricevette l’ordine di parlare ai figli d’Israele e dire loro: “Quando un uomo (Adam) tra di voi presenterà un’offerta di un animale all’Eterno, presenterete la vostra offerta di bovini o di ovini” (Vaykrà, 1:2).

Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che in queste versetto la Torà si riferisce alle offerte volontarie (nedavòt) e non a quelle obbligatorie presentate per espiare dei peccati. Poi fa notare che la Torà usa il termine “Adam” e spiega che viene usato questa parola per insegnare che come Adamo portò delle offerte che appartenevano a lui perché era l’unico uomo al mondo, così pure quando qualcuno porta un’offerta all’Eterno deve portare del suo e non cose rubate.

R. Shimshon Nachmani (Modena, 1707-1779, Reggio Emilia) nella sua opera Zera’ Shimshòn dedicata a commentare il Midràsh, chiede per quale motivo era necessario imparare da Adamo che è proibito presentare offerte rubate. Infatti più avanti in questa stessa parashà è scritto: “Se la sua offerta (korbanò) è un ovino” (Ibid., 10). E su questo versetto i Maestri nel Midrash Sifrà precisano che la Torà ha usato l’espressione “la sua offerta” per indicare che non può essere un animale rubato.

R. Nachmani aggiunge che la proibizione di presentare offerte all’Eterno da animali rubati è ancora più esplicita in un passo del profeta Yesha’yà dove è scritto: “Poiché io, l’Eterno, amo la giustizia, odio il furto nell’olocausto… ” (Isaia, 61:8).

R. Nachmani spiega che il commento di Rashì, che la Torà ha usato il termine “Adam” per sottolineare che Adamo non presentò offerte da animali rubati, è un’interpretazione del versetto del profeta Yesha’yà dove è scritto: “Odio il furto nell’olocausto”.

Portare un’offerta di un animale rubato è già proibito dall’espressione “la sua offerta” (korbanò). R. Nachmani commenta che dal versetto del profeta Yesha’yà si impara che è proibito presentare un’offerta perfino nel caso di un animale la cui proprietà sia in dubbio. Il caso riportato nel Talmud (Bavà Metzià, 100a) è il seguente: se due persone concordano di scambiare l’asino dell’uno con la vacca dell’altro, dal momento in cui il padrone della vacca prende l’asino ha ceduto la vacca in proprietà all’altro, anche se la vacca è ancora nella sua stalla. Se nel frattempo la vacca ha partorito un vitello e non si sa se il vitello sia nato prima dello scambio o dopo, il vitello rimane di proprietà del padrone precedente fino a quando il nuovo padrone della vacca porti prove che il vitello è nato dopo la transazione. Questa è anche la decisione legale nello Shulchàn ‘Arùkh (C.M., 223:1). R. Nachmani afferma che se il padrone precedente della vacca portasse il vitello come offerta, non avrebbe rubato nulla. Tuttavia permane il dubbio se il vitello sia nato prima o dopo la transazione e pertanto il padrone della vacca pur essendo il proprietario legale del vitello non lo può portare come offerta obbligatoria (come nel caso in cui desideri portare un sacrificio per espiare un peccato).

R. Nachmani aggiunge che Il citato versetto del profeta Yesha’yà viene a proibire anche le offerte volontarie di animali la cui proprietà sia rimasta nel dubbio. Per questo è necessario che la Torà usi il termine “Adam”. Anche se a posteriori se qualcuno ha portato un sacrificio di questo tipo il sacrificio è accettato, dal momento che esiste il dubbio che non sia suo, l’Eterno lo odia.

R. Israel Meir Kagan (Belarus, 1839-1933, Polonia), detto il Chafetz Chayim dalla sua opera più famosa, trasse un altro insegnamento dal fatto che la Torà usi il termine “Adam” e anche lui cita a questo proposito il versetto del profeta Yesha’yà che l’Eterno “odia il furto nell’olocausto”. Il Chafetz Chayim porta l’esempio di due ricchi uomini d’affari che hanno accumulato le rispettive ricchezze in modo disonesto. Il primo non pensa altro che a continuare ad arricchirsi e a dare lustro al casato. Il secondo invece, dopo essersi arricchito in modo disonesto è diventato un filantropo, ha costruito un Bet Hakenesset, ha donato un Sefer Torà e mantiene una yeshivà. Potremmo quasi dire che in qualche misura ha espiato i suoi peccati. La gente lo guarda con indulgenza e perfino lo tratta con onore. Il Chafetz Chayim sostiene che questo modo di pensare comune è contrario all’insegnamento della Torà e dei profeti. L’Eterno odia i sacrifici che sono il risultato di ruberie perché il danno generato da questo “filantropo” è superiore a quello generato dall’altro. Questo perché con questa filantropia rende in qualche modo “kasher” agli occhi della gente la sua disonestà e in questo modo distrugge il grande principio: “Giustizia e diritto sono le basi del Tuo trono…” (Salmi, 89:15).

Donato Grosser


”Siamo qui, siamo vivi”: la presentazione alla Camera

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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“Ricordare può essere doloroso, ma indispensabile se si vuole costruire un futuro migliore per le generazioni che verranno.”

Queste parole hanno introdotto l’incontro di presentazione del libro di Alfredo Sarano e Roberto Mazzoli “Siamo qui, siamo vivi”, diario della famiglia Sarano, scampata alla Shoah, e racconto delle azioni eroiche di Alfredo, un ebreo milanese che ebbe il merito di salvare migliaia di vite nascondendo gli elenchi della Comunità ebraica della propria città.

L’evento è stato organizzato dall’Editore San Paolo e alla presenza dell’On. Antonio Distaso e Don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana Grazia Ruggiero, dirigente scolastico del Liceo “F. De Sanctis” di Trani, Pietro Polieri, docente dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli e la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, la quale è intervenuta durante la conferenza ribadendo l’importanza della convivenza pacifica e della cooperazione interreligiosa:

“Le recrudescenze del razzismo e dell’antisemitismo sono fenomeni attuali che non possono essere sottovalutati: bisogna abbattere le barriere dell’odio per le diversità. La nostra Comunità ha un forte senso nazionale e un grande desiderio di dare il proprio contributo all’Italia, così come hanno fatto tanto Alfredo Sarano quanto tutti i giusti che durante il periodo delle leggi razziali hanno compreso come la giustizia non fosse la legge del regime, ma la legge dei valori assoluti dell’uomo, portatore di diritti che sono inviolabili.”


Il Comandante Generale dei Carabinieri in visita alla Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Vivere serenamente, ma in sicurezza. Questo il filo conduttore del primo incontro tra il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri ed i vertici della Comunità Ebraica di Roma.
Il Comandante Generale Nistri prima di recarsi in visita al Tempio Maggiore e al Museo ebraico, ha incontrato il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e la presidente Ruth Dureghello per un colloquio privato.
Diversi i temi discussi come l’importanza della presenza ebraica a Roma e la proficua collaborazione tra l’Arma dei Carabinieri e la Comunità Ebraica. Il Rabbino Capo Di Segni e la presidente Dureghello hanno poi rivolto al Comandante Generale Nistri gli auguri per il prestigioso incarico assegnatogli ed hanno ribadito la riconoscenza delle istituzioni ebraiche verso l’Arma dei Carabinieri che garantisce la sicurezza dei luoghi di culto ebraici, suggellando così un rapporto di proficua collaborazione che permane negli anni.


Parashà di Vayaqhèl: Un santuario nel tempo e uno nello spazio

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Stampa del Tabernacolo con gli oggetti sacri

 

La parashà di Vayaqhèl inizia con le parole: Moshè (Mosè) fece riunire l’intera adunanza dei figli d’Israele
e disse loro: queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare; si potrà lavorare per sei giorni e nel
settimo giorno vi sarà per voi un periodo di santificazione (Qòdesh), una totale cessazione (Shabbàt
Shabbatòn) per il Signore. Chiunque faccia qualche lavoro in questo giorno sarà fatto morire. Non
accendete fuoco in qualunque luogo abitiate nel giorno di Shabbàt (Shemòt, 35:1-3).
Rabbenu Bahaye (Spagna, XIII-XIV secolo) spiega che questo passo della Torà insegna di non
fare melakhòt (attività creative) di Shabbàt, cioè quelle attività (le 39 melakhòt) che furono necessarie
per la costruzione del Mishkàn, il Santuario che accompagnò i figli d’Israele nel deserto.
R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) aggiunge che la Torà ha specificato la
proibizione di accendere il fuoco per insegnare che è proibito fare alcuna melakhà, perchè tutte le altre
trentotto melakhòt hanno bisogno di fuoco. Per esempio, per costruire un aratro e poter lavorare la
terra è necessario fare uso del fuoco. Egli aggiunge che i Maestri hanno istituito la berakhà
(benedizione) sul fuoco (Borè Meorè Ha-Esh) nella havdalà che si fa all’uscita dello Shabbàt appunto
perchè grazie al fuoco furono rese possibili le melakhòt necessarie per la costruzione del Mishkàn.
Dopo questa introduzione la Torà descrive come avvenne la raccolta delle donazioni di materiali
per la costruzione del Mishkàn. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in una delle
sue derashòt (sermoni) sulla Torà (raccolte da Rav Avishai David nel volume Daròsh Daràsh Yosef, p. 196-
9), osserva che la forma al plurale “queste sono le cose” indica che l’espressione introduce due
argomenti: il Sabato e il Mishkàn.
Rav Soloveitchik fa notare che l’accoppiamento dello Shabbàt al Mishkàn appare in altri tre
passi della Torà: nella parashà di Ki-Tissà dopo la presentazione di Betzalèl e Aholiav, i due artigiani
principali incaricati alla costruzione del Mishkàn, la Torà ritorna all’argomento del Mishkàn con le parole
“Tuttavia voi osserverete i miei Sabati” (Shemòt, 31:13). L’accoppiamento tra il Mishkàn e lo Shabbàt è
lo stesso; la sola differenza è nell’ordine: in Ki-Tissà il Mishkàn precede lo Shabbàt mentre in Vayaqhèl
lo Shabbàt precede il Mishkàn. In questo passo i Maestri hano insegnato che la parola “Tuttavia” (akh)
significa che nonostante l’entusiasmo popolare per la costruzione del Mishkàn, questa costruzione non è
permessa di Shabbàt. Nella parashà di Qedoshìm appare nuovamente lo stesso accoppiamento:
“Osserverete il mio Shabbàt e avrete riverenza del mio Miqdàsh (santuario)” (Vayqrà, 19:30). Anche da
qui i Maestri insegnano che è proibito costruire il santuario di Shabbàt. Infine nella parashà di Behàr
Sinai, il passo della Torà termina con le Parole: “Osserverete i miei sabati e avrete riverenza del mio
santuario, Io sono il Signore”.
Il motivo di questo accoppiamento tra il sabato e il santuario, spiega rav Soloveitchik, è che sia
lo Shabbàt sia il Mishkàn sono dei santuari. Lo Shabbàt è un santuario nel tempo, mentre il Mishkàn è
un santuario nello spazio. La presenza divina (Shekhinà), se così si può dire, ha stabilito una residenza
terrena prima nel Mishkàn nel deserto e più tardi nel Bet Ha-Miqdàsh sul Har Hamorià a Gerusalemme.
Il venerdì sera al tramonto, quando inizia lo Shabbàt, cantiamo Lekhà Dodì e ci asteniamo dal lavoro,
invitiamo la presenza divina nelle nostre case. Non siamo noi a visitare il Signore nel Suo Miqdàsh; è il
Signore che, se cosi si può dire, viene invitato a visitare le nostre case.

Donato Grosser