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Parashà Pinechas: Lo strano numero della tribù di Reuvèn

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Dopo la morte di ventiquattromila israeliti che avevano fornicato con le donne moabite “L’Eterno parlò a Moshè e ad El’azar figlio di Aharon il Kohen dicendo: contate tutta la congregazione d’Israele dai venti anni in su sulla base delle famiglie paterne, tutti coloro che sono atti al servizio militare” (Bemidbàr, 26: 1-2). Il censimento iniziò da Reuvèn, primogenito di Ya’akov, elencando le famiglie dei suoi figli Chanòkh, Palù, Chetzròn e Karmì. Il numero degli uomini atti al servizio militare era 43.730. Dopo avere dato questo numero il testo della Torà continua con le seguenti parole: “Dei figli di Palù c’era solo Eliàv. I figli di Eliàv erano Nemuèl, Datàn e Aviràm. Datàn e Aviràm erano i capi della comunità che condussero la ribellione contrò Moshe e contro Aharon nella congregazione di Korach quando furono parte della ribellione contro l’Eterno. E la terra aprì la sua bocca e li inghiottì insieme con Korach quando il gruppo dei ribelli morì e il fuoco divorò i duecentocinquanta uomini. Essi divennero un simbolo. Tuttavia i figli di Korach non morirono” (ibid., 8-11). Il testo della Torà continua con il censimento, tribù per tribù, senza però alcuna interruzione come nel caso della tribù di Reuven.
R. Ya’akov Kamenetzky [Lituania, 1891-1986, New York] in Emèt le-Ya’akòv si domanda per quale motivo dopo aver dato il numero della tribù di Reuvèn seguono dei versetti che raccontano della ribellione di Datàn e di Aviràm. Inoltre in tutti gli altri censimenti i numeri delle tribù terminavano in centinaia (e in un caso con una cinquantina) e qui invece il numero della tribù di Reuvèn termina con trenta uomini. Qual è il motivo del numero trenta? Nel libro di Shemòt (18:21) Yitrò, suocero di Moshè, gli disse che non poteva condurre il popolo da solo e gli consigliò di delegare parte dei suoi compiti nominando capi di migliaia, di centinaia, di cinquantine e di decine. R. Kamenetzky sulla base di quanto scritto in Isaia (Yesha’yà, 3:1-8) dove si parla del “capo di cinquantine” opina che per le questioni sacre, di kedushà, erano stati nominati capi di migliaia, centinaia e decine, mentre per le questioni militari erano stati nominati capi di migliaia e di cinquantine. E cosi pure nel libro di Samuele (1 Shemuèl, 8:12) è scritto che il Re prenderà i loro figli “come capi di migliaia e di cinquantine”. E anche nel libro dei Re (2 Melakhìm, 1:9) è scritto il re Achazià mandò dal profeta Elia un capitano con una compagnia di cinquanta uomini.
R. Kamenetzky aggiunge che nel libro di Giosuè (Yehoshu’à, 1:14) la parola “armati” è espressa con “Chamushìm” che ha la stessa radice della parola “Chamishìm” che significa “cinquanta”. Egli cita il R. Malbim (Volinia, 1809-1879, Kiev) che nel versetto 12 del quarto capitolo, spiega che prima di passare il fiume Giordano il popolo si organizzò in formazione militare, “chamushìm”, cioè con compagnie di cinquanta uomini. E così pure durante l’uscita dall’Egitto è scritto che i figli d’Israele uscirono “Chamushìm” (Shemòt, 13:18) e Rashì [Francia, 1040-1105] spiega che significa “armati”. Da qui si impara che tutte le compagnie erano composte da cinquanta militari. Inoltre quando Yosef interpretò il sogno del Faraone disse: “Il Faraone provveda a nominare dei sovraintendenti sul paese e armi (“ve-chimmèsh”) la terra d’Egitto durante i sette anni di abbondanza” (Bereshìt, 41:34). R. Avraham Ibn ‘Ezra [Spagna, 1089-1167] spiega questo versetto, affermando che Yosèf (Giuseppe) armò l’Egitto temendo che per via della carestia i paesi vicini avrebbero invaso il paese. Per questo, il Faraone nominando Yosèf viceré gli disse anche: “E il mio popolo prenderà le armi (“ishàk”) su tuo ordine” (ibid., 41:40).
Pertanto quando venne fatto il censimento degli uomini atti al servizio militare, essi vennero suddivisi in compagnie di cinquanta uomini ciascuna. Quando in qualche tribù avanzavano degli uomini perché il loro numero non era sufficiente per comporre una compagnia di cinquanta, essi venivano aggiunti, uno per compagnia, alle compagnie esistenti di cinquanta che diventavano di cinquantuno uomini. Oppure se una compagnia aveva solo quarantacinque uomini, ne aggiungevano uno ciascuno da altre compagnie che diventavano di quarantanove uomini. Poi nel conto finale le compagnie erano tutte calcolate con arrotondamento, di cinquanta uomini.
Nel caso della tribù di Reuven, dal momento che Datàn e Aviràm, i due capi dei ribelli contro Moshè, erano figli di Eliàv della famiglia di Palù, una compagnia fu lasciata di proposito con soli trenta uomini per ricordare il fatto che la ribellione era nata da questa famiglia.

Donato Grosser


BEN HAMETZARIM 5776-2016 Istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La  tradizione  ebraica  ha  stabilito  dei  periodi  speciali  dell‟anno  dedicati  alla  memoria  e  alla riflessione  su  tragici  eventi  della  storia  ebraica.  L‟idea  è  che  ci  deve  essere  un tempo  per piangere e un tempo per gioire. L‟identità ebraica è fatta di cose liete e cose      tristi, e non si possono dimenticare  né  le  une  né  le  altre.  Ma  la  memoria  delle  cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei  solo  perché  c‟è l‟antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all‟esterno del popolo   ebraico,   ricordano,   ammirano   e   compatiscono  gli  ebrei  solo  perché   sono   stati perseguitati,  identificano  gli  ebrei  con  i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un‟ossessione di tutto l‟anno.

Secondo l‟impostazione ebraica tradizionale il ricordo si mantiene non solo con un semplice atto del pensiero, ma con manifestazioni e atti concreti che lo sostengono e lo alimentano; quando questi atti sono regole che tutta la comunità rispetta insieme si crea, grazie ad essi, un senso di condivisione e di unità. È con questo spirito che vanno illustrate e comprese le regole  di questi giorni, che vengono chiamati Ben hametzarìm. L‟espressione significa “tra le ristrettezze”, ed è presa dal libro delle Lamentazioni di Geremia (1:3). È il periodo di tre settimane che va dal 17 di Tammuz  (quest‟anno  sabato  23  Luglio,  per  cui  il  periodo  inizia la domenica 24) al 9 di Av (quest‟anno sabato 13 Agosto, che fa slittare il digiuno all‟indomani,  domenica  14).  Durante questo  periodo,  che  culminerà  con  il  digiuno  del  9  di  Av,  sono  prescritti  alcuni  divieti  che creano un‟atmosfera di progressiva mestizia. I divieti si applicano con gradualità crescente e si distinguono per questo vari  momenti:

  • dal 17 di Tammuz (secondo molti già dalla sera che precede il digiuno).
  • dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Quest‟anno: la sera di giovedì 4 Agosto.
  • la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al
  • il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il Miqdash continuò a bruciare); quest‟anno è il giorno in cui facciamo il digiuno

Quest‟anno, come lo scorso, è un anno particolare perché il 9 di Av cade di sabato, ed il digiuno è rimandato alla domenica 14 Agosto. Questo fa sì che molti dei rigori che hanno effetto solo nella settimana del 9 di Av, secondo lo Shulchan „Arukh (ma altri non sono d‟accordo) non si applicano più. Questo vale per Sefardim e Italiani, meno per gli Ashkenazim che anticipano alcuni divieti al Rosh Chodesh o a tutto il periodo.

In generale sull‟applicazione delle regole esistono tradizioni e rigori diversi e gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi ed estensivi.

Essendo la materia molto complicata, presentiamo qui di seguito alcune linee orientative su alcuni divieti.

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo.

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e indifferibili sono permesse. Parimenti sono permesse costruzioni di mitzwà (quale  ad esempio un bet hakeneset).

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyànu: non si mangia in tutto  il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato. Alcuni sefarditi dissentono e non recitano shehecheyànu neppure di Sabato.

Vestiti ed oggetti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyànu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e  acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente). Se durante questo periodo viene consegnato un oggetto ordinato precedentemente (ad es. un automobile) non si deve rimandare la consegna. Se c‟è la possibilità di  acquistare oggetti per i quali si recita  shehecheyanu ad un prezzo molto vantaggioso si interpelli un Rabbino.

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

Manifestazioni di gioia, feste,  ascolto di musica: deve essere tutto ridotto a meno che non si  tratti di occasioni indifferibili in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.). È bene evitare i viaggi di piacere, a meno che non vi sia un‟effettiva necessità di riposo.

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim (e alcune comunità del nord Italia) proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av. Alcuni si radono e si tagliano i capelli il giorno 10; altri li tagliano nel pomeriggio del 10; qualcuno aspetta l‟11. Quest‟anno secondo tutti posso essere tagliati l‟11, ovvero l‟indomani del digiuno. Le donne in  età  da  matrimonio  e  già  sposate  si  possono  depilare,  tranne  che nella settimana del 9 di Av. Quest‟anno per i Sefardim e gli Italiani non vige il divieto, dato che come si è detto i rigori della settimana non si applicano; è opportuno comunque evitare di tagliarsi i capelli e farsi la barba la vigilia  di  Shabbat  Chazon,  bensì  farlo  qualche  giorno prima,  per arrivare al 9 di Av con un aspetto da lutto.

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (sabati esclusi). Alcuni vietano di tagliarsi le unghie nella settimana del 9 di Av. Le donne che devono fare la tevilà possono tagliare le unghie anche nella settimana del 9 di Av.

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà che l‟osservanza di questa regola pone con il clima caldo di questi giorni, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare,  di  indossarli  per  breve  tempo  (rav  Ovadia  Yosef  dice  un‟ora)  e  quindi  riporli  per riusarli quando serve nel corso dei giorni successivi. Molti sono  facilitanti riguardo  il lavaggio della biancheria intima e degli abiti dei bambini.

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne (in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di  Av);  agli  uomini  che  hanno  l‟abitudine  di  farla  alla  vigilia  del  Sabato  è  permessa  in  acqua calda, negli  altri  giorni  preferibilmente  in  acqua  fredda.  Il  bagno  in  mare  non  è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda. Sono permessi bagni a scopo terapeutico.

Pulizia della casa: c‟è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l‟opinione prevalente è di permetterla. Secondo l‟uso italiano e di alcuni sefarditi si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av. Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno esclude questo giorno dal divieto, non gli Ashkenaziti e gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Alcuni la vietano già dal 17 di Tamuz. Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabbatico secondo alcuni si può finire l‟indomani. Secondo un‟altra opinione si può consumare nel pasto immediatamente successivo all‟uscita dello Shabbàt, ed il resto si dà ai bambini. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. Parimenti è permesso consumare  cibi    che siano stati cucinati assieme a carne. Alcuni dissentono su questo punto, perché il sapore della carne è percepibile. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi deve per motivi di salute mangiare carne. Ciò si applica anche in caso di patologie non particolarmente gravi. Le donne che allattano possono essere facilitanti e consumare  carne  durante  tutto  il periodo. E‟ permesso inoltre mangiare carne per pasti di mitzwà (per una milà, un pidion ha- ben, o  un  bar  mitzwà).  La  mishmarà  che  precede  la milà non rientra in questa categoria,    e quindi non è consentito mangiare carne.

Vino e alcolici: c‟è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9, chi non  si  astiene  affatto  (alcuni  Sefardim);  altri  vietano  in  tutti  il  periodo.  Di  Sabato  il vino è permesso; il vino della Havdalà è permesso (alcuni usano farlo bere ad un minore, se presente). È permesso bere vino durante i pasti di mitzwà. Birra e alcolici sono comunque permessi.

Per la compilazione di questa nota sono stati consultati: Shulchan „Aruch Orach Chayym 551- 553 con commenti; Kitzur Meqor Chayym, cap. 96; Pisqè teshuvot al cap. 551:23; Yalqut Yosef pp. 661-668; Peninè Halachà, Avelut ha-churban. Per il Minhag Italiano si è fatto riferimento a Shibbolè haleqet cap. 263-264.

A cura di Riccardo Di Segni

Regole particolari per quest‟anno (9 di Av di Shabat: orari validi per Roma):

Durante il Sabato 13 Agosto, che è il giorno effettivo del 9 di Av, sono vietate manifestazioni pubbliche di lutto. Secondo alcuni non sono consentiti i rapporti coniugali e lo studio della Torà, ad eccezione della Parashà settimanale (così usano in genere gli Ashkenaziti), mentre i Sefardim e gli Italiani sono tendenzialmente più permissivi.

La sera del Sabato 13 Agosto si può mangiare e bere a volontà a Roma fino alle 20:11, senza alcuna delle limitazioni che si applicano quando la vigilia del 9 di Av capita di giorno feriale.

Le scarpe di cuoio si possono tenere fino a 20-30 minuti dal tramonto (20:31-20:41).

Shabbat finisce alle 20.56. Per facilitare l‟arrivo con i mezzi al Tempio Maggiore da posti lontani l‟inizio di Arvit è stato posticipato alle 21:30.

L‟havdalà si divide: sabato sera si recita la formula attà hivdalta nella „amidà e poi si   benedice solo sul lume. Chi deve fare qualche lavoro (esempio andare in macchina ecc.) e non  ha detto ancora la „amidà reciti la formula: Barùkh hamavdil ben qodesh lechol. Alla fine del  digiuno (ore 20:40 di Domenica sera) si benedice sul vino e con l‟ultima benedizione della havdalà. Gli ashkenazim che non bevono vino quella sera possono benedire su altra bevanda (come birra) o darlo da bere a un minore; se non c‟è un minore possono berlo gli adulti. Chi non può osservare il digiuno, dovrà fare la havdalà prima di mangiare, recitando tutte le berakhòt, tranne quella sui profumi.

Alla fine del digiuno gli Ashkenazim usano evitare carne e vino (ma solo la sera, in quanto posticipato), gli altri no.

2016-07-29_140510


Parashà Balàk: Bil’am il superbo

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Il re moabita Balàk aveva chiesto l’aiuto del mago Bil’am mandandogli questo messaggio: “Ecco un popolo uscito dall’Egitto ricopre la superficie del paese. Esso mi sta di fronte. Ora vieni, maledici per me questo popolo poiché esso è più forte di me. Forse potrò batterlo e scacciarlo dal paese giacché so che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto” (Bemidbàr, 22:5-7). Bil’am, in un primo momento rifiutò la richiesta e il re Balàk gli mandò a dire “Che ti farò grande onore e farò tutto quello che mi dirai. Ma vieni e maledicimi questo popolo” (ibid., 22:17). A questa seconda richiesta Bil’am rispose agli ambasciatori di Balàk: “Anche se Balàk mi desse la sua casa piena di argento e d’oro non potrò trasgredire l’ordine dell’Eterno mio Dio e fare cosa piccola o grande” (ibid., 22:18).

R.Yehudà Leib Halevi Edel (Polonia, 1757-1828) in Afikè Yehudà (p. 621) chiede per quale motivo se Bil’am poteva anche benedire, Balàk non gli chiese una benedizione per poter combattere contro gli israeliti e invece gli chiese di maledirli. Egli risponde che Balàk si rendeva conto che una persona corrotta come Bil’am avrebbe potuto solo fare del male e se avesse dato una benedizione, avrebbe potuto farlo solo per chi era già benedetto.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1465-1550, Bologna) commenta invece che Balàk aveva detto a Bil’am “che chi tu benedici è benedetto” solo per rispetto, per non sottintendere che lo considerava solo capace di fare del male.
R. Ya’akòv Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, New York) in Emèt Le-Ya’akòv paragona le parole di Bil’am che disse: “Anche se Balàk mi desse la sua casa piena di argento e d’oro…”, alla risposta di R’ Yosè ben Kismà nelle Massime dei Padri (Pirkè Avòt, 6:9). Nella mishnà è detto: “Disse R. Yosè ben Kismà: «una volta andavo per strada e mi fermò un uomo che mi salutò e ricambiai il saluto. Mi disse: rabbì, in quale città abiti? E risposi: in una grande città di saggi e di scribi. Egli mi disse: rabbì, vuoi venire ad abitare con noi e io ti darò mille migliaia di denari d’oro e pietre preziose e perle? Gli risposi: figlio mio, anche se mi dessi tutto l’argento e l’oro, pietre preziose e perle del mondo io non voglio abitare altro che in un posto dove c’è Torà. Perché quando una persona lascia questo mondo non porta con se né argento, né oro, né pietre preziose o perle, ma solo la Torà [che ha imparato] e le sue buone azioni»”.
La differenza tra le due risposte è che Bil’am (che era un uomo corrotto) aveva menzionato una quantità specifica nella sua risposta (“la sua casa piena di argento e d’oro”) e se Balàk gli avesse offerto, non una casa, ma due case piene di oro o d’argento o anche di più, Bil’am avrebbe fatto subito quello che Balak gli aveva chiesto. R. Yosè ben Kismà invece aveva risposto che non avrebbe acconsentito per nessuna cifra ad abitare in una città di gente ignorante.
R. Barùkh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) risponde alla stessa domanda posta da R. Kamenetzky in modo diverso. Egli spiega che c’è una grande differenza tra la risposta di Bil’am e quella di R. Yosè ben Kismà. Chi brama ricchezze, come Bil’am, lo fa per cose che è possibile ottenere in un modo o nell’altro; mentre chi non ha il desiderio di arricchirsi, come R. Yosè ben Kismà, indicando una cosa impossibile, come quando parlò di “tutto l’oro del mondo”, è evidente che lo fece solo per rifiutare un’offerta e non perché avesse interesse alle cose materiali. Inoltre R. Yosè ben Kismà rispose all’offerta con gli stessi termini in cui l’offerta gli era sta presentata. L’uomo gli aveva offerto tutto l’oro del mondo e R. Yosè ben Kismà aveva rifiutato tutto l’oro del mondo. Il dialogo tra Balàk e Bil’am era stato diverso: Balàk gli aveva detto “Ti farò grande onore” e non aveva specificato nessuna cifra come pagamento a Bil’am per i suoi servizi. Era stato Bil’am che invece di rispondere che l’onore non gli interessava aveva risposto a Balàk menzionando “La sua casa piena di oro e d’argento”. Era una risposta che non corrispondeva all’offerta e che rivelava che tipo di persona corrotta fosse Bil’am. Su che tipo di persona fosse Bil’am i maestri nei Pirkè Avòt (5:19) affermano che la personalità del malvagio Bil’am era contraddistinta da “invidia, ingordigia e superbia”.
Per questo motivo R. Moshè David Valle (Padova, 1697-1777) nel suo commento ai Salmi (Tehillìm, 148:20) scrive che Bil’am ebbe la profezia solo temporaneamente, affinché le maledizioni che voleva dare fossero trasformate in benedizioni. Subito dopo tornò ad essere il mago Bil’am perché a una persona impura come Bil’am lo spirito profetico fu dato solo in quell’occasione per il bene d’Israele.

Donato Grosser


Parashà Chukkàt: La bella morte di Aharon

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imageIn questa parashà la Torà tratta l’argomento della morte di Aharon con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè e ad Aharon presso il monte Hor, al confine della terra di Edom dicendo: Aharon si dovrà ricongiungere al suo popolo perché non verrà nella terra che ho dato ai figli d’Israele perché avete disobbedito al mio comando presso le acque della disputa. Prendi Aharon e suo figlio El’azàr e falli salire sul monte Hor. Togli ad Aharon i suoi vestimenti [di Kohèn Gadòl] e falli indossare a suo figlio El’azar; e Aharon si ricongiunga [ai suoi avi] e muoia…” […] e Aharon morì li sulla cima della montagna e Moshè ed El’azàr scesero dalla montagna. E tutta la congregazione vide che Aharon era morto e tutta la casa d’Israele pianse Aharon per trenta giorni (Bemidbàr, 20: 23-29).  R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] cita il navì (profeta) Mikhà che dice: “Popolo mio, che t’ho io fatto? In che t’ho io travagliato? Testimonia pure contro di me! Poiché io ti trassi fuori dal paese d’Egitto, ti redensi dalla casa di schiavitù, mandai davanti a te Moshè, Aharon e Miriam (Michea, 6:3-4) e conclude dicendo: “O uomo, egli t’ha fatto conoscere ciò ch’è bene; e che altro richiede da te l’Eterno, se non che tu pratichi ciò ch’è giusto, che tu ami la misericordia, e cammini col tuo Dio senza metterti in mostra?” (Ibid. 6:8). R. Hirsch osserva che questi tre elementi della nostra missione morale caratterizzano l’opera dei nostri tre leader. La giustizia era la missione primaria di Moshè; la benevolenza era quella di Aharon; e la modestia era quella di Miriam. Nei Pirkè Avòt (1:12) è detto che Aharon amava la pace, perseguiva la pace e metteva pace tra le persone. Per questo quando morì Moshè è scritto che i figli d’Israele [gli uomini] piansero per la morte di Moshè (Devarìm, 34:8), mentre quando morì Aharon è scritto “L’intera casa d’Israele [uomini e donne] pianse per Aharon per trenta giorni” (Bemidbàr, 20:29). Rashi [Francia, 1040-1104] nel suo commento alla Torà scrive che l’Eterno disse a Moshè di parlare ad Aharon con parole di consolazione dicendogli: “sii felice che vedrai che la tua corona viene data a tuo figlio, al contrario di quello che avverrà con me”. R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin [Belarus, 1816-1893, Varsavia] detto il Natziv dalle sue iniziali, nel commento Ha’amèk Davàr, scrive che tutti videro la scena incredibile dei tre grandi della generazione che salivano sul monte senza sapere il motivo e a maggior ragione furono sorpresi nel vedere Aharon che andava con i vestimenti del Kohèn Gadòl (sommo sacerdote) sapendo che possono essere indossati solo nel Mishkàn (Tabernacolo) e capirono che stava avvenendo qualcosa di importante. E quando videro che erano tornati solo Moshè ed El’azàr, quest’ultimo con i vestimenti del Kohèn Gadòl, si resero conto che Aharon era morto.

Rashi, citando il Midràsh Tanchumà descrive come morì Aharon: Moshè gli disse: “Entra nella caverna ed egli entrò. Sali sul letto ed egli salì. Stendi le tue braccia ed egli le stese. Chiudi la bocca ed egli la chiuse. Chiudi gli occhi ed egli li chiuse”. Così morì Aharon.
R. Ya’akov Kamenetzky [Lituania, 1891-1886, New York] in Emet Le-Ya’akov cita i Maestri nel trattato talmudico Berakhòt (8a) dove affermano che vi sono novecentocinque modi di morire. La morte più dura è quella per strangolamento, la più lieve è quella denominata “morte con un bacio” come la morte di Aharon, la morte dei grandi giusti. La morte con un bacio è lieve come quando si toglie un capello dal latte e il latte rimane completo. Nello stesso modo quando un giusto muore l’anima rimane completa. Quando un uomo muore con sofferenze il corpo e l’anima sono in conflitto: l’anima vuole staccarsi completamente dal corpo, mentre il corpo non vuole permetterlo. Per questo quando una persona muore, nel Talmud viene usata l’espressione “nach nafshè” con il significato che l’anima ha cessato di lottare con il corpo.
R. Tzaddok Hakohen [Kreisburg, 1823-1900, Lublino] in Resisè Laila (cap. 56, p. 155, Lublino, 1903) spiega che quando più una persona è attaccata alle cose di questo mondo, tanto più è difficile staccarsi dalla vita terrena. Per coloro che erano totalmente attaccati alla materialità i Maestri nel trattato Berakhòt (8a) paragonarono il trapasso dalla vita alla morte come l’estrazione di un fiore spinoso dalla lana di una pecora per cui è impossibile che le spine non portino via della lana. Per i giusti della statura di Moshè e di Aharon le cui anime erano rimaste pure come quando erano arrivate sulla terra, quando l’anima viene riunita al Creatore, il passaggio avviene senza sforzo, senza rimpianti e senza sofferenza. Questa è la morte più bella.

Donato Grosser


Parashà Korach: Il tradimento dei Kehatiti

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Nella parashà viene raccontato che Kòrach, un levita cugino di Moshè, organizzò una ribellione contro Moshè e Aharòn dicendo: “Vi basti. Nella comunità sono tutti kedoshìm e in mezzo a loro l’Eterno, e perché vi elevate al di sopra della congrega dell’Eterno?” (Bemidbàr, 16:3).

Rashi [Francia, 1040-1104] nel suo commento alla Torà spiega che Kòrach accusò Moshè di nepotismo affermando che tutto il popolo aveva sentito la parola dell’Eterno sul Monte Sinai e pertanto se Moshè aveva preso per se il ruolo di re, non avrebbe dovuto selezionare suo fratello Aharòn come Kohèn (sacerdote). Kòrach reclamava quindi per se il ruolo di sacerdote. Moshè aveva invece fatto tutto seguendo gli ordini dell’Eterno e quando sentì queste false accuse “Cadde col viso a terra” (Bemidbàr, 16:4).
Rashì commenta questo versetto e scrive: “Cadde col viso a terra per via della ribellione perché questa era la quarta offesa” [del popolo nei confronti dell’Eterno]. La prima era stata quella del vitello d’oro, quando il popolo pensò che Moshè, salito sul monte Sinai per quaranta giorni, non sarebbe tornato e foggiarono una statua di un animale per sostituire Moshè (Shemòt, 32). La seconda offesa avvenne quando il popolino si lamentò di dover mangiare sempre e solo manna, mentre in Egitto avevano a disposizione tutto il bene di Dio (Bemidbàr, 11). La terza offesa aveva avuto luogo quando il popolo, spaventato da quello che raccontarono gli esploratori che erano andati a perlustrare la terra di Canaan, si ribellò all’idea di dover andare a conquistare la Terra Promessa e reclamò che era meglio tornare in Egitto (ibid., 14). In tutte tre queste occasioni Moshè pregò per il popolo e che le loro offese fossero perdonate. Ora questa era la quarta offesa e Rashì commenta che con la ribellione di Koràch a Moshè ”caddero le braccia”.
Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, Il Cairo] nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, 3:5) scrive: “Quando vengono pesati i peccati e i meriti di una persona non viene contato il primo e il secondo peccato; il conto inizia dal terzo […] Questo vale per gli individui, come è scritto [nel libro di Giobbe]: “Ecco. Dio fa tutto questo due volte, tre volte con l’uomo” (Iyov, 33:29). Tuttavia per la comunità vengono sospesi, il primo, il secondo e il terzo peccato, come è detto: “Così ha detto l’Eterno: per i tre peccati di Israele, e al quarto non revocherò” (‘Amòs, 2:6) e quando si calcolano i loro peccati in questo modo si inizia dal quarto in poi”.
R. Chayim Yosef David Azulai [Gerusalemme, 1724-1806, Livorno] detto il Chidà dalle sue iniziali, nel suo commento Penè David, riferendosi alle halakhòt del Maimonide che per la comunità vengono contati i peccati dal quarto in poi, osserva che in questo caso la regola non dovrebbe essere appropriata perché il primo peccato era quello del vitello d’oro, ossia un peccato d’idolatria, e l’idolatria è tanto grave che ha un peso equivalente a quello di tutte le mizvòt (precetti) della Torà. In secondo luogo il Chidà osserva che questa ribellione era fomentata dai Leviti che non avevano commesso il peccato del vitello d’oro, tanto è vero che in quell’occasione Moshè disse: “Chi è con l’Eterno venga con me, e tutti i figli di Levi si raggrupparono attorno a lui” (Shemòt, 32:26). E aggiunge che il Leviti non peccarono neppure durante l’episodio degli esploratori. Pertanto afferma il Chidà, anche se i leviti fossero stati colpevoli del peccato delle lamentele, per loro questa era solo il secondo peccato. Perché quindi a Moshè caddero le braccia? La spiegazione più semplice è che dal momento che erano coinvolti anche gli israeliti, questo era il quarto peccato.
R. Moshè Alshikh [Adrianopoli, 1508-1593, Safed] nel suo commento Toràt Moshè spiega che Moshè rimproverò  Koràch e i suoi seguaci dicendo che il loro comportamento era molto grave considerando il fatto che non erano abituati a lamentarsi e non avevano peccato né nell’episodio del vitello d’oro né in quello degli esploratori. R. Alshikh aggiunge che era fuori carattere per un uomo misericordioso e paziente come Moshè fare un discorso così duro nei confronti di Kòrach e dei suoi seguaci dicendo: “Se costoro moriranno come ogni uomo in modo naturale l’Eterno non mi ha mandato. Se invece l’Eterno creerà una voragine che inghiottirà loro e tutto quello che hanno e vi scenderanno vivi, questo sarà segno che costoro hanno bestemmiato contro l’Eterno” (Bemidbàr, 16: 29-30). R. Alshikh risponde che era necessario sedare la ribellione affinché le idee di Kòrach, che negava che Moshè avesse operato seguendo la parola dell’Eterno, e quindi negava che la Torà fosse di origine divina, prendessero piede presso il resto del popolo.

Donato Grosser

 


Parashà Shelàkh: una mitzwà per ricordare tutte le mitzwòt

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Nel numero 11 di Segulat Israel appena pubblicato, Michael Wagner Cogoi di Gerusalemme ha scritto un lungo e comprensivo articolo sulla mitzwà del tzitzìt, di cui anticipiamo una piccola parte in questa pagina.
Quando si indossa un indumento con quattro angoli, è mitzwà fare sì che sia dotato di tzitzìt, come è scritto “che facciano delle frange (tzitzìt) agli angoli delle loro vesti” (Bemidbàr, 15:38) e “ti farai dei fili intrecciati ai quattro angoli del vestito con il quale ti coprirai (Devarìm, 22:12). Qual è la funzione del tzitzìt? Nel Cantico dei Cantici (2:9) la parola metzìtz significa “osservare attentamente”. Con riferimento al tzitzìt, nella Torà è scritto: “Quando voi lo vedrete, ricorderete tutti i comandamenti dell’Eterno e li eseguirete“ (Bemidbàr. 15:39). Da ciò si deduce che se si indossa un indumento con i tzitzìt non solo si compie una mitzwà, ma si ha con sé anche una sorta di promemoria visivo che conduce all’osservanza di tutte le altre mitzwòt.
Il tosafista R. Yitzchàk di Corbeil [Francia, XIII secolo] nel Sèfer Mitzwòt Katàn (28), afferma che guardare il tzitzìt è una delle 613 mitzwòt perché è scritto “lo vedrete”. La funzione visiva è quindi parte integrale della mitzwà del tzitzìt dato che, come insegnano i nostri Maestri, “Vedendo ci si ricorda e il ricordare conduce all’azione” (T.B., Menachòt, 43b). Un’allusione alla funzione propedeutica del tzitzìt deriva dal fatto che il nome, le componenti e la struttura stessa del tzitzìt costituiscono, nel loro insieme, un riferimento alle mitzwòt. Rashì spiega che la ghematrià (il valore numerico delle lettere) della parola tzitzìt è 600. Se a questo numero si aggiungono gli 8 fili dai quali è composto e i 5 nodi con i quali è annodato, si giunge a 613 che è il numero delle mitzwòt della Torà.
Il versetto “Quando voi lo vedrete, ricorderete tutti i comandamenti dell’Eterno e li eseguirete” (Bemidbàr, 15:39) continua con le parole “e non devierete seguendo i vostri cuori e i vostri occhi”. I Maestri nel Midràsh Tanchumà (15) spiegano che gli occhi sono gli strumenti che muovono la spirale che porta alle trasgressioni, dato che “l’occhio vede, il cuore desidera e il corpo compie le trasgressioni”.
Per insegnare l’importanza della mitzwà del tzitzìt i nostri Maestri nel trattato talmudico Menachòt (44a) raccontano di un uomo che era affetto da un grave vizio ed era disposto a spendere grandi somme per soddisfarlo. In un’occasione egli intraprese un viaggio lontano da casa per soddisfare il proprio vizio, tuttavia proprio prima di compiere una trasgressione i tzitziòt lo schiaffeggiarono ed egli si tirò indietro.
R. Moshè Alshich [Adrianopoli, 1508-1593, Safed] nel suo commento Toràt Moshè (Bemidbàr, 15:39) spiega che lo spirito di qedushà che gli venne infuso dai tzitziòt lo risvegliò al punto che gli apparve che i tzitziòt fossero due testimoni arrivati sul posto per impedirgli di compiere trasgressioni. Un esempio della duplice funzione del tzitzìt di aiutarci a non compiere trasgressioni e a osservare le mitzwòt.
L’autore del Sefer Ha-Chinùkh [Barcellona, XIII secolo] nella mitzwà 387 spiega il versetto “non devierete seguendo i vostri cuori e i vostri occhi” (Bemidbàr, 15:39) dicendo che l’ammonimento di non seguire i cuori è un riferimento alle idee che allontanano dalla Torà; quello di non seguire i propri occhi è invece un riferimento ai desideri di questo mondo che ci possono distogliere dall’osservare la Torà.
R. Israel Meir Ha-Kohen [Belarus, 1839-1933] detto il Chafètz Chayìm nella sua opera Shemiràt Ha-Lashòn (fine cap. 3) scrisse che quando si hanno pensieri impropri o quando ci si incollerisce e si perde il self control è importante guardare i tzitziòt. I Maestri insegnano che quando si perde il self control si rischia di commettere i peggiori peccati (T.B., Shabbàt, 105b). Da qui impariamo che una terza funzione del tzitzìt è quella di aiutarci a controllare anche i nostri pensieri.
R. ‘Ovadià Sforno [ Cesena, 1479-1550, Bologna] nel commentare il versetto “in modo che ricorderete e osserverete tutte le Mie mitzwòt e sarete qedoshìm per il vostro Dio”(Bemidbàr, 15:40-41) afferma che i tzitziòt fanno sì che “possiate ricordare, essere liberi da pensieri vani e quindi ricordare le meraviglie della Torà e grazie a loro riconoscere la grandezza dell’Eterno e la Sua benevolenza e, in questo modo, fare tutte le Sue mitzwòt con amore e riverenza ed essere qedoshìm”. È per questi e per altri motivi che i nostri Maestri insegnano che “l’osservanza della mitzwà del tzitzìt vale tanto quanto tutte le mitzwòt della Torà” (Menachòt, 43b).

Donato Grosser


Precisazioni di Rai 3 in merito al servizio “Ma siamo sicuri?” del 19 giugno

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Riportiamo di seguito la precisazione pubblicata da Rai 3 all’interno del proprio sito web con una nota del 28/06/2016

NOTA DEL 28/06/2016
Nella puntata dello scorso 19 giugno, all’interno del servizio “Ma siamo sicuri?”, abbiamo erroneamente indicato il Sig. Ugo Foà quale Capo della Comunità Ebraica. La CER ci fa sapere che il Sig. Foà non riveste, né ha mai rivestito tale carica. Ci scusiamo con i telespettatori e con la CER per l’errore, compiuto in totale buona fede e da imputarsi all’elevato numero di pubblicazioni nelle quali, erroneamente, tale carica gli veniva attribuita. Il signor Foà rappresenta un’importante memoria storica della sua comunità, ma non riveste e non ha mai rivestito alcuna carica in seno al CER.

Per consultare la nota online, clicca qui


Parashà di Beha’alotekhà: Chi può affermare di essere umile?

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imageAlla fine della parashà è scritto che Miriam, sorella maggiore di Moshè, si rivolse al fratello Aharon dicendo “L’Eterno ha forse parlato solo con Moshè? Non ha parlato anche con noi?” (Bemidbàr, 12:2), volendo così affermare che il livello di nevuà (profezia) di Moshè non era superiore al suo e a quello di Aharon. Nel versetto seguente è scritto: “E l’uomo Moshè era molto umile (‘anaw) più di ogni altro essere umano sulla terra”. Subito dopo è scritto che l’Eterno apparve in profezia a tutti e tre con parole di rimprovero nei confronti di Miriam e di Aharon dicendo che: “… Moshè è come un servitore fedele nella Mia casa. Con lui parlo senza intermediari con una visione che non contiene allegorie…” (ibid., 12:7-8).

R. Moshè Alshich [Adrianopoli, 1508-1593, Safed] nel suo commento Toràt Moshè afferma che normalmente quando una persona viene sospettata di qualcosa, risponde per giustificarsi. Sarebbe quindi stato opportuno che Moshè rispondesse alla sorella e le spiegasse che egli era differente da loro e non tacere ed aspettare che l’Eterno rispondesse per lui. Per questo motivo, subito dopo la conversazione di Miriam con Aharon, la Torà descrive l’umiltà di Moshè. Moshè per via della sua umiltà non poteva rispondere e dire che egli era superiore a tutti gli esseri umani e che la sua profezia era superiore a quella di tutti gli altri profeti.
R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] scrive che anaw significa possedere altruismo totale (selflessness) al punto che Moshè non pensava affatto a se stesso e alla sua grandezza. L’umiltà di Moshè consisteva nel fatto che annullava se stesso e la sua volontà a quella dell’Eterno. Miriam e Aharon non sapevano nulla del livello profetico di Moshè per via della sua estrema umiltà, per cui egli non aveva mai detto nulla del suo livello profetico e del suo rapporto unico con l’Eterno. R. Hirsch aggiunge che è anche possibile che egli ritenesse di non essere il solo ad avere quel livello di profezia.
Nel trattato talmudico Sotà (49a) la mishnà afferma che “quando morì R. Yehudà Hanassì scomparve l’umiltà e il timore del peccato”. Nella successiva discussione talmudica è detto:”Rav Yosef disse [a chi insegnava la mishnà] di non includere [nella mishnà] la parola umiltà perché ci sono io“. Rashi [Francia, 1040-1105] spiega che Rav Yosef voleva dire “perché io sono umile”.
R. Shemuel Eli’ezer Halevi Edels [Polonia, 1555-1631] commenta che non è cosa consueta per i maestri vantarsi delle proprie qualità come è scritto nei Proverbi di re Salomone“Ti lodi un estraneo e non la tua bocca” (Mishlè, 27:2); tuttavia R. Yosef dovette obiettare affinché non venisse diffuso un insegnamento errato.
R. Avraham Borenstein [Polonia, 1838-1910] rebbe di Sochaszev, nella sua opera di responsi Avnè Nèzer (Chòshen Mishpàt, 95:12) scrive che la consapevolezza del proprio livello non è in contrasto con l’umiltà. Moshè nostro maestro, era consapevole del fatto che era stato lui a fare miracoli e a ricevere la Torà, eppure nella Torá vi è scritto “E non vi fu più in Israele un navì (profeta) come Moshè” e la Torà stessa testimonia che era umile all’estremo. E cita il trattato Avòt deRabbì Natàn (cap. 9) dove è scritto che a Gerusalemme vi erano persone con gravi malattie della pelle e con tutto ciò Moshè era più umile di loro perché annullava se stesso al punto di non sentirsi superiore nonostante le sua qualità.
R. Yehuda Arye Leib Alter [Polonia, 1847-1905] rebbe di Gur (Góra Kalwaria) nei Likutè Sefàt Emèt offre una diversa spiegazione all’affermazione di R. Yosef. L’affermazione della mishnà “Scomparve l’umiltà” non significa che l’umiltà era scomparsa del tutto. La mishnà vuole dire che l’umiltà, che prima era ampiamente diffusa, ora è rimasta a pochi singoli. E Rav Yosef intendeva dire che dal momento che vi è lui che ha umiltà, ce ne devono essere molti altri dappertutto. La mishnà è quindi corretta nella sua affermazione, tuttavia R. Yosef nella sua umiltà credeva che non fosse così.
Un’altra giustificazione alle parole di Rav Yosef è quella del Chidà, come veniva chiamato R. Chaim Yosef David Azulai [1724, Gerusalemme-Livorno, 1806] citato da R. Ya’akov Marcus nel suo commento al trattato Sotà. R. Yosef temeva che se l’affermazione della mishnà che l’umiltà era scomparsa fosse diventata il testo accettato e ripetuto a memoria dagli studiosi, egli stesso avrebbe potuto perdere la sua umiltà e per questo motivo fu costretto ad obiettare. Lo stesso R. Marcus cita un’altra fonte che menziona, a nome del Gaon di Vilna, che vi era un saggio del Talmud che si chiamava in aramaico “Ana” che significa “Io”. R. Yosef non parlava quindi di se stesso ma di un altro dicendo che “c’è Io” e non “che ci sono io”!

Donato Grosser


Parashà di Nassò: La protezione spirituale è altrettanto importante quanto quella fisica

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La parashà precedente si era conclusa con il censimento della famiglia di Kehat, della tribù di Levi. Questa parashà inizia con l’ordine di contare le altre due famiglie, quella di Ghershon e quella di Merarì, con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè dicendo di censire anche i figli di Gershon secondo i casati dei padri e le relative famiglie, dai trenta anni in su fino a cinquant’anni, tutti quelli che vengono a svolgere il servizio comunitario (“litzvò tzavà) e a servire nella tenda del convegno” (Bemidbàr, 421-23).
R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] nel suo commento alla Torà, osserva che Gershon era il primogenito di Levi e come tale sarebbe stato logico aspettarsi che la sua famiglia fosse stata censita per prima. Egli spiega che la Torà in questo passo stabilisce l’ordine con il quale gli oggetti del Mishkàn (il Tabernacolo mobile) vengono maneggiati quando gli israeliti si apprestavano a muovere il loro accampamento per partire verso una nuova destinazione. Dal momento che i Kehatiti avevano la responsabilità di trasportare l’Aròn (l’arca) con le tavole della legge, che era l’oggetto più importante e per il quale era stato costruito il Mishkàn, essi erano i primi ad essere censiti. Il fatto che riguardo alla famiglia di Gershon sia scritto di censire “anche loro”, dimostra che la precedenza data ai Kehatiti non era stata data per discriminare nei confronti dei Gershonidi. R. Hirsch cita a questo proposito il Midràsh (Bemidbàr Rabbà, 6:2) dove i Maestri affermano che è scritto “anche loro” affinché non si dica che i Gershonidi erano inferiori ai Kehatiti. I Kehatiti erano stati censiti per primi per dare onore alla Torà che essi trasportavano.
Il fatto che l’arca e le tavole della legge fossero state date proprio ai Kehatiti e non ai Gershonidi richiede una spiegazione. R. Shlomo Efraim Lunschitz [Lunschitz, 1550-1619, Praga] nel suo commento Kelì Yakàr alla Torà pone proprio questa domanda e offre diverse spiegazioni. A rigor di logica l’Aròn sarebbe spettato a Gershon che era il primogenito. Egli suggerisce che l’Eterno vuole insegnare ad aver rispetto per i Maestri di Torà; questo perché se l’Aròn con le tavole della legge fosse stato affidato a Gershon tutti avrebbero detto che la scelta era stata fatta perché era il primogenito. Con questo il Midràsh vuole anche insegnare che la Torà non discrimina e chiunque può aspirare alla “corona della Torà”. Cosi non è invece con la “corona del regno” che è riservata ai discendenti di re Davide e alla “corona della Kehunà” (sacerdozio) che è riservata ai kohanìm discendenti di Aharon (Aronne). Un’altra spiegazione è che l’Aròn non fu dato al primogenito affinché non credesse di essere troppo importante. Una terza spiegazione è che l’Aròn fu affidato ai Kehatiti perché Moshè e Aharon appartenevano alla stessa famiglia.
R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin [Belarus, 1816-1893, Varsavia] il capo della grande yeshivà (accademia talmudica) di Volozhin, detto Natziv dalle sue iniziali, si sofferma sull’espressione “Litzvò tzavà” che qui sopra abbiamo tradotto con “servizio comunitario”. Il primo significato della parola “Tzavá” è quello di esercito e nel censimento di tutte le altre tribù la parola “tzavà” viene tradotta in questo modo. Infatti nella parashà di Bemidbàr (1:3) è scritto “Dall’età di venti anni in su, tutti quelli che in Israele possono andare nell’esercito, tu ed Aharon ne farete il censimento, secondo le loro schiere”. A differenza delle altre tribù per le quali vennero censiti per l’esercito i maschi di età dai venti ai sessant’anni, nella tribù di Levi il censimento comprese solo i maschi dai trenta ai cinquant’anni. Il Natziv spiega che la parola Tzavà in generale significa “incarico” e anche “raggruppamento di persone per uno scopo specifico”. La doppia espressione “litzvò tzavà” usata per i Gershonidi è un accenno al fatto che nel Bet Ha-Mikdàsh (il Santuario di Gerusalemme) essi furono addetti al canto e alla musica.
R. Moshe Gafni, dopo aver consultato le opinioni di vari commentatori, conclude che la parola Tzavà ha il significato di “un gruppo di persone che abbandonano la vita privata per occuparsi dell’interesse nazionale”. Pertanto così come coloro che per l’interesse nazionale si arruolavano nell’esercito per prepararsi a combattere, anche per gli uomini della tribù di Levi che non venivano arruolati nell’esercito ma si dedicavano al servizio nel Bet Ha-Mikdàsh e allo studio e all’insegnamento della Torà, come scrive il Maimonide alla fine delle Hilkhòt Shemità Ve-Yovel, viene usata la parola “tzavà”. Questo perché chi si occupa della difesa e del progresso spirituale del popolo d’Israele è altrettanto un membro di una Tzavà come coloro che si occupano della protezione della nazione.

Donato Grosser


Shavu’òt: IL sigillo dell’Eterno è “Verità”

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R. Avraham Kroll [Lodz, 1912-1983, Gerusalemme] nella sua opera Bifkudekha Asicha (p. 497) in una omelia sulla festa di Shavu’òt, quando si commemora il giorno in cui fu data la Torà al popolo d’Israele alle falde del Monte Sinai, cita il Midràsh Yalkùt Shim’onì che commenta un versetto del profeta Isaia (Yesha’yà, 45:19) dove è scritto: “Non ho parlato in segreto in qualche luogo tenebroso della terra, non ho detto alla progenie di Giacobbe: Cercatemi invano! Io, l’Eterno, parlo con giustizia, dichiaro le cose che son rette”. A questo proposito R. Yossè disse: “il Santo Benedetto disse: non ho dato la Torà né in un luogo tenebroso, né in un luogo nascosto, né in un luogo oscuro; la Torà è stata data ad Israel nel deserto, in un luogo pubblico, in un luogo aperto a tutti, perché se fosse stata data in Eretz Israel (nella Terra d’Israele) avrebbero detto alle nazioni del mondo che essi non né avevano parte. Per questo fu data nel deserto, in pubblica assemblea [alla presenza di seicentomila uomini], in un luogo aperto a tutti, per dire che chi la vuole ricevere, venga e la riceva. Non è possibile affermare che fosse stata data di notte perché è detto: «E fu nel terzo giorno verso mattina» (Shemòt, 19:16 ); né affermare che fosse stata data in silenzio perché è detto: «E vi furono tuoni e lampi» (ibid.); o anche affermare che non sentissero la voce perché è detto [come spiega R. Yehuda Moscato [Osimo, 1530-1593, Mantova], in Nefutzòt Yehudà, 12]: «Tutto il popolo comprendeva che era la voce dell’Eterno» (ibid.,20:18). Ed è anche detto: «La voce dell’Eterno è potente, la voce dell’Eterno è piena di maestà» (Tehillìm, 29)”.

R. David Kimchi [Provenza, 1160-1235] detto Radak, commenta che l’Eterno disse: “Quando parlai durante la vostra presenza (ma’amad) al Monte Sinai, non lo feci in luogo nascosto e oscuro, né in un luogo da cui nessuno poteva vedere o sentire. Mi sono rivelato sul Monte Sinai alla progenie di Ya’akov con tuoni e fulmini, con una fitta nube e con un potente suono dello shofar (buccina). Le voci furono sentite dai luoghi vicini al Sinai e da li sentirono altri ed altri da altri, perché era impossibile che un avvenimento così imponente non venisse a conoscenza di tutto il mondo antico. E tutto questo non fu invano ma affinché si sapesse che sono Iddio. E in quell’occasione dissi alla progenie di Ya’akov “Io sono l’Eterno tuo Dio” e che non cercassero altri al di fuori di Me […] e così pure a tutti gli uomini. Solo che gli israeliti si attaccarono a me più di ogni altro popolo e li presi come possesso prediletto. Gli altri popoli avrebbero dovuto imparare da loro e non cercare falsi dei”.
Il significato di tutto questo, afferma rav Kroll, è che vi sono dottrine create nell’oscurità, propagandate da assassini che rivoluzionano il mondo con sangue e fuoco. Essi però temono la luce del giorno, come l’angelo di Esau che combatté contro Ya’akòv (Giacobbe) solo di notte, come è scritto:”E combatté un uomo con lui fino all’alba” (Bereshìt, 32:25). Quando però arriverà il mattino rappresentato dal versetto “E tutta la terra sarà ricoperta di conoscenza dell’Eterno” (Yesha’yà, 11:9), allora l’angelo di Esau dirà: “Lasciami andare perché è arrivata l’alba” (Bereshìt, 32:27). Il compito della falsità è terminato e non ha più posto nel mondo. Una cosa simile avvenne con la rivolta di Kòrach quando Moshè nostro maestro disse: “Di mattina l’Eterno farà sapere chi è per Lui” (Bemidbàr, 16:5). Questo per dire che quando verrà la luce del mattino, la gloria dell’Eterno e della Sua Torà diventerà evidente. Questo è il significato “che la Torà fu data alla luce del giorno”, al contrario di quanto avvenne con le dottrine delle nazioni.
Rav Kroll aggiunge che nel trattato talmudico Pesachìm (24a) i Maestri insegnano che la Torà non fu data ai patriarchi affinché qualcuno non pensasse erroneamente che il suo compito era solo quello di mantenere in vita il popolo d’Israele nell’esilio dell’Egitto e quando sarebbero tornati in Eretz Israel non ne avrebbero avuto più bisogno. E anche se è vero che la Torà ha mantenuto in vita il popolo d’Israele durante l’esilio, [come disse R. Sa’adyà Gaon [Egitto, 882?-942, Bagdad] in Emunòt Ve-De’òt (Maamàr 3:7) che Israele è nazione solo grazie alla Torà”], la Torà non è stata data a questo scopo. È stata data perché essa è la sola verità e la verità è tale sia in esilio sia nella terra d’Israele, sia nel presente sia nel futuro. I Maestri insegnarono nel trattato Shabbàt (66b) che il sigillo del Santo Benedetto è emèt (verità). E perché il sigillo dell’Eterno è proprio “Emèt” e non Shalòm (Pace)? Perché è possibile che vi sia anche pace a metà ma non è possibile che vi sia mezza verità, perché mezza verità è falsità. Per questo il sigillo del Santo Benedetto è “Emèt”.

Donato Grosser