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Pacifici: “Bene il sostegno della Camera ai negoziati tra israeliani e palestinesi”

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“Abbiamo assistito in queste settimane al dibattito politico sul riconoscimento della Palestina che si è concluso con il voto di oggi alla Camera. Lo sforzo compiuto dal Partito democratico per portare in votazione un testo che da una parte potesse garantire il diritto di Israele ad esistere in sicurezza e dall’altra promuovesse la nascita di uno stato palestinese è stato grande. Non possiamo non ringraziare anche i rappresentanti di Ncd, Scelta Civica e Ap per il lavoro svolto e in particolare il ruolo del presidente della Commissione Esteri, Fabrizio Cicchitto che ha mediato in Parlamento con le diverse componenti politiche della maggioranza. Importante è stato anche il ruolo dell’opposizione che ha sottolineato la pericolosità di Hamas, un movimento che rifiuta di riconoscere lo Stato di Israele, mette in discussione il processo di pace minando le libertà a danno soprattutto della popolazione palestinese. Hamas è colpevole di aver trascinato Israele in guerra, dopo il rapimento e l’uccisione di tre giovani israeliani, scatenando il lancio di migliaia di missili a media e lunga gittata sul territorio israeliano. E’ importante che Hamas riconosca subito Israele e metta la parola fine alla sua propaganda di odio nei confronti dello Stato di Israele e dell’intero popolo ebraico. Per volere la pace bisogna essere in due e la posizione di Hamas oggi risulta un ostacolo. Come ha ben ricordato l’ambasciata d’Israele in Italia le soluzioni possono essere trovate solo entro i confini dei negoziati. Ecco perché siamo contenti che oggi il Parlamento italiano abbia deciso di non riconoscere lo Stato palestinese, ma di sostenere i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi al fine di giungere alla soluzione dei due Popoli e due Stati democratici, che auspichiamo da tempo”.

Lo dichiara il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Parashà di Tetzavè: l’onore dovuto all’Eterno e alle mitzvòt

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Cohen Gadol

In questa parashà l’Eterno comanda a Moshè di fare “dei vestimenti sacri per tuo fratello Aharon, per onore (kavòd) e ornamento (tifèret)”. Qual era lo scopo di questi vestimenti? L’autore anonimo del Sèfer Ha-Chinùkh, nello spiegare la funzione di questi vestimenti,  afferma che quando il Cohen si trovava nel Bet Ha-Mikdàsh doveva concentrare tutti i suoi pensieri al servizio divino. I vestimenti speciali facevano sì che vedendoli il Cohen si rendesse conto che si trovava in quel luogo per servire l’Eterno. La funzione dei vestimenti è simile quindi a quella dei tefillìn (filatteri) che tutti gli uomini ebrei devono portare per ricordare che l’Eterno è unico e che Egli ci ha dato la libertà facendoci uscire dall’Egitto.

 Il Nachmanide scrive che questi vestimenti dovevano essere eccezionalmente belli come i vestiti regali. I Maestri nel trattato talmudico Meghillà (12a) sottolineano che la parola “tifèret” della nostra parashà appare anche nella Meghillà di Ester. Infatti, quando il re Assuero volle mostrare tutta la sua gloria nel suo grande banchetto, si spogliò del  vestito regale e indossò quello del Cohen Gadòl (sommo sacerdote) portato in Babilonia dopo la conquista di Gerusalemme.

 R. ‘Ovadyà Sforno spiega nel suo commento alla Torà, nel quale trae indicazioni dagli insegnamenti dei Maestri del Talmud, che i vestimenti erano “in onore dell’Eterno perché erano indossati per il servizio divino” ed erano “come ornamento per far sì che il Cohen fosse riverito”. Nel Talmud babilonese (Shabbàt, 114a) i Maestri imparano una delle regole riguardanti l’osservanza dello shabbàt proprio dai vestimenti del Cohen Gadol. Durante tutto l’anno il Cohèn Gadòl faceva il servizio nel Bet ha-Mikdàsh con otto vestimenti, chiamati vestimenti d’oro. Di Kippur doveva cambiare diverse volte i vestimenti, perché parte del servizio richiedeva che usasse i quattro vestimenti cosiddetti “bianchi”. Nel passo talmudico viene insegnato che di shabbàt bisogna cambiare i propri vestiti e non indossare quelli settimanali sulla base del versetto che descrive il servizio del Cohen Gadòl nel giorno di Kippur, dove è scritto: “E si toglierà i vestimenti e ne indosserà degli altri” (Vayikrà, 6). I Maestri citano un insegnamento dalla scuola di R. Yishma’el che afferma che “la Torà ha qui insegnato una regola di buon comportamento e cioè che non bisogna servire vino al proprio Maestro con gli stessi vestiti con i quali si cucina”.

 R. Ya’akov Farbstein (Aholè Ya’akov, Shemòt, p.374) fa notare che i Maestri del Talmud insegnano che si dà onore allo shabbàt con vestiti speciali per via della kedushà (santità)  del giorno del Sabato, nel corso del quale gli israeliti devono comportarsi come quando servono vino al proprio Maestro. Pertanto di shabbàt non si devono indossare gli stessi vestiti dei sei giorni lavorativi. R. Farbstein aggiunge che la parola “tifèret” usata per i vestimenti dei Cohanìm viene usata riguardo allo shabbàt nelle berakhòt (benedizioni) che seguono la lettura della Haftarà (il passo dai libri dei profeti che si legge dopo la lettura della Torà di sabato e nelle ricorrenze), dove ringraziamo: “Per la Torà e per il servizio divino, per i profeti e per questo giorno del Sabato che ci hai dato per santificazione (kedushà) e per riposo (menuchà), per onore (kavòd) e per ornamento (tifèret)”. Inoltre, nel commento alla tefillà (libro di preghiere) di R. Eleazar di Worms, l’autore del Sèfer Ha-Rokèach, è scritto esplicitamente che le parole kavòd e tifèret si riferiscono proprio ai vestiti dello shabbàt (ed. 1992, p.559). E così pure scrive  Abudraham nel suo commento alla tefillà. Da entrambi questi antichi commentatori impariamo che esiste una somiglianza nella funzione dei vestimenti del Cohen Gadòl e dei vestiti che dobbiamo indossare di shabbàt.

 R. Moshè Chayim Luzzatto, nella sua opera etica Mesillàt Yesharìm (cap. 19, Chelkè ha-Chassidùt), sottolinea l’importanza di onorare e di abbellire  le mitzvòt. Egli scrive che “dal modo in cui venivano portate le primizie [a Gerusalemme, ponendole in vassoi d’argento e d’oro] impariamo quanto sia opportuno aggiungere alla mitzvà stessa per darle lustro”. Egli cita il trattato talmudico Shabbàt (10a), nel quale si insegna che Rava prima di pregare calzava delle scarpe di pelle fine per prepararsi a rivolgersi all’Eterno. E nel Midràsh (Bereshìt Rabbà, 65:16) i nostri Maestri raccontano che quando Esaù veniva a servire suo padre Yitzchàk (Isacco) si vestiva da Re. E, aggiunge R. Luzzatto, se così si fa per un altro essere umano a maggior ragione bisogna farlo quando ci si rivolge in preghiera all’Eterno. E cosi pure va fatto per onorare il Sabato, riguardo al quale il profeta Yesha’yà (Isaia) scrive “e lo onorerai” (58:13).

 R. Luzzatto aggiunge che sbagliano coloro che sostengono che l’onore è solo per gli esseri umani, i quali si fanno sedurre da queste vanità, ma che per il Santo Benedetto ciò non ha importanza perché Egli è superiore a queste cose e pertanto è sufficiente osservare la mitzvà nel modo prescritto. La verità è che il Signore Benedetto è chiamato “Dio dell’onore” ed è quindi nostro dovere darGli onore anche se Egli non ne ha bisogno e l’onore è per Lui insignificante e senza valore. E questa è proprio l’ammonizione del profeta Malakhì (1:8) ad Israele con le parole di Dio: “Se offrite un animale cieco come sacrifico non è forse male ai vostri occhi? Prova a portarlo in dono al tuo governatore. Credi che cosi troverai grazia ai suoi occhi o ti favorirà?”.

Donato Grosser


La lezione di Beautiful Israel sull’alimentazione

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Gli studenti di Scienze umane del liceo ebraico Renzo Levi hanno partecipato questa mattina al percorso formativo “Progettiamo insieme” promosso dalla Fondazione Roma 16 ottobre 1943 in collaborazione con l’associazione “Italian Council for a Beautiful Israel”, fortemente voluto dal preside Rav Benedetto Carucci, dal direttore del Dipartimento Educativo Giovani della Comunità ebraica di Roma e consulente della Fondazione Roma 16 ottobre 1943 per “Progettiamo insieme” Lidia Calò, dal coordinatore della Fondazione Ilana Bahbout e dal professore di Scienze Umane del Liceo Renzo Levi, Salvatore Attrotto.

La Fondazione Roma 16 ottobre 1943,  presieduta da Franco Di Nepi, da sempre si adopera sostenendo progetti scolastici che mirano a sviluppare le capacità personali e i talenti degli alunni, mentre Beautiful Israel è la prima associazione ecologista israeliana, conta 2.000 volontari provenienti da tutti i settori della società ed è composta da persone di diverse origini: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, beduini.

Il principio ispiratore di Beautiful Israel è che ogni individuo debba sentire  l’impulso positivo e la responsabilità per l’ambiente traducendo in pratica questa istanza nella convinzione che le ricadute delle proprie abitudini e dei propri comportamenti non riguarderanno solo noi ma soprattutto le generazioni future. Questo approccio è fortemente ebraico perché tra i 613 precetti che un ebreo dovrebbe osservare ben 213 sono legati alla tutela della salute e al rispetto dell’ambiente che ci circonda.

Dalla collaborazione tra Fondazione e Italian Council for a Beautiful Israel è nata l’idea di volere affrontare con i ragazzi del Renzo Levi un percorso formativo, che si compone di diversi incontri, su ambiente e benessere.

Questa mattina il Dottore Massimo Finzi, medico e cofondatore Italian Council for a Beautiful Israel, ha affrontato il tema “Dimmi cosa mangi e ti dirò…” per spiegare ai ragazzi l’apporto in termini di benessere dei vari alimenti. “La qualità di ciò che si mangia – ha sottolineato Finzi –  incide non solo sul benessere fisico ma anche su quello psicofisico”. “Il cibo spazzatura – ha detto  – è assolutamente da evitare mentre bisogna fare attenzione ad alimentarsi in modo sano e svolgere costantemente attività fisica all’aria aperta”. Finzi ha poi dettagliatamente parlato della piramide dell’alimentazione spiegando la funzione dei carboidrati delle proteine delle vitamine e dei minerali, ricordando come per Feuerback l’uomo è ciò che mangia ma ha anche voluto lasciare uno spunto di riflessione ai ragazzi invitandoli a pensare che  se il 75% della popolazione mondiale è tormentata dalla fame, il restante 25% si ammala invece perché mangia troppo e spesso molto male.


Parashà di Terumà: perché il re David non poté costruire il Bet Ha-Mikdàsh

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Bet Ha-Mikdash

Questa parashà è dedicata alle istruzioni per la construzione del Mishkàn, il tabernacolo mobile che fino alla costruzione del Bet Ha-Mikdàsh, oltre 440 anni dopo, fu il luogo dove “dimorava la presenza divina”.

R. Chayim Leib Schmuelevitz, che fu a capo della Yeshivat Mir a Yerushalayim fino alla sua morte nel 1979, nella raccolta di derashòt (sermoni) Sichòt Mussàr (5731, p.27) commenta che il Mishkàn doveva essere costruito con donazioni fatte senza alcun motivo egoistico, ma solo per poter eseguire l’ordine divino. Infatti nel versetto della Torà è scritto: “Parla ai figli d’Israele affinché prendano per Me un’offerta. Prenderete la Mia offerta da parte di tutti coloro di cuore generoso” (Shemòt, 25:2). Rashì interpreta l’espressione “per Me” come “lishmì”, cioè “per il Mio nome”, che significa che le offerte dovevano essere fatte senza nessun interesse personale e quindi con totale purezza di intenzioni.

Soffermandosi su questo versetto, R. Schmuelevitz nota che i doni più cari, le pietre preziose, furono portate per ultime dai Nesiìm, i capi delle dodici tribù. Egli cita R. Chayim ben ‘Attar, che nel suo commento Or ha-Chayim spiega che le pietre preziose sono menzionate alla fine  perché furono portate per ultime dopo tutte le offerte del popolo. Nella Torà (Shemòt, 35:27) la parola Nesiìm, capi delle tribù, è scritta con una lettera mancante, la Yod. Rashì, citando il Midràsh Sifrè, scrive: “perché per la costruzione del Mishkàn i Nesiìm non donarono per primi come fecero per l’inaugurazione del Mizbèach (altare)?” Essi decisero di lasciare che il pubblico  donasse e di completare successivamente con quello che mancava; dal momento che il pubblico portò tutto quello che era necessario, non restò loro altro che le pietre preziose. La lettera mancante viene per sottolineare la mancanza di alacrità dei capi tribù.

Per sottolineare l’importanza del fatto che le mitzvòt necessitano intenzioni pure senza interessi o benefici personali, Rav Schmuelevitz porta l’esempio della costruzione del Bet Ha-Mikdàsh. Il re David voleva costruire il Bet Ha-Mikdàsh e si consultò con il navì (profeta) Natan: “E avvenne quando il Re era nella sua residenza e l’Eterno gli aveva dato tranquillità liberandolo da tutti i suoi nemici, egli disse al navì Natan: ecco io abito in un palazzo fatto di legno di cedro e l’arca del patto dell’Eterno si trova sotto a delle tende” (Divrè Hayamìm-Cronache I, 17:2 e anche Shemuel II, 7:1-2). Il navì Natan gli aveva inizialmente risposto: “Fai tutto quello che pensi perché Dio è con te” (Divrè Hayamìm I, 17:3). Il giorno dopo tuttavia il navì Natan ritornò dal Re e gli disse che l’Eterno aveva comandato di non costruire il Bet Ha-Mikdàsh, perché “la Casa per il Suo nome l’avrebbe costruita suo figlio Shelomò (Salomone)”. Il Re fece fare i piani architettonici e raccolse i materiali per costruire il Bet Ha-Mikdàsh per suo figlio Shelomò perché era molto giovane (ibid., 22:5). Poi gli disse: “Era mia intenzione costruire una Casa in nome dell’Eterno mio Dio, ma Egli mi disse che avevo versato troppo sangue e avevo fatto grandi guerre” (ibid., 22:7-8) e per quel motivo l’Eterno gli aveva impedito di costruire il Bet Ha-Mikdàsh.

Quando il re Shelomò si accinse a costruire il Bet Ha-Mikdàsh, mando un’ambasciata a Chiram, Re di Tiro, che già aveva costruito il palazzo reale del re David, dicendo: “sai che mio padre David non poté costruire la Casa [per l’Eterno] per via della guerra da tutte le parti […] ed ora io dico di costruire una Casa in nome dell’Eterno mio Dio, come disse l’Eterno a mio padre David dicendo: tuo figlio che ti farò succedere [sul trono] costruirà la Casa nel Mio nome (Melakhìm-Re I, 17:19).

R. David Kimchi, detto Radak dalle sue iniziali, nel suo commento a Melakhìm scrive che Shelomò disse a Chiram “per via della guerra da tutte le parti”, cioè che in periodo di guerra non vi era la tranquillità necessaria per costruire il Bet ha-Mikdàsh, perché non voleva mancare di rispetto al padre e rivelare che l’Eterno aveva proibito a David di costruire il Bet Ha-Mikdash e gli diede quindi un motivo logico.

Rav Schmuelevitz nella sua derashà vuole trovare un motivo più profondo per cui il re Shelomò disse a Chiram che il padre non aveva potuto costruire il Bet Ha-Mikdàsh “per via della guerra da tutte le parti”. Infatti non è possibile sostenere che il re David non aveva potuto costruire il Bet Ha-Mikdàsh per via delle guerre, perché come già citato in Shemuel (II, 7:1) è scritto: “E avvenne quando il Re era nella sua residenza e l’Eterno gli aveva dato tranquillità liberandolo da tutti i suoi nemici”. E fu proprio allora che il re David espresse l’intenzione di costruire il Bet Ha-Mikdàsh. E se è vero che vi furono altre guerre dopo questo episodio, si trattava però di guerre offensive e non più difensive (come commenta il Radak al verso in Shemuel). Il motivo più profondo per cui al re David non fu permesso di costruire il Bet Ha-Mikdash era che la tefillà (preghiera) nel Bet Ha-Mikdàsh avrebbe contribuito a vincere in guerra, come disse il re Shelomò nella sua inaugurazione (Melakhim I, 8:44) e così sosteneva anche Haman (citato nel Midràsh Ester Rabbà, cap.7).

Rav Schmuelewitz conclude quindi che il re David, nel costruire il Bet Ha-Mikdàsh, avrebbe avuto un mezzo potente per vincere le guerre e questo era un sufficiente motivo ulteriore per cui la costruzione non sarebbe stata“lishmì”, con totale purezza di intenzioni solo in nome dell’Eterno.

Donato Grosser 


Ciclo di incontri sulla Tefillà al Tempio dei Giovani

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Ciclo Tefillà locandina


Orrore e lacrime per l’attentato a Copenaghen

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Due attentati in poche ore. Due morti e cinque feriti. La Comunità Ebraica di Roma inorridisce per l’ennesimo attentato. Dopo Bruxelles e Parigi stavolta è Copenaghen a finire nel mirino del terrorismo. Siamo vicini alla Danimarca tutta e alla Comunità Ebraica di Copenaghen. Anche stavolta, infatti, è stato scelto un obiettivo ebraico da parte dei propagatori dell’odio. Piangiamo Dan Uzan, che eroicamente ha messo la sua vita davanti a quelle di decine di persone che erano in Sinagoga e che senza di lui sarebbero finite sotto il tiro dell’attentatore. Soffriamo insieme a tutta la sua famiglia e preghiamo. Per ogni ebreo è uno shock. Da cittadini europei non possiamo permettere che altro sangue venga versato. Bisogna mettere tutte le forze in campo affinché il terrore sia sconfitto subito.


Scuola Ebraica e Carabinieri lottano contro il bullismo

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Nella mattina di mercoledì il Tenente Guido Volpe, Comandante della Stazione di Piazza Venezia, è stato ospitato nell’Aula Magna della Scuola Ebraica e ha parlato ai bambini della classe quinta elementare del fenomeno del bullismo. Questo è un tema che vede vicino ai giovani dai dieci ai sedici anni ed è importante metterli al corrente spiegando loro in cosa consiste e come affrontarlo. La Direttrice della Scuola Elementare Milena Pavoncello ha chiesto ai bambini cosa fosse per loro e le risposte date hanno dimostrato una conoscenza di base di molti e anche un grande interesse per il tema. “Usare maniere cattive”, ha detto uno. “Coalizzarsi con altri bambini e prendere in giro”, ha detto un altro. Alcuni hanno legato al bullismo la parola “violenza”, altri con risposte più curiose hanno associato il bullo a qualcuno che ruba o che non studia oppure a una un bambino che è prepotente perché spaventato.
Il Tenente ha spiegato che il bullismo “consiste in atti di violenza che perdurano nel tempo e sono rivolti alle categorie più deboli che vengono considerate le vittime. Solitamente le vittime sono quelle persone che rispetto agli altri hanno problemi nel rapportarsi e comunicare, oppure sono quei ragazzi che per scelta propria rimangono isolati rispetto al gruppo. Viceversa, i bulli, cioè coloro che aggrediscono, sono ragazzi più forti che solitamente anche più prestanti dal punto di vista della forza”. La lezione organizzata dal Dipartimento della Sicurezza della Comunità Ebraica di Roma in collaborazione con le Forze dell’Ordine fa parte di un percorso formativo su temi sensibili per gli alunni della scuola.


Parashà di Mishpatìm: giustizia e giudici

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Mose Delft Tile

La parashà inizia con le parole “E questi sono i mishpatìm (le leggi civili e penali) che metterai davanti a loro”(Shemòt, 21:1). Rashì nel suo commento, citando il Midràsh Mekhiltà, scrive che la congiunzione all’inizio della frase viene a mostrare la continuità con i Dieci Comandamenti: così come i Dieci Comandamenti furono dati al Monte Sinai, anche tutti i mishpatìm furono dati al Monte Sinai. Rashì aggiunge che è scritto “che metterai davanti a loro” per sottolineare l’obbligo di Moshè di spiegare ai figli d’Israele questi insegnamenti tante volte quanto necessario, affinché li potessero imparare bene, presentandoli a loro come una tavola apparecchiata.

Il Nachmanide nel suo commento alla Torà afferma che i mishpatìm  sono un’elaborazione dei Dieci Comandamenti, l’ultimo dei quali ordina di non desiderare le proprietà del prossimo.

Rav Avraham Kroll (Bifkudekha Asicha, p. 168) scrive che nel versetto è scritto “metterai” e non “dirai” perché Moshè da quando era nato “ci aveva messo” l’anima per salvare gli oppressi: la prima volta per salvare l’israelita percosso dall’egiziano (Shemòt, 2:11), la seconda per ammonire l’israelita che stava per percuotere un altro israelita (ibid., 2:13) e la terza volta per salvare le figlie di Yitrò dai pastori (ibid., 2:17).

Rav Yosef Shalom Elyashiv in Divrè Aggadà (p. 179) si chiede per quale motivo la Torà debba sottolineare che anche i mishpatìm furono dati al Sinai. E spiega che tutti i popoli hanno le loro leggi, tanto è vero che i Maestri stessi nel Talmud babilonese (‘Eruvin, 72b) spiegano che le leggi civili e penali sono leggi razionali che potremmo imparare osservando gli animali. Potremmo imparare a non rubare dalle formiche, riguardo alle quali è scritto: “Vai dalla formica tu che sei pigro, osserva il suo modo di comportarsi e diventerai saggio. Lei non ha capi, sovraintendenti o governatori; eppure d’estate prepara il suo pane e raccoglie il suo mangiare durante il raccolto” (Mishlè-Proverbi, 6:8). Rashì commenta che, nonostante la mancanza di supervisione, la formica non ruba nulla dalle sue compagne. Rav Elyashiv scrive che la formica non ruba dalle compagne ma ruba dagli uomini, per cui non è sufficiente usare la razionalità per creare un sistema di leggi civili. Anche a Sodoma avevano delle leggi civili che avevano una loro razionalità. La differenza era che non era una razionalità basata sulla Torà ma una razionalità criminale.

Il Maimonide (Mishnè Torà, Hilkhòt Sanhedrin, 20:1) scrive che nel versetto “Allontanati dalla falsità e non condannare a morte chi è innocente e giusto perché non assolverò il malvagio” (Shemòt, 23:7) la Torà avverte il Sinedrio di non condannare a morte nessuno sulla base di prove circostanziali, ma solo sulla base di due testimoni di assoluta integrità la cui testimonianza sia chiara. Anche se due testimoni hanno visto una persona che ne inseguiva un’altra e l’avevano avvisato che se avesse ucciso il prossimo sarebbe stato passibile di pena di morte e l’uccisore e la vittima fossero entrati in un luogo dove non vi era nessuno e i testimoni li avessero raggiunti solo dopo che fosse avvenuto il crimine e avessero visto l’uccisore con l’arma in mano e la vittima morta sul terreno, il fatto che non abbiano visto il misfatto non permette di condannare a morte il colpevole. Il minimo dubbio impedisce la condanna a morte. E infatti i Maestri insegnarono che un tribunale che emetteva una condanna a morte una volta ogni settanta anni era chiamato un “tribunale distruttivo” (Mishnà, Makkòt, 1:10). Inoltre, se un imputato è uscito assolto dal tribunale e successivamente vengono trovate altre prove a suo carico, non può essere giudicato nuovamente per lo stesso reato (Talmud, Sanhedrin, 33). La condanna a morte fu sospesa dal Sinedrio attorno all’anno 30 E.V., quarant’anni prima della distruzione del Bet Ha-Mikdàsh (Mishnè Torà, Hilkhòt Sanhedrin, 14:13).

Chi erano le persone adatte a fare i giudici? Nella parashà precedente è scritto che Yitrò, il suocero di Moshè, gli consigliò di scegliere “uomini coraggiosi, timorati di Dio, uomini di verità che odiano il lucro” (Shemòt, 18:21).

Rav Eliyahu Benamozegh nel commento Panim la-Torà (p.  41) spiega il significato di queste caratteristiche necessarie per i giudici e quale sia la relazione tra di loro. I giudici devono essere uomini coraggiosi, col cuor di leone, senza paura e che sanno come difendere gli oppressi.  Tuttavia, dal momento che hanno questo tratto di carattere, c’è da temere che nei propri affari personali se ne approfittino a spese di persone più deboli. Dal momento che non hanno timore degli uomini, al fine di non commettere peccati nei confronti del prossimo, è necessario che siano timorati di Dio. Inoltre devono essere uomini di verità che non adulano i ricchi né favoriscono i miseri, ma giudicano esclusivamente in ossequio alla verità. Se così, c’è da preoccuparsi che insistano che i propri diritti vengano protetti in tutti i casi: per questo devono essere persone che odiano il lucro. Rashì per spiegare il significato di giudici che odiano il lucro cita il Talmud babilonese (Bavà Batrà, 58b), dove i Maestri insegnano che “se è necessario rivolgersi al tribunale per estrarre un pagamento dovuto da un giudice, significa che costui non è degno di fare il giudice”. La spiegazione semplice dell’espressione “che odiano il lucro” è che si tratta di persone che non si fanno corrompere. Tuttavia, come spiega R. David Pardo in Maskil le-David, Rashì ha dato una diversa spiegazione al versetto perché logicamente se una persona ha timore di Dio non si fa corrompere.

Donato Grosser


Approvata al Senato la norma contro il Negazionismo della Shoah

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“E’ un grande giorno per la nostra Democrazia e per la lotta del nostro Paese contro l’antisemitismo. E’ stata approvata dall’aula del Senato della Repubblica la modifica dell’articolo 3 della legge 654 del 13 ottobre 1975: la norma che introduce il reato di Negazionismo della Shoah come aggravante della Legge Mancino. Ci sono voluti mesi di duro lavoro e un ampio dibattitto sia in Commissione Giustizia sia in Aula, ma alla fine il primo grande passo è compiuto. E’ un atto che ci commuove, perché la mente va soprattutto a tutti quei sopravvissuti che hanno dato e ancora danno la loro vita per raccontare alle future generazioni l’orrore della macchina della morte nazista e l’inferno dei campi di sterminio. Negare ciò che loro hanno vissuto, negare la Shoah, deve essere punito perché altro non è che la massima espressione moderna dell’odio nei confronti degli ebrei.

Non è un grande giorno solo per gli ebrei e i sopravvissuti, ma per tutti gli italiani. Oggi la nostra riconoscenza va a chi si è battuto per questa legge. L’elenco è lungo. E’ un dovere ringraziare i senatori Silvana Amati e Lucio Malan che insieme al Presidente Nitto Palma si sono adoperati nella Commissione Giustizia del Senato per portare in Aula una norma in grado di essere accolta dalla maggioranza dell’Assemblea, anche grazie all’attenta relazione della senatrice Rosaria Capacchione. Il loro lavoro, tecnico e politico, è stato esemplare. Come ringraziamo tutti i gruppi parlamentari che fino ad oggi hanno sostenuto l’importanza di riconoscere la Shoah quale crimine la cui negazione non è una mera opinione ma un atto di odio antisemita. Un ringraziamento speciale al Presidente del Senato, Piero Grasso, che sin dai primi giorni della sua elezione ha condiviso questa battaglia, come l’ha fatto l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante la sua storica visita al Tempio Maggiore di Roma in ricordo dei 70 anni della razzia del 16 Ottobre del 1943. Ora tocca alla Camera dei Deputati approvare in via definitiva il testo. Conosciamo la sensibilità della Presidente, Laura Boldrini, e ci auguriamo che in poche settimane l’Italia si possa definitivamente dotare della norma che punisce gli assassini della Memoria”.

 

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici


Pacifici: “Commozione per Rendina, esaltó la Brigata Ebraica”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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“Ricordo Massimo Rendina con affetto e rispetto, piangiamo la sua morte perché grazie a uomini come lui siamo oggi italiani liberi. Rendina è stato un grande partigiano, la sua figura è stata decisiva nella lotta al fascismo e all’occupazione nazista. Persone come lui sono fondamenta della nostra democrazia e l’Italia di oggi si regge sulla lotta per quei valori che lui ha rappresentato. Ma Rendina non è stato solo l’uomo che ha combattuto durante la resistenza. Massimo ha continuato a lottare anche dopo, nelle scuole, tra i ragazzi, con convegni, manifestazioni e celebrazioni, insegnando alle nuove generazioni quei valori per cui valeva la pena morire. Ricordo le volte in cui siamo stati insieme negli istituti scolastici e davanti agli alunni ci siamo commossi nel tramandare a loro la storia del nostro Paese, l’orrore del nazi-fascismo e gli atti eroici dei nostri partigiani. Ricordo l’amore di Massimo per la Brigata Ebraica che menzionava sempre con orgoglio, testimoniando in numerose occasioni la loro opera di resistenza in Italia. All’amico Rendina vogliamo dedicare la piantumazione di alberi in Israele affinché la sua opera resti per sempre nella memoria di tutti noi e delle future generazioni. Che il suo ricordo sia in benedizione”. Lo dichiara il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici.