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La Idem incontra la Comunità Ebraica: lezioni contro il razzismo nelle scuole calcio

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incontro idemUna “grande unione d’ intenti” e una ”visione comune per quanto riguarda lo sport come strumento e officina di un comportamento e di un rispetto del bene comune”: è l’ esito della visita che stamani il ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, Josefa Idem, ha fatto alla Comunita’ ebraica nella sinagoga di Roma. Al centro dell’ incontro, il problema del razzismo negli stadi.  ”Ci siamo assicurati a vicenda – ha spiegato Idem dopo la visita – che intendiamo collaborare anche nel segno di qualcosa che vogliamo lasciare al futuro per quanto riguarda i modelli di convivenza e un rilancio del Paese in questo momento di crisi”.

La Comunità ebraica ha chiesto al ministro misure più efficaci per contrastare il razzismo negli stadi, “soprattutto verso i giocatori di colore o quando riguarda il mondo ebraico, anche facendo attività di prevenzione” ha spiegato Riccardo Pacifici, capo della comunità romana. “Bisogna rivedere le norme sul controllo degli striscioni negli stadi, che a quanto pare sono fallite e capire come trovare nuove strade al riguardo. Contrastare in modo forte chi incita alla violenza e dall’ odio dagli spalti. Ma il razzismo si combatte anche premiando e dando attenzione mediatica alle tifoserie virtuose, che ogni anno magari possono essere premiate se dimostrano di essere corrette in campo”.

Sul tema della sicurezza e del razzismo negli stadi, ha commentato il ministro, “occorre essere più efficaci possibile, occorre fare molta formazione e informazione per combattere il fenomeno. All’interno degli stadi, occorre trovare anche un modo efficace per non esporre piu’ gli striscioni razzisti. Con la Comunità ebraica abbiamo parlato del controllo preventivo degli striscioni, che poi però nello stadio vengono ricomposti e viene fuori uno striscione razzista: questi sono aspetti che vanno contrastati, c’è da fare prevenzione e poi occorre lottare insieme per far capire che oggi non bisogna fare più gli errori del passato”. Dall’ incontro, secondo il presidente dell’ Ucei Renzo Gattegna, è emersa “una concordanza di vedute sul fatto che un ministero come quello di Josefa Idem deve occuparsi molto della formazione e dell’ educazione; non solo dei giovani, ma anche degli adulti. Con il ministro abbiamo evidenziato alcune lacune che esistono ancora nella formazione dei giovani e che portano spesso ad avere idee che dovrebbero essere superate dalla storia, idee negative di discriminazione e di pregiudizi, che abbiamo intenzione di combattere con i mezzi più efficaci possibili e che purtroppo si sono molto insinuati anche nel mondo dello sport”. ”Una visita storica – ha concluso Pacifici – anche per il carico di significati che può avere per noi il fatto di ricevere un ministro nato in Germania. L’ abbiamo accolta davvero con grande emozione”.

(Ansa)


Bando Borse di studio John Cabot University

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Cari ragazzi e ragazze,

La Comunità ebraica di Roma allo scopo di favorire la formazione  universitaria dei propri studenti, mette a disposizione alcune Borse di Studio per i corsi di laurea presso la “John Cabot University” anche  per l’anno accademico 2013-2014.

Le vostre domande, correlate di breve curriculum contenente i dati  personali ed il titolo di studio con la relativa votazione ed una breve lettera di motivazione dovranno pervenire in busta chiusa entro e non oltre il 31 luglio 2013 presso Comunità Ebraica di Roma – lungotevere Cenci – Tempio con l’indicazione “Domanda di Borse di studio – John Cabot University”.

Titolo necessario per l’ammissione all’Università è la maturità italiana o la laurea americana equivalente. Requisito ulteriore richiesto è una  buona conoscenza della lingua inglese (per informazioni rivolgersi ad  admission@johncabot.edu).

Ogni ulteriore informazione circa la modalità di presentazione delle domande potrà essere richiesto a segreteria@romaebraica.it o allo 06-68400636.

Siamo certi risponderete numerosi a questa opportunità.

 

L’ASSESSORE ALLE POLITICHE EDUCATIVE
Ruth Dureghello

 

Roma, maggio 2013


Mai senza Talmud

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DI RAV RICCARDO DI SEGNIravdisegni

Quando prendiamo in mano un libro di Talmud in una nuova edizione reperibile, a basso prezzo e accompagnata da commenti semplici, non ci rendiamo di quale storia ci sia dietro, di quali difficoltà, di quali passioni. Nel 1697 Tranquillo Corcos “rabbino ebreo di Roma” scrisse una “Protesta” al tribunale dell’Inquisizione contro il neofito Paolo Sebastiano Medici, che nei suoi scritti e nella sua predicazione aveva accusato la religione ebraica -dalla quale si era distaccato con il battesimo- di un  serie di nefandezze e cose ridicole. Per difendere la causa dell’ebraismo Corcos scrisse una lunga e articolata memoria confutando dottamente punto per punto le accuse. Non è che uno dei purtroppo numerosi episodi del genere nella storia. Ciò che fa impressione nel lavoro di Corcos è l’uso delle fonti. Il rabbino romano scriveva in un’epoca e in un luogo dove lo studio del Talmud era fortemente ostacolato, libri introvabili o proibiti o ampiamente censurati. Come scrivere in maniera documentata delle basi dell’ebraismo senza ricorrere al Talmùd? Corcos ci riuscì benissimo, solo una volta lasciandosi sfuggire una citazione talmudica di prima mano. Per il resto citò ampiamente il classico Midrash Rabba,  il dizionario delll’Arukh di Rabbi Natan, le opere halakhiche di Maimonide, dalla Yad haChazaqà al commento alla Mishnà; il Colbò; gli Arba’ Turim di Yaaqov ben Asher,  e il Beth Yosef; i commenti alla  Torà di Ramban e di Sforno , l’Aqedat Izchaq di haRama, il Tzeror haMor di Avraham Saba, il Toldot Izchar di Izchaq Caro, il commento di Yochannan Treves al machazor romano, la, fino al Ma’avarYabboq  di Aharon Modena dedicato alla morte. Quanto al Talmud ricorse all’espediente “classico”: dal Talmud babilonese erano derivate due grandi opere selettive, una dedicata alla halakhà, il codice di Alfasi, e l’altra dedicata al midrash, l’ ‘En Yaaqov (o ‘En Israel) che citavano ampi brani dell’originale seguendone l’ordine; quindi attraverso queste opere, più tollerate, si poteva continuare a studiare il Talmud e persino citarlo insieme ai suoi commenti.  Ed è quello che fece Corcos, dimostrando tra l’altro che a Roma si poteva studiare ad onta dei divieti. Un ebraismo senza Talmud sopravvive? L’esempio romano e più largamente quello italiano di quei secoli dimostrano in quali termini questa sopravvivenza sia possibile. I danni fatti dalla repressione inquisitoriale furono incalcolabili. Ma questo dette una forza incredibile a un movimento di resistenza non armata, che cercò in tutti i modi di aggirare la norma, per non staccare il contatto dell’ebraismo con la sua fonte di vita. Il dramma vero è successo dopo, non quando il divieto è caduto o si è affievolito, ma quando è caduto l’interesse ebraico per il Talmud. Gli ebrei come gruppo e tradizione sono sopravvissuti, perchè anche un debole rapporto con la propria cultura sembra sufficiente a non cancellarli; ma la qualità della vita ebraica è crollata, e l’Italia, che era uno dei centri più vivaci di originale produzione culturale ebraica è diventata un posto di periferia.


Gli auguri di Rav Piperno alla famiglia Di Castro

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E’ scritto in Isaia che le parole di Torah non si allontaneranno dalla tua bocca, dalla bocca della tua discendenza e da quella della discendenza della tua discendenza da ora e per sempre. I Maestri interpretano questa benedizione riferita non solo ai figli e nipoti, ma anche agli allievi che vengono coinvolti nella benedizione.

Ieri hanno sposato Aron Di Nepi e Federica Di Castro, figlia di Sandro Di Castro, da quaranta anni Chazan e docente volontario di Chazanut presso i corsi del Collegio Rabbinico. I suoi allievi officiano con perizia e passione ogni mattina a Scuola e lo Shabbat al Tempio dei Giovani al Beth Shalom ed al Beth Michael.

Genitori e studenti riconoscenti augurano a Sandro di allevare nipoti e pronipoti nella Torah e nella tradizione liturgica della nostra Comunità.

Rav Dr. Umberto Avraham Piperno


La Torà non nasconde gli errori dei Giusti

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Mose' batte' la roccia e fa uscire l'acquaNella parashà è scritto “Nel primo mese [del quarantesimo anno] l’intera comunità d’Israele arrivò nel deserto di Tzin e il popolo si fermò a Qadèsh. Fu lì che Miriam morì e fu sepolta. Il popolo non aveva acqua e si radunò di fronte a Moshè (Mosè) e Aharòn (Aronne) protestando e dicendo: magari fossimo morti come morirono i nostri fratelli davanti al Signore” (Bemidbàr – Numeri, 20:1-3).

R. Shlomò Efràyim ben Aharòn Luntschitz (Polonia, 1550 – 1619) nel suo commento Qelì Yaqàr alla Torà scrive che la mancanza d’acqua fu una punizione per non avere onorato Miriam con delle appropriate orazioni funebri. Quando Moshè e Aharòn morirono, è scritto che i figli d’Israele piansero per la loro perdita. Riguardo a Miriam c’è scritto che morì e fu sepolta e null’altro. Miriam fu presto dimenticata come si dimenticano tutti i morti e il popolo non ne sentì la mancanza. L’acqua mancò proprio allora affinché il popolo si rendesse conto che aveva avuto acqua nel deserto grazie ai meriti di Miriam. R. Luntschitz fa notare che in tutte le situazioni dove vi furono delle proteste l’espressione “Merivà” (contestazione o litigio) appare nella Torà quando l’oggetto della discordia è l’acqua. Il motivo è spiegato dai Maestri: la prima divisione (machlòqet) della creazione avvenne appunto con l’acqua: “E D-o disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque che divida le une dalle altre” (Bereshìt – Genesi, 1: 6). Per questo nel secondo giorno della creazione del mondo non è scritto “E D-o vide che era buono” come negli altri giorni. Anche il primo dissidio tra i pastori di Yitzchàq (Isacco) e i Filistei fu sull’acqua: “I pastori di Gheràr litigarono (vayarìvu) con i pastori di Yitzchàq dicendo: l’acqua è nostra …” (Bereshìt, 26:20).

R. Meir Leibush ben Jehiel Michel Wisser detto Malbim (Volinia, 1809 – 1879) nella sua opera Sefer Hakarmel spiega che la parola “Riv” denota le asserzioni dei litiganti di fronte al giudice quando non è ancora chiaro quale sarà la decisione. Da qui il concetto della parola “Riv” si espande a tutti i casi nei quali vi sono due persone che litigano. “Merivà” è il litigio verbale.

R. Luntschitz, sottolineando ancora il legame tra Moshè, l’acqua e la discordia, aggiunge che il popolo protestò con Moshè che era stato tratto dall’acqua. La figlia del Faraone che salvò Moshè lo chiamò proprio Moshè perché “l’ho tratto” (meshitihu) dall’acqua (Shemòt – Esodo, 2:10). Inoltre Moshè con la sua mano aveva esercitato il suo dominio sull’acqua “quando alzato il bastone percosse l’acqua del Nilo alla presenza del Faraone e dei suoi ministri e l’acqua del Nilo si trasformò in sangue” (Shemòt, 7:20). Moshè divise anche l’acqua del Mar Rosso: “E tu alza il tuo bastone stendi il braccio verso il mare e fendilo e i figli d’Israele potranno attraversare il mare all’asciutto” (Shemòt, 14:16). Un altro espisodio nel quale Moshè esercitò il suo dominio nei confronti dell’acqua avvenne quando fece scaturire acqua dalla roccia poco dopo il passaggio del Mar Rosso quando il popolo si accampò a Refidim (Shemòt,17:1). Ora arrivati a Qadèsh nel quarantesimo anno dall’uscita dall’Egitto il popolo si chiese: per quale motivo Moshè non avrebbe potuto fare uscire l’acqua anche in questa occasione dalla roccia?

Seguendo l’ordine divino di “parlare” alla roccia “Moshè e Aharon radunarono la comunità davanti alla roccia e [Moshè] disse loro: “Ascoltate o ribelli, forse che da questa roccia dovremmo fare uscire per voi dell’acqua? Moshè alzò il braccio e battè con il suo bastone due volte sulla roccia. Uscì molta acqua e la comunità e il bestiame si dissetarono” (Bemidbàr, 20:10-11). Moshè e Aharòn commisero un tragico errore e di conseguenza il Signore disse loro: “Poiché non avete avuto fiducia in me e di santificarmi agli occhi dei figli d’Israele, voi non condurrete questa comunità alla terra che ho deciso di dare loro” (ibid., 12).

Qual era stato il peccato di Moshè e di Aharòn? I commentatori offrono spiegazioni diverse. Il Nachmanide (Catalonia, 1194-1270) scrive che “Il peccato di Moshè e di Aharòn non è specificato nella Scrittura”. Cita il commento di Rashì (Troyes, 1040-1105) che scrive che il Signore ordinò di parlare alla roccia e non di batterla”. Cita anche il Maimonide (Cordova, 1035-1204, Il Cairo) che afferma che il peccato fu quello di adirarsi con il popolo. Il Nachmanide scrive che la spiegazione più accettabile è quella di R. Chananel (Italia?, 990-1054, Tunisia) che scrive che il peccato fu quello di dire “da questa roccia dovremmo fare uscire per voi dell’acqua?”, invece di dire “Il Signore vi farà uscire dell’acqua”. Qualunque sia la spiegazione il risultato dell’errore fu tragico: Moshè e Aharòn non poterono entrare nella Terra Promessa.

È scritto in Qohèlet (Ecclesiaste, 7:20): “Non vi è uomo giusto sulla terra che faccia solo del bene e non commetta errori” e la Torà, che è tutta verità, non nasconde neppure le mancanze dei più grandi profeti d’Israele.

Donato Grosser

 


Haiun: “Più fondi per accendere le memorie ebraiche”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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foto-3Miriam Haiun è nata a Tripoli. La sua famiglia è scappata dalla città prima del 1967 trasferendosi a Milano, dove Miriam ha completato gli studi liceali. Gli studi universitari li ha compiuti a Gerusalemme e una volta laureata in Sociologia si è trasferita a Roma nel 1982, quando ha vinto una borsa di studio per lavorare al Centro di Cultura Ebraica diretto e fondato nel  1974 da Bice Migliau. Dopo la borsa di studio, durata circa due anni, è stata assunta definitivamente. Vinto il bando nel 2009, Miriam è direttrice dal 2010 e sono più di 30 anni che vive la realtà del Centro.

Qual è l’attività principale del Centro di Cultura?
“Il Centro è nato come servizio culturale della Comunità Ebraica diRoma, rivolto a tutta la cittadinanza romana al fine di far conoscerel’ebraismo, la storia, la cultura e la tradizione ebraica, dipreservare la memoria storica della Shoah e di combatterel’antisemitismo ed ogni forma di pregiudizio. Abbiamo una bibliotecadi 14.000 volumi a disposizione e un archivio dove sono riposti inumeri di molti giornali ebraici. Organizziamo corsi di lingua ecultura ebraica, presentazione di libri, dibattiti sui temifondamentali dell’ebraismo contemporaneo e sull’attualità culturale diIsraele, mostre, spettacoli e progetti educativi rivolti a giovani edanziani. Siamo un punto di riferimento per i studenti della ScuolaEbraica, per giornalisti e per le persone semplicemente interessate.Le mie collaboratrici sono Micol Temin, arrivata da poco e lavolontaria Liliana Spizzichino che sta digitalizzando la biblioteca.

Che tipo di pubblico avete ai vostri eventi?
“Ultimamente cerchiamo di andare incontro alla richiesta comunitaria ealle esigenze delle persone ed essendosi alzato il livello culturaleci sono richieste più particolari. Noi cerchiamo di cambiare locationanche per raggiungere diverse fasce di età. Essendo la nostra sede,nel cuore dell’antico Ghetto spesso riceviamo visite e richieste,questo ci ha aiutato a far conoscere di più le nostre attività. Perquanto riguarda la Giornata della Cultura, che cade la prima domenicadi settembre, il nostro pubblico si amplia: le persone che non sono direligione ebraica vengono in visita al quartiere e si interessano allenostre attività.”

Che progetti avete in programma?
“Uno dei progetti più importanti del Centro di Cultura è quello dellaBanca della Memoria.  Abbiamo messo su da un anno il sito www.memoriebraiche.it. La Banca della Memoria è un progetto “web”destinato alla raccolta, alla classificazione e alla diffusione delleesperienze di vita e dei ricordi delle persone nate prima del 1940. Ilprogetto ha l’obiettivo di preservare la memoria delle nostrecomunità, fatta di piccole e grandi storie individuali e collettive.Abbiamo un patrimonio di memoria fatto di usi, costumi, abitudini,tradizioni, vita quotidiana che ricostruiscono la tragedia dellaShoah, la nascita dello Stato di Israele e il grande sforzo dellaricostruzione. Le persone sono “videointervistate” per mediare il menopossibile il messaggio originale, la voce, il volto e l’espressionedel viso. I protagonisti sono signori “di piazza”, artisti ebrei,persone della Comunità Libica. Sono pezzi di storia che non devonoandare persi nel tempo. Dopo il primo filmato messo online, “Israele aRoma”, gentilmente concesso dall’Istituto Luce, le visite al sito sonoaumentate da 13.300 a 15.671. Il progetto è stato finanziato dai fondidell’8 per mille dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei),ma le attrezzature acquistate sono molto costose e i fondi sonoterminati. Stiamo cercando altri finanziamenti, bisogna continuare conle interviste e le testimonianze. Ad esempio vorremo intervistare laseconda generazione di ebrei tripolini e capire come le lorotradizioni si sono mantenute.”

Il Centro di Cultura divide gli spazi con la libreria Kiryat Sefer…
“Da sempre il Centro di Cultura divide gli uffici con altri enticomunitari, ma lo spazio che abbiamo adesso è molto ristretto. D’altraparte però, il fatto di trovarci a via del Tempio e di stare sustrada, ci porta molte più visite. Ci mancano gli spazi per sistemarei nuovi libri che arrivano, per gli eventi ci appoggiamo spesso alPalazzo di Cultura (stesso istituto della Scuola Ebraica), altre volteal Pitigliani, oppure alla nuova sala del Tempio di via Balbo. Sarebbemolto importante e produttivo avere uno spazio nostro in cui poter far crescere e sviluppare le nostre attività.”

Sara Moresco


Il perdono e la teshuvà

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DI RAV RICCARDO DI SEGNI rav2

Il perdono è parte di un processo di ricostruzione di un rapporto alterato, che riguarda due parti, chi offende e chi è offeso. Offesi possono essere gli esseri umani, ma non solo loro, possono essere offesi gli animali, i vegetali, la natura; in una prospettiva religiosa il divino da solo o Lui insieme a uomini e natura. Di solito chi offende è l’uomo, ma in una prospettiva ebraica persino l’ordine divino può offendere e meritare perdono. Chi ha offeso deve prendere atto che l’azione da lui commessa è scorretta, confessarla come tale a sé stesso e discretamente davanti a D., e impegnarsi a non farla più. E’ ciò che si definisce teshuvà, letteralmente il “ritorno”, recupero di un cammino retto dopo aver deviato. Dopo questi atti chi ha offeso deve riconciliarsi con l’offeso, chiedendogli il perdono. A sua volta l’offeso deve concedergli il perdono; può rifiutarlo per due volte, alla terza deve cedere; se non lo fa chi ha offeso non è più tenuto a chiedere scusa. Se l’offesa riguarda la natura, non c’è chi può perdonarla.

Il perdono è una riparazione morale dell’identità, è l’acqua che cancella la macchia della colpa e che spegne il fuoco del rancore. Se è unilaterale e gratuito, nel senso che chi ha offeso non fa nulla per ottenere il perdono, questo spegne il fuoco del rancore ma non toglie la macchia.

Il perdono, come processo morale, non elimina la necessità della sanzione, che deve servire a riparare il danno procurato, a creare un deterrente nella società e anche ad aiutare il colpevole a riflettere sul male compiuto.

Il perdono non può essere delegato. Solo chi è stato offeso può esercitare questo diritto-dovere. Un genitore cui è stato ucciso un figlio può perdonare il dolore arrecato al genitore, ma non l’omicidio che riguarda un altro individuo. Il soggetto che chiede perdono deve essere il responsabile, non si chiede perdono per delega. Il discorso si complica se c’è una colpa collettiva che riguarda una società o un’istituzione. Se i suoi membri sono cambiati, la richiesta di perdono non cancella la macchia passata, ma ha il valore positivo di stabilire le basi per un nuovo rapporto, un impegno per il futuro.

Il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo. L’errore è parte della natura umana e se vi dovesse esistere solo giustizia non vi sarebbe sopravvivenza per gli esseri umani. All’inizio della Genesi vi sono due racconti della creazione, e il Creatore vi compare con due nomi diversi; prima come Eloqim, poi come Hashem-Eloqim. I rabbini così spiegano questa stranezza: il primo nome è quello della giustizia. D. aveva progettato un mondo basato sulla giustizia; vide che non poteva resistere, e allora accostò al principio della giustizia quello della misericordia, rappresentato dal nome Hashem. Con la sola giustizia non si sopravvive, ma neanche con il perdono da solo; le due cose devono andare insieme.

Il perdono troppo spesso è agitato come misura reale della bontà politica. Ma come tale si presta ad abusi e falsificazioni. Se non fai la pace è perché non sei capace a perdonare. Se non sei capace a perdonare è perché sei naturalmente e culturalmente cattivo. Prendi esempio da me che sono sempre disponibile a perdonare. Quante volte in televisione vediamo dei giornalisti imbecilli che chiedono a vittime o a  familiari di vittime di efferati delitti se sono disposti a perdonare. Suggerirei alle vittime la risposta: perdoniamo tutti tranne i giornalisti che fanno queste domande. E’ la retorica del perdono, del perdono richiesto sempre agli altri, della società che vuole fare a meno della giustizia, che è requisito, compagna indissociabile del perdono. La vera pace tra esseri umani singoli o tra collettività, istituzioni, stati, è un processo graduale, che richiede sospensione delle ostilità, riparazione del torto, accordi di buon vicinato, garanzie di non aggressione, stabilimento di comunicazioni e riconoscimento dell’altrui umanità. Da questo può scaturire la convinzione di aver sbagliato prima, e la volontà di non continuare a sbagliare dopo. E’ la consapevolezza dell’errore procurato che fa breccia nel cuore dell’offeso. Ci vuole uno sforzo eroico da entrambe le parti; un antico detto rabbinico insegna: “chi è il vero eroe? Colui che fa del suo nemico il suo amico”. Ma il nemico qualche sforzo lo deve fare anche lui. La retorica del perdono è quella che mette sullo stesso piano penitenti e impenitenti, criminali recidivi (singoli, o ideologie, o stati) insieme a colpevoli che però hanno capito che bisogna smettere e cambiare. E non sono la stessa cosa. Anche le vittime hanno i loro diritti, che vanno rispettati.

Oggi si passa senza alcun controllo per quella che fu la frontiera tra Germania e Francia, una frontiera che ha visto nel secolo scorso milioni di morti in guerre che ora appaiono senza senso. Appunto, oggi nessuno o quasi si sognerebbe di rialzare le barriere e ricominciare a sparare. In tutto questo è stato necessario il perdono? O piuttosto è stata decisiva la feroce sanzione contro la feroce aggressione, la consapevolezza della follia delle ideologie, il prezzo enorme pagato? Il perdono, se c’è stato, è venuto dopo; ma è la coscienza maturata sull’assurdità del conflitto che ne ha impedito il riproporsi.

 


Il ministro Kyenge in visita alla Comunità Ebraica di Roma

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kyengeSi è appena conclusa la visita del ministro dell’integrazione, Cécile Kyenge, con i rappresentanti dell’ebraismo italiano. Accolta dal Capo Rabbino, Riccardo Di Segni, dal presidente della Cer, Riccardo Pacific,i e dal presidente dell’Ucei Renzo Gattegna,iIn seguito a un incontro privato la delegazione si è riunita nella sala del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma. Il presidente UCEI Gattegna ha sottolineato l’importanza del processo di integrazione. Un processo fatto di equilibrio tra ospitalità da parte dello Stato e accettazione della legislatura del luogo da parte dello straniero, il cui modello di riferimento è rappresentato da Israele, oasi di democrazia e di accoglienza per i cittadini ebrei e non, provenienti dai Paesi confinanti. Il presidente della Cer Pacifici si è soffermato sulla presenza degli ebrei in Italia da oltre 2000 anni che tuttora però devono ingiustamente dimostrare di essere parte integrante della popolazione Italiana. Ha inoltre denunciato l’indifferenza di coloro che non reagiscono alle manifestazioni di xenofobia e intolleranza e rappresentano perciò il vero pericolo da combattere. Infine, Israele è stata di nuovo citata come modello di integrazione rapida ed efficace e su queste note, Pacifici ha invitato il ministro a lottare per una popolazione più coesa. Tra i temi sul tavolo il razzismo nel calcio, gli striscioni di stampo antisemita, il cyber crime, il femminicidio e il negazionismo della Shoah. Il Presidente Cer ha inoltre portato la massima solidarietà alla Kyenge per le ultimi violenze verbali che ha dovuto subire. Il ministro ha accolto con piacere le parole dei rappresentati della Comunità Ebraica. Tra i presenti, alcuni membri della delegazione Cer hanno ricordato il loro passato da cittadini libici e così anche il ministro dell’integrazione ha ripercorso i suoi anni in Africa. Grazie alla propria esperienza di vita, Kyenge non vuole rispondere con la violenza alle offese che le sono state indirizzate per le sue origini. Così come i membri della comunità ebraica, anche la figura istituzionale ha una duplice identità che non costituisce una debolezza, bensì un punto di forza che la spinge a lottare per il rispetto dei diritti e della dignità umana. “ In qualità di ministra – ha dichiarato – possiamo fare una strada insieme, campagne insieme contro il razzismo e la violenza. Accolgo quindi l’invito per rafforzare la cittadinanza con pratiche nell’istruzione e altri ministeri e desidero continuare il lavoro del mio predecessore Andrea Riccardi”.

Micol Debash

 


Di Segni: “Marino metta la sua sensibilità a disposizione della Capitale in crisi”

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rav2Di seguito l’intervista al Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, pubblicata da Repubblica a firma di Gabriele Isman.

Il nuovo sindaco? Siamo colleghi. Riccardo Di Segni, rabbino capo della Capitale dal 2001, raramente parla di politica. Più loquace l’altro Riccardo, Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, che già lunedì dava il benvenuto al nuovo primo cittadino e gli chiedeva di «istituire una taskforce in cui tutte le forze democratiche e di ogni schieramento, siano attive perimpedire cortei di stampo nazista e fascista a Roma, a cominciare dal corteo del 15 pro Assad». Per una volta però Di Segni, che è anche primario di Radiologia al San Giovanni, accetta di parlare di politica.

Professore, Ignazio Marino quindi lo conosce da tempo.

«È venuto varie volte in ospedale a fare visite, è un chirurgo trapiantista. Una volta l’ho accompagnato nei reparti e si è fermato a parlare con una donna che era in attesa di una Tac. Era stata vittima di percosse in casa, e fu lui a capire che, dopo l’esame, sarebbe dovuta tornare a casa. Adesso questi problemi dovrà risolverli in prima persona».

Cosa si aspetta dal nuovo sindaco?

«Che la sua carica umana e di sensibilità sia investita in questa città tartassata dalla crisi. Serve attenzione al lavoro, che i servizi funzionino. Le buche? Roma è una città archeologica. Mio figlio dice che il sindaco dovrebbe andare in autobus, così capisce la città, e forse ha ragione».

Marino gira in bicicletta.

«Ora forse dovrà ripensarci. Rischia di essere arrotato nel giro di due ore».

E come rabbino capo di Roma cosa chiede al sindaco della Capitale?

«Chiedo memoria, e di considerare la nostra presenza come quelle delle altre minoranze della città, per promuovere la conoscenza e la convivenza».

Inutile chiedere se ha votato il suo collega.

«ll voto è segreto, ma ho esercitato il diritto entrambe le volte. Al primo turno sono arrivato al seggio direttamente dall’aeroporto e sono stato l’ultimo a entrare. Al ballottaggio ho votato per secondo, di prima mattina».

Marino è un sindaco nuovo, come de Magistris a Napoli che ha concesso la cittadinanzaono-raria ad Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, e ha accolto la Freedom Flotilla.

«Atti propagandistici e unilaterali che non fanno bene alla pace. Se si vuole fare la pace, bisogna saper ascoltare entrambe le parti».

Lei è capo rabbino dal 2001. Marino sarà il terzo sindaco che incontrerà. Vi siete già sentiti dopo l’elezione?

«Sentiti no, ma qualche contatto c’è stato».

E gl ialtri due sindaci che ha incontrato, Veltroni e Alemanno?

«Walter Vel troni è una persona di grandissima carica umana. Siamo stati assieme ad Auschwitz e mi colpì come si poneva coi ragazzi delle scuole che accompagnavamo in quel viaggio della memoria: aveva un grande e sentito impegno didattico».

E Alemanno?

«Mi ha colpito il suo percorso. Considerando la sua formazione politica, è stato attento, curioso, desideroso di capire e di formarsi, e non era scontato. Una volta gli ho fatto da guida negli scavi del muro occidentale di Gerusalemme a mezzanotte. E credo che la comunità ebraica debba ringraziarlo».

Perché Alemanno ha perso in modo così netto al ballottaggio?

«Risparmiamoci le valutazioni politiche. Oggi c’è il sole, e Roma è molto bella».

Ultima domanda: è vero che siete in trattativa per incontrare Papa Francesco?

«Gli abbiamo chiesto pochi giorni fa un’udienza per essere ricevuto. Lo incontriamo con piacere, ma non c’è urgenza».


Stop alla manifestazione dell’ultra-destra

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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pacifici11Questa mattina a seguito delle interviste e dei comunicati della Cer il Fronte Europeo per la Siria ha annunciato che la questura non autorizzerà la manifestazione di sabato pro-Assad. La Cer apprende la notizia con soddisfazione ringraziando le autorità che hanno contribuito a fermare un manifestazione organizzata e partecipata da gruppi di estrema destra. Di seguito l’intervista al Presidente Riccardo Pacifici pubblicata oggi da Il Messaggero a firma di Marco Pasqua.

Presidente Pacifici, Ignazio Marino si insedierà a breve in Comune. Vi siete già incontrati?

«Sì, durante la campagna elettorale, come abbiamo fatto con gli altri candidati. Naturalmente ora lo aspettiamo in visita in Sinagoga, per incontrare il Rabbino capo e l’intero consiglio della comunità».

La comunità ebraica ha sempre mantenuto un profilo di equidistanza dai candidati e dai primi cittadini eletti…

«Equidistanza che non deve essere confusa con l’indifferenza. E’ vero, non ci siamo mai schierati alle elezioni comunali, con la sola eccezione del 1993, quando prendemmo posizione, appoggiando Francesco Rutelli nello scontro contro Gianfranco Fini. Con Rutelli c’era stata una storia comune, nel partito radicale, e insieme abbiamo condiviso alcune battaglie».

Veniamo ad Alemanno: insieme avete organizzato molte iniziative…

«Quando venne eletto, ci disse che avrebbe proseguito tutte le iniziative sulla Memoria avviate dai suoi predecessori. E così è stato. E pensare che nel 2005 lo avevo attaccato, perché un’associazione a lui legata aveva aderito ad una colletta per pagare la multa inflitta a Di Canio per il suo saluto romano. Da sindaco è stato in prima linea per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, ma ha anche spento le luci del Campidoglio per dire che il presidente iraniano non era ospite gradito. E non posso dimenticare l’accelerazione impressa al progetto del museo della Shoah che, ne sono certo, sarò portato avanti da Marino».

Qual è l’orientamento della comunità nei suoi confronti?

«Non le nascondo che nei forum c’è la paura che ci possa essere un nuovo Luigi De Magistris, un sindaco che ha dato il sostegno alla Freedom Flotilla (l’imbarcazione che ha tentato di linciare soldati israeliani) e ha dato la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen».

Paure condivisibili?

«Ho spiegato a tutti che non mi risulta che Marino abbia un orientamento analogo a quello del suo omologo napoletano. Non abbiamo avuto nessun segnale in tal senso. Siamo di fronte ad un chirurgo che proviene dalla società civile e che ha dimostrato di avere un’altra sensibilità».

La prima richiesta a Marino?

«Sappiamo che non ha il potere di vietare le manifestazioni. Tuttavia, visto che sabato, a Ponte Milvio, ne è prevista una di neofascisti in favore del criminale siriano Assad, gli chiediamo di sensibilizzare Questura e Prefettura affinché venga impedito a questi pericolosi gruppi di sfilare nella città medaglia d’oro alla Resistenza».

E preoccupato dall’estremismo di destra?

«Negli ultimi mesi, alcune formazioni neofasciste hanno rialzato la testa. A Marino chiedo di costruire un fronte comune, con tutte le forze politiche, per arginare il fenomeno. Gli chiediamo di condurre una battaglia che non può vedere soltanto gli ebrei in prima linea».

Formazioni che spesso firmano le scritte antisemite che si vedono sui muri della capitale…

«Con quegli insulti si lancia una sfida, che noi raccogliamo. Ma non vogliamo essere soli nell’affrontarla. Inoltre, dobbiamo iniziare a punire queste persone, applicando la legge Mancino. Cancellare le scritte serve, ma i loro autori devono andare in carcere».

Guardando al futuro, il 16 ottobre ricorderete i 70 anni della deportazione degli ebrei romani.

«Abbiamo chiesto a Regione, Provincia e Comune di organizzare un grande viaggio della Memoria, con tre generazioni: nonni, figli e nipoti della Shoah. Da Roma vorrei partire con 1500 persone. Sono certo che Marino sarà al nostro fianco».