1409097600<=1347580800
1409097600<=1348185600
1409097600<=1348790400
1409097600<=1349395200
1409097600<=1350000000
1409097600<=1350604800
1409097600<=1351209600
1409097600<=1351814400
1409097600<=1352419200
1409097600<=1353024000
1409097600<=1353628800
1409097600<=1354233600
1409097600<=1354838400
1409097600<=1355443200
1409097600<=1356048000
1409097600<=1356652800
1409097600<=1357257600
1409097600<=1357862400
1409097600<=1358467200
1409097600<=1359072000
1409097600<=1359676800
1409097600<=1360281600
1409097600<=1360886400
1409097600<=1361491200
1409097600<=1362096000
1409097600<=1362700800
1409097600<=1363305600
1409097600<=1363910400
1409097600<=1364515200
1409097600<=1365120000
1409097600<=1365724800
1409097600<=1303171200
1409097600<=1366934400
1409097600<=1367539200
1409097600<=1368144000
1409097600<=1368748800
1409097600<=1369353600
1409097600<=1369958400
1409097600<=1370563200
1409097600<=1371168000
1409097600<=1371772800
1409097600<=1372377600
1409097600<=1372982400
1409097600<=1373587200
1409097600<=1374192000
1409097600<=1374796800
1409097600<=1375401600
1409097600<=1376006400
1409097600<=1376611200
1409097600<=1377216000
1409097600<=1377820800
1409097600<=1378425600

Parashà di ‘Eqev: Sui peccati di omissione

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Giona photo (40)Le benedizioni che l’Eterno dà ad Israele sono condizionali e dipendono dalla sua osservanza delle mitzvòt (i precetti) della Torà. Nella Torà vi sono 613 mitzvòt, delle quali 248 prescrittive, cioè che siamo obbligati a osservare, e 365 proscrittive, che ci è proibito trasgredire. Non tutte le mitzvòt hanno la stessa gravità: alcune sono più facili da osservare o da non trasgredire, mentre altre sono più difficili da osservare o da non trasgredire. Questo concetto è espresso nel primo versetto di questa parashà dove è scritto: “In conseguenza del fatto che ascolterete queste leggi, le osserverete e le metterete in pratica, l’Eterno manterrà con te il patto e la benevolenza che ha giurato ai tuoi padri” (Devarìm-Deuteronomio, 7:12). L’espressione della Torà ‘eqev (in conseguenza) indica qualcosa che avverrà più tardi, alla fine. La radice di questo termine ha anche altri significati, uno dei quali è “calcagno” che è appunto l’ultima parte del corpo umano. Rashì (Francia, 1040-1105), facendo uso di questo significato della radice ‘eqev, nel suo commento scrive: “Se ascolterete le mitzvòt facili che una persona calpesta con il calcagno”. Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012 Gerusalemme) nel suo commento Divrè Aggadà alla parashà spiega che vi sono mitzvòt prescrittive alle quali si presta poca attenzione e vengono considerate da poco e “vengono calpestate con i calcagni”; ci sono anche trasgressioni “leggere” che le persone non pensano che siano trasgressioni. Per questo nei Pirqè Avòt (Massime dei Padri, 2:1) Rabbì Yehudà Ha-Nassì afferma: “Stai attento alla mitzvà facile come per quella grave, perché non sai quale sia la ricompensa delle mitzvòt”. A questo proposito Rav Elyashiv cita il Midràsh Yalqùt Shim’onì (Jonà, 550), dove i Maestri parlano del profeta Jonà (Giona) quando si imbarcò da Yaffo (Giaffa) su una nave la cui destinazione era Tarshish (probabilmente Tarsessus a sud di Cadice, sulla costa atlantica della Spagna). Nel mezzo di una tempesta durante la quale la nave sembrava dovesse andare a picco, il profeta Jonà era nella stiva della nave dove era andato a dormire. I marinai, presi dal terrore, cominciarono a pregare, ognuno alla sua divinità. I Maestri spiegano che vi erano marinai di settanta nazioni diverse. Per trovare chi fosse responsabile della tempesta i marinai tirarono a sorte e venne estratto proprio il nome di Jonà. Rav Elyashiv spiega che a rigor di logica Jonà era perfettamente giustificato nel pensare di essere l’ultima persona che poteva essere responsabile della punizione divina che si stava abbattendo sulla nave. Su decine di marinai sulla nave provenienti da tanti paesi vi era di tutto: idolatri, ladri, assassini, fornicatori, la feccia della società. E con loro, un uomo puro e santo come il profeta Jonà che peccato poteva avere? Jonà stava fuggendo a Tarshish per non dover andare a Ninive ad ammonire i cittadini che la città sarebbe stata distrutta se non avessero fatto teshuvà, se non avessero cioè cambiato strada e corretto il loro comportamento. La profezia viene ai profeti solo nella Terra d’Israele, per cui fuggendo in alto mare Jonà pensava che, assentandosi, il suo obbligo di profetizzare fosse cessato. Jonà lo aveva fatto a fin di bene, perché sapeva che gli israeliti non gli avevano prestato ascolto e se gli abitanti di Ninive si fossero pentiti per via della sua profezia, sarebbe stata un’enorme vergogna per Israele. In conclusione, Jonà avrebbe potuto giurare che la tempesta non era venuta per colpa sua. Rav Elyashiv continua dicendo che qualche volta vi è una tempesta nel mondo e quando vai a chiedere a un ebreo qualunque quale sia il motivo di questa disgrazia ti risponde e ti dimostra che la cosa avviene per tutti i peccati che vengono commessi nel paese. E naturalmente si tratta dei peccati degli altri! E invece è proprio possibile che la tempesta venga proprio per il fatto che ci si rifiuta di imparare da quello che facevano i profeti e, quando necessario, di ammonire il prossimo. Astenersi dall’intervenire è un peccato di omissione, eppure molti pensano di non aver fatto nulla di male: perché cercare di parlare con il prossimo? Forse non servirà a niente. Per questo R. Yehudà Ha-Nassì insegna “stai attento alla mitzvà facile come per quella grave, perché non sai quale sia la ricompensa delle mitzvòt”. Questo motivo, del peccato di omissione, appare due volte nel commento alla Torà di R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1470-1550). Dopo il peccato del vitello d’oro, coloro che lo avevano adorato furono giudicati dai tribunali e giustiziati pubblicamente in modo che chi aveva omesso di opporsi ai peccatori potesse ora espiare la propria colpa di omissione nel vedere i peccatori puniti e non disapprovare ed opporsi alla punizione (Shemòt-Esodo, 32:27). La stessa affermazione appare nel commento di R. Sforno quando Pinechàs prese l’iniziativa di uccidere Zimrì che aveva pubblicamente peccato con una principessa midianita (Bemidbàr-Numeri, 26:11). Non è facile esentarsi dall’obbligo di intervenire e di ammonire il prossimo perché è scritto: “Ammonire ammonirai il tuo prossimo” (Vayqrà-Levitico, 19:17) e i Maestri nel trattato Bavà Metzià (31a) insegnano che l’espressione duplice insegna che bisogna farlo anche cento volte. E l’obbligo non incombe solo sui profeti o sui Maestri. Anche i giovani hanno l’obbligo di ammonire in modo appropriato gli anziani.

Donato Grosser


Fermiamo il virtus del fanatismo religioso

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

di RICCARDO DI SEGNI*

L’intolleranza è una malattia infantile di molte religioni, specialmente quelle monoteistiche. La malattia può guarire crescendo, oppure cronicizzarsi con alti e bassi oppure ricomparire all’improvviso come una recidiva pericolosa. Le recidive di questa malattia hanno insanguinato abbondantemente l’Europa dei secoli scorsi. Poi ad insanguinarla ci hanno pensato i nazionalismi e i totalitarismi, anche se qualche conflitto religioso non ci è mancato negli ultimi decenni (Irlanda del Nord, ex Yugoslavia). Però una volta sconfitti i totalitarismi e spenti i focolai locali pensavamo di essercela cavati. Invece no. Ecco che il nuovo millennio comincia simbolicamente con l’attacco alle torri gemelle di New York, un evento che avrà avuto pure radici politiche complesse, ma che non sarebbe stato possibile senza una carica di odio e fanatismo religioso. Ed ecco che ora scopriamo che intere regioni del continente africano e ampie zone dell’Iraq e della Siria sono devastate da eserciti che trovano la loro forza cementante ed identitaria in una visione religiosa espansiva e minacciosa e a farne le spese con la vita, la perdita della libertà o l’esilio, per chi ci riesce, sono masse di cristiani o di altre minoranze religiose di cui sapevamo a stento l’esistenza. Chissà per quale oscuro motivo mediatico di tutto questo si inizia a parlare nei titoli dei giornali e delle Tv solo adesso, quando le cifre delle vittime vanno oltre alle decine di migliaia. Fino a poco tempo fa quando si scendeva in piazza per manifestare contro questi fatti (siamo riusciti a farlo a Roma un paio di volte mettendo insieme cristiani ed ebrei) il numero dei presenti era minimo e benché si gridasse all’indifferenza non c’erano molte autorità -anche religiose- e pubblico sensibile disposte ad ascoltare. Forse perché i paesi di cui si parla ci sembrano lontani e con un inconfessabile subconscio senso di superiorità occidentali pensiamo che siano cose incivili tra gente incivile. Ma forse l’inciviltà è proprio quella nostra di non capire quanto questi eventi ci siano vicini, sia spiritualmente per la dignità e i diritti umani violati, sia geograficamente: non sono posti lontani, ci si arriva in tre ore di aereo. Non sono ideologie lontane, stanno già in mezzo a noi con i loro fedeli e sostenitori e non ce ne accorgiamo. Leggiamo del virus Ebola che miete vittime in Africa ma stiamo quasi tranquilli perché qui, si dice, non arriva. Nessuno ci garantisce che il virus del fanatismo religioso non approdi da queste parti, se non è già approdato. Nella storia della nostra comunità religiosa degli ultimi millenni abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi odio, esaltazione e intolleranza, quale che ne sia la natura, ideologica o religiosa. E nel mondo occidentale si è riusciti a costruire sulle ceneri del passato un modello di convivenza al quale le diverse religioni, senza rinunciare a loro stesse, hanno portato un contributo decisivo. Oggi tutto questo rischia di saltare avviando un micidiale processo regressivo. Bisogna fermarlo. Non si possono tollerare i morti per religione. Non si possono tollerare gli intolleranti.

*Rabbino Capo di Roma

(Pubblicato su La Stampa del 13 agosto 2014)


Manifesti antisemiti, Di Segni e Pacifici: “La città ha saputo reagire”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

“All’uscita dello Shabbat abbiamo preso atto dei manifesti che incitano al boicottaggio delle attività commerciali gestite dagli ebrei a Roma. Ma soprattutto abbiamo visto una città che ha reagito senza esitazione di fronte ai rigurgiti antisemiti. Il sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, ha da subito predisposto la rimozione dei manifesti abusivi con il contributo di Ama e del Pics, ma si è soprattutto indignato per l’offesa che la Capitale ha dovuto subire. Siamo certi, inoltre, che le forze dell’ordine sono all’opera per consegnare alla giustizia i responsabili di questo atto. Un pensiero, infine, va a chi si è indignato come il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti”.

Lo dichiarano in una nota il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, e il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Pacifici: “Presi gli autori delle scritte, grazie alle forze dell’ordine”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

“La Comunità Ebraica di Roma plaude al lavoro delle forze dell’ordine che hanno individuato i presunti responsabili dell’ondata di scritte antisemite nella Capitale. Il Questore di Roma, Massimo Maria Mazza, mi ha chiamato poche ore fa per comunicarmi la notizia e ho avuto modo di ringraziarlo personalmente per il lavoro svolto. Un ringraziamento speciale  va anche al Capo della Polizia, Alessandro Pansa, che ha fatto visita alla Comunità Ebraica pochi giorni fa, per l’attenzione che ha dedicato a fenomeni criminosi e di stampo antisemita e razzista, come del resto ha fatto il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. In queste settimane di forte tensione le Istituzioni e le forze di sicurezza sono state sempre presenti. La speranza è che le persone indagate per le scritte che istigano all’odio razziale siano ora processate al più presto dalla giustizia italiana”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Parashà di Vaetchanàn: Anche le preghiere dei ladri vengono ascoltate

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

photo (7)A differenza della maggior parte delle parashòt della Torà che iniziano con le frasi “L’Eterno parlò a Moshè dicendo”, questa parashà inizia con Moshè che prega L’Eterno di lasciarlo entrare nella Terra Promessa, con queste parole: “In quel tempo supplicai L’Eterno dicendo: o Eterno Dio, hai cominciato a mostrare al Tuo servo la Tua grandezza e la Tua dimostrazione di potenza. Quale forza vi è in cielo o in terra che può imitare le Tue opere e la Tua potenza? Per favore lasciami passare così che possa vedere la buona terra che è dall’altra parte del Giordano, questo bel monte e il Libano (Devarìm – Deuteronomio, 3:23-25). R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) nella sua opera Siftè Cohen, all’inizio della parashà, domanda perché Moshè pregò nonostante che sapesse che un decreto divino accompagnato da un giuramento non poteva essere cambiato. Egli risponde che, dopo avere nominato Yehoshua’ come successore, Mosè riteneva che il decreto non fosse più valido. Questo perché era stato emesso nei suoi confronti e nei confronti del fratello Aharon (Aronne) con le parole “dal momento che non avete avuto fiducia in Me consacrandomi alla presenza dei figli d’Israele, non condurrete questa comunità alla terra che ho dato loro” (Bemidbàr – Numeri, 20:12). Ora dopo avere nominato il suo successore, Moshè non avrebbe più condotto il popolo nella Terra Promessa per cui sarebbe potuto entrare nella Terra Promessa sotto la guida di Yehoshua’. Alle insistenti preghiere di Moshè, L’Eterno rispose: “Basta. Non continuare a parlarmi di questa cosa” (Devarìm, ibid, 26). Il Midràsh Yalqùt Shim’onì (821), con un gioco di parole, spiega che la parola “basta”, in ebraico “Rav”, significa anche “Maestro”, e che l’Eterno disse a Mosè: “Il tuo discepolo Yehoshua’ ora è il tuo maestro”. Moshè rispose se doveva morire perché era arrivato il momento in cui Yehoshua’ lo doveva sostituire al comando del popolo d’Israele, era ben disposto a diventargli discepolo. Così Moshè si affrettò ad andare nella tenda dove Yehoshua’, seduto, teneva lezione. Moshè si chinò e mise la mano sulla faccia per nasconderla da Yeshoshua’. Nel frattempo tutto Israele era andato a cercare Moshè e alla fine lo trovarono nella tenda di Yehoshua’. Moshè [come un discepolo] stava in piedi e Yehoshua’ [come facevano i maestri] stava seduto. I convenuti dissero a Yehoshua’: “Cosa ti è successo che il nostro maestro Moshè sta in piedi e tu stai seduto”? Non appena Yehoshua’ vide Moshè si strappò il vestito e pianse dicendo “Maestro mio, Maestro mio”. I convenuti dissero a Moshè: “Moshè nostro maestro insegnaci Torà”. Moshè rispose:“Non mi è più permesso”. Gli risposero: “Non ti lasciamo andare”. Uscì una voce come un eco che disse: “Studiate da Yehoshua’”. Così Yehoshua’ sedette a capo tavola, Moshè alla sua destra ed El’azar alla sua sinistra. Yehoshua’ insegnava alla presenza di Moshè e Moshè non capiva quello che Yehoshua’ insegnava. Così fece l’Eterno per rendere la morte più facile a Moshè. R. Mordechai Hacohen aggiunge un altro motivo per cui Moshè insistette con la sua preghiera. Lo scopo della preghiera di Moshè era di mostrare al popolo l’importanza della Terra Promessa in modo che non dicessero: “Se è così importante entrare nella Terra, perché Moshè non ha pregato [di entrarvi]; essi erano convinti che anche se un giuramento divino impediva l’entrata di Moshè nella Terra, Moshè sarebbe stato in grado di rimuoverlo”. Nel Midràsh Yalqùt Shim’onì (814) si racconta che Moshè disse all’Eterno: “Le ossa di Yosef (Giuseppe) entrano nella terra e io non posso entrarci? Al che l’Eterno rispose: “Chi ha riconosciuto la sua terra d’origine vi entra”. Yosef non negò da dove veniva e disse “Perché sono stato rapito dalla terra degli Ebrei” (Bereshìt-Genesi, 40:15), mentre “Tu non ha riconosciuto la tua terra d’origine e quando le figlie di Yitrò dissero che un egiziano le aveva salvate dai pastori tu tacesti. Pertanto non potrai venire seppellito nella tua Terra”. R. Shimshon Nachmani (1706-1778) che fu Rav a Reggio Emilia, nella sua opera Zera’ Shimshon, cita il trattato talmudico di Berakhòt (32b) dove R. El’azar afferma: “La preghiera è più importante delle buone azioni; ne è prova il fatto che nessuno era più grande del nostro maestro Moshè [per buone azioni] e nonostante ciò egli non ricevette quello che chiedeva altro che con la preghiera. R. Nachmani chiede per quale motivo era necessario portare prova da Mosè! È chiaro che il Santo Benedetto ascolta le preghiere di tutti gli esseri umani: i Maestri nel trattato Berakhòt (63a) dicono che viene ascoltata anche la preghiera di un ladro quando entra in casa di altri per rubare, nonostante sia malvagio. E se bisogna prendere in considerazione le buone azioni di una persona, questa persona deve essere piena di buone azioni e se trasgredisce abitualmente dei precetti le sue buone azioni non valgono nulla. R. Nachmani cita Rashì che nel suo commento afferma: “Nonostante che i giusti potrebbero chiedere all’Eterno sulla base delle loro buone azioni, non chiedono altro che un dono dall’Eterno. Per questo Moshè disse: “Supplicai”.

Donato Grosser


Parashà di Devarìm: l’odio suicida degli Emorei

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Rav di Brisk

La parashà di Devarìm inizia con le ammonizioni di Moshè al popolo nella pianura di Moav. Moshè menziona prima in modo velato e poi in modo più esplicito i peccati commessi dal popolo. Fatto questo li incoraggia dicendo loro che Yehoshu’a (Giosuè) li guiderà nella Terra Promessa con l’aiuto dell’Eterno.

Nel suo discorso di addio, Moshè  ricorda che per colpa degli esploratori il popolo perdette coraggio e, invece di entrare subito nella Terra Promessa, dovette rimanere nel deserto per quaranta anni. Il racconto del rifiuto del popolo di andare nella Terra Promessa impiega più della metà del primo capitolo (Devarìm-Deuteronomio, 1: 22-46) e termina con l’episodio del tentativo fallito di invadere la Terra di Cana’an da parte di un gruppo di israeliti che, dopo aver rifiutato di entrare nella terra di Cana’an, si erano ricreduti. Putroppo ciò era avvenuto troppo tardi, quando l’Eterno aveva già decretato che tutta la generazione degli uomini adulti tra 20 e 60 anni uscita dall’Egitto sarebbe morta nel deserto, eccetto Yehoshu’a e Calev, la tribù di Levi, i giovani e gli anziani.

Moshè cercò inutilmente di convincere questi avventurieri a rinunciare all’invasione dicendo: “L’Eterno mi disse: «Dì a loro di non salire  a combattere per non rimanere sconfitti  dai vostri nemici perché Io non sono i mezzo a voi»” (ibid., 42).

R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) nella sua opera Siftè Cohen scrive che questi ribelli, dopo aver peccato per aver rifutato di entrare nella Terra di Cana’an, ora erano pronti a salirvi. Egli spiega che questa confessione del peccato non valeva nulla, perché era avvenuta dopo che l’Eterno aveva decretato che sarebbero morti nel deserto. Essi non solo si ribellarono con le parole ma lo fecero anche con i fatti prendendo le armi per andare all’attacco. Così facendo dimostrarono di avere poca fede nell’Eterno, perché dopo aver visto le vittorie contro il Faraone ed altri che erano avvenute per intervento divino e non con le armi, avrebbero dovuto sapere che la vittoria sarebbe arrivata “non con la prodezza e non con la forza” (Zekharià, 4:6) ma solo grazie alla volontà del Creatore. Nonostante tutto essi si ribellarono alla parola dell’Eterno e salirono sul monte. Moshè nel suo racconto ricordò che “l’Emoreo che abitava quel monte uscì contro di voi, vi mise in fuga come fanno le api e vi sconfissero a Se’ir sino a Chormà” (ibid., 44).

Perché Moshè paragonò gli Emorei alle api? R. Avraham ibn ‘Ezra (Spagna, 1089-1167)  nel suo commento alla Torà spiega che le api attaccano immediatamente coloro che toccano il loro alveare.

L’autore del commento Kelì Chemdà (vi sono tre opere con questo nome e probabilmente l’autore citato dall’antologia Me’am Lo’ez è R. Samuel Laniado, Siria, XVI secolo) fa notare che  questo è un altro esempio della benevolenza divina nei confronti degli israeliti: come le api che non uccidono ma solo pungono, così anche gli Emorei non riuscirono a uccidere gli israeliti ma solo e ferirli.

R. Moshè  Alshekh (1508-1593, Safed) nel suo commento Toràt Moshè scrive che come la gente fugge dalle api non appena sente il ronzio dello sciame, così il rumore delle voci degli Emorei fu sufficiente a far fuggire gli israeliti perché l’Eterno non era in mezzo a loro.

R. Meir Simchà Hacohen di Dvinsk (Lituania, 1843-1926) nell’opera Meshekh Chokhmà fa notare che nella parashà di Shel’akh Lekhà, dove vi è il racconto del tentativo fallito di invasione, vengono menzionati sia i Cana’aniti (gli Emorei erano anch’essi un popolo cananeo) sia gli Amaleciti. Perché quindi Moshè non menziona gli Amaleciti? Egli spiega che Moshè voleva incoraggiare il popolo menzionando solo gli Emorei, perché i due re degli Emorei, Sichon e ‘Og, erano appena stati sconfitti da loro guidati da Mosè. La menzione degli ‘Amaleciti li avrebbe invece spaventati.

Rashì (Francia, 1040-1105) citando il Midràsh Rabbà (Shelàkh Lekhà) commenta: “Come fanno le api: un’ape quando punge una persona muore immediatamente, così pure loro quando vi toccavano morivano immediatamente”. Questo midràsh, come molti midrashìm, invece di dare un’illustrazione di quello che accadde in realtà, nasconde e rivela qualcosa sul carattere degli Emorei.

Rav Yitchàk Zeev Soloveitchik (Volozhin, 1886-1959, Gerusalemme), che fu il Rav della città di Brisk (Brest Litovsk) negli anni tra le due guerre mondiali, spiega che quando una persona colpisce un altro e la vittima non risponde colpendo l’assalitore, non vi è una chiara indicazione sull’odio che l’assalitore nutre nei confronti della vittima. Ma quando la vittima reagisce colpendo l’assalitore con grande forza, ci si rende conto del grande odio che l’assalitore nutre nei confronti della vittima. Infatti se l’assalitore, pur sapendo che la vittima dell’attacco reagirebbe con grande forza, lo attacca ugualmente, mostra di avere un tale odio per lui da non prendere in considerazione la propria sofferenza. Così il Rav di Brisk rivela il messaggio nascosto nel midràsh: gli Emorei nutrivano un tale odio per i figli d’Israele che, come le api, erano disposti a commettere suicidio pur di attaccarli (questa citazione è presa da: Peninim on the Torah di Rabbi A. L. Scheinbaum, The Hebrew Academy of Cleveland, 2014). Più di  tremila anni dopo il mondo non è cambiato!

Donato Grosser


Il capo della Polizia in visita alla Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

20140730_163059Il capo della Polizia, Alessandro Pansa, è stato in visita alla Comunità Ebraica di Roma in seguito all’ondata di minacce contro gli ebrei comparse sui muri della Capitale e sui negozi di alcuni commercianti di religione ebraica. Il prefetto ha sottolineato la massima attenzione delle forze di sicurezza italiane ai fenomeni di intolleranza che negli ultimi giorni sono aumentati in numero considerevole. La Comunità Ebraica di Roma, dopo più di 1 ora di colloquio a cui hanno partecipato il Presidente Riccardo Pacifici, il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, il Responsabile della sicurezza delle comunità ebraiche in Italia Giacomo Zarfati, l’assessore alle Relazioni Istituzionali Ruben Della Rocca e il Consigliere Raffaele Sassun, ha ringraziato nuovamente le forze di polizia per l’impegno profuso e rinnovato la collaborazione al fine di prevenire atti di intolleranza in qualsiasi forma.


Roma si sveglia tra le scritte neonazi. Pacifici: “Chi spaccia odio vada a processo”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

pacifici11“Questa mattina Roma si è svegliata nel peggiore dei modi. I suoi muri sono stati imbrattati da decine di scritte neonaziste inneggianti odio nei confronti degli ebrei. Dall’Appia fino in Prati, dal centro storico alla periferia, svastiche, insulti e minacce di morte hanno tappezzato le serrande dei commercianti. La mente corre al 1993, quando alcune stelle gialle furono attaccate all’entrata dei negozi di proprietà di ebrei. Oggi Roma e l’Italia sono diverse, le Istituzioni sono con noi nel rispetto dei principi costituzionali. Ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, per questo facciamo appello al sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, e al Questore di Roma per individuare gli autori di questi gesti nella speranza che anche le attività di prevenzione possano arginare questa campagna di odio. Roma non può diventare come Parigi dove gli ebrei sono assaltati, le sinagoghe circondate e girare con la kippà in testa – il copricapo ebraico – è un pericolo concreto. Siamo fiduciosi che le forze di sicurezza e le autorità politiche prenderanno in considerazione ogni iniziativa volta a prevenire ciò che la Francia ha sottovalutato per troppi anni. Noi, da subito e con i nostri avvocati, sporgeremo denuncia contro ignoti per istigazione all’odio razziale: non ci pieghiamo e non abbiamo paura di chi spaccia odio”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Parashà di Masse’è: i tre diversi confini della Terra d’Israele

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Weigelio Holyland

La parashà di Masse’è è l’ultima in ordine cronologico prima della morte di Moshè e dell’entrata degli israeliti nella Terra Promessa. Infatti, il quinto libro della Torà, quello di Devarìm (Deuteronomio, che in greco significa “seconda legge”), è la ripetizione degli insegnamenti della Torà che Moshè diede al popolo prima della sua morte nella pianura di Moav.

Prima di iniziare la conquista della Terra “l’Eterno parlò a Moshè dicendogli di dare agli israeliti istruzioni e dire loro: «Quando entrerete nella Terra di Cana’an, il territorio che apparterrà a voi è la terra di Canaan con i suoi confini. Il settore meridionale inizierà dal deserto di Tzin vicino a Edom e il confine a sud-est sarà il lato orientale del Mare Salato (il Mar Morto)»” (Bemidbàr-Numeri, 34:1-3).

La Torà descrive i confini in senso orario: dal territorio di Edom, che è a sud della Terra d’Israele, il confine va verso ovest fino al Wadi el ‘Arish, il fiume che si getta nel Mare Mediterraneo. Poi il confine sale a nord lungo la costa fino al nord del Libano, poi gira verso est e successivamente scende fino al Mare di Galilea e lungo il fiume Giordano ritornando al Mar Morto.

Per quale motivo era necessario indicare i confini della Terra Santa? Rashì (Francia, 1040-1105) lo spiega nel suo commento alla Torà: “Dal momento che vi sono molte mitzvòt (precetti) che vengono osservate nella Terra d’Israele e non al di fuori di essa, era necessario scrivere quali erano i confini per informare che all’interno di essi bisogna osservare queste mitzvòt”.

Rashì descrive la geografia della Terra d’Israele scrivendo che a sud della Terra d’Israele vi sono tre paesi uno adiacente all’altro: a sud-est vi è parte dell’Egitto, a sud tutto il territorio di Edom e a sud-ovest, al di là del Mar Morto, il territorio di Moav.

Rashì continua la sua descrizione scrivendo: “Quando Israele uscì dall’Egitto, se l’Onnipresente avesse così voluto, avrebbe fatto passare loro il Nilo da nord e sarebbero arrivati subito nella terra d’Israele. Invece non li condusse attraverso il territorio dei Filistei che è sul mare ad ovest della Terra di Cana’an, come è detto riguardo ai Filistei “Ahimè, abitanti della costa, il popolo dei cretesi” (Tzefanià, 2:5-7). L’Eterno li condusse invece a sud nel deserto da ovest a est finché arrivarono ai confini del territorio di Edom. Il Re di Edom non permise loro di passare nel suo territorio per entrare nella Terra di Cana’an e gli israeliti dovettero aggirare il territorio di Edom e poi passare a sud di Moav. Volgendo verso nord in Transgiordania incontrarono i re Sichon e ‘Og e li sconfissero. Questi territori divennero il retaggio delle tribù di Reuven, Gad e parte della tribù di Menascè”.

I confini della terra d’Israele elencati in questa parashà circoscrivono un terrirorio di estensione inferiore al territorio promesso al patriarca Avraham (Abramo). Nella parashà di Lekh Lekhà, infatti, è scritto: “In quel giorno l’Eterno fece un patto con Avram dicendo: «Alla tua discendenza ho dato questa Terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate; le terre dei Keniti, dei Keniziti e dei Kadmoniti, i Hittiti, i Periziti, i Refaim, gli Emoriti, i Canaaniti, i Ghirgashiti e ei Gebusiti»” (Bereshìt- Genesi, 15:18-21). A Moshè  furono promessi i territori di sette nazioni. Ad Abramo furono promessi anche I territori dei Keniti, Kenziti e dei Kadmoniti. Questi territori verranno dati ai suoi discendenti solo nell’epoca mesianica.

Una terza serie di confini della Terra d’Israele è quella descritta nel trattato Shevi’it (6:1) del Talmud di Eretz Israel. Dopo settanta anni di esilio in Babilonia, gli israeliti tornarono nuovamente ad abitare nella loro terra, in un territorio la cui estensione era inferiore a quella del popolo uscito dall’Egitto. Il motivo per cui il Talmud indica questi confini con grande precisione è lo stesso indicato da Rashì nel suo commento: diverse mItzvòt, come l’obbligo di dare la terumà ai Cohanim, le decime ai Leviti e l’obbligo di astenersi dal lavorare la terra nell’anno sabbatico  vengono praticate solo nella Terra d’Israele.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) spiega che i confini degli israeliti entrati nella terra dopo l’uscita dall’Egitto non erano più rilevanti perché con l’esilio e l’abbandono della terra di tutti gli abitanti, la qedushà (santità) della terra era cessata. Così scrive il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Terumòt, 1:5): “Tutto il territorio che venne abitato da coloro che salirono dall’Egitto fu santificato per la prima volta; dal momento che andarono in esilio la santificazione cessò”. Tuttavia la santificazione della terra dopo il ritorno dalla Babilonia vale fino a oggi. Pertanto i confini indicati nel Talmud sono per noi importanti per sapere dove dobbiamo osservare le mitzvòt  che derivano dalla terra d’Israele.

R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) nel suo commento Siftè Cohen alla Torà osserva che i confini delle tribù non erano lineari e il territorio di una tribù rientrava in quello di quella adiacente. Lo scopo era di far sì che le tribù rimanessero in contatto l’una con l’altra e potessero imparare l’una dall’altra nello studio della Torà e nel servire il Dio unico.

Donato Grosser


UN SALMO PER I NOSTRI GIORNI

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Da centinaia di anni durante i periodi difficili gli ebrei aprono i Tehillim, il libro dei Salmi, per trovare le parole più adatte per rivolgersi al Creatore. In questi giorni di prove specialmente per i nostri fratelli che vivono in Eretz Israel, c’è un salmo che secondo il Maimonide, re Davide scrisse proprio per questa situazione. Questa è una traduzione del capitolo 120 di Tehillim:

Canto degli scalini. Nella mia disgrazia ho chiamato il Signore e mi ha risposto. O Signore salvami dalle labbra che dicono bugie, dalla lingua che dice il falso. Che vantaggio trai e cosa guadagni, o lingua che dici il falso? Sei come le frecce appuntite di un uomo forte, come pezzi bruciati di albero di Rotem. Ahimè che abito a Meshech, che risiedo tra le tende di Qedar. Ho risieduto a lungo con i nemici della pace. Io sono per la pace, ma quando parlo di pace loro sono per la guerra.

Nella “Iggheret Teman”, la “Lettera agli ebrei dello Yemen” scritta nel 1173 o nel 1174, quando gli ebrei dello Yemen erano soggetti a terribili persecuzioni da parte dei musulmani, il Maimonide scrisse loro una lunga lettera per consolarli e per offrire loro consigli su come comportarsi. In questa lettera il Maimonide cita il capitolo 120 di Tehillim:

E voi, o fratelli miei, sappiate che, per via dei nostri peccati, il Signore ci ha fatto capitare nel mezzo del popolo d’Ismaele che ci assoggetta a grandi persecuzioni e inventa nuove leggi per farci del male e per farci odiare. Così ci ha detto il Signore con lo scritto “E i nostri nemici sono i nostri giudici” [nella parashà di Haazinu]. E non vi è mai stato un popolo che abbia fatto male ad Israele e che abbia fatto di tutto per umiliarci, per metterci in stato di inferiorità e per farci odiare più di questo. Per questo motivo, quando furono mostrate a David, Re d’Israele, con spirito profetico le future disgrazie del popolo d’Israele, non pregò e non implorò e non chiese aiuto altro che dal regno d’Ismaele, dicendo: “Ahimè che abito a Meshech, che risiedo tra le tende di Qedar.” E notate bene che [David] indicò proprio Qedar tra i vari figli d’Ismaele perché Maometto discende proprio da Qedar, come è noto dal suo albero genealogico. Anche Daniel non parlò della nostra sottomissione e del nostro stato di inferiorità altro che nei confronti del regno d’Ismaele, che venga presto sottomesso, come disse: “… e li fece cadere a terra dal cielo e dalle stelle e li schiacciò..” [Daniel, 8:10]. E noi, dovendo soffrire perché ci sottomettono e ci dicono il falso e ci trattano senza riguardo al limite della sopportazione umana, siamo diventati, come dice il profeta :” Come un sordo che non sente e come un muto che non parla” [Tehillim, 38:14]. E così i Maestri ci hanno insegnato a sopportare le bugie e le falsità degli Ismaeliti, di ascoltare e di non aprire bocca, prendendo spunto dai nomi dei suoi figli “e Mishmà e Dumà e Massà” [Bereshit, 25:14] – [ i cui nomi sono simili alle radici delle parole] ascolta, taci e sopporta. E ci siamo già abituati, giovani e adulti, a sopportare il fatto che ci sottomettono, come ci ordinò il profeta Yesha’yà [50:6]: “Ho volto la schiena a coloro che mi percuotono e la mia guancia a coloro che mi schiaffeggiano”. E con tutto questo non potremo sfuggire alla loro impetuosa malvagità perché nonostante tutto quello che faremo per sopportarli e per vivere in pace con loro, ci faranno la guerra e tireranno fuori la spada, come disse David: “Io sono per la pace e quando parlo di pace loro sono per la guerra.”

Queste parole scritte ai nostri fratelli nello Yemen oltre ottocento anni fa, sono rimaste valide anche per i nostri giorni, purtroppo. Dobbiamo pregare e sperare che verrà presto il giorno in cui come dice il profeta Yoel (cap. 4:18-21):

In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e vino bianco scorrerà per le colline; 
in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque.
Una fonte uscirà dalla casa del Signore e irrigherà la valle di Shittìm.
 L’Egitto sarà desolato e l’Idumea un deserto desolato per la violenza contro i figli di Giuda, per il sangue innocente versato nel loro paese,
e la Giudea sarà sempre abitata e Gerusalemme di generazione in generazione.
 Vendicherò il loro sangue, non lo lascerò impunito e il Signore dimorerà in Sion.

Donato Grosser