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Shavu’òt: la festa per chi vuole essere veramente un uomo libero

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In una sua derashà in occasione della festa di Shavu’òt (contenuta nell’opera Divrè Haggadà, p. 495), Rav Yosef Shalom Elyashiv disse che riguardo alle Tavole del Patto (chiamate nel linguaggio comune “Tavole della Legge”) che furono date al Monte Sinai è scritto: “E la scrittura era scrittura divina incisa (charùt) sulle tavole” (Shemòt, 32:16). Rav Elyashiv commenta che la scrittura non era incisa sulla pietra perché era scrittura divina e vi è un incisione solo se si usa il cesello. Cosa significa dunque “inciso sulle tavole”? I Maestri nel trattato Avòt (Massime dei Padri, 6:42) insegnano: “Non si deve leggere charùt (inciso) ma piuttosto cherùt (libertà) perché non vi è persona libera all’infuori di chi si occupa dello studio della Torà”. L’incisione era un’incisione di libertà e così pure il contenuto delle tavole era “libertà” perché appunto “non vi è persona libera all’infuori di chi si occupa dello studio della Torà”.

Rav Elyashiv aggiunge che vi sono tre tipi di libertà. Il primo è la libertà politica, che ha luogo quando ci si libera dalla dominazione straniera e si diventa indipendenti. Il secondo tipo di libertà è quella economica, che esiste quando non si ha bisogno di farsi aiutare da altre persone né da altri paesi e ci si può mantenere senza limitazioni di sorta. Ed esiste infine la libertà morale, come menziona R. Yitzchàk ‘Arama nell’opera ‘Akedàt Yitzchàk (Sha’ar 67), dove è scritto che “i malvagi sono pieni di rammarichi”. Il malvagio vive insoddisfatto, egli è servo delle sue passioni, è asservito al suo istinto naturale dal quale non si sa liberare. Questa libertà, la libertà morale, è quella che lo può liberare e fare di lui un uomo veramente libero.

Al fine di radicare in noi queste tre libertà abbiamo le tre feste di Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt. Pèsach è la festa della libertà politica, quando diventammo indipendenti. Sukkòt è la festa della libertà economica, come è scritto nella Torà: “La festa del raccolto […] quando raccoglierai dai campi i frutti del tuo lavoro” (Shemòt, 23:16). Tra queste due feste vi è la festa di Shavu’òt, quando ricevemmo la Torà dal Sinai, senza la quale né la libertà politica né quella economica avrebbero valore.

In un’altra derashà (Divrè Haggadà, p. 499) rav Elyashiv scrive che tutta l’umanità ha parte nella Torà. All’inizio la Torà apparteneva sia ad Israele sia alle nazioni del mondo. I nostri Maestri nel Midràsh (Yalkùt Shim’onì, Yitrò, 275), accennando al fatto che la Torà fu data nel deserto, dissero: “Se l’Eterno avesse dato la Torà nella Terra d’Israele, i figli d’Israele avrebbero detto alle nazioni del mondo che non hanno parte nella Torà. Invece, dal momento che fu data nel deserto, in una terra di tutti e di nessuno, chi la vuole prendere venga e la prenda”. Infatti molti dei grandi Maestri che arricchirono la Torà erano proseliti che provenivano da altre nazioni, come Shemayà e Avtaliòn, che furono maestri di Hillel, e Rabbì Akivà. E proprio nei giorni più duri per il popolo d’Israele, durante periodi di persecuzioni, ci furono persone speciali dalle nazioni del mondo che vennero a trovare riparo all’ombra della Torà, come il proselita Onkelos che era figlio della sorella di Tito. La sua traduzione della Torà in aramaico divenne uno dei tesori più importanti di Israele, perché quello che scrisse era pieno di spirito divino. Tra i proseliti ci fu pure Rabbì Meir, detto anche R. Nehorai che in aramaico significa l’illuminante. E per quale motivo fu chiamato R. Meir? “Perché illumina gli occhi dei Maestri nella Halakhà (la legge ebraica)” (Talmud babilonese, trattato ‘Eruvìn, 13b).

E vi furono anche proseliti che avevano vissuto una vita dissoluta che trovarono posto nella Torà. Rachav, la “locandiera” di Gerico, divenne proselita a cinquant’anni dopo quarant’anni di vita immorale. E dopo aver accettato la Torà d’Israele ebbe tra i suoi discendenti profeti e kohanim (sacerdoti). Rachav disse agli esploratori mandati da Yehoshua’: “Perché l’Eterno vostro Dio è il Dio in cielo” e il Midràsh (Yalkùt Shim’onì, 269) insegna: “Il Santo Benedetto disse a Rachav: «Sarebbe stato sufficiente se tu avessi detto “sulla terra qui in basso”, ma hai detto “su in cielo”. Tu hai detto qualcosa che i tuoi occhi non hanno visto; per la tua vita, tuo figlio (un tuo discendente) vedrà quello che non hanno visto altri profeti», come è scritto: «E si aprirono i cieli e vidi visioni divine» (Yechezkel, 1:1)”.

E non solo questo. Il regno d’Israele ebbe la sua base in Rut, la proselita moabita, che fu bisnonna di re Davide e sarà l’antenata del Mashiach, discendente di David. Sia la Torà sia il regno d’Israele non furono fondati sulla purezza razziale, ma al contrario. I Maestri insegnano che è scritto: “Affinché l’uomo (Adam) la osservi e viva”. Non si parla di Kohanim, di Leviim o di israeliti, ma di Adam. E concludono affermando che “perfino uno straniero che si occupa di Torà è come il Kohen Gadol” (Talmud babilonese, trattato Bava Kamà, 38a).

Donato Grosser


Addio Rav Sciunnach, il ricordo commosso

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E’ mancato nel giorno di Yom Yerushalaim  il Rabbino Maggiore Umberto Sciunnach (1935 -2015). Rimasto orfano  di padre dalla deportazione crebbe all’Orfanotrofio Pitigliani, frequentò il Collegio Rabbinico a Roma e a Torino ed a soli diciotto anni fu chiamato a Firenze come Hazan. Qui incontrò l’amata moglie Paola, da cui ebbe le due gemelle Chiara e Debora. Poi decise di completare la preparazione rabbinica, fino a ricoprire il prestigioso incarico di Rabbino Capo. Tornato a Roma nel 1996 fu ideatore e fondatore del Tempio di rito italiano Beth Shalom in via Pozzo Pantaleo in zona Marconi aperto tutti i giorni. Ormai secondo tempio di Roma per frequenza e varietà di lezioni il tempio Beth Shalom di Roma da Lui fondato partecipa oggi al Suo funerale. Voglia haShem benedire l’ebraismo italiano per merito dei due Maestri scomparsi nel mese di Yiar. La loro Luce sia di difesa ed esempio per tutti

Rav Umberto Piperno


Parashà di Bechukotài: Scrittura e Tradizione

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In questa parashà vi è tutta una serie di promesse di benedizioni e di punizioni: “Se seguirete i Miei decreti e osserverete le Mie mitzvòt (precetti) e li eseguirete, manderò le piogge a voi necessarie a loro tempo, la terra darà il suo prodotto, gli alberi dei campi daranno i loro frutti” (Vaykrà, 26:3-4). E al contrario: “Se non Mi ascolterete e non eseguirete tutti questi precetti…” (ibid., 26-14). Le ammonizioni terminano con un messaggio di speranza: “E ricorderò per il vostro bene il patto stretto con gli antenati che trassi dalla terra d’Egitto alla presenza dei popoli per essere vostro Dio, Io sono l’Eterno” (ibid., 26-45). E il passo si conclude con le parole: “Questi sono i decreti, e le leggi, e le Toròt (gli insegnamenti) che l’Eterno stabilì tra Lui stesso e i figli d’Israele sul Monte Sinai per mezzo di Moshè” (ibid., 26-46).

Rashì nel suo commento alla Torà scrive: “Le Toròt [significa che vi è] una [Torà] scritta e una orale e qui ci viene insegnato che entrambe vennero date a Moshè nel Sinai”.

La Torà orale, ossia la tradizione, venne così definita da R. Elyahu Benamozegh: “La Tradizione è  la parola parlata che antecede, accompagna e segue i monumenti scritti” (Vessillo Israelitico, XLIII, 1895, p. 182). Da dove prende rav Benamozegh queste definizioni? Com’è che la parola parlata “antecede” quella scritta? La risposta viene dal trattato talmudico Ghittìn (60a), dove viene insegnato che la Torà fu scritta solo alla fine dei quarant’anni nel deserto. E da dove si impara che la “accompagna”? Un midràsh citato da Rashì all’inizio della parashà di Behàr Sinài dice: “I dettagli [di tutte le mitzvòt] furono insegnati al Sinai”. Come sappiamo infine che la Tradizione “segue” anche la Scrittura? Una fonte è nel trattato Meghillà (19b) del Talmud babilonese, dove è detto che l’Eterno mostrò a Moshè perfino le finezze dei Maestri delle generazioni future. R. Benamozegh spiega che l’insegnamento dei Maestri accreditati di ogni generazione era già implicito in quello di Moshè (cfr. Cinque Conferenze sulla Pentecoste, p. 22).

Nella Haggadà Chuqqàt Ha-Pèsach stampata a Livorno nel 1855, rav Benamozegh aggiunse anche un suo commento in ebraico ai Pirkè Avòt (Massime dei Padri) che intitolò “Avòt Ugvuròt”. È noto che si usano studiare i Pirkè Avòt durante le sette settimane che intercorrono tra Pèsach e Shavuòt. Nell’introduzione rav Benamozegh cita quattro motivi di questo minhàg (usanza). Il quarto motivo è…

[…] l’utilità per la festa di Shavuòt, nella quale fu data la Torà, per avvertire il popolo di non pensare neppure che l’obbligo di osservare gli insegnamenti ricevuti da Moshè nostro Maestro che non furono scritti nella Toràh, sia secondario, e che non dobbiamo osservare altro che ciò che è espressamente scritto nella Torà.  Studiamo queste mishnayòt perché elencano la catena della tradizione fin dall’inizio con le parole “Moshè ricevette la Torà dal Sinai”. In questo modo, quando arriviamo al giorno in cui fu data la Torà, ci siamo impegnati ad osservare la Torà insieme con le spiegazioni date dalla tradizione.

Nella prima Mishnà del secondo capitolo dei Pirkè Avòt è detto: “Se non vuoi cadere nel peccato pensa a tre cose: sappi chi è più in alto di te, un occhio ti vede, un orecchio ti sente, e tutte le tue azioni vengono scritte in un libro.” La spiegazione semplice è che se pensiamo di essere osservati, immediatamente ci viene timore del Cielo e ci allontaniamo dal peccato. Rav Benamozegh cita il commento di un grande Maestro anonimo che fornisce una spiegazione omiletica, affermando che questa mishnà ci esorta a portare rispetto per i Maestri che ci hanno preceduto, ricordando che “ha-doròt mitma’atìm”, le generazioni scendono di valore e non abbiamo la capacità di capire il vero come quelle precedenti. “L’occhio che ti vede” sono i Neviìm (profeti) che venivano chiamati “chozìm”, coloro che vedevano. “L’orecchio che sente” sono i successori dei Neviìm: quando la nevuàh, la profezia, cessò di  rivelarsi tra il popolo d’Israele, ci furono coloro che sentirono una “bat qol”, non più una profezia, bensì un’eco. Infine, con il successivo declino delle generazioni, anche la Torà orale fu messa per iscritto. Per questo la Mishnà finisce con le parole: “E tutte le tue azioni vengono scritte in un libro.”

Rav Benamozegh insegna che dalla sola Torà scritta non possiamo imparare quello che dobbiamo fare. Per capirla è indispensabile conoscere la Torà orale, che contiene le spiegazioni della Torà scritta. Queste spiegazioni le possiamo imparare solo dai Maestri che, da Moshè fino ai nostri giorni, fanno parte della catena della tradizione. Questi Maestri valgono per noi come e più di un Sefer Torà, perché senza di loro non sapremmo come spiegare la Torà scritta. Nel Talmud Babilonese (trattato Makkòt, 22b) è detto: “Come sono sciocchi coloro che si alzano di fronte a un Sèfer Torà e non si alzano di fronte a un grande Maestro”. Per questo la Mishnà ammonisce: “Sappi chi è al di sopra di te.”

In questo modo rav Benamozegh ci ricorda anche che la mitzvà dello studio della Torà comprende due halakhòt (regole). La prima è quella di studiare Torà; la seconda, come insegna il Maimonide (Mishnè Torà, Hilkhòt Talmud Torà, sottotitolo), che bisogna onorare coloro che la studiano e che l’insegnano.

Donato Grosser


Un premio in memoria di Rav Toaff

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ASCER AF E Toaff lascia la carica di rav Album 1 n 71La Conference dei Rabbini Europei ha istituito un premio annuale in memoria di Rav Elio Toaff, Rabbino Capo a Roma per 50 anni che ci ha lasciati lo scorso 19 aprile. Durante il Congresso, che in queste ore si è riunito a Toulouse e a cui ha partecipato il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, la Conference ha deciso che assegnerà ogni anno il premio al rabbino over 45 che si sarà maggiormente distinto per la sua attività in un comunità ebraica in Europa. “Il segno che rav Toaff ha lasciato anche fuori dall’Europa nel rabbinato è ancora riconoscibile, con tutto il cambio generazionale”, ha dichiarato con emozione Rav Di Segni.


I ragazzi della Scuola Ebraica abbracciano la mamma di Ilan Halimi

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Giovedì mattina i ragazzi del Liceo Ebraico Renzo Levi hanno avuto l’onore di incontrare Ruth Halimi, mamma di Ilan, il ragazzo di 23 anni che nel 2006 fu rapito in Francia perché ebreo. Ad adescarlo era stata una ragazza che per conto di una banda organizzata lo aveva tratto in inganno facendolo catturare con lo scopo di chiedere un riscatto. Ventiquattro giorni di prigionia, di torture e sofferenza lo hanno portato a condizioni fisiche talmente gravi che morì in ospedale dopo essere stato trovato in una stazione ferroviaria.
“Nella storia degli ebrei nel mondo, dalla nascita del popolo ebraico, ci sono state manifestazioni di antisemitismo. L’antisemitismo è sempre esistito e continuerà ad esistere. Se in un momento da qualche parte c’è qualche problema gli ebrei sono il capro espiatorio. Sta a voi giovani essere vigilanti e fare attenzione a tutto ciò che accade”, ha detto Ruth Halimi rivolgendosi ai ragazzi. Ha poi spiegato che il popolo ebraico ha la fortuna di avere la Torah:”Dalla Torah non si può aggiungere ne togliere niente. Quello che ci può salvare è averla in noi. Io sono stata cresciuta con la Torah, ho studiato la Torah e sono stata salvata dalla Torah. Quello che vi posso dire è di studiare la Torah”. Il Preside Rav Benedetto Carucci Viterbi ha ricordato che la signora Halimi deve essere un esempio su cui costruire la nostra identità. “La lezione che questa donna con la sua esperienza, con la sua sofferenza, ma soprattutto con la sua forte identità ebraica ha saputo dare ai nostri ragazzi vale ancora di più di tante altre lezioni. Questa è la grande forza del popolo ebraico: anche nel dolore riusciamo a trasmettere valori, rispetto e sentimenti che ci porteranno ad andare avanti sempre più forti e sempre più orgogliosi di essere ebrei”, ha concluso l’Assessore alle Scuole Ruth Dureghello.


Una lezione indimenticabile

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Sono in taxi direzione Liceo Classico Virgilio.

Dopo una gimcana forsennata nel traffico mattutino, davanti a me si spalanca Via Giulia, 38 e come per magia mi catapulto in un altro mondo distante pochi metri dal rumorosissimo lungotevere. La strada mi appare mollemente adagiata su ritmi perduti, di gatti sonnacchiosi e botteghe di mercanti, di vestigia religiose e residenze antiche.

L’eco delle voci chiassose degli alunni mi scuote da quel torpore: entro. Frotte di studenti si accalcano lungo le scale, li seguo, l’emozione cresce, sto per assistere ad una lezione di Rav Riccardo Di Segni, non conosco il tema ma so che ancora una volta sarà un’esperienza indimenticabile.

L’Aula Magna è già gremita, tutto è pronto. Silenzio in sala, comincia!
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Dopo il rituale dei convenevoli, la preside introduce l’ospite alla platea chiamandolo Professore; nella sua voce c’è tutta la devozione ed ammirazione per l’ex alunno prestigioso del Virgilio.

Rav Di Segni passa subito a spiegare le ragioni della scelta del tema “Ebraismo visibile ed invisibile nella nostra cultura”. Dell’ebraismo si conoscono soprattutto gli aspetti legati alla Shoah o allo Stato d’Israele, ma della presenza e della cancellazione delle radici ebraiche dalla cultura del Paese poco o nulla si sa. E partono le prime slide che affrontano la tematica dal punto di vista artistico ed architettonico: da Raffaello Sanzio che raffigurerà il matrimonio tra Giuseppe e Maria nel solco della tradizione ebraica a Michelangelo Buonarroti che nel rappresentare Mosè prima e nel David dopo, traviserà e cancellerà ogni segno d’appartenenza alla tradizione ebraica.

Raffaello Sanzio, Lo Sposalizio della Vergine (1504) Pinacoteca di Brera, Milano

Inforco gli occhiali incuriosita: la prima è la rappresentazione de Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, icona del Rinascimento italiano. Ciò che colpisce è la visione simmetrica e circolare del dipinto: al centro la figura del rabbino (impropriamente definito dai critici “sacerdote” da intendersi invece garante della nuova famiglia costituitasi nel vincolo contrattuale del matrimonio) sostiene il polso di Maria mentre Giuseppe infila l’anello nuziale (altro simbolo circolare dove convergono tutti gli sguardi dei presenti) alla mano destra secondo la tradizione ebraica. Anche qui i critici hanno pensato che si trattasse di un errore, non considerando che l’artista fotografa quell’unione secondo la legge mosaica. Due gruppi di persone, gli uomini e le donne assistono separatamente alla cerimonia come avviene ancora ad oggi in sinagoga. Tutta l’immagine ruota attorno agli sposi collocati in perfetta armonia con il Tempio a sua volta esaltato dalle linee prospettiche della pavimentazione che trovano il loro punto di convergenza nella porta aperta verso l’orizzonte infinito del paesaggio.

Non faccio in tempo ad estasiarmi dinanzi a cotanta bellezza che la slide successiva mostra la scultura marmorea più famosa del Rinascimento: il Mosè di Michelangelo. La terribilità dello sguardo e l’imponenza della figura incute negli astanti un certo timore, e per un attimo la platea si ammutolisce.

Perché non parli? pensano silenziosi

La rappresentazione michelangiolesca di Mosè, spiega Rav Di Segni, contraddice un principio fondamentale dell’ebraismo: il divieto di raffigurare sotto ogni forma artistica l’immagine fisica di D-o.
Ma é in un dettaglio che ci svela un altro segno della tradizione ebraica confuso e mortificato: le corna, poste sulla fronte, in realtà sono raggi di luce che irradiavano il volto di Mosé quando era al cospetto di Hashem. In ebraico “raggi” si scrive “karàn” che nelle varie traduzioni successive è stato riportato erroneamente in “keren” (cornus, corna); nel Medioevo inoltre ritenevano che solo Cristo potesse avere il volto pieno di luce. Quella radice linguistica in comune verrà dunque strappata e nell’iconografia cristiana Mosè verrà rappresentato con le corna.

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Michelangelo Buonarroti, David (1501-1504), Galleria dell’Accademia, Firenze

Anche nel David di Michelangelo, icona di bellezza virile, emblema di forza, coraggio e regalità viene assorbito un ideale antico della tradizione ebraica ma allo stesso tempo viene cancellato un fondamentale della stessa: la circoncisione. David viene scolpito nelle parti intime con il prepuzio, annullando così il patto dell’appartenenza al popolo ebraico. Brusio in sala, la slide mostra David in tutto il suo fulgore mentre la docente seduta accanto a me, abbassa pudicamente lo sguardo.

Le slide si susseguono in lenta successione, percorrendo ogni strada della visibilità e dell’invisibilità della tradizione ebraica: dal calendario alla scienza, passando per il Purgatorio di Dante e le opere di Giorgio Bassani, dai colli lunghi di Modigliani alla formula della relatività di Albert Einstein: tutte le arti sono impregnate della cultura ebraica e di grandi segni lasciati da eccellenti personalità di ogni secolo. Anche la toponomastica ci ricorda della importante presenza della popolazione ebraica e del profondo legame della stessa con il territorio. Roma ne è l’esempio più eclatante. La lectio magistralis sta per terminare tra gli applausi degli alunni. Tra tutti, una giovane fanciulla, partecipando al dibattito finale, ringrazia Rav Di Segni per averle insegnato aspetti insoliti della cultura ebraica che sui libri non s’imparano, rimanendone colpita. La lezione è così terminata.

Discendo le scale del liceo, superata da studenti frettolosi di rientrare in classe: attraverso il cortile della scuola, m’incammino verso l’uscita. Nella mente il ricordo della lezione del Rav e il suo sorriso.

Respiro. Com’è bella Via Giulia adesso.

Daniela Pepe Viterbo


Parashà di Emor: quando è Shabbàt alle isole Hawaii?

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La maggior parte della parashà di Emòr è dedicata ai Mo’adìm, ossia alle ricorrenze sacre. La prima ricorrenza è lo Shabbàt, riguardo al quale è scritto: “Si potrà fare melakhà per sei giorni e il settimo giorno è un giorno di completo riposo, una ricorrenza sacra nella quale non farete alcuna melakhà. È Shabbàt dedicato all’Eterno ovunque abitiate” (Vaykrà, 23:3). Per melakhà proibita di Shabbàt si intendono le trentanove attività che erano necessarie per la costruzione del Mishkàn (il tabernacolo mobile).

La mitzvà di osservare lo Shabbàt astenendosi da ogni attività creativa viene spiegata così da R. Yehudà Halevì nella sua opera “Kuzari” (Il Re dei Khazari, trad. Elio Piattelli, 1960): “La stessa osservanza del sabato è un riconoscimento della Divinità, ed è un riconoscimento reale: perché chi accetta il precetto del sabato perché in esso [Dio] terminò l’opera della creazione, già riconosce senza dubbio il fatto che il mondo è stato creato dal nulla; e chi riconosce ciò, riconosce che vi è un Creatore, Dio Benedetto; e colui che non accetta [il sabato] cadrà nel dubbio dell’esistenza ad aeterno [del mondo] e la sua fede nel Creatore del mondo non sarà pura; segue da ciò che l’osservanza del sabato ci rende più vicini al Creatore dell’ascetismo e dell’astinenza” (II: 50).

Nella Torà è scritto che si deve osservare lo Shabbàt “ovunque abitiate”. R. ‘Ovadià Sforno nel suo commento alla Torà spiega che “anche se l’inizio del giorno e della notte varia secondo la locazione geografica e il primo sabato era stato necessariamente stabilito sulla base di una locazione particolare, l’inizio e la fine dello Shabbàt in ognuna delle regioni dipende dall’inizio del giorno e della notte secondo il meridiano locale”. Questo concetto era stato spiegato nel Kuzari, dove R. Yehudà Halevì scrive che il primo sabato ebbe inizio ad Alush nel deserto del Sinai quando vi arrivarono i figli d’Israele dopo l’uscita dall’Egitto e dove scese per la prima volta la manna. Poi l’inizio del sabato procede fino all’occidente e arriva in Cina diciotto ore più tardi.

Da qui deriva la necessità della linea della data: secondo R. Yehudà Halevì, questa linea corrisponde alla costa della Cina dove ha inizio il giorno. In tempi moderni questa opinione fu sostenuta da R. Avraham Yeshayahu Karelitz (1878-1953), detto il Hazon Ish, nel 1941 quando gli fu rivolta la domanda in quale giorno osservare Kippur da un gruppo di studenti della yeshivà di Mir e della Yeshivat Chakhmè Lublin che erano in transito in Giappone. Secondo altri, che seguirono l’opinione di R. Yechiel Michal Tukachinsky (1872-1955), la linea della data è dodici ore a distanza di Gerusalemme e cade tra il continente americano e le isole Hawaii.

La differenza di opinione tra R. Karelitz e R. Tukachinsky aveva importanti conseguenze. Secondo Rav Karelitz dal momento che la linea halakhica della data è sulla costa orientale cinese, in Giappone bisognava osservare Shabbàt di domenica mentre secondo Rav Tukachinsky, di sabato.

Una terza opinione afferma che nel Talmud non vi è alcuna indicazione su dove sia la linea della data e pertanto si devono seguire le convenzioni locali. Il primo a sostenere questa opinione fu, oltre duecento anni fa, R. Shemuel Rimini di Firenze nel suo commento Machàr Chòdesh (pp. 19b e 20a) al trattato talmudico Rosh Hashanà. Questa opinione ebbe un numero di sostenitori nel 1941 tra altri grandi talmidè chakhamìm in Eretz Israel quali R. Isser Zalman Meltzer, capo della famosa yeshivà Etz Chayìm di Gerusalemme, e il rav di Yerushalaim di allora, R. Tzvi Pesach Frank. Nel suo commento R. Rimini affermò di non poter concordare con l’opinione dell’autore del Kuzari e scrisse: “Pertanto quello che ritengo piu corretto è che Shabbàt debba essere osservato nel giorno in cui viene osservato nel luogo dove si abita. Per esempio, se un abitante di Eretz Israel è partito verso l’Oriente ed è arrivato in Cina, che gli antichi ritenevano fosse all’estremità orientale della terra abitata ed è distante da Eretz Israel sei ore di fuso orario, dovrà iniziare a fare il riposo sabbatico quando il sole tramonta anche se per gli abitanti di Eretz Israel è mezzogiorno di venerdì […] E se successivamente si è imbarcato attraversando l’oceano verso oriente ed è arrivato in un luogo che si trova a una distanza di fuso orario di un’ora ad oriente, dovrà anticipare l’entrata del sabato di un’ora, sette ore prima di chi abita Eretz Israel. E in modo analogo per chi viaggia verso ovest e ha raggiunto l’estremo occidente, il sabato inizierà sei ore più tardi di chi abita in Eretz Israel anche se in quello stesso momento in Eretz Israel è mezzanotte di Shabbàt. Tuttavia sorge il dubbio su cosa debbano fare coloro che abitano a una distanza di dodici ore di fuso orario da Eretz Israel dove, quando il sole sorge per loro, tramonta in Eretz Israel. Il dubbio è se essi  debbano anticipare o ritardare rispetto agli abitanti di Eretz Israel. Per uscire da questo dubbio ritengo che non si debbano cambiare le convenzioni degli abitanti di quelle terre nel chiamare i giorni della settimana”. R. Rimini avrebbe fatto Shabbàt alle Hawaii di sabato e così avrebbe fatto anche rav Tukachinsky, anche se con una motivazione diversa. Rav Karelitz, a Honolulu, avrebbe invece osservato Shabbàt di venerdì. In conclusione: chi pensa di passare il sabato o le feste alle Hawaii chieda al suo Rav come comportarsi.

Donato Grosser


Il 14 giugno si vota per il rinnovo del Consiglio. Ecco i nomi dei candidati

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Tempio MaggioreIl 14 Giugno si vota per il rinnovo del Consiglio e della Consulta della Comunità Ebraica di Roma. Saranno quattro le liste che concorreranno alle elezioni. Di seguito l’elenco dei candidati delle liste.

LISTA N°1 PER ISRAELE

NOME COGNOME DETTO
1 RUTH DUREGHELLO
2 EDOARDO AMATI
3 EDITH ARBIB ANAV
4 GIOVANNI ASCARELLI
5 STEFANIA ASTROLOGO
6 PIERO BONFIGLIOLI
7 EUGENIO CALO’ GEGGIO
8 DANIELA DEBACH
9 RUBEN DELLA ROCCA
10 BRUNO DI GIOACCHINO
11 SERENA DI NEPI
12 ROBERTO DI PORTO IL BIONDO
13 CHERIE DYANA FADLUN
14 MICOL FINZI
15 DANIEL FUNARO
16 ALAIN JONATHAN GELIBTER
17 ROBERTO GUETTA (ROBY)
18 ISACCO LUZON JACK
19 LELLO MIELI HULK
20 CLAUDIO MOSCATI
21 GIORDANA MOSCATI
22 GIACOMO MOSCATI VP
23 DONATELLA PAJALICH
24 ELIO RACCAH
25 ANGELO SED
26 ANTONIO SPIZZICHINO TONY
27 MARCO GADIEL TACHE’ GAJ GADI

 

LISTA N°2 MENORAH

N. NOME COGNOME DETTO
1 MAURIZIO TAGLIACOZZO
2 ARIEL ARBIB
3 DORIS ARBIB
4 DEBORAH ASTROOLOGO
5 BARDA ILAN DAVID
6 MASSIMO BASSAN
7 WALTER BEDUSSA
8 RUBEN BENIGNO
9 GUIDO COEN
10 ROBERTO COEN
11 DI VEROLI ALESSANDRO
12 FABRIZIO FIANO
13 MASSIMO GAI
14 DEBORAH GUETTA
15 CESARE ROGER HANNUNA
16 FABRIZIO MANASSE
17 DAVID MEGHNAGI
18 EMILIO NACAMULLI
19 ALESSANDRA PIPERNO
20 SANDRO SERMONETA
21 DALIA SESTIERI
22 RUBEN SPIZZICHINO
23 SERENA TERRACINA
24 AMOS TESCIUBA SKIPPER
25 TESCIUBA SARA TIKVA’

 

LISTA N°3 BINAH

N. NOME COGNOME DETTO
1 CLAUDIA FELLUS
2 LORELLA ASCOLI
3 VALERIA CALO’
4 FIORELLA CASTELNUOVO
5 SABRINA COEN
6 BRUNELLA DI CASTRO
7 FABIANA DI PORTO
8 ARIELA MASSAREK
9 SILVIA MOSSERI
10 SIMONA NACAMULLI
11 EVA RUTH PALMIERI
12 LAURA PERUGIA
13 ANNA PIPERNO
14 STELLA SERMONETA
15 LOREDANA SPAGNOLETTO
16 ALESSANDRA SPIZZICHINO
17 CINTHIA SPIZZICHINO
18 SILVIA LUPERINI

 

LISTA N°4 ISRAELE SIAMO NOI

N. NOME COGNOME DETTO
1 FIAMMA NIRENSZTEJN FIAMMA NIRENSTEIN
2 MARCO SED YOTVATA
3 ROBERT HASSAN
4 GIORGIA CALO’
5 ALBERTO OUAZANA
6 RAFFAELE PACE
7 ALBERTO PIAZZA O SED SCIENZA
8 GIORGIO ISRAEL
9 MARCO DELLA ROCCA
10 FABIO MIELI
11 MARCO SED AVVOCATO
12 ALBERTO SPIZZICHINO BIBIONE
13 ROBY DAGAN
14 TIZIANA DELLA ROCCA
15 EMANUELE DI SEGNI
16 ROBERTO PERUGIA
17 MASSIMILIANO CALO’
18 FELICE GUETTA
19 BARBARA VIVANTI
20 GIANCARLO DI CASTRO
21 DAVIDE SPAGNOLETTO
22 PACIFICO DI NEPI FABIO PAROLA
23 FABIO CRISTOFARI
24 YACOV LEONARDO NAIM LEONARDO
25 DANIEL DI PORTO
26 ALDO ASTROLOGO ALDINO
27 SANDRA CALO’ BOCCIONE

Elio Toaff, un gigante dei nostri tempi nel ricordo del Professor Valori

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GE Valori e Toaff_02di GIANCARLO ELIA VALORI

Un Rabbino di grandissimo spessore. Una guida spirituale grande un secolo. Un uomo di fede, un uomo di pace, un uomo di dialogo, un uomo di speranza. Un gigante dei nostri tempi. E’ stato questo Elio Toaff. Un grande italiano capace di lasciare un’impronta indelebile nel segno della resistenza e della ricostruzione: dalla lotta partigiana all’indimenticabile abbraccio con Papa Giovanni Paolo II°, il 13 aprile 1986, nella storica  visita al Tempio Maggiore degli Ebrei di Roma. Il Maestro, che ha guidato per oltre mezzo secolo la popolosa comunità ebraica di Roma, è deceduto alla soglia dei cento anni di vita. Con lui se n’è andato un amico, un punto di riferimento, uno degli uomini migliori della nostra Italia. Il mio ricordo parte anzitutto da una personale rievocazione in omaggio a una figura di assoluto rilievo della storia del nostro Paese. Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere e frequentare Elio Toaff durante il suo lungo magistero spirituale, così ricco di lustro e autorevolezza per la comunità ebraica più numerosa d’Italia, quella romana. Un tributo spontaneo, dunque, a un uomo semplice e buono, animato da una grande forza non solo fisica ma spirituale, che è riuscito a dilatare il suo ministero oltre i confini nazionali. E’ stato principalmente un fulgido esempio di rettitudine, impegno, abnegazione, anche nei momenti bui e tragici della nostra storia. Mi riferisco al suo coraggio, non solo come rabbino perseguitato, ma come grande patriota italiano: valoroso combattente della Resistenza, da giovane partigiano della Brigata Garibaldi X bis  “Gino Lombardi” vide con i propri occhi la crudeltà della “SS tedesche” e l’orrore della strage di Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944.

Dopo la guerra e la Shoah, con la preghiera e il dialogo riuscì a guidare una Comunità distrutta e umiliata, legando  la nobile tradizione di sapienza della cultura ebraica alla storia della Repubblica italiana. Infatti in lui le comunità ebraiche d’Italia e le Istituzioni repubblicane hanno sempre trovato un sicuro punto di riferimento per lo sviluppo di relazioni esemplari. Quale maestro del pensiero ebraico è stato fonte di ispirazione al dialogo e al rispetto fra tutte le confessioni religiose. La sua opera è stata feconda, segnata da storici incontri, vere pietre miliari nella storia dei rapporti fra le grandi religioni. Negli anni ha saputo creare un clima con una Chiesa che cambiava. L’incontro storico con Giovanni Paolo II°, che ricordò Toaff nel suo testamento, segna un momento solenne, che aprì una nuova storia e che sancì un passo avanti grandissimo nelle relazioni ebraico-cristiano. Grazie a Toaff un pontefice cattolico, per la prima volta, varcava la soglia di un tempio ebraico. La straordinarietà della sua storia di vita, la profondità della sua cultura, la cordialità del suo sorriso contagioso, il suo sguardo vivo e penetrante, il suo eloquio brillante ed estremamente colto, la robustezza della sua fede non possono lasciare indifferente il cuore di chi scrive.

La memoria corre, inevitabilmente, ai momenti più difficili del dopoguerra. Figura simbolo non solo per gli ebrei romani ma per tutta la città, Toaff è stato sempre in prima fila nel respingere con fermezza gli attacchi di antisemitismo, nel difendere Israele, come quando criticò Pertini per aver ricevuto Arafat. Una volta si presentò al questore di Roma chiedendo di essere incarcerato insieme a quei giovani ebrei che si erano opposti a un raid profanatorio nel ghetto, fatto da simpatizzanti del Msi. E fu sempre in prima fila in occasioni critiche: come la fuga di Kappler e il processo Priebke, nonché nel vile attentato terroristico alla Sinagoga, il 9 ottobre 1982. E’ circa mezzogiorno. Una di quelle giornate calde assolate, tipiche dell’autunno romano. Molti fratelli ebrei stanno uscendo dal Tempio Maggiore sul lato di via Catalana, dove abitava il Rabbino Toaff. E’ sabato ma è anche Sheminì Azzereth, il giorno della benedizione dei bambini. E’ un attimo, improvvisamente un commando legato al gruppo terroristico palestinese di Abu Nidal lancia bombe a mano e spara numerose raffiche di mitra sui fedeli che escono dall’edificio al termine della preghiera. Stefano Gaj Tachè, di soli due anni, viene ucciso. Sull’asfalto rimangono anche i corpi dei 37 feriti, alcuni dei quali gravi; nonché occhiali rotti, borsette abbandonate, libri di preghiere calpestati e perforati e dappertutto macchie di sangue. Il Rabbino Capo Toaff, nella tragica circostanza, seppe trovare le parole giuste per toccare i cuori ed infondere tranquillità, nonché per tutelare la sicurezza della comunità. Oggi l’immagine del Rabbino Capo Emerito di Roma si staglia come un arcobaleno nella storia: messaggero di tempi felici e carichi di umanità, che riuscì con fermezza e saggezza a buttare giù anche gli steccati dei muri dell’inimicizia, per creare una profonda amicizia, che poi ha avuto, ovviamente, tutta una serie di ricadute positive nel dialogo interreligioso fra ebrei e cristiani, nonché nel reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo.


Parashà di Acharè Mot: l’anticonformismo è la regola

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Ebreo del 700 che fa kiddush

Nella parashà è scritto: “Non vi comporterete come facevano in Egitto dove avete abitato, né come fanno in Canaan dove vi conduco e non vi conformerete alle loro usanze (chukotehèm)” (Vaykrà, 18:3). Onkelos, il traduttore della Torà in aramaico, traduce la parola “chukotehèm” con “nimusehon”, una parola derivata dal greco che significa “usanze” o anche “osservanze religiose”.

Rashì nel suo commento alla Torà scrive: “Come facevano in Egitto: [la Torà ci insegna che] i comportamenti degli egiziani e dei canaaniti erano più corrotti di tutte le altre nazioni” e per spiegare le parole “non vi conformerete alle loro usanze” scrive che si tratta di usanze come quelle di frequentare “teatri (tarteraot) e stadi”. R. Shabbetài Bass (Polonia, 1641-1718), autore del commento Siftè Chakhamìm al commento di Rashì, nota che negli stadi venivano organizzati combattimenti con i tori e altri animali. Marcus Jastrow, talmudista e autore di un celebre dizionario della lingua aramaica, alla voce “tarteraot” scrive “perversioni dei teatri”.

Dal momento che nei versetti successivi vengono elencate le perversioni sessuali di egiziani e canaaniti (come incesti, omosessualità e bestialità), Rashì, citato sopra, e gli altri commentatori della Torà hanno dovuto spiegare quali fossero le usanze proibite con la parola “chukotehèm”. Questo argomento è oggetto di discussione nel Talmud e le conclusioni di queste discussioni sono successivamente riportate nei codici come parte della Halakhà (legge ebraica). Nelle Tosafòt al trattato ‘Avodà Zarà (12a) R. Yitzchàk spiega che vi sono due tipi di usanze dei gentili alle quali è proibito conformarsi: quelle che sono parte dei loro culti e quelle che non hanno nessuna base razionale (hevel ve shtut shelahem).

La questione della proibizione di conformarsi alle usanze dei gentili venne alla luce in un responso halakhico (n. 88) di R. Yosef Colon (1420-1480) a R. Messer Leon e a Samuel da Modena tra gli anni 1460 e 1473 (secondo R. Dr. Jeffrey Woolf), quando R. Colon abitava a Padova. Qualcuno aveva suggerito che la cappa indossata dai due richiedenti, che erano noti medici, rientrava nella proibizione di conformarsi alle usanze dei gentili. R. Colon rispose che indossare la cappa non era proibito per due ragioni: la prima era che la proibizione sussisteva quando si imitavano le usanze dei gentili che non avevano alcuna base razionale, come spiegava Rashì nel commento alla Torà nella parashà di Kedoshìm (Vaykrà, 19:19). Il secondo motivo era che nell’espressione “chukkòt hagoìm” erano inclusi comportamenti immodesti e arroganti menzionati nel Midràsh Sifrè, dove viene citato il comportamento di coloro che vanno con vestiti sgargianti di porpora per farsi notare. R. Colon concluse quindi che indossare la cappa non trasgrediva la mitzvà della Torà che proibisce di conformarsi alle usanze dei gentili, perché la cappa era un segno di distinzione professionale.

La decisione halakhica di R. Colon venne successivamente adottata nel codice di R. Ya’akov ben Asher, autore dei Turìm, e da R. Yosef Caro nello Shulchàn ‘Arùkh (Yorè Deà, 178:1), dove l’autore scrive: “Non bisogna conformarsi alle usanze degli idolatri e non bisogna indossare tipi di vestiti che indossano loro né andare con il ciuffo come usano fare, radere la testa ai lati e lasciare i capelli nel centro o radere i capelli di fronte da un orecchio all’altro e lasciare crescere il resto”.

Il Remà (R. Moshè Isserles) nella sua glossa allo Shulchan Arukh cita il responso di R. Colon e aggiunge che bisogna distinguersi nel modo di vestire. A questo riguardo, nel 1953 venne posta una domanda a R. Moshè Feinstein, che all’epoca era il più autorevole decisore halakhico in America (Iggherot Moshè, Yorè Deà, I:81). Il richiedente osservava che in America non vi era alcuna differenza tra il modo di vestire degli ebrei e quello dei gentili. R. Feinstein rispose citando il responso di R. Colon e spiegò che non si è obbligati a vestirsi in modo diverso dai gentili. L’obbligo è di non indossare capi di vestiario immodesti o che non hanno un motivo razionale e vengono indossati solo per conformarsi ad altri usi. Pertanto R. Feinstein scrisse che il modo di vestirsi di oggi è comune a tutti e non è specifico per i gentili, per cui non si può necessariamente dire che siano gli ebrei a conformarsi ai gentili perché potrebbe anche essere il contrario.

La proibizione di conformarsi ai gentili trova applicazione anche in altre aree. R. Shimshon Refael Hirsch (Germania, 1808-1888) nel suo commento alla Torà scrive che l’introduzione dell’organo nelle sinagoghe era stato fatto per conformarsi agli usi dei gentili. Per questo motivo, anche se si poteva obiettare che l’organo era stato usato dagli antichi ebrei, ora era proibito in quanto era un evidente atto di imitazione delle usanze religiose cristiane. La stessa considerazione vale per la Bimà (la piattaforma dove viene letta la Torà) che tradizionalmente si trova al centro della sinagoga in modo che tutti possano sentire la lettura. All’inizio dell’Ottocento alcuni riformisti, per imitare gli usi delle chiese, spostarono la Bimà di fronte all’Aròn Hakòdesh (dove si custodiscono i Sifrè Torà). In quell’occasione fu il noto R. Moshè  Schick (Ungheria, 1807-1879) che scrisse (Yorè Deà, 165) che se la cosa viene fatta per imitare i gentili si incorre nella proibizione di conformarsi alle loro usanze. In conclusione: l’anticonformismo è la regola.

Donato Grosser