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Parashà Ki Tavò: Non ci vuole molto per mostrare gratitudine

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imageLa parashà inizia con la mitzvà di portare le primizie al Bet Ha-Mikdàsh (il Santuario) a Gerusalemme con queste parole: “Quando arriverai nel paese che l’Eterno tuo Dio ti dà in retaggio, la occuperai e vi risiederai, prenderai alcuni di tutti i primi frutti della terra che porterai dal paese che l’Eterno tuo Dio di dà, li metterai in un cesto e andrai al luogo che l’Eterno tuo Dio avrà scelto come posto con il quale associare il Suo Nome. E andrai dal Kohèn (sacerdote) che ci sarà in quel tempo e gli dirai: Oggi affermo all’Eterno tuo Dio che sono arrivato nel paese che l’Eterno ha giurato ai nostri padri di dare a noi. E il Kohèn prenderà il cesto dalle tue mani e lo porrà davanti al mizbèach (altare) dell’Eterno tuo Dio. E allora farai la seguente dichiarazione davanti all’Eterno tuo Dio: Il mio antenato era un arameo errante, scese in Egitto ed abitò cola con un numero esiguo di persone e li diventò un nazione grande, potente e popolosa (Devarìm, 26:1-6) […]. Ed ora ecco ho portato le primizie dei frutti della terra che mi hai dato o Eterno […]” (ibid., 10).
Come spiega l’autore del Sèfer Ha-Chinùkh (mitzvà 91 e 606) tutti coloro che possedevano terreni agricoli in Eretz Israel, Siria e Transgiordania dovevano portare al Bet Ha-Mikdàsh durante la stagione estiva, tra le feste di Shavu’ot e di Chanukkà, le primizie dei sette frutti che erano la gloria di Eretz Israel: frumento, orzo, uva, fichi, melograno, olive e datteri.
Soffermandosi sulla dichiarazione che fa chi porta le primizie al Bet Ha-Mikdàsh “Oggi affermo all’Eterno tuo Dio che sono arrivato nel paese che l’Eterno ha giurato ai nostri padri di dare a noi”, R. Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) nel suo commento Torà Temimà (Devarìm, 26: 3, nota 16) cita la Mishnà (1:4) nel trattato Bikurìm (delle primizie) dal Talmud babilonese dove i Maestri affermano che il proselita può portate le primizie ma non può fare la dichiarazione “Che ha giurato ai nostri padri”.
Tuttavia nel Talmud di Eretz Israel, R. Yehudà afferma che il proselita porta le primizie e fa la dichiarazione. R. Yehoshùa’ ben Levi conclude che la Halakhà (la regola) è concorde con l’opinione di R. Yehudà sulla base di un caso pratico che si presentò a R. Abahu.
R. David Ben Zimra (Spagna, 1480-1574, Safed) nel suo commento alle Hilkhòt Bikurìm (4:3) del Maimonide (Cordova, 1138-Il Cairo, 1204) spiega che a R. Abahu fu posta la domanda se un proselita poteva dire nella ‘amidà (preghiera) “Nostro Dio e Dio dei nostri padri”. R. Abahu decise sulla base dell’opinione di R. Yehudà che il proselita può dire “Nostro Dio e Dio dei nostri padri” come ogni altro israelita. Pertanto anche portando le primizie il proselita poteva dire “Che ha giurato ai nostri padri”.
In generale quando vi è una divergenza di posizioni tra il Talmud babilonese e quello di Eretz Israel, la Halakhà segue la posizione espressa nel Talmud babilonese che fu redatto più tardi ed è considerato più autorevole. Il Maimonide stabilisce che la Halakhà in questo caso segue il Talmud di Eretz Israel e pertanto il proselita che porta le primizie legge anche la dichiarazione come tutti gli altri. Il motivo da lui citato è che l’Eterno disse al nostro patriarca Avraham: “Ti ho nominato padre di una moltitudine di nazioni” (Bereshìt, 17:5). Avraham è il padre di tutti coloro, i proseliti, che sono venuti sotto le ali della presenza divina e pertanto i proseliti dichiarano anch’essi “Che ha giurato ai nostri padri”.
R. Moshè Alshikh (Adrianopoli, 1508-1593, Safed) nel suo commento Toràt Moshè menziona che la mitzvà di portare le primizie a Gerusalemme faceva sì che tutti, ricchi e poveri e persino il re Agrippa, dovessero farsi tante premure per portare un cestino anche con solo un grappolo d’uva e pochi altri frutti. Tutti coloro che venivano a portare le primizie a Gerusalemme si radunavano nelle rispettive cittadine e camminavano accompagnati dal suono dello zufolo e di altri strumenti musicali. In ogni cittadina che attraversavano venivano accolti dagli anziani del posto e dai giudici con canti di lode e così venivano fino alle porte di Gerusalemme con i loro tori che avevano le corna ricoperte d’oro ed erano adornati con ghirlande di rami di ulivo. Arrivati a Gerusalemme intonavano il salmo 122 che diceva: “Già posano i nostri piedi nelle tue porte o Gerusalemme”. R. Alshikh si chiede il perché di tutto questo per poca frutta. Per rispondere egli cita il Midràsh Bereshìt Rabbà dove i Maestri affermano che il mondo fu creato proprio per questa mitzvà. Egli aggiunge che il Creatore ci ha dato tutto quello di cui abbiamo bisogno affinché noi possiamo mostrare la nostra gratitudine. Portare le primizie è appunto il segno della nostra gratitudine; e per mostrare gratitudine non ci vuole molto: basta un cestino di frutta.

Donato Grosser


Parashà Ki Tetzè: Per Israele il matrimonio non è una questione personale

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La parashà di Ki Tetze è quella che contiene il maggior numero di mitzvòt. In questa occasione è opportuno riflettere sul motivo per cui Moshè nostro maestro insegnò tutte queste mitzvòt proprio nel suo discorso di commiato. Il quinto libro della Torà, chiamato Devarìm (le parole) dal suo primo sostantivo, è chiamato in greco Deuteronomio, cioè ripetizione. Apparentemente dal termine Deuteronomio dovremmo concludere che il discorso di Moshè è una ripetizione o anche un riassunto di tutti gli insegnamenti che diede agli israeliti durante i precedenti trentanove anni passati nel deserto. E invece non è proprio così.

R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà fa notare che dal versetto “In Transgiordania, nella terra di Moav, Moshè nel spiegare la Torà iniziò dicendo quanto segue […]” (Devarìm, 1:5), impariamo che Moshè non ripetè semplicemente le mitzvòt che l’Eterno aveva comandato, ma spiegò nuovamente e in dettaglio come dovevano essere osservate. Tuttavia la ripetizione e la spiegazione delle mitzvòt della Torà già insegnate non costituiscono il motivo principale del libro di Devarìm. Lo scopo principale di questo quinto libro non è quello di di riesaminare le mitzvòt o di spiegare quelle elencate nei libri precedenti. La prova di questo è il fatto che delle cento e più mitzvòt contenute nel libro di Devarìm (in tutto il Pentateuco ve ne sono 613), ve ne sono più di settanta che non appaiono nei libri precedenti. Al fine di cercare di capire quale sia lo scopo del discorso finale di Moshè al popolo d’Israele nella pianura di Moav prima che essi entrassero nella terra d’Israele, è necessario esaminare perché tutte queste nuove mitzvòt sono insegnate solo qui e per quale motivo tra tutte le mitzvòt ripetute oralmente da Moshè proprio queste furono scritte in questo libro. Il primo esempio menzionato da R. Hirsch è quello dei Mo’adìm (Ricorrenze). In Devarìm vengono menzionate solo le feste di pellegrinaggio di Pèsach, Shavu’ot e Sukkòt. Mancano Shabbàt, Rosh Hashanà, Kippùr e Sheminì ‘Atzèret. R. Hirsch spiega che mentre queste quattro feste riflettono il rapporto tra uomo e l’Eterno, le tre feste di pellegrinaggio sono legate alla Terra d’Israele. Era quindi necessario reiterare le regole di queste tre feste prima di entrarvi. Le ammonizioni riguardanti le pratiche idolatriche erano anch’esse necessarie prima di venire a contatto con le popolazioni canaanite. Lo stesso vale per le regole relative ai tribunali, l’obbligo di portare le primizie e le decime al Santuario e le mitzvòt di lasciare parte del raccolto ai poveri. Tutte cose non necessarie fino a quando il popolo abitava nel deserto.
R. Ya’akov Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, Baltimora ) in Emèt Le-Ya’akov domanda per quale motivo le regole del diritto di famiglia e dei matrimoni vengono inserite in questa parashà che è nel libro di Devarìm, considerando che l’argomento principale di questo libro è quello del diritto del Re e delle leggi che regolano la collettività. R. Kamenetzky afferma che Moshè nella pianura di Moav, rendendosi conto che non sarebbe potuto entrare nella Terra d’Israele, decise di insegnare al popolo le mitzvòt relative alla collettività e così pure quelle riguardanti le leggi di guerra e della conduzione della giustizia, al fine che il nuovo Re e i figli d’Israele sapessero come comportarsi all’entrata in Eretz Israel. Detto questo bisogna spiegare per quale motivo sono state scritte proprio qui le mitzvòt relative al mamzèr o alla mamzèret, coloro che sono nati da un’unione proibita come per esempio da una donna sposata e da un uomo che non è suo marito. Nello stesso modo bisogna spiegare per quale motivo appaiono qui le regole del divorzio e del levirato, la mitzvà di sposare la vedova del fratello morto senza lasciare prole. Logicamente queste mitzvòt appartengono al libro di Waykrà (Levitico) insieme con le altre regole sulle unioni permesse e proibite.
R. Kamenetzky spiega che dalla posizione di queste mitzvòt, proprio nel libro di Devarìm, impariamo che il matrimonio presso i figli d’Israele non è una questione privata di un uomo e di una donna e delle rispettive famiglie, ma è un argomento di rilevanza per la comunità. Quando un giovane sposa una ragazza, viene a fare parte della “Comunità d’Israele”; coloro ai quali il matrimonio è interdetto vengono definiti nella Torà e nel linguaggio dei maestri della Mishnà come “Pesulè Kahàl” (inaccettabili a far parte della comunità). Pertanto è comprensibile come tutte queste regole siano inserite insieme a quelle relative alla collettività.

Donato Grosser


Un ricordo di rav Shear Yashuv Cohen

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È deceduto lo scorso lunedì in Israele all’età di 88 anni rav Eliahu Yosef Shear Yashuv Cohen, rabbino capo ashkenazita di Haifa dal 1975 al 2011. Nato a Gerusalemme nel 1927, era figlio di rav David Cohen, eminente rabbino del secolo scorso noto come il “Nazìr”. Dopo aver studiato presso la Yeshivà di Merkaz haRav sotto la guida del padre e di rav Zvi Yehuda Kook, si è laureato alla Hebrew University in Giurisprudenza. È stato presidente dell’Alta Commissione per il Dialogo tra il Gran Rabbinato d’Israele  e la Santa Sede e, più recentemente, anche presidente della Commissione per il Dialogo tra l’Islam e l’ebraismo. Per questi incarichi, e per altri motivi, rav Cohen ha ripetutamente visitato l’Italia, stabilendo continui contatti con il pubblico e i rabbini italiani. Alcuni rabbini italiani sono stati allievi negli istituti rabbinici da lui diretti e per questo mantenevano con lui un rapporto costante. Yehi zikrò barukh.


Parashà Shofetìm: Perché è proibito fermarsi quando un gatto nero ti passa davanti

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In questa parashà Moshè avverte nuovamente i figli d’Israele di distanziarsi dagli usi e costumi dei canaaniti con queste parole: “Quando entrerai nel paese che l’Eterno tuo Dio sta per darti, non imparare a fare le cose ripugnanti che fanno quelle genti. Non si dovrà trovare in mezzo a te chi fa passare figlio o figlia attraverso il fuoco, chi fa sortilegi (Kosèm Kesamìm), l’indovino (Me’onèn), l’interprete di presagi (Menachèsh) o lo stregone (Mekhashèf), l’incantatore (Chovèr Chèver), chi consulta Ov o Idde’onì o chi interroga i morti (Dorèsh el Ha-Metìm), perché chiunque faccia queste cose è considerato ripugnante dall’Eterno e proprio per queste pratiche ripugnanti l’Eterno tuo Dio li scaccia da davanti a te” (Devarìm, 18: 9-12).
I Maestri, spiegano che “Kosèm Kesamìm” è colui che getta le sorti, con bastoncini o in altro modo, per decidere se andare o se non andare (Sifrè, 58). Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) aggiunge che Kosèm è colui che presume di predire il futuro facendo segni sulla sabbia o guardando specchi (da noi si direbbe una palla di cristallo). “Me’onèn” è colui che basandosi sull’astrologia dice quali sono i giorni propizi e quali non propizi per fare qualcosa (Mishnè Torà, Hilkhòt ‘Avodà Zarà, 11:8). “Menakhèsh” è colui che decide cosa fare sulla base di presagi come, per esempio, quando un capriolo gli ha attraversato la strada (da noi si direbbe “Un gatto nero”). “Mekhashèf” è chi pratica stregoneria. “Chovèr Chèver” è chi dice parole magiche a serpenti e scorpioni illudendosi che in quel modo non facciano del male (ibid., 11:10).
Nei Tehillìm (Salmi, 58:5) re Davide paragona i malvagi incontrollabili a dei cobra sordi che non sentono gli incantesimi.
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900), seguendo il commento di Rashì (Francia, 1040-1105) nella parashà di Kedoshìm, spiega che “Ov” è quello che si chiama in greco “Python”, ovvero un oracolo che fa credere che i morti parlino da sottoterra (Em la-Mikrà, Devarìm, p. 75) o che fa uscire la voce del morto dall’ascella. Egli aggiunge che tutti gli oracoli degli antichi non erano altro che evocazioni dei morti e per questo i loro templi erano anche usati come sepolcri. “Idde’onì” è un metodo di evocare i morti simile ad “Ov”, con la differenza che colui che compie questa pratica pone un osso di un certo animale in bocca e da esso fa uscire la voce dell’oracolo. “Dorèsh el ha-Metìm”, chi interroga i morti, è colui che si affama e va a dormire nei cimiteri sperando che il morto gli appaia nel sogno e risponda al suo quesito (Maimonide, ibid., 11:13).
R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà afferma che chi interroga i morti non lo fa direttamente ma tramite qualcosa o qualcuno, il medium, e aggiunge che tutta la dottrina dello spiritualismo non è altro che “Dorèsh el ha-Metìm” e non ha nessun valore.
Il Maimonide menziona questo argomento anche nella Guida dei Perplessi (III, cap. 29) dove scrive: “E sai già dal linguaggio in vari passi della Torà che lo scopo principale della Torà è quello di estirpare ‘Avodà Zarà (idolatria, lett.: culto estraneo) e cancellarne le tracce e tutte le cose che le appartengono e perfino il suo ricordo e tutto ciò che conduce a parlare dei suoi modi di fare, come per esempio Ov e Idde’onì, e far passare attraverso il fuoco, Kosèm, Me’onèn, Menakhèsh, Mekhashèf, Chovèr Chèver e interrogare i morti”. Il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt ‘Avodà Zarà, cap. 11) scrive: “Tutte queste cose sono false e illusorie e furono usate dagli antichi adoratori delle stelle per condurre in errore le popolazioni e per far sì che li seguissero. E non è cosa appropriata per gli israeliti che sono sapienti e saggi farsi attrarre da simili cose vane, né pensare che in esse vi sia qualche utilità […] e chi pensa che queste cose siano vere e frutto di sapienza, ma la Torà le ha proibite, non è altro che uno sciocco senza cervello […].
Marco Ottolenghi nel suo articolo “Sulla proibizione di fare pratiche magiche”, pubblicato nel numero 11 della rivista Segulat Israel, conclude con questa citazione presa dalla “Lettera sull’Astrologia” del Maimonide, scritta nel 1195 in risposta ai quesiti di rabbanìm francesi: “Dovete sapere, signori, che tutti questi argomenti della determinazione astrale e le pretese di coloro che ritengono che si possa stabilire anticipatamente se un certo fatto si verificherà o no, oppure la durata della vita di un uomo o il suo destino, sono privi di ogni fondamento di verità e non sono che insulsaggini”.
Per concludere, se un gatto nero ti passa davanti bisogna procedere senza pensarci.

Donato Grosser


Parashà Reè: Non vi è nulla di buono presso coloro che sacrificano i propri figli

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Alla fine del dodicesimo capitolo di questa parashà è scritto: “Quando l’Eterno tuo Dio avrà distrutto le nazioni che stai andando a spodestare e quando le avrai spodestate e dimorerai nel loro paese, guardati bene dal farti “intrappolare”, seguendo il loro esempio. Non cercare di informarti dei loro dei, dicendo: “Come servivano queste nazioni i loro dei? Anche io desidero fare così”. Non servire l’Eterno tuo Dio con queste pratiche idolatriche perché nel servire i loro dei queste nazioni hanno commesso ogni tipo di perversioni che l’Eterno odia. Essi hanno persino bruciato nel fuoco i loro figli e le loro figlie, nel servire i loro dei. State solo attenti a mettere in pratica tutte le cose che vi comando senza aggiungere o togliere nulla” (Devarìm: 12:29-31, 13:1).
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento alla Torà scrive: “Onkelos ha tradotto [in aramaico] “Intrappolare” e non è stato preciso [perché la sua spiegazione non appare grammaticalmente corretta]. Secondo la mia opinione [invece di intrappolare] bisogna tradurre “essere sconcertato” e in questo modo aderire ai loro atti religiosi […]. Dopo aver visto che li avrò distrutti, devi cercare di capire che sono stati distrutti per via delle loro azioni corrotte. Pertanto non imitarli facendo come loro in modo che non vengano altri che ti distruggano”.
Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Morè Nevukhìm (Guida dei Perplessi) ripete più volte che l’espressione “che l’Eterno odia”, come quella usata nel versetto succitato, appare nella Torà solo quando si tratta di ‘Avodà Zarà (culti estranei, idolatria) (I, Cap. 36 e 54; III, Cap. 47, et al.).
R. Moshè Alshikh (Adrianopoli, 1508-1593, Safed) in Toràt Moshè commenta che Moshè sapeva che la generazioni che avevano visto la distruzione dei canaaniti non avrebbero avuto la tentazione di imitarne le pratiche idolatriche. Egli tuttavia nel suo discorso di congedo nella pianura di Moav, avvertì gli israeliti di non farsi attrarre dalla ‘Avodà Zarà per timore che le generazioni successive cadessero nell’errore di riesumare le pratiche degli antichi abitanti.
Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 347) commenta che farsi attrarre dalla ‘Avodà Zarà, al punto che la Torà deve inserire anche una mitzvà particolare su come trattare una città che si è fatta convincere a servire ‘Avodà Zarà da un paio di missionari, può capitare solo quando il popolo è caduto nell’ignoranza totale della Torà al punto di non sapere cosa è la Torà e qual’è la differenza tra ciò che è proibito e ciò che è permesso.
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panìm La-Torà (Livorno, 1854) si sofferma sulla connessione tra il versetto che dice “hanno persino bruciato nel fuoco i loro figli e le loro figlie” e quello che segue: “State solo attenti a mettere in pratica tutte le cose che vi comando senza aggiungere o togliere nulla”. Egli spiega che il motivo del secondo versetto che comanda di non aggiungere né togliere nulla alla Torà è di evitare di pensare che ogni azione che va contro il senso di compassione naturale negli esseri umani sia proibita mentre altre azioni potrebbero essere permesse. Egli spiega che per questo l’Eterno ha comandato di non cambiare nulla, di basarsi solo su quello che la Torà ha insegnato e non sulla logica umana.
R. Ya’akov Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, Baltimore) in Emèt Le-Ya’akòv commenta che quando Moshè volle avvisare gli israeliti di stare lontani dalla trasgressione di ‘Avodà Zarà li avvertì di non venire attratti dalle cose che apparivano buone e belle presso i canaaniti. Egli temeva che una volta entrati nella terra imparassero dagli abitanti canaaniti e ne imitassero il comportamento. Per questo volle insegnare a loro che non vi era nulla di bello e utile nei loro culti perché i canaaniti erano capaci perfino di sacrificare figli e figlie bruciandoli nel fuoco come culto idolatrico. E non c’è nulla di più abominevole di un culto idolatrico del genere. E questo dimostra il carattere della loro ‘Avodà Zarà e pertanto anche le cose che appaiono attraenti e appropriate non hanno nessun valore perché una religione che prescrive i sacrifici dei propri figli è totalmente abominevole e disgustante.

Donato Grosser


Parashà ‘Ekev: Tutto quello che abbiamo viene dall’Eterno

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Vi è una sola berakhà (benedizione) il cui obbligo è esplicito nella Torà ed è quella che si dice dopo il pasto, come è scritto in questa parashà: “E mangerai e ti sazierai e benedirai l’Eterno tuo Dio per la buona terra che ti ha dato” (Devarìm, 8:10). Nel Birkon Mesorat Harav, appena pubblicato da OU Press di New York, R. David Hellman ha riassunto gli insegnamenti di R. Joseph Dov Soloveitchik sulla Birkàt Hamazòn (benedizione dopo il pasto). Prima di tutto è importante definire il significato del termine “berakhà”. La parola “berakhà” non corrisponde a “benedizione”, ossia “dire bene”, che significa parlare bene di qualcuno e farne le lodi. L’autore del Sèfer Ha-Chinùkh [Barcellona, XIII sec. E.V.] spiega che quando diciamo che l’Eterno è “barùkh” non lodiamo l’Eterno dicendo che è benedetto ma dichiariamo che Egli è la fonte di tutte le benedizioni.
Nel trattato talmudico Berakhòt (48b) è insegnato che l’obbligo della Torà di dire le prime tre berakhòt della Birkàt Hamazòn deriva dal versetto succitato. La prima berakhà “Hazan et hakol” (che nutre tutto) la si impara da “mangerai e ti sazierai e benedirai”; la seconda “‘Al ha-Aretz ve’al hamazon” (per la terra e per il cibo) la si impara dalla parola “per la terra” e la terza “Bonè Yerushalaim” (che costruisce Gerusalemme) dalla parola “buona”. La quarta berakhà “Hatòv vehametìv” (Buono e che fa bene) fu aggiunta dai Maestri dopo la sconfitta di Bar Kokhbà attorno all’anno 135 E.V.
Nella stessa fonte talmudica è anche insegnato che Moshè istituì la prima berakhà quando scese la manna; la seconda fu istituita da Yehoshua’ (Giosuè) quando gli israeliti entrarono nella terra d’Israele; la terza, per Gerusalemme, fu istituita dai re David e Shelomò (Salomone). Da questa seconda fonte appare che le tre berakhòt siano di origine rabbinica e non della Torà.
Il Nachmanide [Catalonia, 1194-1270, Acco], nelle glosse al Sèfer Ha-Mitzvòt del Maimonide (Shoresh 1) riconcilia le due fonti affermando che il comandamento della Birkàt Hamazòn comprende un solo tema e non tre e cioè quello di dire una berakhà dopo aver mangiato, ognuno nel modo in cui è capace e che ritiene opportuno. Il Nachmanide sostiene quindi che le benedizioni per la terra d’Israele e per Gerusalemme siano di origine rabbinica. Egli cita il passo talmudico nel trattato Berakhòt (40b) dove è menzionata la berakhà di Binyamin, un semplice pastore, che dopo il pasto disse: “Benedetto il Misericordioso, padrone di questo pane”. Nelle parole di Binyamin non vi erano parole di ringraziamento. Questo significa che il comandamento della Torà della Birkat Hamazon non è un obbligo di ringraziare l’Eterno per il cibo che ci ha dato.
L’opinione del Nachmanide è apparentemente condivisa dal Maimonide [Cordova, 1138-1204, Il Cairo] che nel Mishnè Torà (Hilkhòt Berakhòt, cap. 1) afferma semplicemente che: “Vi è una mitzvà (precetto) prescrittiva di recitare una berakhà dopo aver mangiato”. Questo precetto deriva dalla Torà dove è scritto “Mangerai, e ti sazierai e benedirai l’Eterno tuo Dio”. Il Maimonide non fa riferimento né alla terra né a Gerusalemme. Egli menziona questi due temi solo nel secondo capitolo quando tratta del testo della Birkàt Hamazòn stabilito dai maestri. La posizione del Maimonide e del Nachmanide è difficile da capire perché nella Torà è scritto in modo esplicito “Per la buona terra che ti ha dato”. Come è quindi possibile affermare che la Torà non richiede di menzionare la terra e Gerusalemme nella berakhà? Questa posizione diventa comprensibile con la traduzione aramaica di Jonathan ben Uziel che traduce le parole della Torà così: “Per tutti i frutti della buona terra che ci ha dato”. Il precetto della Torà non è quindi di ringraziare per la terra ma per i frutti della terra.
Il testo della Torà continua con le parole: “Guardati però dal dimenticare l’Eterno tuo Dio, omettendo di osservare i Suoi precetti, le sue leggi e i suoi statuti che io ti comando oggi […] affinché mangiando e saziandoti […] diventerai superbo e dimenticherai l’Eterno tuo Dio […] e penserai: fu la mia forza e la potenza della mia mano che mi procurò questo benessere” (ibid., 11-17). La Torà non chiede all’uomo di ringraziare l’Eterno ma piuttosto di non dimenticarLo. Lo scopo della Birkàt Hamazòn è di prevenire l’arroganza umana che gli fa dimenticare chi è il Creatore. La Birkàt Hamazòn non è quindi un precetto che riguarda solo il cibo. È il modo nel quale affermiamo che l’Eterno è il Padrone di tutto e che tutto viene da Lui.

Donato Grosser


Parashà Vaetchanàn: C’è chi non cambia nel bene e c’è chi non cambia nel male

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In questa parashà Moshè insegna che alla fine dei giorni dopo aver ricevuto le punizioni che l’Eterno avrà mandato ai figli d’Israele, essi torneranno sulla retta strada, con queste parole: “Quando alla fine dei giorni ti troverai angustiato, essendoti capitate tutte queste vicende, tornerai all’Eterno tuo Dio e ascolterai la Sua voce” (Devarìm, 4:30).

R. David Meldola [Livorno, 1714-1818, Amsterdam] nel suo commento Darkè David, partendo da questo versetto analizza i motivi per i quali alcuni personaggi della Torà e delle Scritture restarono sulla retta via nonostante le difficoltà, e i motivi per i quali altri restarono sulla via sbagliata dall’inizio alla fine nonostante le opportunità di uscirne. R. Meldola cita il Midràsh Ester Rabbà dove è scritto: “Vi sono cinque persone riguardo alle quali è scritto “hu” (egli) per indicare che rimasero malvage dall’inizio alla fine: Nimròd sul quale è scritto “Egli fu un cacciatore insuperabile (Bereshìt, 10:9); Esau (“Egli è Esau padre degli Idumei”, ibid., 36:43), Datan e Aviram (“Egli è Datan e Aviram, leader della comunità”, Bemidbàr, 26:9), il re Achàz (“Egli è il re Achàz”) e il re Assuero (“Egli è Assuero che regnava dall’India a Kush”, Ester, 1:1). Vi sono anche cinque persone riguardo alle quali la parola “hu” (egli) viene a indicare che rimasero giusti dall’inizio alla fine: Avraham (“Avràm egli è Avrahàm”), Moshè (“Egli è Moshè e Aharon”), il re David (Egli è David il più giovane”), il re Chizkiyahu (“Egli è Chizkiyahu”) ed ‘Ezrà (“Egli è Ezrà che salì da Babilonia”, ‘Ezrà, 7:6). R. Berekhyà dice che esiste un esempio migliore: “Egli è l’Eterno nostro Dio la cui giustizia è in tutta la terra”. La parola “Egli” denota il fatto che L’Eterno è sempre lo stesso.
R. Meldola elenca cinque motivi per i quali un malvagio può tornare sulla retta strada:
1. Egli impara qualcosa di nuovo o osserva i miracoli dell’Eterno. Un esempio è quello di Yitrò che abbandonò l’idolatria quando fu informato dei miracoli dell’uscita dall’Egitto e disse: “Ora riconosco che l’Eterno è più grande di qualsiasi divinità” (Shemòt, 18:11). Il re Nimrod invece rimase malvagio nonostante avesse dato ordine di gettare Avraham nella fornace e lo avesse visto uscire miracolosamente illeso.
2. La vecchiaia è un altro motivo per cui una persona torna sulla retta strada, quando è arrivato il tempo di considerare quello che si è fatto nella vita e il corpo è più debole e non ha più le passioni della gioventù. Esau invece anche da vecchio rimase malvagio.
3. Il successo e la ricchezza sono altri motivi per cui l’uomo si rende conto di dover essere riconoscente al Creatore per quello che gli ha dato. Datan e Aviram che da pezzenti divennero capi del popolo, nonostante questo non cambiarono.
4. Le sofferenze possono fare riflettere e decidere di cambiare strada come nel versetto della nostra parashà. Le sofferenze non servirono invece per nulla al re Achàz.
5. I buoni compagni possono influire su una persona e far sì che segua la loro strada. L’esempio di chi sapeva fare tornare le persone sulla retta via è quello di Aharon sul quale nei Pirkè Avòt (Massime dei Padri) è detto che “Ama la pace, persegue la pace, ama le creature e le fa avvicinare alla Torà”. Per il re Assuero invece la compagnia di Ester non servì a nulla e rimase malvagio come prima.
R. Meldola aggiunge che come vi sono cinque motivi per cui delle persone tornano sulle retta via, vi sono altrettanti motivi per i quali ci sono persone che se ne allontanano:
1. Il timore e i pericoli di essere uccisi. Diversi giusti non riuscirono a resistere alla prova. Avraham invece passò tutte le prove e rimase giusto dall’inizio alla fine.
2. I dubbi sulla giustizia divina possono condurre una persona sulla strada sbagliata. Così avvenne a Giobbe, prima di rendersi conto del fatto che non possiamo sapere nulla della giustizia divina.
3. L’abbondanza può anche essere un motivo per abbandonare la retta strada. Il re David invece rimase lo stesso anche quando diventò re dopo aver pascolato il gregge del padre.
4. La povertà e le ristrettezze sono un altro motivo per abbandonare la retta strada. Il re Chizkiyahu invece rimase con la stessa fiducia nell’Eterno durante l’assedio di Gerusalemme da parte di Sancheriv nonostante la situazione fosse disperata.
5. Le cattive compagnie sono un altro motivo per fare traviare le persone. E invece ‘Ezrà il Kohen mantenne la propria rettitudine anche se quando venne da Babilonia portò con se molti altri Kohanim che non avevano protetto il proprio pedigree.
R. Meldola conclude: Ecco quindi cinque personaggi riguardo ai quali la parola “Egli” mostra che rimasero giusti dall’inizio alla fine a confronto con altri cinque che rimasero malvagi. E R. Berekhyà aggiunge che superiore a tutti è la parola “Egli” usata per l’Eterno che è immutabile.

Donato Grosser


Giornata Europea della Cultura Ebraica: il programma di Roma (17-18 settembre 2016)

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Si presenta ricchissimo di eventi (ingresso libero) il programma ideato, organizzato e promosso dall’Assessorato alla Cultura e ASCER della Comunità ebraica di Roma per la Giornata europea della cultura ebraica 2016 dal tema “Lingue e dialetti ebraici”

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Aspettando la Giornata Europea della Cultura Ebraica

Sabato 17 settembre

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71
Ore 21.00
Il linguaggio scientifico e il linguaggio poetico nel Talmud e nella Cabbalá con Prof. Giulio Busi e Rav Riccardo Di Segni
Modera: Prof.ssa Clelia Piperno

Ore 22.00
LINGUA MADRE
La musica ebraica fra lingue e culture diverse
Concerto spettacolo di Eyal Lerner

Proiezione delle micrografie del Codice di Barcellona (1325) di recente restaurato dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma
In collaborazione con Instituto Cervantes, Ufficio Culturale Ambasciata di Israele – Roma e Delet

LIBRERIA KIRYAT SEFER
Via del Tempio, 2
Ore 21.00 – 23.00
Apertura della libreria ebraica

Domenica 18 settembre

MUSEO EBRAICO DI ROMA
Via Catalana/Largo XVI ottobre
Visite guidate gratuite in italiano e in inglese al Museo, al Tempio Maggiore e al Tempio Spagnolo
Apertura Museo: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.15)
Apertura Tempio Maggiore: 10.00 – 15.00 (ultima visita guidata ore 14.30 in italiano e in inglese)
Apertura Tempio Spagnolo: 15.00 – 18.00 (ultima visita guidata alle 17.30 in italiano e in inglese)

ASSOCIAZIONE CULTURALE LE CINQUE SCOLE
Ore 10.00 – 18.00
Visite guidate in italiano e in inglese nell’area dell’ex Ghetto e di Trastevere (info presso Museo Ebraico di Roma)
TEMPIO DEI GIOVANI PANZIERI-FATUCCI
Piazza S. Bartolomeo all’Isola, 24
Ore 10.00 – 13.30
Visite guidate al Tempio dei Giovani
A cura del Benè Berith

SINAGOGA DI OSTIA ANTICA
Ore 12.30
Visita guidata alla Sinagoga di Ostia Anticacon Giacomo Moscati
Appuntamento davanti al cancello adiacente agli scavi (Via Guido Calza)
Per partecipare è richiesta la prenotazione obbligatoria al 324 6267350 entro domenica 11 settembre, indicando se si intende usufruire del servizio di pulmino (a pagamento) con partenza dal Tempio Maggiore (Lungotevere Cenci) alle ore 11.15

LIBRERIA KIRYAT SEFER
Via del Tempio, 2
Ore 10.00 – 22.00
Apertura della libreria ebraica

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71

Ore 10.00
La vita sotterranea della parola ebraica con Hora Aboaf

Ore 11.00
Come si studia una pagina di Talmud con Benedetto Carucci Viterbi

Ore 10.00 – 12.00
HAVIU ET HAYOM
Babele in Rime
Diffusione e distribuzione di testi di “poesia ebraica” (ebraico, giudaico-romanesco, yiddish, aramaico e ladino)

GALLERIA ANNA MARRA CONTEMPORANEA
Via Sant’Angelo in Pescheria, 32
Ore 12.00
IL RILIEVO DELLE PAROLE inaugurazione mostra di Irma Alonzo ed Ariela Bhom
La mostra rimarrà aperta fino al 25 settembre 2016

MUSEO EBRAICO DI ROMA
Ore 12.30
Inaugurazione mostra LIBRO APERTO. OPERE DI PAOLA LEVI MONTALCINI in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (dal 18 settembre al 31 ottobre)

GALLERIA SIMONE ALEANDRI
Piazza Costaguti, 12
Ore 13.00
Fuoco nero su fuoco bianco presentazione del libro di xilografie di Francesco Parisi
Dialogo tra l’autore e Georges de Canino

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71

Ore 17.30
LA FORMA DELLE PAROLE
Libri di letteratura israeliana rivisitati da artisti italiani, un progetto per IIFCA con David Palterer ideatore del progetto, Marco Tonelli e Alfredo Pirri
In collaborazione con la Fondazione Italia-Israele per la cultura e le arti, con la Comunità Ebraica di Mantova e con il Politecnico Milano 1863, Polo Territoriale di Mantova

Ore 17.30 – 19.00
HAVIU ET HAYOM
Babele in Rime
Diffusione e distribuzione di testi di “poesia ebraica” (ebraico, giudaico-romanesco, yiddish, aramaico e ladino)

Ore 19.00
IL GIUDAICO ROMANESCO: passato, presente e futuro di una antica “lingua”con Sabino Caronia, Simona Foà, Micaela Procaccia e Nicoletta Valente
Esposizione dei pannelli della mostra “È tutta ‘na commedia” a cura di Memoria srl
In collaborazione con ADEI WIZO, Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e Centro Romano di Studi sull’Ebraismo (CERSE)

Ore 20.30
Ce veniti a’ recita?
Spettacolo in giudaico romanesco con la Compagnia teatrale “Quasi stabile” di Alberto Pavoncello, la compagnia “Quelli del Giudaico – Romanesco” e Daniele Volterra. In collaborazione con ADEI WIZO

 

per informazioni: Centro di Cultura ebraica 065897589 – centrocultura@romaebraica.it


Lingue e dialetti ebraici, il tema della prossima Giornata europea della cultura ebraica

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Si svolgerà domenica 18 settembre 2016, in settantaquattro località in Italia, la Giornata europea della cultura ebraica, la manifestazione che invita a scoprire storia, luoghi e tradizioni degli ebrei attraverso centinaia di eventi tra visite guidate a sinagoghe, musei e quartieri ebraici, spettacoli, mostre, concerti, degustazioni kasher e altri appuntamenti culturali.
L’evento, giunto alla diciassettesima edizione, è coordinato e promosso nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, parte di un network internazionale al quale aderiscono quest’anno trentacinque Paesi europei.
“Siamo convinti che in un periodo storico estremamente complesso e difficile quale è quello che stiamo vivendo, sia importante continuare a proporre iniziative positive, che stimolino la costruzione di legami e ponti all’interno di una società inclusiva e attenta ai diritti di tutti”, ha scritto nella presentazione dell’iniziativa la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni.
Un tema comune, “Lingue e dialetti ebraici”, unirà idealmente tutti gli appuntamenti. Oltre all’ebraico, la lingua della Torah, il riferimento è allo Yiddish degli ebrei dell’est Europa, al Judeo-Espanol parlato dalle comunità ebraiche del bacino mediterraneo, ma anche ai diversi dialetti italiani, come il giudaico-romanesco, il bagitto livornese, il giudaico-veneziano e il giudaico-torinese. L’argomento sarà declinato in molti modi, dal teatro ai concerti, dai laboratori alle conferenze, con iniziative aperte e gratuite per tutta la cittadinanza e diffuse in quattordici Regioni.
A Milano, prescelta quale capofila della manifestazione in Italia, si darà il via simbolico agli eventi nel nostro Paese, nell’anno in cui la comunità ebraica milanese, parte viva e integrante del tessuto sociale e culturale della città, festeggia i centocinquant’anni dalla nascita.
La minoranza ebraica è presente in Italia da oltre due millenni, con testimonianze di vita e cultura diffuse sul territorio, dalle grandi città ai piccoli centri, da nord a sud alle isole.
Siti e percorsi tra i più belli d’Europa, che rendono l’edizione italiana, con circa cinquantamila presenze ogni anno, una delle più seguite, realizzando da sola più di un quarto dei visitatori complessivi dell’intero continente.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito internet www.giornatadellaculturaebraica.it
e sull’area Facebook dedicata alla Giornata della cultura ebraica.

In Italia la Giornata europea della cultura ebraica è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dal Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani. La manifestazione è inoltre riconosciuta dal Consiglio d’Europa.
Queste le settantaquattro località che aderiscono all’edizione 2016:
Calabria: Bova Marina, Cosenza, Reggio Calabria, Santa Maria del Cedro, Vibo Valentia –Campania: Napoli – Emilia Romagna: Bologna, Carpi, Cento, Correggio, Cortemaggiore, Ferrara, Finale Emilia, Fiorenzuola d’Arda, Lugo di Romagna, Modena, Reggio Emilia, Soragna – Friuli Venezia Giulia: Gorizia, Trieste, Udine – Lazio: Ferentino, Fiuggi, Fondi, Roma – Liguria: Genova – Lombardia: Bozzolo, Mantova, Milano, Ostiano, Pomponesco, Sabbioneta, Soncino, Viadana – Marche: Ancona, Fano, Pesaro, Senigallia, Urbino – Piemonte: Acqui Terme, Alessandria, Asti, Biella, Carmagnola, Casale Monferrato, Cherasco, Chieri, Cuneo, Ivrea, Moncalvo, Mondovì, Saluzzo, Torino, Trino Vercellese, Vercelli – Puglia: Brindisi, San Nicandro, Trani, Taranto – Sicilia: Palermo, Ragusa, Siracusa – Toscana: Firenze, Livorno, Monte San Savino, Pisa, Pitigliano, Siena, Viareggio – Trentino Alto Adige: Merano – Veneto: Padova, Venezia, Verona, Vicenza

I trentacinque Paesi europei che aderiscono sono:
Austria, Azerbaigian, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria.
I programmi dei singoli Paesi sono consultabili sul sito www.jewisheritage.org

 


Il nove di Av: Gerusalemme fu distrutta dalle “locuste”

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Il Bet Ha-Mikdàsh di Gerusalemme fu distrutto nel nono giorno del mese di Av. Nel trattato Ghittìn (55b-56a) del Talmud babilonese è scritto che Gerusalemme fu distrutta per colpa di Kamtza e di Bar-Kamtza. Un facoltoso personaggio di Gerusalemme fece un banchetto e disse al suo servitore di invitare il signor Kamtza. Per errore, il servitore invece di Kamtza invitò il signor Bar-Kamtza. Mentre Kamtza era un amico dell’ospite, Bar-Kamtza era un suo acerrimo nemico. Credendo che l’ospite volesse riappacificarsi con lui, Bar-Kamtza andò al banchetto. Quando il padrone di casa lo vide lo cacciò via in malo modo. Al banchetto erano stati invitati anche i saggi di Gerusalemme che, come commenta R. Yosef Chayim [Bagdad, 1835-1909] nell’opera Ben Yehoyadà, non videro cosa era successo. Bar-Kamtza, che era un poco di buono, convinto che i saggi non avessero protestato quando era stato cacciato dal banchetto anche se erano al corrente dell’accaduto, decise di vendicarsi. Andò dalle autorità romane e disse loro che gli ebrei si stavano ribellando contro di loro. Per convincerli, disse loro che se avessero inviato una giovenca come sacrificio per il Bet Ha-Mikdàsh, sarebbe stato rifiutato. Poi Bar-Kamtza fece un taglio alle labbra dell’animale rendendolo inadatto ad essere sacrificato. Il fatto che fosse respinto dimostrò erroneamente ai romani che gli ebrei, che avevano sempre sacrificato gli animali mandati dall’imperatore, si erano ribellati. Da qui derivò la distruzione di Gerusalemme da parte di Vespasiano e Tito.

Per quale motivo i maestri affermarono che Gerusalemme fu distrutta per colpa di Kamtza e di Bar-Kamtza. Che colpa aveva Kamtza? Egli non era neppure andato al banchetto! R. Zelik Halevi Epstein [Belarus, 1914-2009, New York] spiegò che Kamtza, come buon amico dell’ospite, non avrebbe dovuto fare l’offeso e restare a casa. Un buon amico se non riceve un invito verifica cosa sia successo. Se Kamtza avesse verificato, l’equivoco sarebbe stato scoperto e il successivo disastro nazionale sarebbe stato evitato.
Gerusalemme fu distrutta al termine di una guerra cruenta con i romani. Giuseppe Flavio racconta che la ribellione iniziò come reazione ai soprusi del procuratore romano Gessius Florus. Come è possibile attribuire la distruzione di Gerusalemme a un episodio come il banchetto descritto nel Talmud? R. Yechiel Ya’akov Weinberg [Polonia, 1884-1966, Montreux] nella sua opera Lifrakìm (pp. 69-74) cita una lezione del suo maestro R. Nosson Zvi Finkel [Lituania, 1949-1927, Gerusalemme], chiamato affettuosamente il saba (nonno) della yeshivà di Slabodka, uno dei grandi esponenti della scuola di Mussàr (etica). R. Weinberg spiega che i maestri dal Talmud non erano interessati a descrivere gli eventi storici. La loro responsabilità era quella di insegnare quale fosse il motivo alla base della tragedia nazionale; l’episodio di Kamtza e di Bar-Kamtza era sintomatico della sinàt chinàm, dell’odio gratuito, che aveva infettato la società nella terra d’Israele. La distruzione fisica era stata preceduta dalla distruzione sociale. I maestri, con la loro profonda conoscenza della psicologia umana, avevano visto cosa aveva avvelenato la società, aveva causato le guerre civili, la distruzione fisica e il successivo esilio.
Tuttavia è anche forse possibile cercare di dare una semplice spiegazione per riconciliare gli avvenimenti storici descritti da Giuseppe Flavio e l’insegnamento dei maestri del Talmud. All’inizio la ribellione era scoppiata come reazione spontanea ai soprusi del procuratore romano e, come afferma il Flavio, sfortunatamente i ribelli ebbero successo e pensarono di poter vincere la guerra. I Maestri erano invece contrari alla ribellione come dimostrato dal fatto che R. Yochanan ben Zakkai uscì con uno stratagemma dalla città assediata per andare da Vespasiano e salvare il salvabile cioè la yeshivà di Yavne e la famiglia dei capi del Sinedrio, discendenti di Hillel. In questo modo dopo la disfatta fu possibile iniziare la ricostruzione. Fino all’episodio di Kamtza e di Bar-Kamtza i maestri erano forse riusciti a convincere i romani che la ribellione era limitata a un gruppo di zeloti. Bar-Kamtza con la sua malvagità li convinse che i maestri e quindi tutto il popolo che li seguiva, erano con i ribelli e fu questo che portò alla distruzione.
Rashì [Francia, 1040-1105] nel suo commento al trattato Ghittìn scrive che Kamtza e Bar-Kamtza erano i nomi reali dei due responsabili della distruzione di Gerusalemme. Nomi veramente strani! Il proselita Onkelos [I sec E.V.] nella sua traduzione in lingua aramaica traduce la parola chagavìm (Bemidbàr, 13:33) che significa locuste, con l’aramaico “Kamtzin”. Come le locuste, Kamtza e Bar-Kamtza distrussero tutto.

Donato Grosser