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Parashà di Devarìm: A cosa serve ricordare i peccati del passato

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La prima parashà del quinto libro della Torà inizia con queste parole: “Queste sono le parole che Moshè rivolse a tutto Israele al di là del Giordano, nel deserto, nella ’Aravà, di fronte a Suf, tra Paràn, Tòfel, Lavàn, Chatzeròt e Di-Zahav” (Devarìm, 1:1). Apparentemente questo versetto della Torà viene a indicare i luoghi dove Moshè si rivolse al popolo prima dell’entrata nella Terra Promessa.

Rashì (Francia, 1040-1105) citando i maestri, commenta che questo versetto nasconde delle ammonizioni e che Moshè elencò i luoghi nel quali gli israeliti avevano commesso delle trasgressioni nei confronti dell’Onnipresente. Nel deserto: dove dissero “magari morissimo nel deserto”. Nella ‘Aravà: dove peccarono con il culto idolatrico del Ba’al Pe’or (in italiano: Belfagor).  Di fronte a Suf: quando di fronte al Mar Rosso (Yam Suf) dissero “non vi sono abbastanza tombe in Egitto?”. A Paràn: quando accettarono il rapporto degli esploratori e rifiutarono di entrare nella Terra di Canaan. Tòfel: le parole vane (tafèl) che dissero riguardo alla manna. Chatzeròt: dove avvenne la rivolta di Kòrach. Di-Zahàv:  è un accenno al vitello d’oro (fatto di oro, zahàv).

Rashì aggiunge che Moshè decise di ammonire il popolo solo nel quarantesimo anno poco prima della sua morte, imparando dal patriarca Ya’akòv che ammonì i figli solo prima di morire.

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Parashà di Mass’è: Un verdetto che dipende dalla morte del Kohèn Gadòl

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Nell’ultima parashà del libro di Bemidbàr (Numeri) l’Eterno disse a Moshè di dare ai leviti, che non avevano diritto ad avere un territorio tribale proprio, sei città nelle quali avrebbero potuto trovare  rifugio coloro che avevano commesso omicidi involontari (Bemidbàr, 35:6). Infatti la pena di morte esisteva solo per l’omicidio premeditato. La pena di morte poteva essere comminata solo se l’omicida era stato avvertito da due testimoni che se avesse compiuto il crimine sarebbe stato passibile di pena di morte e avesse risposto che era al corrente della cosa e sapeva cosa stata facendo. In effetti la pena di morte era cosa rarissima. Le sei città erano le seguenti: in Transgiordania, Bètzer nel territorio della tribù di Reuven, Ramòt Gil’àd nel territorio delle tribù di Gad, e Golàn nel Bashàn nel territorio della tribù di Menascè. In Cisgiordania, Hevròn nella Giudea, Shekhèm nei monti di Efraim e Kedèsh in Galilea (Yehoshua’, 20:8).

Se invece l’omicidio aveva avuto luogo in un incidente di lavoro o di altro tipo, l’omicida per evitare rappresaglie da parte dei famigliari del morto, andava a trovare riparo in una delle città di rifugio in attesa del processo. Come risultato del processo l’accusato poteva essere riconosciuto totalmente innocente e tornare a casa perché l’incidente era avvenuto per forza maggiore (ònes); poteva essere riconosciuto colpevole per mancanza di attenzione e condannato all’esilio; oppure riconosciuto colpevole perché l’incidente era derivato da grossolana mancanza di attenzione (shoghèg karòv le-mezìd) e di non potere godere della protezione della città di rifugio.

L’omicida non intenzionale se veniva condannato all’esilio in una delle città di rifugio doveva rimanere li “fino alla morte del Kohèn Gadòl” (Bemidbàr, ibid.).

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Parashà di Mattòt: Come si vince in guerra

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Nella parashà precedente l’Eterno parlò con Moshè e gli disse: “Tratta ostilmente i midianiti e colpiteli poiché vi hanno molestato con le loro astute vicende riguardanti Pe’or e Cosbì, figlia di un re di Midian che fu uccisa nel giorno della piaga conseguente all’affare di Pe’or” (Bemidbàr, 26:17-18). 

Rashì (Francia, 1014-1105) commenta: “[i midianiti] prostituirono le loro figlie per fare peccare gli israeliti nel culto idolatrico di Pe’or”. Nelle parashà di Mattòt (31:2), Rashì aggiunge: “Non sono compresi i Moabiti [non fu fatta loro guerra], perché costoro fecero quello che fecero per timore degli israeliti […] mentre i midianiti si inserirono in una questione con la quale non avevano nulla a che fare”.

Nella parashà di Mattòt l’Eterno diede ordine a Moshè di fare guerra a Midian e Moshè disse al popolo di arruolare mille volontari per tribù per un totale di dodicimila combattenti (ibid., 31:4) sotto il comando di Pinechàs con gli oggetti sacri e le trombe. La guerra contro Midian fu un successo totale e i generali dell’esercito fecero rapporto a Moshè dicendo di avere contato i combattenti ritornati dalla guerra e che non ne mancava neppure uno.

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BEN HAMETZARIM 5779-2019: istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

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Parashà di Pinechàs: Gli accoppiamenti con le donne midianite e moabite stavano per distruggere Israele

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Alla fine della parashà precedente è scritto: “Israele si stabilì a Shittìm e il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab.  Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei. Israele aderì al culto di Ba’al Pe’or e l’ira dell’Eterno si accese contro Israele. (Bemidbàr, 25:1-4 […].  Ed ecco uno degli Israeliti (Zimrì, capo della tribù di Shim’on) venne e presentò ai suoi fratelli una donna midianita (una principessa di Midian), sotto gli occhi di Mosè e di tutta la comunità degli Israeliti […]. Vedendo ciò, Pinechàs figlio di El’azar, figlio del kohèn Aharòn, si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due […] (Ibid., 6-8).

La parashà di Pinechàs inizia con queste parole: “L’Eterno  disse a Mosè: Pinechàs, figlio di El’azàr, figlio del kohèn Aharòn, ha allontanato la mia ira dagli Israeliti, perché egli è stato animato dal mio zelo fra di loro, e io nella mia indignazione non ho annientato gli Israeliti. Perciò digli che Io stabilisco con lui un’alleanza di pace” (Bemidbàr, 25:10-12)

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Parashà di Balàk: Bil’am nei Pirkè Avòt

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Balàk, re di Moav, vedendo la moltitudine degli israeliti accampati al confine e rendendosi conto di non poter combattere con successo contro di loro, decise di usare armi non convenzionali, ingaggiando Bil’am, famoso per la reputazione di successo che si era fatto nel maledire i nemici di chi lo pagava. Nonostante le insistenze del re Balàk, Bil’am in prima istanza rifiutò di accettare l’offerta di Balàk che gli aveva promesso ricchezze e onori dicendo: “Anche se Balàk mi desse la sua casa piena di argento e d’oro, non potrei trasgredire l’ordine dell’Eterno, il mio Dio, per fare cosa piccola o grande” (Bemidbàr, 22:18).

Nel commentare questo versetto Rashì (Francia, 1040-1105) scrive: “[Bil’am con le sue parole] ci ha fatto sapere che era ingordo e desiderava le ricchezze di altri. [Bil’am] riteneva che fosse appropriato che [Balàk] gli desse tutto il suo oro e il suo argento invece di dover pagare un’armata di mercenari senza alcuna sicurezza di vincere; con lui invece il successo era cosa sicura”.

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Parashà di Chukkàt: R. Benamozegh svela qualcosa sulla vacca rossa

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La parashà inizia con queste parole: L’Eterno parlò a Moshè e ad Aharon dicendo: “Questo è il decreto della Torà (chukkàt ha-Torà) che l’Eterno ha comandato dicendo: parla ai figli d’Israele e prendano per te una vacca completamente rossa (temimà) che non ha alcun difetto (ashèr en ba mum) e sulla quale non sia stato messo il giogo” (Bemidbàr, 19:1-2).

R. Yosef Albo (Spagna, 1380-1444) nel Sèfer ha-‘Ikkarìm (III,25) polemizza con Girolamo (IV-V sec. E.V.) che nella Volgata tradusse erroneamente “temimà” con le parole “senza difetto” e sottolinea che “temimà” si riferisce al colore della vacca che doveva essere completamente rosso. Il requisito che l’animale fosse senza difetti è espresso dalle parole “ashèr en ba mum”.

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Parashà di Koràch: Bisogna rivolgersi a tutti con rispetto

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Questa parashà porta il nome di Kòrach, il levita, cugino di Moshè che si ribellò alla leadership di Moshè  e di Aharon dicendo “Rav lakhèm” intendendo dire che essi avevano esagerato prendendosi tutte le cariche più importanti: Moshè il regno e Aharon la kehunà ghedolà  (Il sommo sacerdozio), mentre tutti gli israeliti sono kedoshìm e possono assumere il sommo sacerdozio. Moshè rispose dicendo: “Domani l’Eterno farà sapere chi appartiene a Lui e chi è kadòsh e l’avvicinerà a sé. Colui che egli ha scelto lo avvicinerà a sé. Fate così: domani prendete degli incensieri Kòrach e tutto il suo seguito. Mettetevi del fuoco e ponetevi dell’incenso davanti all’Eterno; l’uomo che l’Eterno sceglierà sarà il kadòsh; «Rav lakhèm benè Levì»” (Bemidbàr, 16: 5-7).

Cosa intendeva dire Moshè quando disse: “Rav lakhèm benè Levi”?

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Parashà di Shelàch: Perché si rompe un bicchiere sotto la chuppà?

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In questa parashà dopo il ritorno degli esploratori dalla terra di Canaan e la loro affermazione che il paese non era conquistabile, è scritto: “Tutta la congrega alzò la voce e il popolo pianse in quella notte” (Bemidbàr, 14:1-2). Nella traduzione in aramaico denominata Targùm Yonatàn, dopo la traduzione  viene aggiunto: “e quella notte fu fissata come notte di pianto per le loro generazioni”.

La fonte di questa aggiunta è nel Talmud babilonese (trattato Ta’anìt 29a) dove è scritto: “Disse Raba a nome di R. Yochanàn: quella notte era il 9 di Av. Il Santo Benedetto disse loro: voi avete pianto senza motivo e pertanto vi dò una motivo per piangere nelle [future] generazioni”. Nel 9 di Av furono distrutti sia il primo Bet Ha-Mikdàsh dai babilonesi guidati dal re Nevukhadnetzar, sia il secondo dai romani guidati da Tito figlio dell’imperatore Vespasiano. Da allora questa data è un giorno di pianto e di digiuno.

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Parashà di Beha’alotekhà: I grandi proseliti

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Le parole “partiamo, vieni con noi” iniziano un dialogo tra Moshè e il suocero Yitrò, dopo la rivelazione del Sinai e con le tribù in ordine di marcia.

Pronti a partire per la terra di Canaan, “Mosè disse a Chovàv (cioè Yitrò perché aveva più di un nome), figlio di Re’uèl il midianita, suocero di Mosè: noi ci mettiamo in viaggio verso il luogo del quale l’Eterno ha detto: Io ve lo darò. Vieni con noi e ti faremo del bene, perché l’Eterno ha promesso buone cose ad Israele […]” (Bemidbàr, 10:29).

R. Meir Leibush Wisser (Ucraina, 1809-1879), detto Malbim dalle sua iniziali, nel suo commento Ha-Torà ve-ha-Mitzvà spiega che Chovàv e Yitrò erano la stessa persona, perché era uso dare ai proseliti un nuovo nome come è scritto nel libro del navì (profeta) Yesha’yà (Isaia, 65): “e ai suoi servi darà un altro nome”.

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