1529625600<=1347580800
1529625600<=1348185600
1529625600<=1348790400
1529625600<=1349395200
1529625600<=1350000000
1529625600<=1350604800
1529625600<=1351209600
1529625600<=1351814400
1529625600<=1352419200
1529625600<=1353024000
1529625600<=1353628800
1529625600<=1354233600
1529625600<=1354838400
1529625600<=1355443200
1529625600<=1356048000
1529625600<=1356652800
1529625600<=1357257600
1529625600<=1357862400
1529625600<=1358467200
1529625600<=1359072000
1529625600<=1359676800
1529625600<=1360281600
1529625600<=1360886400
1529625600<=1361491200
1529625600<=1362096000
1529625600<=1362700800
1529625600<=1363305600
1529625600<=1363910400
1529625600<=1364515200
1529625600<=1365120000
1529625600<=1365724800
1529625600<=1303171200
1529625600<=1366934400
1529625600<=1367539200
1529625600<=1368144000
1529625600<=1368748800
1529625600<=1369353600
1529625600<=1369958400
1529625600<=1370563200
1529625600<=1371168000
1529625600<=1371772800
1529625600<=1372377600
1529625600<=1372982400
1529625600<=1373587200
1529625600<=1374192000
1529625600<=1374796800
1529625600<=1375401600
1529625600<=1376006400
1529625600<=1376611200
1529625600<=1377216000
1529625600<=1377820800
1529625600<=1378425600

Parashà di Chukkàt: Perché c’è chi digiuna il venerdì della parashà di Chukkàt?

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

La mishnà nel trattato Ta’anìt (4:6) elenca le cinque disgrazie che
ebbero luogo nel mese di Tammùz: “Cinque eventi (devarìm)
capitarono ai nostri padri il 17 di Tamùz. Furono rotte le prime
tavole della legge [da Moshè quando vide il vitello d’oro]; il
sacrificio quotidiano fu interrotto [durante l’assedio dei
babilonesi]; nella città [di Gerusalemme] venne aperta una breccia
[durante la guerra contro i romani]; Postumus bruciò la Torà e fu
posto un idolo nel Bet Ha-Mikdàsh.
R. Zvi Ryzman in Raz Ka-Zvi osserva che vi furono anche
eventi felici nel mese di Tamùz: Noè quando mandò il corvo e la
colomba fuori dall’arca venne a sapere che la terra aveva
cominciato a prosciugarsi dopo il Diluvio. E ancora, nel terzo
giorno del mese di Tammùz, ebbe luogo il miracolo del sole che
continuò a illuminare il giorno a Ghiv’on per permettere a
Yehoshua’ (Giosuè) di finire di sbaragliare i nemici.
Cosa hanno in comune questi eventi? R. Ryzman commenta
che gli eventi felici ebbero luogo quando gli uomini fecero il loro
dovere, mentre le disgrazie ebbero luogo quando avvenne il
contrario. La missione della colomba che venne a portare a Noè la
notizia che la terra era ritornata come prima, mise in evidenza che
Noè aveva fatto tutto quello che poteva e doveva per ricostruire a
nuovo il mondo. Lo stesso si può dire per Yehoshua’. Dopo
quaranta anni nel deserto la nuova generazione di uomini forti
fisicamente e spiritualmente, quando dovettero combattere lo
fecero senza paura, e seguendo gli ordini, continuarono a
combattere anche quando calava la sera. Quando l’uomo fa il suo
dovere, il resto viene dal Cielo.
Le disgrazie del mese di Tammùz avvennero per il motivo
contrario. La rottura delle tavole della legge avvenne perché le
moltitudini che si erano aggregate ai figli d’Israele durante l’uscita
dall’Egitto adorarono il vitello e gli israeliti non lo impedirono. La
mancanza fu quella di non prendere l’iniziativa, di agire e di
opporsi. Incidentalmente R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550,
Bologna) commenta che quando i leviti chiamati da Moshè
istituirono dei tribunali di guerra per punire i colpevoli di idolatria,
la mancanza di reazione da parte del popolo servì da espiazione
per la mancanza di azione quando i colpevoli adorarono il vitello.
La mancanza di iniziativa fu anche la causa delle altre disgrazie che
avvennero nel mese di Tammùz.
Nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 580) R. Yosef Caro (Toledo,
1488-1575, Safed) elenca i giorni nei quali per via delle disgrazie

che capitarono ai nostri antenati è opportuno (raui) digiunare. Nel
primo giorno di Nissàn morirono i [due] figli di Aharon [perchè
avevano portato degli incensieri per bruciare del profumo nel
Mishkàn, il tabernacolo mobile nel deserto, senza averne ricevuto
l’autorizzazione]; nel decimo giorno di Nissàn mori Miriàm [sorella
maggiore di di Aharòn e di Moshè] e la fonte che portava l’acqua
ai figli d’Israele [per merito di Miriàm] si prosciugò. Il ventisei del
mese mori Yehoshua’. Nel decimo giorno del mese di Yiàr morì Eli
[il kohèn gadòl quando ricevette la notizia che i suoi due figli
erano morti in guerra contro i filistei e l’aròn hakòdesh, l’arca
santa, era stata presa dai nemici]. Nel ventottesimo giorno del
mese morì il profeta, Shemuèl (Samuele). La lista prosegue fino al
settimo giorno del mese di Adàr quando mori Moshè. In pratica
oggi sono pochi coloro che usano digiunare in questi giorni.
In una nota nel commento Mishnà Berurà viene citata
l’opera Shibbolè Ha-Lèket di R. Chizkiyà Anau (1210-1280) di
Roma dove egli scrive che si digiuna anche il venerdì che precede
lo shabbàt nel quale si legge la parashà di Chukkàt , che cade nel
mese di Tammùz, “in ricordo di quello che avvenne nei nostri
giorni, per via dei nostri numerosi peccati, quando fu bruciata la
Torà nell’anno 5004 dalla creazione (1244 dell’era volgare). Il
venerdì della settimana della parashà di Chukkàt furono messi al
rogo [in Francia] ventiquattro vagoni pieni di volumi del Talmud,
di halakhòt e di aggadòt. […] E da quel giorno in poi, fu deciso che
i volontari digiunano ogni anno nel venerdì della parashà di
Chukkàt e non nel giorno del mese, come è la consuetudine negli
altri digiuni. R. Anau conclude con l’augurio che dopo queste
disgrazie l’Eterno “ci mandi il bene e le consolazioni che ha
promesso tramite i nostri profeti di fare ritornare gli esiliati nella
nostra terra”.

Donato Grosser


Parashà di Koràch: Hillèl e Shammài

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Kòrach era figlio di Yizhàr e nipote di Kehàt. Moshè e Aharon
erano figli di ‘Amràm e nipoti di Kehàt. Moshè e Kehàt erano
quindi cugini. In questa parashà è raccontato che la ribellione era
nata per via di un dissidio famigliare.
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive:
“Perché Kòrach decise di ribellarsi a Moshè?” Kòrach era invidioso
del fatto che a capo del clan del nonno Kehàt fosse stato
nominato suo cugino Elitzafàn figlio di ‘Uzièl e anche lui nipote di
Kehàt. Kòrach era amareggiato. Il nonno Kehàt aveva quattro
figli: il primogenito era ‘Amràm e i suoi figli Moshè ed Aharon
erano diventati rispettivamente Re e Kohen Gadol; il
secondogenito era Yizhàr, il terzo Chevròn e il quarto ‘Uzièl.
Kòrach riteneva che in quanto figlio del secondogenito di Kehàt
era lui che avrebbe dovuto essere nominato a capo della famiglia.
La rivolta finì in un disastro per Kòrach e per i suoi seguaci:
alcuni furono divorati dalla terra, altri morirono bruciati. In tutte
gli altri episodi nei quali gli israeliti commisero dei peccati, come
nel caso del vitello d’oro, Moshè si diede da fare per far sì che
fossero perdonati. In questo caso invece Moshè chiese all’Eterno:
“Non accettare la loro offerta. Io non ho mai preso l’asino di
nessuno di loro, né ho mai fatto male ad alcuni di essi” (Bemidbàr,
16:15).
R. Moshè Alshich (Adrianopoli, 1508-1593, Safed)
commenta che questo comportamento di Moshè viene spiegato
dalla necessità di impedire che la ribellione si propagasse. Moshè
aveva nominato Elitzafàn su ordine divino e la ribellione di Kòrach
era di fatto un rifiuto di accettare i comandamenti dell’Eterno.
Gli incensieri di rame dei ribelli furono poi usati come
rivestimento del mizbèach (altare) per essere da “Ricordo per i
figli d’Israele affinché un estraneo che non è discendente di
Aharon si avvicini a fare ardere il profumo davanti all’Eterno e non
si comporti come Kòrach e la sua gente…” (Ibid, 17:15). Questo
versetto è oggetto di diversi commenti. In ogni modo, il messaggio
è la proibizione di generare divisioni.
Nei Pirkè Avòt (Massime dei padri (5:17) i maestri
insegnano: “Ogni disputa che avvenga per fini onesti (le-shem
Shamàim) finisce col mantenersi; non così invece delle discussioni
che non avvengono per onesti fini. Quale esempio si può citare
del primo tipo? Le discussioni di Hillèl e Shammài. E del secondo
tipo? Quelle di Kòrach e di tutto il suo seguito” (Ed. R. Carabba,
1931).
R. Yoseph Colombo (Livorno, 1897-1975, Milano) che
tradusse il testo, in una sua nota scrive di Hillèl e Shammài: “Le

loro scuole avevano, in fatto di rito e di procedura religiosa,
opinioni opposte, più facilitante quella del primo, più rigorosa
l’altra; ma in ambedue con un’indiscutibile onestà di indirizzo”.
R. ‘Ovadià Bertinoro (1455-1516, Gerusalemme) nel suo
commento a questa mishnà scrive che [“finisce per mantenersi]
significa che le parti della disputa rimangono in vita e non
muoiono, come la disputa tra le scuole di Hillèl e Shammài nella
quale non morirono né i discepoli di Shammài né quelli di Hillèl. R.
Bertinoro aggiunge un altro commento: se lo scopo della
discussione è di cercare la verità, lo scopo viene raggiunto, perché
grazie alla discussione viene fuori la verità. Nel caso di Hillèl e di
Shammài la halakhà venne decisa secondo la scuola di Hillel.
Quando invece lo scopo della disputa non è per fini onesti, ma per
il desiderio di potere, lo scopo non viene raggiunto come avvenne
con Korach”.
R. Eli’ezer Nachman Foà (Reggio Emilia, m.1659) commenta
che “finisce col mantenersi” significa che all’inizio vi è discussione
e alla fine tutti si mettono d’accordo. Infatti alla fine i discepoli di
Shammài accettarono la decisione di maggioranza della scuola di
Hillèl (Talmud babilonese, Betzà, 20a). Il contrario avviene nel
caso di una disputa per fini disonesti nella quale all’inizio i ribelli
sono concordi e poi finiscono invece di litigare tra di loro.
R. Yitzchàk Berekhià Da Fano (Ferrara, 1583-1668, Lugo) nel
commento Chanòkh la-Nà’ar scrive che “finisce per mantenersi”
significa che la discussione rimane totalmente valida, perché
come insegnano i maestri nel Talmud ‘Eruvìn (13b): «Sia queste
che quelle sono parole divine»”.

Donato Grosser


Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

Dopo il recente episodio dei saluti romani di alcuni studenti di un liceo della capitale, la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello ha incontrato i ragazzi del Liceo Socrate. Scopo dell’incontro di oggi quello di intraprendere con loro un dialogo costruttivo che li sensibilizzi al tema, impegno imprescindibile affinché la memoria non venga svilita. Leggi tutto l’articolo


Gianni Zarfati premiato dalla Polizia di Stato

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

Questa mattina, presso la Sala Europa dell´Ufficio Coordinamento e Pianificazione delle Forze di Polizia del Ministero dell´Interno, il responsabile della Sicurezza della Comunità Ebraica di Roma, Gianni Zarfati, ha ricevuto dal Capo della Polizia e Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, il Prefetto Franco Gabrielli, la pubblica Benemerenza dell´Amministrazione per il contributo dato nell’ambito della prevenzione e della gestione dell’ordine pubblico durante gli eventi che hanno visto la presenza comunitaria, attiva o partecipativa.

“Gianni Zarfati è sempre stato per noi un punto di riferimento fondamentale per la sua saggezza e per la sua capacità – dichiara Gabrielli . E’ stato una persona di grande equilibrio che ha trasmesso tranquillità e serenità anche nelle questioni di ordine pubblico che vivono di particolari sensibilità e equilibri.”

La dedizione che Zarfati ha dimostrato dal 1982 nella gestione dei servizi di protezione degli ambienti ebraici ha portato,attraverso un lavoro di cooperazione con i referenti delle Istituzioni e, tra queste, con le Forze di Polizia, alla crescita del Gruppo Ebraico Volontari, che da cinquant’anni svolge un importante lavoro di collaborazione con la forza pubblica per garantire la sicurezza delle attività comunitarie che vengono quotidianamente intraprese.

“Siamo orgogliosi – afferma il presidente della Comunità Ruth Dureghello –  per l’onorificenza di cui viene insignito oggi Gianni Zarfati, che rende merito alla sua professionalità ed alla passione con la quale per quaranta anni ha coordinato gli aspetti di sicurezza della Comunità Ebraica di Roma. Ha saputo interpretare e corrispondere alla nostra visione che ci vede da sempre dialogare con le istituzioni e le Forze di Polizia per garantire la più ampia collaborazione, mettendoci sempre al servizio del bene comune.”


ROMA RICORDA MIREILLE KNOLL

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Si è tenuta questa mattina al Campidoglio la cerimonia per l’esposizione della foto di Mireille Knoll. La donna, ebrea, era sopravvissuta al rastrellamento del Vélodrome d’Hiver nel 1942, la più grande retata di ebrei condotta sul suolo francese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ stata assassinata nel suo appartamento, a Parigi, il 23 marzo scorso da due uomini per odio antisemita.
La commemorazione ha visto la partecipazione delle autorità, tra cui la Sindaca di Roma Virginia Raggi, il Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, l’Ambasciatore d’Israele in Italia Ofer Sachs e l’Ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Non poteva mancare la presenza dei ragazzi, provenienti dal liceo Renzo Levi, dalla scuola media di Via Cortina e dalla scuola Media di via Corradini, a cui il figlio di Mireille, Daniel, arrivato nella Capitale da Parigi per l’occasione, ha rivolto un monito per la memoria e la preservazione dei valori di amore, tolleranza e uguaglianza che caratterizzano la nostra società.


Parashà di Shelàkh Lekhà: Peccato di pensiero e peccato d’azione

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

In questa parashà viene raccontato che gli esploratori convinsero
il popolo che la conquista della terra di Canaan era impossibile a
causa delle fortificazioni delle città e della forza degli abitanti. A
seguito di questo incidente l’Eterno decretò che tutta questa
generazione di uomini senza fede e coraggio sarebbe morta nel
deserto. Dopodiché, come se niente fosse accaduto, la Torà
ritorna a dare istruzioni agli israeliti per quando abiteranno nella
terra promessa. Una di queste mitzvòt è quella della separazione
della challà. Poi, verso la fine della parashà vi sono dei versetti
che insegnano cosa fare nel caso avvenisse una trasgressione che
dal testo non appare molto chiara: “Se cadrete in errore e non
eseguirete tutte queste mitzvòt che l’Eterno ha comandato a
Moshè, […]. Se l’errore sarà stato commesso dalla comunità,
allora tutta la comunità porterà un torello come sacrificio di ‘olà
(olocausto) […] e un capro come sacrificio di chattàt (espiazione)”
(Bemidbàr, 15:22-24).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive che a prima
vista questo passo è incomprensibile perché da una lettura
superficiale sembra che chi per errore non abbia eseguito quello
che l’Eterno ha comandato debba portare un sacrificio. E questo è
assurdo perché se così fosse ci sarebbe l’obbligo di portare
sacrifici per ogni mitzvà prescrittiva [che comanda di fare
qualcosa] della Torà qualora una persona avesse errato nel non
osservarne una sola. Per questo motivo i Maestri hanno spiegato
che questo passo nel quale è scritto “tutte queste mitzvòt” si
riferisce alla trasgressione dell’idolatria commessa per errore
(shoghèg). Egli aggiunge che questo passo è stato inserito dopo
quello degli esploratori perché essi si erano ribellati all’Eterno
pensando di nominare un capo, di ritornare in Egitto e di abitare
colà come prima senza Torà e senza mitzvòt.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) citando i
Tehillìm (Salmi, 106:27) commenta che una trasgressione del
genere sarebbe potuta capitare poiché dopo l’episodio degli
esploratori era stato decretato che i loro discendenti sarebbero
stati esiliati tra le nazioni e non sarebbe stato infrequente errare
[per ignoranza] nell’idolatria al ritorno nella terra d’Israele. R.
Sforno aggiunge che chi commette la trasgressione d’idolatria,
anche se tecnicamente osserva tutte le altre mitzvòt, non ha
osservato i precetti che l’Eterno ha comandato a Moshè perché
una condizione per osservare propriamente i precetti è quella di
riconoscere che Dio è uno ed unico. Infatti i Maestri nel Midràsh

Sifrè insegnano “che ci accetta l’idolatria è pari a colui che nega
l’intera Torà”.
R. Shelomò Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga)
nel suo commento Kelì Yakàr si sofferma sui versetti dove è scritto
che per espiare questa trasgressione commessa per errore,
bisogna portare come primo sacrificio una ‘olà (olocausto) e come
secondo un chattàt (sacrificio di espiazione). Egli osserva che in
tutti gli altri casi nei quali una persona deve portare un chattàt e
una ‘olà, il chattàt precede la ‘olà. In questo caso l’ordine è
inverso e la ‘olà precede il chattàt. R. Luntzchitz spiega che ogni
peccato comporta un procedimento mentale seguito da
un’azione. Se qualcuno commette una trasgressione senza
pensarci e senza alcuna intenzione, la trasgressione non richiede
nessuna espiazione perché è considerata commessa per forza
maggiore. La trasgressione di cui tratta la Torà in questo passo è
quella commessa per errore, come quando chi la commette
ignora che l’atto costituisce idolatria o che l’atto idolatrico sia
proibito. In genere quando viene commessa una trasgressione
anche se l’azione è preceduta dal pensiero, la trasgressione ha
luogo solo quando si commette l’azione che è la parte principale
della trasgressione. Per questo motivo per tutte le trasgressioni
commesse per ignoranza, chi ne ha commessa una che richiede
l’offerta di questi due sacrifici deve portare prima il chattàt per
l’azione commessa e poi la ‘olà per il pensiero. Quando però si
commette per errore un atto idolatrico bisogna portare prima una
‘olà perché nell’idolatria il pensiero è peccato principale. A tale
prova egli cita R. Moshè di Coucy (1200-1260) che nel Sèfer
Mitzvòt Gadòl scrive che non bisogna neppure pensare che vi sia
un altro dio.

Donato Grosser


Parashà di Behaalotekhà: Per fare del bene bisogna affrettarsi

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

La prima festa di Pèsach, come quella che festeggiamo ogni anno con matzà (azzima) e maròr
(erba amara), ebbe luogo nell’anniversario dell’uscita dall’Egitto come è scritto: “L’Eterno
parlò a Moshè nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro uscita
dall’Egitto dicendo: facciano i figli d’Israele il [sacrificio di] Pèsach al tempo stabilito. Il tempo
stabilito per la sua preparazione sarà il quattordicesimo giorno di questo mese nel
pomeriggio. Lo dovranno preparare in modo conforme ai suoi statuti e alle sue prescrizioni”
(Bemidbàr, 9:1-3).
Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che questa fu la prima volta nella quale il
sacrificio di Pèsach fu portato sul mizbèach e gli israeliti osservarono sette giorni nei quali
mangiarono solo matzòt. In questa occasione la Torà racconta che “Vi fu, che degli uomini
erano venuti a contatto con un morto, ed essendo affetti da impurità non potevano
preparare l’offerta del Pèsach in quel giorno. Durante il giorno si rivolsero a Moshè e ad
Aharòn […] e dissero […] perché dobbiamo perdere questa occasione e non possiamo
presentare l’offerta all’Eterno al tempo stabilito insieme con gli altri israeliti? Moshè disse
loro: aspettate e sentirò quali ordini darà l’Eterno riguardo al vostro caso ”(ibid., 6-8).
L’Eterno rispose che in questi casi coloro che non potevano offrire il sacrificio di Pèsach nel
quattordicesimo giorno del primo mese (di Nissàn) avrebbero potuto portarlo nel
quattordicesimo giorno del secondo mese (di Yar).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Panìm la-Torà commenta che nella
Torà è scritto “vi fu” al singolare per accennare al fatto che quando la maggioranza del
popolo è affetto da impurità si può portare ugualmente il sacrificio di Pèsach. Solo quando
l’impurità è di alcuni singoli, essi devono portare il sacrificio un mese dopo a Pèsach Shenì.
R. Aharon Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharòn cita R. Joseph Dov
Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) che disse che quando vi furono degli israeliti che
erano in pena ed erano imbarazzati per non poter fare Pèsach insieme con gli altri, Moshè
non perse tempo e si rivolse immediatamente all’Eterno per poter trovare una soluzione.
Una situazione simile avvenne quando le figlie di Tzelofchàd chiesero di poter avere in
eredità la porzione della terra d’Israele destinata al defunto padre che non aveva avuto figli
maschi. Anche in quel caso, di fronte a delle giovani angustiate, Moshè si rivolse
immediatamente all’Eterno (Bemidbàr, 27:5). Al contrario, nei casi in cui era necessario
sapere quale pena dare a un israelita che aveva commesso una trasgressione, Moshè non
ebbe alcuna fretta nel chiedere cosa fare. Per fare del bene bisogna affrettarsi; in altri casi
c’è sempre tempo.
In questa occasione riguardo al normale sacrificio di Pèsach la Torà insegna che
“Quando abiterà tra di voi un proselita e farà il sacrifico di Pèsach all’Eterno, lo farà secondo
le stesse regole e le stesse leggi [perché] per voi vi è una sola stessa legge per il cittadino e
per il proselita” (Bemidbàr, 9:14). Perché questo insegnamento era necessario?
R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (1523-1598) commenta che era necessario insegnare
che era proibito dire a un proselita che il sacrificio di Pèsach era in ricordo dell’uscita
dall’Egitto e loro, i proseliti, non erano usciti dall’Egitto. Per questo è scritto “per voi e per il
proselita” perché “non sapete se l’anima di questo proselita era un’anima israelita che si era
dispersa e che tornava”.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) in Or Ha-Chayìm offre una
spiegazione analoga. Se qualcuno pensasse erroneamente che un proselita non deva portare
il sacrificio di Pèsach perché né lui né i suoi antenati erano in Egitto, la Torà viene a insegnare
che anche il proselita che era uscito dall’Egitto deve portare il sacrificio di Pèsach come tutti
gli altri. Questo perchè anche se questo proselita si è aggregato di recente, l’uscita dall’Egitto
è avvenuta anche per l’anima del proselita perché la radice della kedushà è unica.

Donato Grosser


Parashà di Nassò: Il nazireo, santo o peccatore?

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

L’Eterno disse a Moshè: “Parla agli Israeliti e riferisci loro: quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi all’Eterno, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti…” (Bemidbàr, 6:1-3.  Il nazireo doveva astenersi anche da uva e derivati e non poteva tagliarsi i capelli. Inoltre gli era proibito rendersi  impuro venendo a contatto con dei cadaveri come era la regola per il Kohèn Gadòl.  Nel caso in cui qualcuno morisse all’improvviso vicino al nazireo, che diventava così impuro, il nazireo doveva interrompere il suo nazireato, rasarsi la testa e portare due tortore o due colombe come sacrificio, una come olocausto e l’altra come sacrificio di espiazione “per la colpa nella quale era incorso” (ibid., 11).

Rashì (Francia, 1140-1105) nel suo commento scrive che la sua colpa era che “Non era stato attento dal rendersi impuro con un morto”. E citando il Talmud babilonese (Nazìr,19a)  aggiunge: “R. El’azar il Kappar dice: perché si afflisse astenendosi dal vino”. Da questa affermazione appare che il nazireo abbia commesso una colpa nell’astenersi dal vino. Altri commentatori offrono invece delle spiegazioni che sottolineano la kedushà del nazireo e non la sua colpa.

Il Nachmanide (Girona, 1192-1270, Acco) nel suo commento scrive che il motivo per cui il nazireo deve portare un sacrificio di espiazione è che dopo essersi elevato [a un livello di kedushà superiore] egli torna a rendersi impuro con i desideri mondani invece di rimanere a un alto livello di kedushà per il resto della sua vita.

  1. Yosèf di Trani (Safed, 1568-1639, Costantinopoli) in un responso (Responsi Maharit, I:53-54) al suo contemporaneo  R. Yechièl Bassan afferma che il nazireo facendo questo voto adotta un livello di kedushà che non è compatibile con le attività che gli sono proibite.
  2. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà si sofferma su quello che il nazireo deve fare al termine del nazireato.  Nella Torà è scritto: “Questa è la legge del nazireato; quando i giorni del suo nazireato saranno compiuti, egli porterà se stesso [iavì otò] all’ingresso della tenda del convegno…” (Ibid., 13) dove il nazireo doveva portare dei sacrifici e rasarsi definitivamente la testa.  Sulla espressione “egli porterà se stesso”  R. Sforno afferma che in genere quando si conduce una persona presso qualcuno che lo introduce a qualcosa di nuovo, quest’ultimo è di rango più elevato. Per esempio, colui che è affetto da‘tazara’atper purificarsi viene condotto dal Kohèn; il servo che rinuncia a essere liberato dopo sette anni viene condotto dai giudici. Tuttavia nel caso del nazireo alla conclusione del periodo di nazireato, non vi è nessuno più onorato di lui che lo possa scortare e pertanto la Torà scrive che il nazireo “deve portare se stesso”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (III:33) tocca l’argomento del nazireo scrivendo: “Similmente una delle intenzioni della Torà è la purità e la kedushà.   “[…] e rinunciare a bere vino costituisce kedushà come è detto riguardo al nazireo «Egli sarà kadòsh”. Tuttavia il Maimonide stesso nel Mishnè Torà (Hilkhòt De’òt, 3:1) toccando l’argomento del nazireo ne dà un descrizione diversa: “Se qualcuno dicesse che invidia, desiderio ed onore e cose simili sono cattive strade che portano l’uomo la di fuori dal mondo, e che pertanto ci si deve allontanare  da esse del tutto e andare all’estremo opposto evitando di cibarsi di carne, di bere vino, di prendere moglie, di abitare in una bella casa e di vestirsi bene, ma invece di vestirsi di sacco e di lana di bassa qualità e cose simili come fanno i sacerdoti idolatri, anche questa è una pessima strada.  È proibito comportarsi in questo modo e chi lo fa è chiamato peccatore. [La prova di questo] è che la Torà dice del nazireo «E chiederà espiazione per la colpa in cui era incorso». I Maestri dissero che se un nazireo che si è solo astenuto dal vino necessita espiazione, a maggior ragione [è colpevole] chi si astiene da ogni cosa”. In conclusione, essere santi non è facile perché coloro che rinunciano in modo eccessivo alle cose del mondo possono diventare dei peccatori.

Donato Grosser

 


Parashà di Bemidbàr: I due esclusi dal censimento degli israeliti

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Il quarto libro della Torà, Bemidbàr, che significa “Nel deserto” prende il nome dalla prima parola
dopo l’introduzione “L’Eterno parlò a Moshè dicendo…”. In latino questo libro è chiamato Numeri in
considerazione del fatto che è proprio all’inizio di questa parashà che Moshè ricevette l’ordine di
censire i figli d’Israele.
Il numero totale degli uomini abili alla guerra da venti a sessanta anni, delle dodici tribù di
Reuvèn, Shim’òn, Gad, Yehudà, Issakhàr, Zevulùn, Efràim, Menashè, Binyamìn, Dan, Ashèr e Naftalì
risultò di 603.550 (Bemidbàr, 2:32).
I leviti, che non erano destinati a ricevere nessun territorio in Eretz Israel, furono contati
separatamente non dall’età di venti a sessanta anni, ma da un mese in su. In tutto furono censiti
22.000 leviti (Bemidbàr, 3:39).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive: “Ed ecco che la tribù del leviti non era come le
altre tribù perche non arano altro che ventidue mila contati dall’età di un mese in su. E quelli contati
da trenta anni in su non erano altro che ottomila tanto che quelli da venti anni in su non arrivavano
neppure ad essere la metà del numero della tribù meno numerosa [quella di Menashè che contava
32.200 uomini] […]. E come è possibile che i pii servi dell’Eterno non fossero stati benedetti [con molti
figli] come il resto del popolo? Io credo che questo fatto confermi quello che dissero i Maestri [nel
Midràsh Tanchumà, Vaerà, 6) che la tribù di Levi non fu soggetta alla schiavitù ed ai duri lavori. Gli
israeliti ai quali gli egiziani amareggiarono la vita con il duro lavoro per far sì che non crescessero in
numero, ricevettero una benedizione dall’Eterno che li fece moltiplicare [in modo eccezionale] a
dispetto delle persecuzioni […] ma la tribù di Levi si moltiplicò in modo normale. Tuttavia forse il
motivo [del basso numero di leviti] fu il fatto che il patriarca Ya’akòv si era adirato con il figlio Levi
[per aver attaccato la città di Shekhèm contro la sua volontà].
R. Chaim Dov Chavel (Polonia, 1906-1982, New York) il commentatore del Nachmanide, in una
nota suggerisce che il Nachmanide non era del tutto soddisfatto della prima spiegazione, perché usciti
dall’Egitto il numero dei leviti nel deserto sarebbe dovuto aumentare; e invece quando entrarono in
Eretz Israel dopo quaranta anni erano solo ventitremila (Bemidbàr, 26:62).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panìm La-Torà cita il
Nachmanide e le sue due spiegazioni. Egli suggerisce un’altra spiegazione e afferma che il motivo del
basso numero della tribù di Levi è che i Leviti seguirono l’esempio di ‘Amràm, padre di Moshè. Infatti
quando il Faraone decretò di gettare tutti i nati maschi nel Nilo, ‘Amràm si separò dalla moglie perché
non riteneva opportuno fare figli che sarebbero stati uccisi dagli egiziani e gli altri Leviti fecero lo
stesso. R. Benamozegh aggiunge che non essendo i Leviti soggetti alla schiavitù non soffrirono come
gli altri israeliti che per reazione si moltiplicarono […].
R. Chaim Yosef David Azulai (Gerusalemme, 1724-1806. Livorno) nel suo commento Penè
David, cita il commento Or Ha-Chayìm nel quale R. Chayìm ibn ‘Attar (Marocco, 1696-1743,
Gerusalemme) sostiene che quando ‘Amràm, padre di Moshè, si separò dalla moglie Yokhèved, tutti
gli uomini della tribù di Levi fecero lo stesso. Poi ‘Amràm si riunì nuovamente con sua moglie per via
della profezia di Miriam, sorella maggiore di Aharòn e Moshè, che aveva detto ai genitori che
avrebbero avuto un figlio che avrebbe salvato il popolo d’Israele e che la decisione del padre era stata
più drastica di quella del faraone. Infatti il faraone aveva decretato la morte del maschi; Aharòn nel
separarsi dalla moglie non avrebbe avuto neppure delle figlie. Gli altri leviti non avendo ricevuto la
stessa profezia, continuarono a rimanere separati dalle rispettive mogli e questo fu il motivo del loro
scarso numero.

R. Yehuda Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) in Nefutzòt Yehudà (Derùsh 49) cita il Talmud
babilonese (Bekhoròt, 4a) dove i Maestri fanno notare che nel versetto della Torà “Tutti i censiti dei
Leviti che contò Moshè insieme con Aharòn” (Bemidbàr, 3:39) vi sono dei puntini sopra il nome di
Aharòn perché Aharòn non venne contato in quanto egli era il Kohen Gadol superiore a tutti gli altri
Leviti ed era come una specie diversa. E R. Moscato aggiunge che, a maggior ragione, anche Moshè
non fu censito perché come è scritto nel Midràsh Mekhiltà (Shemòt, 15:1) egli valeva (shakùl) quanto
tutto il resto del popolo d’Israele.

 

Donato Grosser


Parashà di Behàr Sinai-Bechukkotai: Sulla proibizione di defraudare il prossimo

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Nella parashà di Behàr Sinai la Torà ci comanda di comportarci con onestà nei rapporti di commercio
con queste parole: “Quando venderete al vostro prossimo o comprerete dal vostro prossimo, nessuno
commetta frode (onaà) nei confronti del suo fratello (Vaykrà, 25:14).
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà, cita un
insegnamento nel Talmud Babilonese (Bavà Metzià’, 60a) dove i Maestri affermano che non è
permesso al venditore prendere del grano di qualità inferiore che si trova in cima al cesto e mischiarlo
con il grano di qualità superiore che è nel fondo perché si tratta di una pratica evidentemente
ingannevole. Egli aggiunge che per lo stesso motivo la Torà ammonisce il compratore di non
approfittare dell’ignoranza del venditore riguardo al valore della merce che vende.
Mentre alcune pratiche commerciali sono chiaramente fraudolente, non è evidente cosa
costituisca frode quando, per esempio, il venditore vende della merce a un prezzo superiore al prezzo
di mercato.
R. Eli’ezer di Metz (m. 1175) uno dei tosafisti francesi, scrive nel Sèfer Yereìm (Simàn 259) che la
Torà non ha specificato quale sia una pratica fraudolenta. Sono stati i Maestri che hanno specificato
che frode nelle vendite dipende da quello che le persone considerano pratica disonesta.
R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà
riassume le regole relative alle frodi contenute nel Talmud. La proibizione della Torà si riferisce ad
ogni tipo di frode, per qualunque ammontare e qualunque tipo di merce (Shulchàn ‘Arùkh, C.M.,
227:6). Per quanto riguarda la validità di una transazione, nel caso sia stata perpetrata una frode, la
halakhà (la regola) varia a seconda della natura della merce e della transazione. Una frode che
dipende dal tipo della merce risulta in ogni caso nella invalidità della transazione. La parte lesa ha il
diritto di chiedere la cancellazione della transazione o per lo meno di farsi compensare per il danno
subito.
Nella trattato Bavà Batrà (capitolo 5, mishnà 6) vi sono degli esempi di situazioni nelle quali è
avvenuta frode nel tipo della merce per cui, a seconda dei casi, quando è stato fatto un atto
d’acquisto, il compratore o il venditore hanno il diritto di ritrattare: “Ci sono quattro regole nelle
vendite: se una persona ha venduto del grano come grano di qualità superiore ed è stato appurato
che il grano era di qualità inferiore, il compratore ha il diritto di ritrattare. Se è stato venduto come
grano di qualità inferiore ed è stato appurato che era di qualità superiore, il venditore ha il diritto di
ritrattare. Se invece il grano è stato venduto come grano di qualità inferiore ed è stato appurato che
era di qualità inferiore, oppure se è stato venduto come grano di qualità superiore ed è stato
appurato che era di qualità superiore, nessuno dei due può ritrattare.
Nel caso di sovrapprezzo o, al contrario, di pagamento inferiore al valore di mercato della
merce, i Maestri avevano stipulato che se la differenza era superiore a un sesto del valore della
merce, la vendita non era valida; se invece era inferiore al prezzo di mercato della merce la
transazione era valida, perché si trattava di una differenza limitata (Bavà Metzià’, 50b). Queste regole
valevano dove le derrate alimentari e altre merci avevano un prezzo di mercato fisso e riguardavano
solo i beni mobili e non i beni immobili.
R. Menachem Recanati (Recanati, 1223-1290) in una delle sue decisioni di halakhà (Piskè
Recanati, 384) afferma che queste regole valgono nelle transazioni tra commercianti. Non valgono
quando il veditore è un privato che può vendere a prezzo superiore (perché si distacca malvolentieri
dalle proprie cose) e in questi casi l’acquirente accetta di pagare quanto richiesto.
Qual è la regola quando un antiquario acquista degli oggetti antichi da un privato? In questi casi
trattandosi di oggetti di una certa rarità non vi sono prezzi di mercato.

R. Zelik Epstein (Slonim, 1912-2009, New York) al quale venne posto il quesito rispose che non
esistendo un prezzo di mercato, l’antiquario può offrire il pagare quello che ritiene opportuno, purchè
informi il venditore privato che si tratta di un oggetto antico (che lui potrebbe vendere a un prezzo
ben superiore).

 

Donato Grosser