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Devarìm: L’arte di sapere ascoltare

in: Blog/News, Cultura, Ebraismo | di: Micol Mieli

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Nella sua discorso di congedo, Moshè si rivolge ai dayanìm (giudici) dicendo loro: “Ascoltate le questioni che sorgeranno fra i vostri fratelli e giudicate con giustizia fra un individuo e il proprio fratello o un proselita. Non abbiate riguardi nel giudicare; porgete ascolto al piccolo come al grande, non abbiate timore degli uomini perché la giustizia appartiene a Dio. Se qualche caso fosse troppo difficile sottoponetelo a me ed io lo ascolterò” (Devarìm, 1:16-17). 

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Mattòt: Al di sopra di ogni sospetto

in: Blog/News, Ebraismo | di: Micol Mieli

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Dopo la vittoria nelle battaglie contri i re emorei, ‘Og e Sichòn, e la conquista dei loro territori, i capi delle tribù di Reuven e di Gad, chiesero a Moshè di ricevere in retaggio questi territori che erano molto vasti e adatti ai loro numerosi greggi. Moshè chiese loro se pensavano di rimanere in Transgiordania prendendo possesso di questi territori evitando così di combattere con le altre tribù per conquistare la terra di Canaan. Li ammonì ricordando loro le disgrazie causate dagli esploratori che avevano fatto perdere coraggio al popolo che dovette vagare per quaranta anni nel deserto. I capi delle due tribù promisero che sarebbero andati a combattere con i loro fratelli delle altre tribù e sarebbero tornati alle loro case in Transgiordania solo dopo la conquista della terra di Canaan.

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BEN HAMETZARIM 5777-2017 Istruzioni per l’uso

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

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Dureghello: Medaglia d’oro alla Brigata Ebraica restituisce dignità al paese

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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“L’approvazione in sede deliberante al Senato della legge sul conferimento della medaglia d’oro alla Brigata Ebraica è un gesto che restituisce dignità alla storia del nostro Paese. Il sacrificio di coloro che scelsero di venire in Italia per combattere l’oppressore nazifascista è parte integrante della lotta di Liberazione. Siamo grati all’On. Lia Quartapelle per aver promosso questa istanza nelle aule parlamentari. Un sincero ringraziamento va a tutte le forze politiche che hanno scelto di votare a favore per dare un segnale importante che guarda al futuro.” 
 
Lo comunica in una nota Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma.

Koràch: Il riscatto del primogenito e il sacrificio d’Isacco

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Alla fine della parashà vi è la mitzvà di riscattare i primogeniti degli israeliti  e  dei loro somari. Questi riscatti fanno parte dei ventiquattro donativi che andavano dati ai Kohanìm come compenso per il loro servizio nel Bet Ha-Mikdàsh e per il loro ruolo di maestri di Torà in Israele.  Nei tre versetti è scritto: “Ogni primo parto di qualunque essere vivente, che deve essere presentato all’Eterno, sia degli uomini che degli animali, sarà tuo; però dovrai riscattare il primogenito dell’uomo e così pure il primo nato di un animale impuro.  Quanto al riscatto, li farai riscattare dall’età di un mese, valutandoli cinque sicli d’argento, in base al siclo del santuario, che corrisponde a venti ghera. Ma non farai riscattare il primo nato dei bovini, né il primo nato degli ovini, né il primo nato dei caprini; sono cosa sacra; spargerai il loro sangue sull’altare e farai ardere  le loro parti grasse come sacrificio consumato dal fuoco, profumo grato all’Eterno (Bemidbàr, 18: 15-17). Leggi tutto l’articolo


Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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La parashà di Shelàkh si conclude con la mitzvà del Tzitzìt, come è scritto: “Parla ai figli d’Israele e dirai loro di farsi delle frange agli angoli delle loro vesti per le loro generazioni e mettano sulla frangia dell’angolo un filo di lana di color tekhèlet (azzurro). Queste saranno le vostre frange e quando le vedrete, ricorderete tutte le mitzvòt dell’Eterno pe osservarle . E non andrete errando dietro al vostro cuore e ai vostri occhi, che vi hanno condotto a immoralità (Bemidbàr, 15:38-39).

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1967-2017 Cinquant’anni degli ebrei di Libia a Roma

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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Ieri  al Tempio Maggiore di Roma si è celebrata la cerimonia per i cinquant’anni degli ebrei di Libia a Roma, alla quale ha preso parte il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Leggi il discorso della Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello

Leggi il discorso del Capo Rabbino di Roma Riccardo Di Segni.

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Beha’alotekhà: perché Moshè era umile più di ogni altro uomo?

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Alla fine della parashà la Torà racconta che “Miriam ed Aharon criticarono Mosè per via della moglie cuscita (“cushit”) che aveva preso, poiché aveva preso una moglie cuscita. E dissero: «L’Eterno ha parlato soltanto a Moshè? Non ha Egli parlato anche a noi?» E l’Eterno l’udì. Mosè era un uomo molto umile (‘anav), più d’ogni altro uomo sulla faccia della terra” (Bemidbàr, 12:1-3). Per quale motivo Miriam ed Aharon, che erano sorella e fratello maggiore di Moshè, lo  criticarono?

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Addio ad Alberto Terracina, partigiano ebreo membro della Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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alberto terracina partigiano ebreo comunità ebraica roma

È scomparso nella giornata di ieri, nella data in cui si ricorda la Liberazione di Roma e la riapertura del Tempio Maggiore dopo l’occupazione, Alberto Terracina, partigiano ebreo e membro della Comunità Ebraica di Roma. Nato nel 1921 a Roma, ha vissuto negli anni della Seconda Guerra Mondiale, aderendo alle forze partigiane. Si unì poi con le truppe americane con le quali entrò a Roma nel giugno del ’44. “Quella di ieri è una grande perdita per la nostra Comunità”, dice la Presidente Dureghello, “- attraverso il suo impegno nella lotta partigiana Alberto ha saputo mostrare ai nostri giovani l’importanza della difesa dei valori fondamentali della nostra società. Rimane un esempio prezioso da ricordare e di cui tramandare gli ideali”.


Bemidbàr: Cariche ereditarie e cariche meritate

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Il quarto libro della Torà, intitolato Bemidbàr, dalla sua parola iniziale, è anche chiamato Numeri, perché in questa prima parashà viene fatto il censimento degli uomini d’Israele di età tra venti e sessanta anni, tribù per tribù. Ne risultò un totale di 603.550 esclusi i Leviti, come è scritto: “E i Leviti non furono contati insieme con i figli d’Israele come l’Eterno aveva comandato a Moshè” (Bemidbàr, 2:33). Subito dopo la Torà elenca i discendenti di Aharòn: “E questi sono i nomi dei figli di Aharòn: il primogenito Nadàv e [poi] Avihù, El’azàr e Itamàr […]. E Nadàv e Avihù morirono al cospetto dell’Eterno per aver offerto all’Eterno un fuoco non autorizzato nel deserto del Sinai. Essi non avevano figli e [pertanto] El’azàr e Itamàr servirono come Kohanìm (sacerdoti) in presenza di Aharòn” (ibid., 2-4). R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta: “Essi non avevano figli: se avessero avuto figli che avrebbero potuto succedere a loro, [questi figli] avrebbero ereditato l’alta carica dei loro padri”.

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