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Parasha Behar Sinai: Ci sara’ sempre un futuro per il popolo ebraico

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Nella parashà di Behàr Sinài vengono impartite le istruzioni relative all’osservanza del settimo e del cinquantesimo anno. Ogni settimo anno, da quando i figli d’Israele presero possesso della terra (dopo quattordici anni di conquista e spartizione da parte di Yehoshua’ che divise la terra tribù per tribù e famiglia per famiglia), i campi dovevano essere lasciati incolti e i debiti derivanti da prestiti dovevano essere perdonati. Dopo aver contato sette cicli di sette anni, il cinquantesimo anno era l’anno dello Yovèl (in italiano “Giubileo”); i servi ebrei dovevano essere liberati e le proprietà agricole ancestrali che nel frattempo erano state vendute, dovevano essere restituite ai proprietari originali o ai loro discendenti. Infatti nella Torà è scritto: “E conterai sette settimane di anni, sette anni sette volte, e la durata delle sette settimane di anni risulteranno in quarantanove anni. Nel decimo giorno del settimo mese, farete una proclamazione con lo shofàr (il corno dell’ariete). Questa proclamazione [suonando] lo shofàr la farete nel giorno di Kippur in tutte le vostre terre. E consacrerete il cinquantesimo anno e proclamerete l’emancipazione nella terra per tutti gli abitanti. Questo è il vostro anno dello Yovèl quando ognuno tornerà alla sua proprietà ereditaria e alla sua famiglia” (Wayikrà, 25: 8-11).
Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, il Cairo] scrive che “La terra d’Israele che era divisa tra le tribù non può essere venduta in modo perpetuo […] e la terra deve tornare ai proprietari originali nello Yovèl” (Mishnè Torà, Hilkhòt Shemità ve-Yovèl, 11:1).
La vendita delle terre ancestrali era una cosa che non avveniva in condizioni normali. Infatti quando il re Acab chiese a Navòt di cedergli la sua vigna che era vicina al suo campo e che in cambio gli avrebbe dato una proprietà migliore, Navòt rispose: «Mi guardi l’Eterno dal cederti l’eredità dei miei padri» (I Re, 21:3).
Nella Haftarà della settimana (Yirmiyà, 32: 5-25), la porzione dai libri dei profeti che viene letta dopo la parashà, viene raccontato di Hanamèl, cugino del profeta Yirmiyà (Geremia), che costretto dalla povertà a vendere un suo campo, si rivolse al profeta Yirmiyà chiedendogli di acquistarlo.
R. David Feinstein [Russia,1929-] nel suo commento alla Haftarà scrive: “Un parente stretto è obbligato a redimere il campo se il proprietario è diventato povero e l’ha dovuto vendere (Wayikrà, 25:25). Era pertanto naturale che se Chanamèl voleva vendere il campo, lo offrisse a Yirmiyà piuttosto che ad altri” (Kol Dodì, p. 142). R. Feinstein aggiunge che la Haftarà racconta qualcosa di più di una semplice transazione commerciale. Gerusalemme era sotto assedio dell’esercito babilonese e il futuro era nero.
Rav Joseph Dov Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] nel suo commento alla Haftarà (Mesoràs Harav, Wayikrà, p. 276) scrive: “Yirmiyà era certamente al corrente che suo cugino era povero. Perché era necessario che l’Eterno gli dicesse di fare una cosa che era ovvia? La risposta è evidente dall’affermazione del profeta che disse (Yirmiyà, 32: 24-26): «Ecco le opere di assedio hanno raggiunto la città per espugnarla; la città sarà data in mano ai Caldei che l’assediano con la spada, la fame e la peste. Ciò che tu avevi detto avviene; ecco, tu lo vedi. E tu, Signore Eterno, mi dici: Comprati il campo con denaro e chiama i testimoni, mentre la città sarà messa in mano ai Caldei! Allora mi fu rivolta questa parola dell’Eterno: Ecco, io sono l’Eterno, Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me?». Per quanto fosse importante mantenere un campo ereditato nella famiglia in modo che il campo potesse [più facilmente] tornare al proprietario originale, il profeta Yirmiyà non capiva come la redenzione del campo fosse utile in quelle circostanze. I Caldei stavano conquistando la terra e tutti gli abitanti avrebbero perduto le loro proprietà. Yirmiyà ricevette l’ordine di acquistare il campo perché alla fine la terra sarebbe ritornata ai discendenti di Hanamèl. Il messaggio della Haftarà è che lo Yovèl non è solo una legge, ma anche una promessa. Un padre o un nonno vende la terra nel primo anno dello Yovèl; cinquant’anni più tardi un figlio o un nipote può anche non essere al corrente di avere una terra ereditata. Con il suono dello shofàr qualcuno bussa alla sua porta e lo informa che egli è il proprietario di una tenuta”.
R. Feinstein conclude scrivendo che l’ordine divino a Yirmiyà di comprare la tenuta del cugino Hanamel “è un simbolo che nessuna situazione è così senza speranza che la teshuvà (pentimento e ritorno sulla giusta strada) non possa capovolgere e che ci sarà sempre un futuro per il popolo ebraico anche se il presente sembra perduto”.

Donato Grosser

 


Parashá Emòr: La moralità separa l’uomo dall’animale

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La parashà inizia con le parole: “E l’Eterno disse a Moshè: dì ai Kohanìm figli di Aharon e dirai a loro di non rendersi impuri tra il popolo per il contatto con un defunto” (Wayikrà, 21:1). “Devono essere Kedoshìm (consacrati) al loro Dio e non profanare il Nome del loro Dio. Poiché presentano i sacrifici del loro Dio devono rimanere Kedoshìm. Non prendano una moglie immorale o profanata, né una divorziata. [Il Kohen] deve rimanere Kadòsh al suo Dio.” (ibid., 21:6-7)
Rav Avraham Kroll [Lodz, 1910-1983, Gerusalemme] commentando la duplicazione delle parole “dì” e “dirai”, spiega che la doppia espressione viene per dare più forza all’argomento. Egli menziona il Talmud nel trattato Berakhòt (18a) dove è detto che accompagnare i defunti alla sepoltura è una grande mitzvà perché si tratta di un atto di benevolenza fatto senza alcuna aspettativa di ottenere una ricompensa. I Kohanìm sono naturalmente portati alla benevolenza (chèssed) e desidererebbero più di tutti fare del bene seppellendo i defunti. Per questo motivo la Torà deve proibire loro in modo così categorico l’avvicinamento ai morti.
Rav Yehuda Arye Leib Alter [Polonia, 1847-1905] il rebbe chassidico di Gur e autore dell’opera Sefàt Emèt nel suo commento alla parashà di Nassò (1881) scrive che per via della loro benevolenza la mitzvà ai Kohanìm di benedire gli israeliti è presentata con le parole “Così benedirete” e non “Benedirete”, perché il fatto che i Kohanìm desiderano benedire è cosa risaputa. Bisogna solo spiegare loro come farlo.
Rav Joseph Dov Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] nell’opera Mesoras Harav (Wayikrà, p.104) osserva che la parashà precedente di Kedoshìm termina con i rapporti sessuali proibiti e questa parashà inizia con la trattazione delle mitzvòt dei Kohanìm. Indica quali siano le donne che essi non devono sposare, quali siano i difetti fisici che li squalificano dal servizio nel Bet Ha-Mikdàsh e quali sono le leggi d’impurità specifiche per loro.
R. Soloveitchik afferma che Il passaggio dalla parashà di Kedoshìm a quella di Emòr delinea l’aumento delle limitazioni collegate con superiori livelli di kedushà.
Infatti, molte delle proibizioni nei rapporti sessuali erano state decretate già nei confronti dei non ebrei con le leggi ai Noachidi. Durante la generazione del Diluvio la terra si ribellò contro l’umanità a causa dell’abrogazione di queste leggi. A differenza di altri peccati, l’immoralità sessuale ha delle conseguenze metafisiche. L’atto stesso profana la terra, come è scritto “Perché tutte queste abominazioni le fecero gli abitanti della terra che è di fronte a voi e la terra fu resa impura” (Wayikrà, 18:27). Quando atti del genere vengono compiuti, la terra viene inquinata e l’unica soluzione è quella di purificare ed epurare la terra.
La Torà nel libro di Bereshìt (6:1-7) insegna quali siano le conseguenze della violazione dei principi universali di moralità sessuale. L’Eterno spiegò agli israeliti che l’espulsione dei loro predecessori era stata decretata perché avevano trasgredito queste leggi. Ad Israele tuttavia sono state date ulteriori limitazioni che riflettono la loro kedushà particolare. Israele deve mantenere uno standard superiore a quello del resto dell’umanità; i dettagli di questo standard sono elencati nella parashà di Acharè Mot e le relative punizioni nella parashà di Kedoshìm.
Ora nella terza parashà di questa serie, quella di Emòr, l’Eterno manda un nuovo messaggio: anche nella comunità d’Israele vi è un gruppo di persone le cui limitazioni sono ancora più rigide. In aggiunta alle proibizioni che riguardano tutti gli israeliti, ai Kohanìm è anche proibito sposare donne divorziate o che hanno avuto rapporti sessuali con uomini a loro proibiti. Il motivo per cui vi sono limitazioni aggiuntive per i Kohanìm è che essi hanno delle responsabilità peculiari in quanto sono coloro che portano i sacrifici nel Bet Ha-Mikdàsh e questa funzione aggiunge loro un livello addizionale di kedushà. Per quale motivo questa dimensione aggiuntiva si esprime tramite ulteriori limitazioni nel campo dei rapporti sessuali? R. Soloveitchik spiega che la moralità sessuale non si basa solo sulla kedushà d’Israele ma sulla dignità umana. L’esistenza umana dipende da queste proibizioni. Omosessualità, adulterio e la violazione di altre leggi (come l’incesto) eliminano la barriera che separa l’uomo dall’animale e la vera fibra dell’esistenza umana viene distrutta. Pertanto anche i non ebrei hanno la responsabilità di osservare le leggi fondamentali che regolano i rapporti sessuali oltre alle altre leggi che fanno parte delle sette leggi date ai Noachidi. Durante la generazione del Diluvio i violatori profanarono la loro immagine divina e fu la perdita della dignità umana che portò all’autodistruzione.

Donato Grosser


Parashà Kedoshìm: La lettera del Maimonide al proselita ‘Ovadià

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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In questa parashà vi è un versetto che tratta una mitzvà nei confronti del proselita: “Quando un proselita verrà ad abitare nella tua terra non ferire i suoi sentimenti. Lo straniero che diventa proselita dev’essere esattamente come un nativo tra di voi. Lo amerai come ami te stesso perché siete stati stranieri in Egitto, Io sono l’Eterno tuo Dio” (Ibid., 33-34).
Rashi [Francia, 1040-1104] nel suo commento alla Torà citando il Midràsh Sifrà, spiega: “Non dirgli: fino a ieri eri un idolatra e oggi vieni a studiare Torà data dall’Onnipotente?”.
R. Eliyahu Benamozegh [Livorno, 1823-1900] nel suo commento Sefàt Emèt (Wayikrà, p. 41) cita R. Shelomò Astruc (Spagna, XIV secolo) il quale afferma che ferire i sentimenti del proselita non significa imbarazzarlo apertamente perché è una trasgressione molto peggiore. L’intenzione di Rashi è di spiegare che costui parla con il proselita dicendo: “Come sono belle le tue azioni e come sei fortunato che fino a ieri eri un idolatra …”. E con questo gli fa credere che era sua intenzione lodarlo, mentre in verità voleva fagli ricordare le sue azioni precedenti. Questo, afferma R. Astruc, è il modo peggiore di ferire i sentimenti di una persona.
Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, Il Cairo], sottolineò la gravità della trasgressione di insultare i proseliti in una lettera al giusto proselita ‘Ovadià. Quest’ultimo scrisse al Maimonide perché nel corso di una discussione con il suo maestro riguardo agli ismaeliti e se fossero praticanti di culti estranei o meno, il suo maestro lo aveva contraddetto dandogli dello “sciocco”. Il Maimonide gli rispose che nel parlargli in questo modo il suo maestro aveva commesso un grande peccato e avrebbe dovuto scusarsi con lui e poi digiunare e chiedere perdono al Creatore. Il Maimonide aggiunse che solo un ubriaco non si rende conto che la Torà avverte gli israeliti ben trentasei volte di avere riguardo dei proseliti.
​Il Maimonide aggiunse:“Anche se lui [il maestro] avesse detto la verità e tu avessi errato, avrebbe dovuto essere gentile con te e spiegare l’argomento in modo pacato. A maggior ragione quando tu hai detto la verità ed è lui che ha errato. E prima di insegnare se gli ismaeliti siano praticanti di culti estranei o meno avrebbe dovuto preoccuparsi del fatto che si è adirato al punto che ha umiliato un giusto proselita commettendo un atto contrario alla legge. E già i nostri Maestri hanno insegnato (TB, Shabbàt, 105b): “Chi si adira è come se praticasse un culto estraneo”. Sappi che l’obbligo che la Torà ha imposto su di noi nei confronti dei proseliti è molto grande: siamo obbligati ad avere amore e riverenza per i nostri genitori, ad obbedire le parole dei profeti […]. Riguardo ai proseliti [l’Eterno] ci ha comandato di avere amore, una cosa che dipende dal cuore, [come è scritto] “Ed amerete il proselita” (Devarìm, 10:19) nello stesso modo nel quale ci ha comandato di amare il Suo Nome, [come è scritto]: E amerai l’Eterno tuo Dio” (Ibid., 6:5). E il Santo Benedetto stesso ama il proselita, come è detto: “Ed ama il proselita nel dargli da mangiare e da vestire”(ibid., 10:18).
​E riguardo a colui che ti ha dato dello sciocco, c’è da rimanere stupefatti: una persona che abbandona suo padre, la sua famiglia, il paese del suo popolo e la loro manforte, e usando la sua sola intelligenza è venuto ad aggregarsi a questa nazione che oggi è “disprezzata dagli uomini, detestata dalle nazioni, serva dei potenti” (Isaia, 49:7), e si è reso conto che la sua legge è vera e giusta, e ha conosciuto il comportamento d’Israele, e ha visto che tutte le altre religioni sono state plagiate dalla loro legge, più o meno […] e si è reso conto di tutto ed ha seguito l’Eterno passando per la via della kedushà entrando sotto le ali della Presenza divina, impolverandosi della polvere dei piedi di Moshè nostro maestro e maestro di tutti i profeti, desideroso di osservare le Sue mitzvòt, e si è elevato avvicinandosi all’Eterno per illuminarsi nella luce della vita e salire ai livelli degli angeli, e di gioire con la gioia dei giusti, rigettando dal suo cuore questo mondo, invece di rivolgersi alle cose vane, una persona di tale livello può essere chiamato sciocco?
​Per carità! L’Eterno non ti ha chiamato sciocco, ma sagace, perspicace e intelligente, onesto e discepolo del nostro patriarca Avraham che abbandonò i suoi padri e la sua famiglia per seguire l’Eterno. E Chi ha benedetto il tuo maestro Avraham e gli ha dato una ricompensa in questo e nell’altro mondo, ti benedica e ti ricompensi in modo appropriato in questo e nell’altro mondo e prolunghi la tua vita fino a che tu possa insegnare le leggi dell’Eterno a tutta la Sua congregazione e ti dia il merito di ricevere tutte le consolazioni future d’Israele”. “E tutto quel bene che l’Eterno farà con noi lo faremo anche a te” (Bemidbàr, 10:32), “Perché l’Eterno ha promesso del bene a Israele”(ibid., 10:29). Firmato: Moshè figlio di R. Maimon.

Donato Grosser


Giovedì 19 maggio nuovo spettacolo in giudaico romanesco della serie “Tanto a mi ‘un me tocca”

in: Eventi | di: Eleonora Pavoncello

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Giovedì 19 maggio alle ore 21.00 presso il Teatro Italia ci sarà un nuovo spettacolo in giudaico romanesco della serie “Tanto a mi ‘un me tocca” con il quarto appuntamento “L’altra parte di me: l’omosessualità”.

Seguirà talk show!

Locandina Giudaico romanesco spettacolo maggio 2016

 


Parashà Acharè Mot: Etica ebraica ed etica laica

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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imageR. Joseph Beer Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] nell’introduzione alla porzione di questa parashà che tratta le proibizioni sessuali scrive: “Il contrasto tra Israele e il resto dell’umanità viene enfatizzato all’estremo in questa sezione. Il motivo fondamentale di questo passaggio della Torà è nel verso iniziale e nel quale è scritto: «Non seguite le usanze dell’Egitto dove avete abitato, né quelle della terra di Canaan dove vi sto conducendo. Non seguite nessuno dei loro statuti. Seguite le Mie leggi (Mishpatài) e osservate i Miei statuti (Chukkotài), perché Io sono l’Eterno vostro Dio» (Wayikrà, 18: 3-4). Israele è separato e distinto dalle nazioni che lo circondano […]. Egitto e Canaan vengono menzionate specificatamente perché queste due nazioni rappresentavano i due poli della civiltà […]. L’Egitto era la nazione più urbanizzata e tecnologicamente avanzata, mentre Canaan era pastorale e primitiva. La Torà sottolinea che nonostante le loro differenze nessuna di queste due società, fondamentalmente immorali, doveva servire come modello” (Messoràt Harav, Wayikrà, p.130).

image R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] nel suo commento alla Torà (Wayikrà, p. 565) spiega la differenza tra Mishpatìm (leggi) e Chukkìm (statuti, decreti): “Mishpatìm sono le leggi che regolano la società (come per esempio la proibizione di derubare il prossimo), mentre Chukkìm sono le norme di comportamento personale e familiare (come per esempio la proibizione di unioni incestuose e omosessualità). Le leggi societarie dell’Egitto erodevano la dignità e la libertà umana; le norme di comportamento personale dei cananei consacravano le violazioni morali discendendo ai più bassi livelli di bestialità. Anche nella generazione del Diluvio la violenza alle norme sociali e la depravazione morale erano collegate. La disintegrazione morale e sociale iniziò quando gli uomini scelsero le loro donne non in accordo con le leggi divine ma con i desideri del momento, come è scritto (Bereshìt, 6:2): “e i figli dei potenti […] prendevano donne da dove volevano” [anche se sposate ad altri]. Chukkìm e Mishpatìm si influenzano a vicenda: la corruzione morale e l’oppressione sociale vanno sempre insieme. Solo una vita basata sulla moralità della famiglia può produrre una società che mantiene la giustizia. E solo una società che mantiene la giustizia può produrre persone che sono moralmente pure. Nella visione del mondo dei cananei le tentazioni non erano fatte per essere controllate ma per soddisfare i propri istinti animalistici. Il risultato fu la discesa ai livelli più bassi di degenerazione morale. Rav Hirsch (ibid., p. 588) conclude affermando che la perversione sessuale non era considerata abominevole dai cananei; anzi, divenne cosa accettata e approvata dalle usanze e dal culto idolatrico e gli abomini divennero statuti. Come dice il profeta Yesha’yà (Isaia, 24:5): “Essi hanno pervertito la legge”; hanno cambiato la legge trasformandola nel suo opposto così che l’immoralità è diventata legge.  Rav Soloveitchik afferma che al fine di osservare meticolosamente i Mishpatìm che costituiscono il fondamento della società civilizzata e per evitare le abominazioni praticate dai cananei, la comunità deve essere educata ad osservare anche i Chukkìm. Mentre i Mishpatìm, le mitzvòt della Torà che regolano il comportamento sociale in generale sono comprensibili, i Chukkìm, le mitzvòt che regolano le norme di comportamento personale sono decreti il cui motivo non è sempre comprensibile. Tuttavia per Israele non vi è differenza tra Chukkìm e Mishpatìm. I Chukkìm vengono osservati anche quando non siamo capaci di comprenderne la necessità morale e l’utilità pratica e lo stesso vale per i Mishpatìm (ibid., p. 139).  Rav Soloveitchik aggiunge che il succitato versetto di Bereshìt sottolinea che la generazione del Diluvio si era liberata da ogni sistema normativo che interferiva con il loro edonismo, per cui non esisteva altro bene al di fuori del piacere. Per loro nessuna autorità divina o umana aveva il diritto di decidere come l’uomo poteva godersi la vita: “Nel perseguire piacere e felicità, la società edonistica ha essenzialmente le stesse caratteristiche della società democratica del mondo occidentale. Questa società cerca il piacere e insiste nella minore interferenza possibile da parte del governo nella vita privata, risente i controlli, esige libertà illimitata specialmente nelle questioni di moralità sessuale e odia ogni disciplina imposta dall’alto” (Messoràt Harav, Bereshìt, 6:2).
Nel Midràsh Sifrà (Wayikrà, 132) i Maestri menzionano quali erano gli statuti degli egiziani e dei cananei: “Cosa facevano? Un uomo sposava un altro uomo e una donna sposava un’altra donna…”. Proprio come l’etica laica di oggi.

Donato Grosser


Il settimo giorno di Pèsach: perché il cantico del mare?

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Nel suo commento alla Shiràt Ha-Yam (cantico del mare) che Moshè e i figli d’Israele cantarono quando uscirono dal Mar Rosso e videro che gli egiziani con la loro cavalleria erano invece affogati, R. Avraham Saba’ [Castiglia,1440-1508, Verona] nella sua opera Tzeròr Ha-Mor cita il Midràsh Tanchumà che elenca dieci occasioni nelle quali vengono menzionati dei cantici nella Torà e nelle Scritture. La prima in ordine cronologico è quella dove gli israeliti cantarono la notte prima dell’uscita dall’Egitto mentre consumavano l’agnello, il Qorbàn Pèsach, come disse il profeta Yesha’yà (30:29): “Voi innalzerete il vostro canto [quando vedrete il miracolo della distruzione dell’esercito Assiro condotto dal re Sennacheriv] come nella notte in cui celebraste la festa [di Pèsach]”. Il Cantico del Mare è al secondo posto.
R. ‘Azarià Pigo [Venezia, 1578-1647] nella sua opera Binà le-‘Ittìm (‘Et Tzet, Derùsh per il settimo giorno di Pèsach) cita un altro Midràsh (Shemòt Rabbà, 23:4) dove i Maestri dissero: “Allora Moshè cantò. Come è detto nel libro di Mishlè (Proverbi, 31:26) “Aprì la sua bocca con sapienza ed ebbe sulla sua lingua insegnamenti di bontà”. Dal giorno in cui il Santo Benedetto creò il mondo fino a quando i figli d’Israele passarono nel mare, non abbiamo trovato nessuno che abbia innalzato un cantico al Santo Benedetto all’infuori d’Israele: quando il Santo Benedetto creò il primo uomo, egli non innalzò un cantico; quando salvò Avraham dalla fornace e dai re, egli non innalzò un cantico; quando salvò Yitzchak dal coltello, egli non innalzò una cantico; quando salvò Ya’akov dall’angelo, da [suo fratello] Esau, e dagli uomini [della città] di Shekhèm, egli non innalzò un cantico. Quando Israele attraversò il mare che si spaccò davanti a loro, il popolo innalzò un canto al Santo Benedetto, come è detto “Allora cantò Mosè e i figli d’Israele”. Il Santo Benedetto disse: “Aspettavo proprio questo”.
R. Pigo si domanda cosa avesse di particolare la Shiràt Ha-Yam (il cantico del mare) dall’avere ispirato Moshè e figli d’Israele. Per rispondere a questa domanda R. Pigo premette che nei miracoli che ebbero luogo per mano dell’Eterno in Egitto vi erano due caratteristiche: le punizioni nei confronti del faraone e degli egiziani da una parte e dall’altra il beneficio che ne derivò agli israeliti. Il miracolo del Mar Rosso non era grande come quello dell’uscita dall’Egitto, ma si distinse per il fatto che la morte della cavalleria e dell’esercito egiziano nel Mar Rosso avvenne nello stesso tempo in cui gli israeliti uscivano dal mare all’asciutto.
L’importanza di questa contemporaneità viene spiegata da R. Pigo con l’ausilio di un altro Midràsh. In Wayikrà Rabbà (35:5) i Maestri citarono R. Shim’on bar Yochai che disse: “La pagnotta e il bastone scesero avviluppati insieme dal Cielo”. Qual è il significato di questo midràsh? Nei tempi antichi era diffusa la credenza secondo la quale il bene e il male non potevano originare da una stessa fonte. E proprio per questo R. Shim’on bar Yochai disse che “pagnotta e bastone erano scesi avviluppati insieme dal Cielo” allo scopo di sradicare questa errata credenza e per insegnare che sia il bene sia il male provengono da una sola fonte, dal Santo Benedetto.
Il faraone e gli egiziani erano profondamente imbevuti di questa credenza di tipo manicheista che una divinità che fa il bene non può fare il male e una che fa il male non può fare il bene. Nonostante tutti i segni e i miracoli che Moshè fece davanti al faraone su ordine dell’Eterno, il faraone rimase fermo nella sua convinzione. Egli credeva fermamente che l’Essere Supremo che aveva portato le piaghe all’Egitto non poteva fare altro che male. Per questo motivo quando Moshè, disse al faraone “Andremo con i nostri giovani e con i nostri vecchi, con i nostri figli e con le nostre figlie”, il faraone disse: “State attenti che avrete il male di fronte a voi” (Shemòt, 10:8-10). Il faraone era convinto che l’Eterno che aveva inflitto le piaghe agli egiziani poteva fare solo il male. Una volta che gli israeliti se ne fossero andati senza lasciare nessuno in Egitto, così come finora aveva fatto del male agli egiziani, da quel momento in poi avrebbe fatto del male agli Israeliti.
R. Pigo conclude affermando che il miracolo del Mar Rosso fu la dimostrazione più chiara della potenza dell’Eterno nel compiere contemporaneamente delle azioni opposte l’una con l’altra: il bene ad Israele e il male all’Egitto. Il cantico del mare non scaturì dal desiderio di ringraziare l’Eterno per il miracolo e per la loro salvezza, perché se così fosse stato, avrebbero dovuto innalzare il canto non appena usciti dall’Egitto. Il cantico del mare fu la reazione spontanea nel constatare la potenza dell’Eterno e la capacità di punire i malvagi proprio mentre salvava i perseguitati.

Donato Grosser


La mitzvà del conteggio dell’Omer

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La mitzvà di contare l’Omer (Sefiràt ha’Omer) comincia la sera del secondo giorno di Pèsach e termina alla vigilia di Shavu’òt, la festa che ricorda il Dono della Torà. Ogni sera dopo aver recitato l’apposita benedizione, si conta il giorno e la settimana esatta e, a seconda delle diverse usanze, si prosegue con il salmo 67 e altre preghiere.
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Conteggio dell'Omer: versione italiana e traslitterata

Conteggio dell’Omer: versione italiana e traslitterata

 

Conteggio dell'Omer: versione sefardita

Conteggio dell’Omer: versione sefardita

 

Conteggio dell'Omer: versione ashkenazita

Conteggio dell’Omer: versione ashkenazita


Pèsach: festa dell’educazione e del ringraziamento

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Rav Avraham Kroll (Lodz, 1910-1983, Gerusalemme) in una sua derashà chiama Pèsach “festa dell’educazione”, citando il versetto “E racconterai a tuo figlio in quel giorno (Shemòt – Esodo, 13:8). Nella Torà è scritto “Higadtà” (racconterai) dalla stessa radice della parola Haggadà (racconto), usata per il testo che leggiamo durante la sera di Pèsach. Rav Kroll scrive che l’espressione Haggadà definisce qualcosa che è “chiaro e accettato”, come “Chiedi a tuo padre e te lo racconterà (Devarìm – Deuteronomio, 32:7) e anche “Ascoltate che dirò Neghidim” (Mishlè – Proverbi, 8:6) che il commento Metzudàt David spiega “parole importanti e onorate”. Riguardo al versetto della Torà dove è scritto “E quando tuo figlio ti chiederà un domani” (Shemòt – Esodo, 13:14) Rashì (Francia, 1035-1104) spiega che “vi è un domani prossimo e vi è un domani remoto”. Questo significa che per quanto l’educazione dei figli sia l’argomento centrale della sera di Pèsach, l’obbligo dell’educazione non è limitato a una giornata all’anno. Infatti quando re Salomone scrive “Educa il giovane sulla via appropriata per lui e non se ne allontanerà neppure quando invecchierà ” (Mishlè – Proverbi, 22:6) intende dire che anche quando invecchierà non cesserà di educare se stesso.
Il Sèfer Ha-Chinùkh di autore anonimo (Barcellona, XIII secolo E.V.) che elenca e commenta le 613 mitzvòt della Torà, scrive che è mitzvà raccontare sull’argomento dell’uscita dall’Egitto durante la notte del 15 di Nissan, quando si fa il Sèder di Pèsach, e ringraziare l’Eterno per tutti i miracoli che ci ha fatto perché è scritto “E lo racconterai a tuo figlio in quel giorno”. I Maestri hanno insegnato che si deve osservare la mitzvà del racconto quando si mangia la matzà (il pane azzimo). Inoltre l’espressione “a tuo figlio” non limita l’obbligo di raccontare dell’uscita dall’Egitto solo quando vi è un figlio presente. Anche se una persona fa il Sèder di Pèsach da solo è obbligato a raccontare a se stesso dell’uscita dall’Egitto.
L’uscita dall’Egitto è una delle basi più fondamentali dell’ebraismo. Nelle berakhòt (benedizioni) e nelle tefillòt (preghiere) usiamo infatti l’espressione “ricordo dell’uscita dall’Egitto” perché questo evento nel quale l’intervento divino fu evidente a tutti è la testimonianza più chiara che nel mondo vi è un Essere Supremo che ha creato il mondo dal nulla, che ha creato le leggi della natura e che le può cambiare a volontà, operando miracoli sovrannaturali, come avvenne in Egitto.
Oltre alla mitzvà di raccontare sull’argomento dell’uscita dall’Egitto, il Sèfer Ha-Chinùkh aggiunge che durante il Sèder di Pèsach è mitzvà “ringraziare l’Eterno”. Quando esisteva il Bet Ha-Miqdàsh (Santuario di Gerusalemme), durante il Sèder di Pèsach oltre alla mitzvà di mangiare matzà (pane azzimo) e maròr (erbe amare) come facciamo al giorno d’oggi, era mitzvà mangiare matzà e maròr insieme con il Qorbàn Pèsach, la carne dell’agnello che era stato portato come offerta al Bet Ha-Miqdàsh nel pomeriggio del 14 di Nissàn.
R. Naftali Tzvi Yehudà Berlin (Belarus, 1816-1893) nel suo commento Ha’amèq Davàr (Vayiqrà, 7:13), scrive che il consumo della matzà insieme con la carne dell’agnello era simile al Qorbàn Todà, il sacrificio di ringraziamento, quando insieme con il sacrificio di un agnello venivano portati quaranta pagnotte, dieci lievitate e trenta non lievitate. Il sacrificio di ringraziamento doveva essere portato da coloro che erano scampati da un pericolo e tra questi da chi era uscito di prigione ed era tornato in libertà. Il sacrificio di ringraziamento poteva essere consumato solo nel giorno in cui veniva offerto e nella notte successiva. Per poter consumare tanto pane era necessario invitare un grande numero di persone al pranzo di ringraziamento. In questo modo colui che portava il sacrificio pubblicizzava il bene fattogli dall’Eterno raccontando le sue peripezie e come era stato salvato. In modo simile al Qorbàn Todà, l’agnello che veniva offerto di Pèsach doveva essere consumato nelle poche ore notturne del Sèder insieme a tanti altri.
Il Qorbàn Todà era accompagnato sia da pane lievitato sia non lievitato, di Pèsach invece si consuma solo pane non lievitato. R. Moshè Schreiber (Francoforte, 1762-1838, Bratislava, detto Chatàm Sofèr) osserva che il pane lievitato che non si può consumare con il sacrificio di Pèsach, veniva portato con il sacrificio della festa di Shavuòt che segue di sette settimane la festa di Pèsach e ne è il completamento. In questo modo è chiaro che il Qorbàn Pèsach, in modo simile al Qorbàn Todà sia anch’esso un’offerta di ringraziamento all’Eterno per essere stati liberati dalla servitù dell’Egitto.

Donato Grosser


Parashà di Metzorà’: La cura delle malattie dell’anima è in noi stessi

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La parashà inizia con le parole: “Questa è la legge concernente la persona affetta da tzarà’at quando sia giunto il momento della sua purificazione” (Wayikrà, 14:2). Che cos’era questa tzarà’at, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”? Si trattava di una malattia temporanea della pelle (oggi si direbbe simile alla psoriasi, una parola derivata appunto da tzarà‘at) che l’Eterno mandava a coloro che avevano commesso un grave peccato come per esempio la maldicenza. I Maestri nel Midràsh alludono a questo quando paragonano la parola metzorà’ (cosi si chiama la persona affetta da tzarà’at) alla parola “motzì shem rà” ossia calunniatore, maldicente.

​R. Eliyahu Benamozegh [Livorno, 1823-1900] nel suo commento Panìm la-Torà (1854) cita R. ‘Azarià Pigo [Venezia, 1579-1647, Rovigo] che in una delle sue derashòt (omelie) nell’opera Binà le-‘Ittìm riporta il testo di un noto Midràsh in Wayikrà Rabbà (17). Un venditore ambulante girava per le cittadine vicine alla città di Tzippori (importante centro commerciale della Galilea) e attraeva compratori gridando: “Chi vuole l’elixir di lunga vita!”. R. Yannai che si trovava sul posto gli disse di venire e di vendergli l’elixir. Il venditore gli rispose che non era un prodotto fatto per lui né per i suoi pari. Dal momento che R. Yannai insisteva, il venditore estrasse il libro dei Tehillìm (Salmi) e gli mostrò i versetti (34: 13-14) che dicono: “Chi è l’uomo desideroso della vita e brama lunghi giorni per essere felice? Preserva la lingua dal male, e le tue labbra dal pronunciare parole fraudolente”. R. Pigo spiega che il venditore ambulante era un uomo intelligente ed umile e voleva insegnare al popolo l’importanza di evitare di fare malalingua. Per questo motivo girava per le cittadine e non nei grandi centri abitati dove risiedevano molti chakhamìm (sapienti di Torà) e sarebbe stato poco appropriato da parte sua pensare di poter insegnare qualcosa in un posto dove abitavano molti sapienti. Tuttavia capitò che R. Yannai si trovava in una di queste cittadine e il venditore non volendo insegnare a R. Yannai il suo messaggio morale, con molto tatto e senza dire un parola, gli mostrò i versetti del libro dei Salmi.
​R. Pigo vuole anche spiegare il motivo della doppia espressione “Preserva la lingua dal male, e le tue labbra dal pronunciare parole fraudolente” e per quale motivo la lingua è collegata al male e le labbra alle parole fraudolente. Egli scrive che la lingua non è altro che un agente della mente e ripete quello che la mente pensa. Pertanto non è la lingua che parla ma è la mente. E per questo il salmista avverte di non usare la lingua per rivelare il male che è nei propri pensieri. E per quanto riguarda le labbra, avverte che anche quando queste non dicono nulla di male, e anzi dicono bene, bisogna stare attenti che non siano parole insincere e dette solo per fare impressione sul prossimo. Il fatto che sia la mente che parla e non la lingua, è uno degli insegnamenti di R. Israel Meir Hakohen [Belarus, 1838-1933] nella sua opera Chafètz Chayìm (“desideroso della vita”) che tratta le regole della maldicenza. I Maestri insegnano che il secondo Bet Ha-Mikdàsh fu distrutto per via di “sinàt chinàm”, odio senza motivo, e R. Israel Meir spiega che “odio senza motivo” comprende anche la maldicenza perché deriva dall’odio nella mente delle persone (cfr. Chafètz Chayìm, Ed. Morashà, Milano, 2015, p. 17). ​
​Qual è la cura per la tzarà‘at? R. Moshè Alshikh [Adrianopoli, 1508-1593, Tzefat] nel suo commento Toràt Moshè a questa parashà, scrive che l’Eterno viene a insegnarci quale sia la cura reale per le malattie dell’anima. Una persona che è affetta da un’infermità fisica deve andare da un medico per farsi curare e prescrivere le medicine appropriate. La situazione è differente quando si tratta di affezioni che arrivano a una persona per via dei suoi peccati. In questi casi non vi è medico che lo possa curare. La tzarà’at è una manifestazione esterna che affetta le persone gelose del prossimo. Nella Torà è scritto che la diagnosi della tzarà‘at può essere fatta solo dal Kohèn e così pure la dichiarazione che l’infermo è guarito. Tuttavia scrive R. Alshikh, il Kohèn non fa nulla per guarire colui che è affetto da tzarà’at. È colui che per via dei suoi peccati è stato colpito dalla malattia, e che sa quello che ha fatto meglio di ogni altro, che deve curare sé stesso facendo teshuvà (pentimento, confessione del peccato e intendimento di non commetterlo più).

Donato Grosser


Talmud, un dialogo infinito

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Dopo il clamore delle presentazioni ufficiali – e da sempre poco incline ad uscite mondane – il Talmud torna in mezzo al suo popolo e riprende a parlare la sua lingua. Una lingua antica ed essenziale che sfida il lettore, lo incalza, lo sorprende o – come spesso accade – lo lascia nel dubbio. Così che dopo ore e ore di studio arriva puntuale la domanda: “Sì, ma come finisce?”. “Non finisce” rispondono serafici i Maestri oppure, il che è peggio, “Non è importante sapere come va a finire”.
Già, perché il Talmud è una interrogazione ininterrotta, una discussione che mette in crisi i concetti tradizionali di spazio e di tempo (a volte i Maestri che dialogano appartengono ad epoche e luoghi molti distanti tra loro), un esercizio di logica ferrea ma nient’affatto sterile che solo a tratti ti concede la pausa di un rassicurante e solo all’apparenza poco impegnativo midrash.
Due secoli hanno impiegato i Maestri solo per decidere di scriverlo.
Cinque anni ha impiegato il gruppo di lavoro del progetto Talmud – all’incirca un centinaio di persone tra traduttori e revisori, redattori, grafici e informatici – per tradurre in italiano il primo dei 36 volumi che lo compongono.
“Abbiamo messo in moto un meccanismo che ha consentito a un ebraismo italiano di cui si contavano sinora solo il numero dei morti, di contare culturalmente”. Così esordisce Clelia Piperno – mente nonché direttrice del Progetto – presentando il Trattato di Rosh haShanà, ieri sera, nella gremitissima sala del tempio di via Balbo a Roma. Dello stesso tenore sono le parole della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello: “Questo incontro rappresenta un momento significativo del percorso di crescita ideologica e culturale della nostra Comunità. Torno ora da Auschwitz: loro, lì, volevano distruggere la nostra cultura. Noi, qui, vogliamo dimostrare che non ci sono riusciti. Ricordiamo i nostri morti ma siamo ebrei vivi”.
Il controcanto è immediato.
“Sapevamo da dove saremmo partiti – precisa infatti in perfetto stile talmudico Clelia Piperno – ma non sapevamo dove saremmo arrivati”.
E invece il Progetto – il primo finanziato dal Governo e dunque al di fuori delle più consuete raccolte di fondi interne alla Comunità – è arrivato lontano, tanto che, girata la boa dei cinque anni, già si prevedono due uscite all’anno. “Nel 2012 – ricorda rav Gianfranco Di Segni, coordinatore della traduzione per il Progetto e curatore del secondo volume in uscita – ci siamo rivolti a tutti. Tra Italia, Israele e Stati uniti, abbiamo contattato oltre 70 studiosi e più della metà hanno accettato. Non ci aspettavamo una simile adesione ma adesso siamo quasi pronti a pubblicare il prossimo trattato, quello di Berakhòt, e un’altra dozzina è in corso di revisione”.
Certo il lavoro è stato duro tra turnover di redattori e traduttori, sistemi editoriali sottoposti a continui aggiustamenti, riunioni organizzate di corsa senza nemmeno poter contare su di una sede. Una sfida che non ha conosciuto soste e che Clelia Piperno così sembra sintetizzare: “Questo Progetto ha avuto in me un pellegrino già camminante”.
Tace, intanto, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, presidente e curatore del Progetto. Tace seduto e come al solito un po’ in disparte, a tratti sorride ma sembra non avere occhi che per quel volume su cui ha passato instancabilmente notti e giorni. “Ma hai un’idea di cosa voglia dire tradurre il Talmud in italiano?”, pare abbia chiesto a Clelia Piperno cinque anni fa. “Vediamo – gli rispose tagliando corto lei – le idee vengono perché vengono, anche indipendentemente da noi”.
E’ oggi quell’idea è lì, di fronte al Rav, nelle mani dei tanti che affollano la sala. L’idea ha assunto le sembianze di un elegante volume edito da Giuntina e curato da Shulim Vogelmann. “Primo grande passo – dice Miriam Haiun, direttrice del Centro di Cultura che ha organizzato l’incontro – di un progetto grandioso”.
Ieri sera niente riflettori ma un’emozione palpabile. Il Talmud è tornato a casa. Spetta a Riccardo Di Segni accoglierlo. Lo fa partendo da lontano e la ricostruzione è avvincente.
La prima immagine che viene proiettata è quella di un rarissimo manoscritto del XIV sec (Trattato di Babà Qamà, 9b). Rarissimo – spiega Di Segni – perché la maggior parte dei manoscritti dell’epoca vennero bruciati a Parigi. E inconsueto perché privo del commento di Rashì. Scorrono i fotogrammi e l’incunabolo di Soncino del 1483 (Trattato di Berakhòt) è una piccola chicca. Vi compare per la prima volta la divisione del Talmud in pagine, divisione poi ripresa dalla storica edizione di Bomberg.
Passano circa quattrocento anni. Siamo a Vilna ed è il 1883. A quel testo gli studiosi si applicano da 120 anni. Un testo talmente perfetto che alla richiesta “chi trova un errore, ce lo segnali” solo in pochi risposero.
Altre immagini.
Il 900 è il secolo che apre la strada alle traduzioni. In tedesco e in inglese ma anche in versioni che ammiccano a divulgazioni più popolari.
Quella è la strada. Lo capisce bene rav Steinsaltz quando – all’inizio degli anni ’70 – stupisce tutti con una mossa rivoluzionaria introducendo nel testo la vocalizzazione e i segni di interpunzione. Per essere comprensibile a tutti gli ebrei, il Talmud va tradotto e reso fruibile in ebraico.
“E aveva ragione – scherza rav Di Segni – perché quando mancano punti interrogativi o esclamativi che facciamo? E’ una domanda o una risposta?”
Per qualcuno quell’edizione è stata un passo avanti. Per altri un passo indietro. Lo stesso, probabilmente, accadrà con l’edizione italiana.
“Tuttavia – tiene a precisare rav Di Segni – ci sono momenti in cui la cultura diventa popolare e non bisogna dimenticare che la diffusione della cultura è parte integrante dell’ebraismo”.
L’ultima immagine azzittisce la sala. E’ una targa che ricorda il rogo del Talmud avvenuto a Roma, a Campo de’ Fiori, nel 1553.
C’è scritto: “Invoca la pace per chi piange il tuo rogo”.
La pergamena brucia ma le lettere volano via. Il nostro spirito non potrà mai essere bruciato.

Iaia Vantaggiato