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Messaggio del Rabbino Capo in occasione della Partita per la Pace

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La partita interreligiosa per la pace manda proprio in questi giorni tormentati un messaggio controcorrente. In un’ampia fascia geografica dall’Africa al vicino Oriente la religione sta assumendo il ruolo di cemento unificante di movimenti violenti e intolleranti che portano morte e distruzione. La religione deve essere invece strumento di vita e costruzione di una società e di un mondo migliore. Le diversità religiose devono poter significare ricchezza di valori. Mentre vediamo tutto questo calpestato e offeso, è una consolazione vedere un evento simbolico, come questa partita, mandare segnali opposti. Che persino questo sia difficile da realizzare e sollevi opposizione, l’abbiamo purtroppo visto nei giorni scorsi. Ma questo deve dare forza per andare avanti piuttosto che recedere. Ringrazio pertanto tutti gli organizzatori e i giocatori e auguro pieno successo alla manifestazione.

RAV RICCARDO DI SEGNI


Parashà di Shoftìm: Corruzione e conflitto di interesse

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moneta Bar CochbaNel secondo versetto della parashà è scritto: “Non torcerai la giustizia, non mostrerai favoritismi e non accetterai pagamenti illeciti (shòchad, in inglese “bribery”), perché i pagamenti illeciti accecano gli occhi dei saggi e rendono instabili le parole dei giusti”. L’argomento dello “shòchad”, ossia la proibizione ai dayanìm (giudici) di accettare pagamenti da persone in giudizio, è trattato nel Talmùd babilonese Kettubòt (105a-b). La domanda “qual è il motivo dello shòchad?” è così spiegata da Rashì (Francia, 1040-1105): “Per quale motivo è proibito ricevere pagamenti anche per dare ragione a chi ha ragione?” La risposta del Talmùd è che “dal momento che [un dayàn] riceve un pagamento da qualcuno, diventa ben disposto nei suoi confronti e nello stesso modo in cui una persona non si rende conto dei propri torti, così pure avviene nei confronti di chi lo ha pagato”. R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla parashà di Mishpatìm (Shemòt-Esodo, 23:8) scrive che i pagamenti illeciti ai dayanìm ne minano la vitalità spirituale e morale. La forza spirituale che rende adatta una persona a fare il dayàn è espressa dalla radice ebraica PQCH che indica la capacità di vedere in modo chiaro e di percepire i fatti e le leggi rilevanti nel modo giusto. I pagamenti illeciti accecano una persona senza che se ne renda conto e fanno sì che non possa più essere obiettiva. Da quanto scritto sopra è chiaro che la parola shòchad non significa solo ricevere pagamenti per favorire la parte in torto, ma consiste nella proibizione di ricevere qualunque pagamento quando si deve giudicare. Nel Talmùd (ibid.) vengono portati esempi di Maestri che rifiutarono di giudicare quando una delle parti portò loro dei piccoli regali o fece loro dei piccoli favori. Un esempio citato dal Talmùd è quello di R. Yishma’el figlio di R. Yossè. Un suo mezzadro usava portargli ogni venerdì un cesto di fichi dalla piantagione appartenente a R. Yishma’el. Un giorno glielo portò di giovedì [i tribunali erano in sessione lunedì e giovedì]. R. Yishma’el (che era il dayàn) gli chiese: “Come mai proprio oggi?” [Il suo mezzadro rispose] “Ho una causa legale e ho pensato che già che ci sono porto al signore [il solito cesto di frutta]”. [R.Yishma’el] non accettò, gli disse che non poteva più giudicare il suo caso e nominò altri dayanìm al suo posto (nelle cause monetarie sono necessari tre dayanìm). R. Yishma’el restò a seguire il processo e durante le discussioni pensava a cosa avrebbe potuto dire il suo mezzadro per vincere la causa. Rendendosi conto di quello che stava pensando, R. Yishma’el disse: “Siano senza speranza coloro che accettano pagamenti. Se io che non ho accettato nulla e se lo avessi fatto avrei accettato qualcosa che mi apparteneva [penso in questo modo], a maggior ragione coloro che ricevono pagamenti”. Le Tosafòt (105b, “Lo lemaan”) affermano che R. Yishma’el si comportò in modo molto scrupoloso, ma in casi del genere un dayàn non deve necessariamente esimersi. La decisione dello Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 9:2) concorda con le Tosafòt e limita la proibizione a regali ricevuti dal giudice alla presenza della parte avversa. In ogni modo ai dayanìm è sempre proibito farsi pagare per giudicare a meno che non abbiano una professione, un mestiere o un’attività che devono interrompere. In tali casi è permesso farsi rimborsare una cifra pari a quella che avrebbero percepito durante il periodo di tempo nel quale si devono assentare dalla loro occupazione abituale. Il Talmùd (ibid.) porta alcuni esempi. Il dayàn Qarna veniva pagato a giornata facendo l’annusatore nelle cantine di vino. Il suo lavoro consisteva nell’indicare i vini che si sarebbero inaciditi dopo poco tempo e che quindi era opportuno che i vinificatori vendessero prima degli altri. Quando doveva assentarsi per fare il giudice era permesso a Qarna di farsi pagare la parcella giornaliera di annusatore perché la perdita che avrebbe subito era evidente. Un altro esempio è quello di R. Huna che accettò di fungere da dayàn a condizione che le parti in causa pagassero, dividendosi le spese a metà, una persona per sostituirlo ad irrigare il suo campo. Negli altri casi in cui un dayàn si facesse pagare per giudicare, le sue decisioni verrebbero invalidate (Talmùd, ibid., e Shulchàn ‘Arùkh, 9:5). Per evitare problemi del genere, nello Shulchan ‘Arùkh (ibid. 9:3) è scritto che si usa dare ai dayanìm uno stipendio regolare da fondi pubblici ed “è obbligo di tutto Israele sostenere i dayanìm e i chakhamìm”. R. Avraham Yeshayà’hu Karelitz (Lituania, 1878-1953, Bnei Beràq), chiamato Hazòn Ish dal titolo della sua famosa opera halakhica, scrive (in Emunà U-Bitachòn, 30) che la proibizione dello shòchad fa parte dei chuqìm (mitzvòt al di là della nostra comprensione) e non dei mishpatìm (mitzvòt razionali) della Torà. Infatti la Torà non proibisce a un talmìd chakhàm di decidere se un animale di sua proprietà sia kashèr o tarèf anche se è suo interesse che sia kashèr per poterlo consumare; chi pensa che lo faccia per interesse personale trasgredisce la proibizione di sospettare di una persona per bene. Per un vero talmìd chakhàm (cioè chi conosce la Halakhà, la legge, e ha timore del Cielo) nessun interesse personale è così forte da fargli pervertire la giustizia, perché la verità fa parte integrale della sua personalità e fare il contrario, sporcando la propria anima, gli farebbe più male di ogni ferita corporea. Lo shòchad, conclude R. Karelitz, è proibito perché la Torà ha dato forza allo shochàd di far perdere la capacità di vedere in modo obiettivo.

Donato Grosser


Parashà di ‘Eqev: Sui peccati di omissione

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Giona photo (40)Le benedizioni che l’Eterno dà ad Israele sono condizionali e dipendono dalla sua osservanza delle mitzvòt (i precetti) della Torà. Nella Torà vi sono 613 mitzvòt, delle quali 248 prescrittive, cioè che siamo obbligati a osservare, e 365 proscrittive, che ci è proibito trasgredire. Non tutte le mitzvòt hanno la stessa gravità: alcune sono più facili da osservare o da non trasgredire, mentre altre sono più difficili da osservare o da non trasgredire. Questo concetto è espresso nel primo versetto di questa parashà dove è scritto: “In conseguenza del fatto che ascolterete queste leggi, le osserverete e le metterete in pratica, l’Eterno manterrà con te il patto e la benevolenza che ha giurato ai tuoi padri” (Devarìm-Deuteronomio, 7:12). L’espressione della Torà ‘eqev (in conseguenza) indica qualcosa che avverrà più tardi, alla fine. La radice di questo termine ha anche altri significati, uno dei quali è “calcagno” che è appunto l’ultima parte del corpo umano. Rashì (Francia, 1040-1105), facendo uso di questo significato della radice ‘eqev, nel suo commento scrive: “Se ascolterete le mitzvòt facili che una persona calpesta con il calcagno”. Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012 Gerusalemme) nel suo commento Divrè Aggadà alla parashà spiega che vi sono mitzvòt prescrittive alle quali si presta poca attenzione e vengono considerate da poco e “vengono calpestate con i calcagni”; ci sono anche trasgressioni “leggere” che le persone non pensano che siano trasgressioni. Per questo nei Pirqè Avòt (Massime dei Padri, 2:1) Rabbì Yehudà Ha-Nassì afferma: “Stai attento alla mitzvà facile come per quella grave, perché non sai quale sia la ricompensa delle mitzvòt”. A questo proposito Rav Elyashiv cita il Midràsh Yalqùt Shim’onì (Jonà, 550), dove i Maestri parlano del profeta Jonà (Giona) quando si imbarcò da Yaffo (Giaffa) su una nave la cui destinazione era Tarshish (probabilmente Tarsessus a sud di Cadice, sulla costa atlantica della Spagna). Nel mezzo di una tempesta durante la quale la nave sembrava dovesse andare a picco, il profeta Jonà era nella stiva della nave dove era andato a dormire. I marinai, presi dal terrore, cominciarono a pregare, ognuno alla sua divinità. I Maestri spiegano che vi erano marinai di settanta nazioni diverse. Per trovare chi fosse responsabile della tempesta i marinai tirarono a sorte e venne estratto proprio il nome di Jonà. Rav Elyashiv spiega che a rigor di logica Jonà era perfettamente giustificato nel pensare di essere l’ultima persona che poteva essere responsabile della punizione divina che si stava abbattendo sulla nave. Su decine di marinai sulla nave provenienti da tanti paesi vi era di tutto: idolatri, ladri, assassini, fornicatori, la feccia della società. E con loro, un uomo puro e santo come il profeta Jonà che peccato poteva avere? Jonà stava fuggendo a Tarshish per non dover andare a Ninive ad ammonire i cittadini che la città sarebbe stata distrutta se non avessero fatto teshuvà, se non avessero cioè cambiato strada e corretto il loro comportamento. La profezia viene ai profeti solo nella Terra d’Israele, per cui fuggendo in alto mare Jonà pensava che, assentandosi, il suo obbligo di profetizzare fosse cessato. Jonà lo aveva fatto a fin di bene, perché sapeva che gli israeliti non gli avevano prestato ascolto e se gli abitanti di Ninive si fossero pentiti per via della sua profezia, sarebbe stata un’enorme vergogna per Israele. In conclusione, Jonà avrebbe potuto giurare che la tempesta non era venuta per colpa sua. Rav Elyashiv continua dicendo che qualche volta vi è una tempesta nel mondo e quando vai a chiedere a un ebreo qualunque quale sia il motivo di questa disgrazia ti risponde e ti dimostra che la cosa avviene per tutti i peccati che vengono commessi nel paese. E naturalmente si tratta dei peccati degli altri! E invece è proprio possibile che la tempesta venga proprio per il fatto che ci si rifiuta di imparare da quello che facevano i profeti e, quando necessario, di ammonire il prossimo. Astenersi dall’intervenire è un peccato di omissione, eppure molti pensano di non aver fatto nulla di male: perché cercare di parlare con il prossimo? Forse non servirà a niente. Per questo R. Yehudà Ha-Nassì insegna “stai attento alla mitzvà facile come per quella grave, perché non sai quale sia la ricompensa delle mitzvòt”. Questo motivo, del peccato di omissione, appare due volte nel commento alla Torà di R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1470-1550). Dopo il peccato del vitello d’oro, coloro che lo avevano adorato furono giudicati dai tribunali e giustiziati pubblicamente in modo che chi aveva omesso di opporsi ai peccatori potesse ora espiare la propria colpa di omissione nel vedere i peccatori puniti e non disapprovare ed opporsi alla punizione (Shemòt-Esodo, 32:27). La stessa affermazione appare nel commento di R. Sforno quando Pinechàs prese l’iniziativa di uccidere Zimrì che aveva pubblicamente peccato con una principessa midianita (Bemidbàr-Numeri, 26:11). Non è facile esentarsi dall’obbligo di intervenire e di ammonire il prossimo perché è scritto: “Ammonire ammonirai il tuo prossimo” (Vayqrà-Levitico, 19:17) e i Maestri nel trattato Bavà Metzià (31a) insegnano che l’espressione duplice insegna che bisogna farlo anche cento volte. E l’obbligo non incombe solo sui profeti o sui Maestri. Anche i giovani hanno l’obbligo di ammonire in modo appropriato gli anziani.

Donato Grosser


Fermiamo il virtus del fanatismo religioso

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di RICCARDO DI SEGNI*

L’intolleranza è una malattia infantile di molte religioni, specialmente quelle monoteistiche. La malattia può guarire crescendo, oppure cronicizzarsi con alti e bassi oppure ricomparire all’improvviso come una recidiva pericolosa. Le recidive di questa malattia hanno insanguinato abbondantemente l’Europa dei secoli scorsi. Poi ad insanguinarla ci hanno pensato i nazionalismi e i totalitarismi, anche se qualche conflitto religioso non ci è mancato negli ultimi decenni (Irlanda del Nord, ex Yugoslavia). Però una volta sconfitti i totalitarismi e spenti i focolai locali pensavamo di essercela cavati. Invece no. Ecco che il nuovo millennio comincia simbolicamente con l’attacco alle torri gemelle di New York, un evento che avrà avuto pure radici politiche complesse, ma che non sarebbe stato possibile senza una carica di odio e fanatismo religioso. Ed ecco che ora scopriamo che intere regioni del continente africano e ampie zone dell’Iraq e della Siria sono devastate da eserciti che trovano la loro forza cementante ed identitaria in una visione religiosa espansiva e minacciosa e a farne le spese con la vita, la perdita della libertà o l’esilio, per chi ci riesce, sono masse di cristiani o di altre minoranze religiose di cui sapevamo a stento l’esistenza. Chissà per quale oscuro motivo mediatico di tutto questo si inizia a parlare nei titoli dei giornali e delle Tv solo adesso, quando le cifre delle vittime vanno oltre alle decine di migliaia. Fino a poco tempo fa quando si scendeva in piazza per manifestare contro questi fatti (siamo riusciti a farlo a Roma un paio di volte mettendo insieme cristiani ed ebrei) il numero dei presenti era minimo e benché si gridasse all’indifferenza non c’erano molte autorità -anche religiose- e pubblico sensibile disposte ad ascoltare. Forse perché i paesi di cui si parla ci sembrano lontani e con un inconfessabile subconscio senso di superiorità occidentali pensiamo che siano cose incivili tra gente incivile. Ma forse l’inciviltà è proprio quella nostra di non capire quanto questi eventi ci siano vicini, sia spiritualmente per la dignità e i diritti umani violati, sia geograficamente: non sono posti lontani, ci si arriva in tre ore di aereo. Non sono ideologie lontane, stanno già in mezzo a noi con i loro fedeli e sostenitori e non ce ne accorgiamo. Leggiamo del virus Ebola che miete vittime in Africa ma stiamo quasi tranquilli perché qui, si dice, non arriva. Nessuno ci garantisce che il virus del fanatismo religioso non approdi da queste parti, se non è già approdato. Nella storia della nostra comunità religiosa degli ultimi millenni abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi odio, esaltazione e intolleranza, quale che ne sia la natura, ideologica o religiosa. E nel mondo occidentale si è riusciti a costruire sulle ceneri del passato un modello di convivenza al quale le diverse religioni, senza rinunciare a loro stesse, hanno portato un contributo decisivo. Oggi tutto questo rischia di saltare avviando un micidiale processo regressivo. Bisogna fermarlo. Non si possono tollerare i morti per religione. Non si possono tollerare gli intolleranti.

*Rabbino Capo di Roma

(Pubblicato su La Stampa del 13 agosto 2014)


Manifesti antisemiti, Di Segni e Pacifici: “La città ha saputo reagire”

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“All’uscita dello Shabbat abbiamo preso atto dei manifesti che incitano al boicottaggio delle attività commerciali gestite dagli ebrei a Roma. Ma soprattutto abbiamo visto una città che ha reagito senza esitazione di fronte ai rigurgiti antisemiti. Il sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, ha da subito predisposto la rimozione dei manifesti abusivi con il contributo di Ama e del Pics, ma si è soprattutto indignato per l’offesa che la Capitale ha dovuto subire. Siamo certi, inoltre, che le forze dell’ordine sono all’opera per consegnare alla giustizia i responsabili di questo atto. Un pensiero, infine, va a chi si è indignato come il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti”.

Lo dichiarano in una nota il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, e il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Pacifici: “Presi gli autori delle scritte, grazie alle forze dell’ordine”

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“La Comunità Ebraica di Roma plaude al lavoro delle forze dell’ordine che hanno individuato i presunti responsabili dell’ondata di scritte antisemite nella Capitale. Il Questore di Roma, Massimo Maria Mazza, mi ha chiamato poche ore fa per comunicarmi la notizia e ho avuto modo di ringraziarlo personalmente per il lavoro svolto. Un ringraziamento speciale  va anche al Capo della Polizia, Alessandro Pansa, che ha fatto visita alla Comunità Ebraica pochi giorni fa, per l’attenzione che ha dedicato a fenomeni criminosi e di stampo antisemita e razzista, come del resto ha fatto il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. In queste settimane di forte tensione le Istituzioni e le forze di sicurezza sono state sempre presenti. La speranza è che le persone indagate per le scritte che istigano all’odio razziale siano ora processate al più presto dalla giustizia italiana”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Parashà di Vaetchanàn: Anche le preghiere dei ladri vengono ascoltate

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photo (7)A differenza della maggior parte delle parashòt della Torà che iniziano con le frasi “L’Eterno parlò a Moshè dicendo”, questa parashà inizia con Moshè che prega L’Eterno di lasciarlo entrare nella Terra Promessa, con queste parole: “In quel tempo supplicai L’Eterno dicendo: o Eterno Dio, hai cominciato a mostrare al Tuo servo la Tua grandezza e la Tua dimostrazione di potenza. Quale forza vi è in cielo o in terra che può imitare le Tue opere e la Tua potenza? Per favore lasciami passare così che possa vedere la buona terra che è dall’altra parte del Giordano, questo bel monte e il Libano (Devarìm – Deuteronomio, 3:23-25). R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) nella sua opera Siftè Cohen, all’inizio della parashà, domanda perché Moshè pregò nonostante che sapesse che un decreto divino accompagnato da un giuramento non poteva essere cambiato. Egli risponde che, dopo avere nominato Yehoshua’ come successore, Mosè riteneva che il decreto non fosse più valido. Questo perché era stato emesso nei suoi confronti e nei confronti del fratello Aharon (Aronne) con le parole “dal momento che non avete avuto fiducia in Me consacrandomi alla presenza dei figli d’Israele, non condurrete questa comunità alla terra che ho dato loro” (Bemidbàr – Numeri, 20:12). Ora dopo avere nominato il suo successore, Moshè non avrebbe più condotto il popolo nella Terra Promessa per cui sarebbe potuto entrare nella Terra Promessa sotto la guida di Yehoshua’. Alle insistenti preghiere di Moshè, L’Eterno rispose: “Basta. Non continuare a parlarmi di questa cosa” (Devarìm, ibid, 26). Il Midràsh Yalqùt Shim’onì (821), con un gioco di parole, spiega che la parola “basta”, in ebraico “Rav”, significa anche “Maestro”, e che l’Eterno disse a Mosè: “Il tuo discepolo Yehoshua’ ora è il tuo maestro”. Moshè rispose se doveva morire perché era arrivato il momento in cui Yehoshua’ lo doveva sostituire al comando del popolo d’Israele, era ben disposto a diventargli discepolo. Così Moshè si affrettò ad andare nella tenda dove Yehoshua’, seduto, teneva lezione. Moshè si chinò e mise la mano sulla faccia per nasconderla da Yeshoshua’. Nel frattempo tutto Israele era andato a cercare Moshè e alla fine lo trovarono nella tenda di Yehoshua’. Moshè [come un discepolo] stava in piedi e Yehoshua’ [come facevano i maestri] stava seduto. I convenuti dissero a Yehoshua’: “Cosa ti è successo che il nostro maestro Moshè sta in piedi e tu stai seduto”? Non appena Yehoshua’ vide Moshè si strappò il vestito e pianse dicendo “Maestro mio, Maestro mio”. I convenuti dissero a Moshè: “Moshè nostro maestro insegnaci Torà”. Moshè rispose:“Non mi è più permesso”. Gli risposero: “Non ti lasciamo andare”. Uscì una voce come un eco che disse: “Studiate da Yehoshua’”. Così Yehoshua’ sedette a capo tavola, Moshè alla sua destra ed El’azar alla sua sinistra. Yehoshua’ insegnava alla presenza di Moshè e Moshè non capiva quello che Yehoshua’ insegnava. Così fece l’Eterno per rendere la morte più facile a Moshè. R. Mordechai Hacohen aggiunge un altro motivo per cui Moshè insistette con la sua preghiera. Lo scopo della preghiera di Moshè era di mostrare al popolo l’importanza della Terra Promessa in modo che non dicessero: “Se è così importante entrare nella Terra, perché Moshè non ha pregato [di entrarvi]; essi erano convinti che anche se un giuramento divino impediva l’entrata di Moshè nella Terra, Moshè sarebbe stato in grado di rimuoverlo”. Nel Midràsh Yalqùt Shim’onì (814) si racconta che Moshè disse all’Eterno: “Le ossa di Yosef (Giuseppe) entrano nella terra e io non posso entrarci? Al che l’Eterno rispose: “Chi ha riconosciuto la sua terra d’origine vi entra”. Yosef non negò da dove veniva e disse “Perché sono stato rapito dalla terra degli Ebrei” (Bereshìt-Genesi, 40:15), mentre “Tu non ha riconosciuto la tua terra d’origine e quando le figlie di Yitrò dissero che un egiziano le aveva salvate dai pastori tu tacesti. Pertanto non potrai venire seppellito nella tua Terra”. R. Shimshon Nachmani (1706-1778) che fu Rav a Reggio Emilia, nella sua opera Zera’ Shimshon, cita il trattato talmudico di Berakhòt (32b) dove R. El’azar afferma: “La preghiera è più importante delle buone azioni; ne è prova il fatto che nessuno era più grande del nostro maestro Moshè [per buone azioni] e nonostante ciò egli non ricevette quello che chiedeva altro che con la preghiera. R. Nachmani chiede per quale motivo era necessario portare prova da Mosè! È chiaro che il Santo Benedetto ascolta le preghiere di tutti gli esseri umani: i Maestri nel trattato Berakhòt (63a) dicono che viene ascoltata anche la preghiera di un ladro quando entra in casa di altri per rubare, nonostante sia malvagio. E se bisogna prendere in considerazione le buone azioni di una persona, questa persona deve essere piena di buone azioni e se trasgredisce abitualmente dei precetti le sue buone azioni non valgono nulla. R. Nachmani cita Rashì che nel suo commento afferma: “Nonostante che i giusti potrebbero chiedere all’Eterno sulla base delle loro buone azioni, non chiedono altro che un dono dall’Eterno. Per questo Moshè disse: “Supplicai”.

Donato Grosser


Parashà di Devarìm: l’odio suicida degli Emorei

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Rav di Brisk

La parashà di Devarìm inizia con le ammonizioni di Moshè al popolo nella pianura di Moav. Moshè menziona prima in modo velato e poi in modo più esplicito i peccati commessi dal popolo. Fatto questo li incoraggia dicendo loro che Yehoshu’a (Giosuè) li guiderà nella Terra Promessa con l’aiuto dell’Eterno.

Nel suo discorso di addio, Moshè  ricorda che per colpa degli esploratori il popolo perdette coraggio e, invece di entrare subito nella Terra Promessa, dovette rimanere nel deserto per quaranta anni. Il racconto del rifiuto del popolo di andare nella Terra Promessa impiega più della metà del primo capitolo (Devarìm-Deuteronomio, 1: 22-46) e termina con l’episodio del tentativo fallito di invadere la Terra di Cana’an da parte di un gruppo di israeliti che, dopo aver rifiutato di entrare nella terra di Cana’an, si erano ricreduti. Putroppo ciò era avvenuto troppo tardi, quando l’Eterno aveva già decretato che tutta la generazione degli uomini adulti tra 20 e 60 anni uscita dall’Egitto sarebbe morta nel deserto, eccetto Yehoshu’a e Calev, la tribù di Levi, i giovani e gli anziani.

Moshè cercò inutilmente di convincere questi avventurieri a rinunciare all’invasione dicendo: “L’Eterno mi disse: «Dì a loro di non salire  a combattere per non rimanere sconfitti  dai vostri nemici perché Io non sono i mezzo a voi»” (ibid., 42).

R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) nella sua opera Siftè Cohen scrive che questi ribelli, dopo aver peccato per aver rifutato di entrare nella Terra di Cana’an, ora erano pronti a salirvi. Egli spiega che questa confessione del peccato non valeva nulla, perché era avvenuta dopo che l’Eterno aveva decretato che sarebbero morti nel deserto. Essi non solo si ribellarono con le parole ma lo fecero anche con i fatti prendendo le armi per andare all’attacco. Così facendo dimostrarono di avere poca fede nell’Eterno, perché dopo aver visto le vittorie contro il Faraone ed altri che erano avvenute per intervento divino e non con le armi, avrebbero dovuto sapere che la vittoria sarebbe arrivata “non con la prodezza e non con la forza” (Zekharià, 4:6) ma solo grazie alla volontà del Creatore. Nonostante tutto essi si ribellarono alla parola dell’Eterno e salirono sul monte. Moshè nel suo racconto ricordò che “l’Emoreo che abitava quel monte uscì contro di voi, vi mise in fuga come fanno le api e vi sconfissero a Se’ir sino a Chormà” (ibid., 44).

Perché Moshè paragonò gli Emorei alle api? R. Avraham ibn ‘Ezra (Spagna, 1089-1167)  nel suo commento alla Torà spiega che le api attaccano immediatamente coloro che toccano il loro alveare.

L’autore del commento Kelì Chemdà (vi sono tre opere con questo nome e probabilmente l’autore citato dall’antologia Me’am Lo’ez è R. Samuel Laniado, Siria, XVI secolo) fa notare che  questo è un altro esempio della benevolenza divina nei confronti degli israeliti: come le api che non uccidono ma solo pungono, così anche gli Emorei non riuscirono a uccidere gli israeliti ma solo e ferirli.

R. Moshè  Alshekh (1508-1593, Safed) nel suo commento Toràt Moshè scrive che come la gente fugge dalle api non appena sente il ronzio dello sciame, così il rumore delle voci degli Emorei fu sufficiente a far fuggire gli israeliti perché l’Eterno non era in mezzo a loro.

R. Meir Simchà Hacohen di Dvinsk (Lituania, 1843-1926) nell’opera Meshekh Chokhmà fa notare che nella parashà di Shel’akh Lekhà, dove vi è il racconto del tentativo fallito di invasione, vengono menzionati sia i Cana’aniti (gli Emorei erano anch’essi un popolo cananeo) sia gli Amaleciti. Perché quindi Moshè non menziona gli Amaleciti? Egli spiega che Moshè voleva incoraggiare il popolo menzionando solo gli Emorei, perché i due re degli Emorei, Sichon e ‘Og, erano appena stati sconfitti da loro guidati da Mosè. La menzione degli ‘Amaleciti li avrebbe invece spaventati.

Rashì (Francia, 1040-1105) citando il Midràsh Rabbà (Shelàkh Lekhà) commenta: “Come fanno le api: un’ape quando punge una persona muore immediatamente, così pure loro quando vi toccavano morivano immediatamente”. Questo midràsh, come molti midrashìm, invece di dare un’illustrazione di quello che accadde in realtà, nasconde e rivela qualcosa sul carattere degli Emorei.

Rav Yitchàk Zeev Soloveitchik (Volozhin, 1886-1959, Gerusalemme), che fu il Rav della città di Brisk (Brest Litovsk) negli anni tra le due guerre mondiali, spiega che quando una persona colpisce un altro e la vittima non risponde colpendo l’assalitore, non vi è una chiara indicazione sull’odio che l’assalitore nutre nei confronti della vittima. Ma quando la vittima reagisce colpendo l’assalitore con grande forza, ci si rende conto del grande odio che l’assalitore nutre nei confronti della vittima. Infatti se l’assalitore, pur sapendo che la vittima dell’attacco reagirebbe con grande forza, lo attacca ugualmente, mostra di avere un tale odio per lui da non prendere in considerazione la propria sofferenza. Così il Rav di Brisk rivela il messaggio nascosto nel midràsh: gli Emorei nutrivano un tale odio per i figli d’Israele che, come le api, erano disposti a commettere suicidio pur di attaccarli (questa citazione è presa da: Peninim on the Torah di Rabbi A. L. Scheinbaum, The Hebrew Academy of Cleveland, 2014). Più di  tremila anni dopo il mondo non è cambiato!

Donato Grosser


Il capo della Polizia in visita alla Comunità Ebraica di Roma

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20140730_163059Il capo della Polizia, Alessandro Pansa, è stato in visita alla Comunità Ebraica di Roma in seguito all’ondata di minacce contro gli ebrei comparse sui muri della Capitale e sui negozi di alcuni commercianti di religione ebraica. Il prefetto ha sottolineato la massima attenzione delle forze di sicurezza italiane ai fenomeni di intolleranza che negli ultimi giorni sono aumentati in numero considerevole. La Comunità Ebraica di Roma, dopo più di 1 ora di colloquio a cui hanno partecipato il Presidente Riccardo Pacifici, il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, il Responsabile della sicurezza delle comunità ebraiche in Italia Giacomo Zarfati, l’assessore alle Relazioni Istituzionali Ruben Della Rocca e il Consigliere Raffaele Sassun, ha ringraziato nuovamente le forze di polizia per l’impegno profuso e rinnovato la collaborazione al fine di prevenire atti di intolleranza in qualsiasi forma.


Roma si sveglia tra le scritte neonazi. Pacifici: “Chi spaccia odio vada a processo”

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pacifici11“Questa mattina Roma si è svegliata nel peggiore dei modi. I suoi muri sono stati imbrattati da decine di scritte neonaziste inneggianti odio nei confronti degli ebrei. Dall’Appia fino in Prati, dal centro storico alla periferia, svastiche, insulti e minacce di morte hanno tappezzato le serrande dei commercianti. La mente corre al 1993, quando alcune stelle gialle furono attaccate all’entrata dei negozi di proprietà di ebrei. Oggi Roma e l’Italia sono diverse, le Istituzioni sono con noi nel rispetto dei principi costituzionali. Ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, per questo facciamo appello al sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, e al Questore di Roma per individuare gli autori di questi gesti nella speranza che anche le attività di prevenzione possano arginare questa campagna di odio. Roma non può diventare come Parigi dove gli ebrei sono assaltati, le sinagoghe circondate e girare con la kippà in testa – il copricapo ebraico – è un pericolo concreto. Siamo fiduciosi che le forze di sicurezza e le autorità politiche prenderanno in considerazione ogni iniziativa volta a prevenire ciò che la Francia ha sottovalutato per troppi anni. Noi, da subito e con i nostri avvocati, sporgeremo denuncia contro ignoti per istigazione all’odio razziale: non ci pieghiamo e non abbiamo paura di chi spaccia odio”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.