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Il capo della Polizia in visita alla Comunità Ebraica di Roma

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20140730_163059Il capo della Polizia, Alessandro Pansa, è stato in visita alla Comunità Ebraica di Roma in seguito all’ondata di minacce contro gli ebrei comparse sui muri della Capitale e sui negozi di alcuni commercianti di religione ebraica. Il prefetto ha sottolineato la massima attenzione delle forze di sicurezza italiane ai fenomeni di intolleranza che negli ultimi giorni sono aumentati in numero considerevole. La Comunità Ebraica di Roma, dopo più di 1 ora di colloquio a cui hanno partecipato il Presidente Riccardo Pacifici, il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, il Responsabile della sicurezza delle comunità ebraiche in Italia Giacomo Zarfati, l’assessore alle Relazioni Istituzionali Ruben Della Rocca e il Consigliere Raffaele Sassun, ha ringraziato nuovamente le forze di polizia per l’impegno profuso e rinnovato la collaborazione al fine di prevenire atti di intolleranza in qualsiasi forma.


Roma si sveglia tra le scritte neonazi. Pacifici: “Chi spaccia odio vada a processo”

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pacifici11“Questa mattina Roma si è svegliata nel peggiore dei modi. I suoi muri sono stati imbrattati da decine di scritte neonaziste inneggianti odio nei confronti degli ebrei. Dall’Appia fino in Prati, dal centro storico alla periferia, svastiche, insulti e minacce di morte hanno tappezzato le serrande dei commercianti. La mente corre al 1993, quando alcune stelle gialle furono attaccate all’entrata dei negozi di proprietà di ebrei. Oggi Roma e l’Italia sono diverse, le Istituzioni sono con noi nel rispetto dei principi costituzionali. Ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, per questo facciamo appello al sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, e al Questore di Roma per individuare gli autori di questi gesti nella speranza che anche le attività di prevenzione possano arginare questa campagna di odio. Roma non può diventare come Parigi dove gli ebrei sono assaltati, le sinagoghe circondate e girare con la kippà in testa – il copricapo ebraico – è un pericolo concreto. Siamo fiduciosi che le forze di sicurezza e le autorità politiche prenderanno in considerazione ogni iniziativa volta a prevenire ciò che la Francia ha sottovalutato per troppi anni. Noi, da subito e con i nostri avvocati, sporgeremo denuncia contro ignoti per istigazione all’odio razziale: non ci pieghiamo e non abbiamo paura di chi spaccia odio”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Parashà di Masse’è: i tre diversi confini della Terra d’Israele

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Weigelio Holyland

La parashà di Masse’è è l’ultima in ordine cronologico prima della morte di Moshè e dell’entrata degli israeliti nella Terra Promessa. Infatti, il quinto libro della Torà, quello di Devarìm (Deuteronomio, che in greco significa “seconda legge”), è la ripetizione degli insegnamenti della Torà che Moshè diede al popolo prima della sua morte nella pianura di Moav.

Prima di iniziare la conquista della Terra “l’Eterno parlò a Moshè dicendogli di dare agli israeliti istruzioni e dire loro: «Quando entrerete nella Terra di Cana’an, il territorio che apparterrà a voi è la terra di Canaan con i suoi confini. Il settore meridionale inizierà dal deserto di Tzin vicino a Edom e il confine a sud-est sarà il lato orientale del Mare Salato (il Mar Morto)»” (Bemidbàr-Numeri, 34:1-3).

La Torà descrive i confini in senso orario: dal territorio di Edom, che è a sud della Terra d’Israele, il confine va verso ovest fino al Wadi el ‘Arish, il fiume che si getta nel Mare Mediterraneo. Poi il confine sale a nord lungo la costa fino al nord del Libano, poi gira verso est e successivamente scende fino al Mare di Galilea e lungo il fiume Giordano ritornando al Mar Morto.

Per quale motivo era necessario indicare i confini della Terra Santa? Rashì (Francia, 1040-1105) lo spiega nel suo commento alla Torà: “Dal momento che vi sono molte mitzvòt (precetti) che vengono osservate nella Terra d’Israele e non al di fuori di essa, era necessario scrivere quali erano i confini per informare che all’interno di essi bisogna osservare queste mitzvòt”.

Rashì descrive la geografia della Terra d’Israele scrivendo che a sud della Terra d’Israele vi sono tre paesi uno adiacente all’altro: a sud-est vi è parte dell’Egitto, a sud tutto il territorio di Edom e a sud-ovest, al di là del Mar Morto, il territorio di Moav.

Rashì continua la sua descrizione scrivendo: “Quando Israele uscì dall’Egitto, se l’Onnipresente avesse così voluto, avrebbe fatto passare loro il Nilo da nord e sarebbero arrivati subito nella terra d’Israele. Invece non li condusse attraverso il territorio dei Filistei che è sul mare ad ovest della Terra di Cana’an, come è detto riguardo ai Filistei “Ahimè, abitanti della costa, il popolo dei cretesi” (Tzefanià, 2:5-7). L’Eterno li condusse invece a sud nel deserto da ovest a est finché arrivarono ai confini del territorio di Edom. Il Re di Edom non permise loro di passare nel suo territorio per entrare nella Terra di Cana’an e gli israeliti dovettero aggirare il territorio di Edom e poi passare a sud di Moav. Volgendo verso nord in Transgiordania incontrarono i re Sichon e ‘Og e li sconfissero. Questi territori divennero il retaggio delle tribù di Reuven, Gad e parte della tribù di Menascè”.

I confini della terra d’Israele elencati in questa parashà circoscrivono un terrirorio di estensione inferiore al territorio promesso al patriarca Avraham (Abramo). Nella parashà di Lekh Lekhà, infatti, è scritto: “In quel giorno l’Eterno fece un patto con Avram dicendo: «Alla tua discendenza ho dato questa Terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate; le terre dei Keniti, dei Keniziti e dei Kadmoniti, i Hittiti, i Periziti, i Refaim, gli Emoriti, i Canaaniti, i Ghirgashiti e ei Gebusiti»” (Bereshìt- Genesi, 15:18-21). A Moshè  furono promessi i territori di sette nazioni. Ad Abramo furono promessi anche I territori dei Keniti, Kenziti e dei Kadmoniti. Questi territori verranno dati ai suoi discendenti solo nell’epoca mesianica.

Una terza serie di confini della Terra d’Israele è quella descritta nel trattato Shevi’it (6:1) del Talmud di Eretz Israel. Dopo settanta anni di esilio in Babilonia, gli israeliti tornarono nuovamente ad abitare nella loro terra, in un territorio la cui estensione era inferiore a quella del popolo uscito dall’Egitto. Il motivo per cui il Talmud indica questi confini con grande precisione è lo stesso indicato da Rashì nel suo commento: diverse mItzvòt, come l’obbligo di dare la terumà ai Cohanim, le decime ai Leviti e l’obbligo di astenersi dal lavorare la terra nell’anno sabbatico  vengono praticate solo nella Terra d’Israele.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) spiega che i confini degli israeliti entrati nella terra dopo l’uscita dall’Egitto non erano più rilevanti perché con l’esilio e l’abbandono della terra di tutti gli abitanti, la qedushà (santità) della terra era cessata. Così scrive il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Terumòt, 1:5): “Tutto il territorio che venne abitato da coloro che salirono dall’Egitto fu santificato per la prima volta; dal momento che andarono in esilio la santificazione cessò”. Tuttavia la santificazione della terra dopo il ritorno dalla Babilonia vale fino a oggi. Pertanto i confini indicati nel Talmud sono per noi importanti per sapere dove dobbiamo osservare le mitzvòt  che derivano dalla terra d’Israele.

R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) nel suo commento Siftè Cohen alla Torà osserva che i confini delle tribù non erano lineari e il territorio di una tribù rientrava in quello di quella adiacente. Lo scopo era di far sì che le tribù rimanessero in contatto l’una con l’altra e potessero imparare l’una dall’altra nello studio della Torà e nel servire il Dio unico.

Donato Grosser


UN SALMO PER I NOSTRI GIORNI

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Da centinaia di anni durante i periodi difficili gli ebrei aprono i Tehillim, il libro dei Salmi, per trovare le parole più adatte per rivolgersi al Creatore. In questi giorni di prove specialmente per i nostri fratelli che vivono in Eretz Israel, c’è un salmo che secondo il Maimonide, re Davide scrisse proprio per questa situazione. Questa è una traduzione del capitolo 120 di Tehillim:

Canto degli scalini. Nella mia disgrazia ho chiamato il Signore e mi ha risposto. O Signore salvami dalle labbra che dicono bugie, dalla lingua che dice il falso. Che vantaggio trai e cosa guadagni, o lingua che dici il falso? Sei come le frecce appuntite di un uomo forte, come pezzi bruciati di albero di Rotem. Ahimè che abito a Meshech, che risiedo tra le tende di Qedar. Ho risieduto a lungo con i nemici della pace. Io sono per la pace, ma quando parlo di pace loro sono per la guerra.

Nella “Iggheret Teman”, la “Lettera agli ebrei dello Yemen” scritta nel 1173 o nel 1174, quando gli ebrei dello Yemen erano soggetti a terribili persecuzioni da parte dei musulmani, il Maimonide scrisse loro una lunga lettera per consolarli e per offrire loro consigli su come comportarsi. In questa lettera il Maimonide cita il capitolo 120 di Tehillim:

E voi, o fratelli miei, sappiate che, per via dei nostri peccati, il Signore ci ha fatto capitare nel mezzo del popolo d’Ismaele che ci assoggetta a grandi persecuzioni e inventa nuove leggi per farci del male e per farci odiare. Così ci ha detto il Signore con lo scritto “E i nostri nemici sono i nostri giudici” [nella parashà di Haazinu]. E non vi è mai stato un popolo che abbia fatto male ad Israele e che abbia fatto di tutto per umiliarci, per metterci in stato di inferiorità e per farci odiare più di questo. Per questo motivo, quando furono mostrate a David, Re d’Israele, con spirito profetico le future disgrazie del popolo d’Israele, non pregò e non implorò e non chiese aiuto altro che dal regno d’Ismaele, dicendo: “Ahimè che abito a Meshech, che risiedo tra le tende di Qedar.” E notate bene che [David] indicò proprio Qedar tra i vari figli d’Ismaele perché Maometto discende proprio da Qedar, come è noto dal suo albero genealogico. Anche Daniel non parlò della nostra sottomissione e del nostro stato di inferiorità altro che nei confronti del regno d’Ismaele, che venga presto sottomesso, come disse: “… e li fece cadere a terra dal cielo e dalle stelle e li schiacciò..” [Daniel, 8:10]. E noi, dovendo soffrire perché ci sottomettono e ci dicono il falso e ci trattano senza riguardo al limite della sopportazione umana, siamo diventati, come dice il profeta :” Come un sordo che non sente e come un muto che non parla” [Tehillim, 38:14]. E così i Maestri ci hanno insegnato a sopportare le bugie e le falsità degli Ismaeliti, di ascoltare e di non aprire bocca, prendendo spunto dai nomi dei suoi figli “e Mishmà e Dumà e Massà” [Bereshit, 25:14] – [ i cui nomi sono simili alle radici delle parole] ascolta, taci e sopporta. E ci siamo già abituati, giovani e adulti, a sopportare il fatto che ci sottomettono, come ci ordinò il profeta Yesha’yà [50:6]: “Ho volto la schiena a coloro che mi percuotono e la mia guancia a coloro che mi schiaffeggiano”. E con tutto questo non potremo sfuggire alla loro impetuosa malvagità perché nonostante tutto quello che faremo per sopportarli e per vivere in pace con loro, ci faranno la guerra e tireranno fuori la spada, come disse David: “Io sono per la pace e quando parlo di pace loro sono per la guerra.”

Queste parole scritte ai nostri fratelli nello Yemen oltre ottocento anni fa, sono rimaste valide anche per i nostri giorni, purtroppo. Dobbiamo pregare e sperare che verrà presto il giorno in cui come dice il profeta Yoel (cap. 4:18-21):

In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e vino bianco scorrerà per le colline; 
in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque.
Una fonte uscirà dalla casa del Signore e irrigherà la valle di Shittìm.
 L’Egitto sarà desolato e l’Idumea un deserto desolato per la violenza contro i figli di Giuda, per il sangue innocente versato nel loro paese,
e la Giudea sarà sempre abitata e Gerusalemme di generazione in generazione.
 Vendicherò il loro sangue, non lo lascerò impunito e il Signore dimorerà in Sion.

Donato Grosser


Si chiude la Yeshivat estiva del Collegio Rabbinico in Israele

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Si e’ svolta dal 29 giugno al 13 luglio la Yeshivat estiva del Collegio Rabbinico. Il primo giorno del corso è stato però segnato dal lutto per Eyal, Gilad e Naftalì, i tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi da Hamas. Proprio in quei giorni, i giovani studiosi hanno preso parte ad un corso incentrato sui valori della Teshuvah e sulle norme dello Shofar, strumento di Redenzione.
Memorabili le sette ore di corso giornaliere, le tefilloth intense per la sicurezza di Israele e la forza di un minian di diciassettenni legati da vera amicizia nello studio della Torah di fronte al Kotel in rappresentanza del passato e il futuro dell’ebraismo italiano. Nel gruppo otto studenti da Roma, uno da Torino e uno da Brindisi. Hanno vissuto, molti per la terza volta, un’ esperienza di studio coronata dalla volontà di essere parte dello scudo difensivo del popolo ebraico. Al termine delle lezioni, Rav Wieder ha invitato tutti a tornare come talmide yeshiva ed è stato ricordato il pensiero di Rav Quq sullo Shofar che richiama il ritorno in Erez Israel. Abbiamo ringraziato la yeshivat haKotel, Rav Shetrit, Rav Klopstock ed il madrich Eitan Della Rocca per la grande responsabilità dimostrata.
“Le shana habaa biYerushalaim habenuià”

Rav Umberto Avraham Piperno


Parashà di Mattòt: Le vittime civili di guerra

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Nella parashà di Mattòt viene descritta la guerra contro Midian. Il casus belli era stato il tentativo dei midianiti di fare peccare gli israeliti mandando le loro figlie a sedurli. La strategia aveva ottenuto un successo parziale con la morte per pestilenza di ventiquattromila membri della tribù di Shim’òn (Bemidbàr-Numeri, 25:9) che avevano servito gli idoli. Dopo questo atto infame “l’Eterno parlò con Moshè (Mosè) dicendo: apri le ostilità con i midianiti e colpiteli, perché sono stati ostili a voi con gli inganni che hanno usato contro di voi nella questione di Pe’or” (ibid., 25:16-17).

Nella guerra contro i midianiti furono arruolati dodicimila volontari, mille per ognuna delle dodici tribù (ibid., 31:4-5). Essi attaccarono Midian, uccisero tutti gli uomini, presero prigionieri donne e bambini e misero a fuoco le loro città. La punizione inflitta ai midianiti era al di fuori del normale perché essi avevano fatto peccare Israele con l’idolatria.

Le normali leggi di guerra tratte dalla Torà vengono elencate dal Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà.  Nelle Hilkhòt Melakhìm (6:1) egli scrive: “Non si fa guerra a nessuno al mondo prima di avere offerto la pace come è scritto «Quando ti avvicinerai a un città per farle guerra le offrirai la pace» (Devarìm-Deuteronomio, 20:10); se accettano di fare la pace e di osservare le sette leggi dei figli di Nòach (Noè) non si uccide nessuno e diventano tributari”. Più avanti nello stesso capitolo il Maimonide scrive: “Prima di invadere la terra di Cana’an, Yehoshua’ (Giosuè) inviò tre missive: chi vuole fuggire fugga; chi vuole fare la pace la faccia; chi vuole guerra avrà la guerra” (ibid., 6:5). Se si esclude il Maimonide, le halakhòt sulla guerra appaiono raramente negli scritti post-talmudici per il semplice fatto che con la perdita dell’indipendenza e l’esilio tali discussione divennero puramente teoriche. Esse sono tuttavia diventate nuovamente attuali con la creazione dello Stato d’Israele nel 1948.

L’argomento delle vittime civili di guerra alla luce della Halakhà (legge ebraica) è stato esaminato due anni fa in un articolo in italiano di Rav Jacob Sasson pubblicato sul numero 9 della rivista Segulat Israel. Rav Sasson menziona che dopo la creazione dello Stato d’Israele il primo contributo alla discussione sull’argomento dei danni ai civili nel corso di operazioni militari fu quello di Rav Shaul Yisraeli (Belarus, 1909-1995, Gerusalemme) nella sua opera ‘Amùd Hayeminì. Rav Israeli concluse che non vi è alcun impedimento legale che impedisca operazioni militari che causano vittime tra i civili a condizione che queste operazioni siano effettuate entro i limiti delle leggi di guerra stabilite da accordi internazionali, poiché tali perdite sono accettate a livello internazionale come danni collaterali legittimi, seppur infelici, dei conflitti armati.

Rav J. D. Bleich (Preemptive War in Halacha, in “Contemporary Halachic Problems”, vol. 3) e Rav Asher Weiss (in Minchàt Ashèr, Devarìm) fanno entrambi notare l’episodio nel libro di  Shemuèl (I, cap. 15), in cui re Shaul, prima di attaccare gli Amaleciti, mette in guardia i Keniti che vivevano tra gli Amaleciti di evacuare la zona affinché non rimanessero coinvolti nello spargimento di sangue. L’implicazione dell’avvertimento di Shaul è che se non avessero evacuato la zona, lui sarebbe stato libero di continuare la sua operazione militare senza preoccuparsi delle vittime tra i civili Keniti. Rav Weiss afferma che dobbiamo preoccuparci delle morti di civili  e, se possibile, l’uccisione di civili dovrebbe essere evitata. Tuttavia, queste azioni sono consentite nel caso esse siano necessarie e non vi siano alternative. È possibile congetturare che se le sole alternative mettessero in pericolo dei soldati israeliani, le vittime civili, seppur spiacevoli, sarebbero considerate necessarie e halakhicamente autorizzate.

La questione dell’eventualità che l’esercito dello Stato d’Israele possa nuocere a civili arabi nel corso di operazioni militari è indubbiamente un argomento delicato e doloroso. Le immagini di morti e di feriti sono toccanti e inquietanti. Purtroppo, coloro che sono in guerra contro lo Stato di Israele accolgono favorevolmente queste conseguenze. Si dice che per Hamas l’unica cosa più preziosa di un israeliano morto sia un arabo morto. L’ironia della situazione è che mentre i soldati israeliani cercano in tutti i modi di evitare vittime civili, gli arabi  considerano i vantaggi di queste perdite. I nostri Chakhamìm (Maestri) discutono sulla legittimità di queste azioni, divisi tra il senso di responsabilità per i cittadini dello Stato d’Israele e la sensitività nei confronti dei civili arabi. Noi siamo consapevoli della tensione mentre loro ne approfittano.

Rav Shalom Yosef Elyashiv (Lituania, 1910-2102, Gerusalemme) in Divrè Haggadà (p. 321) cita il Midràsh Bemidbàr Rabbà (22:2), dove i Maestri affermano che nella guerra contro Midian dodicimila combattevano, dodicimila facevano la guardia nelle basi militari e dodicimila pregavano. Rav Elyashiv conclude dicendo che anche oggi quando il popolo d’Israele è in guerra, senza però avere l’Aron Haqodesh (l’arca santa) come nella guerra contro Midian, il pericolo è molto più grande e per ogni soldato ci dovrebbero essere dieci persone che pregano e che studiano Torà, perché la Torà protegge e salva come insegnato nel Talmud Sotà (21a). E se non preghiamo e non rafforziamo lo studio della Torà può darsi che siamo responsabili di quello che avviene ai nostri fratelli.

Rav Sasson conclude il suo articolo con queste parole: da parte nostra speriamo e preghiamo che queste halakhòt siano ancora una volta relegate alla riflessione teorica e che il dolore e le sofferenze della guerra siano estirpati da questo mondo.

Donato Grosser 


Scritte ignobili davanti al Tempio di Vercelli

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COMUNICATO STAMPA 

Scritte ignobili davanti al Tempio di Vercelli

Qualcuno vuole alzare il livello di tensione

 “Davanti all’entrata principale della Sinagoga di Vercelli è stato affisso un ignobile striscione. Un luogo sacro è stato violato con scritte che inneggiano all’odio.  Certi metodi utilizzati da chi vuole la distruzione di Israele non possono essere accettati sul territorio italiano. Oggi siamo tutti vicini alla Comunità Ebraica di Vercelli e alla sua presidente Rossella Bottini Treves che deve affrontare un vero oltraggio al Tempio della sua città. Offese del genere, in un momento così delicato per Israele e per i civili palestinesi, alzano pericolosamente l’asticella della tensione. La mente corre indietro verso il 1982 quando davanti al Tempio Maggiore di Roma fu lasciata una bara in segno di protesta: pochi giorni dopo assistemmo all’attentato in cui morì il piccolo Stefano Gay Taché. Consapevoli del grande sforzo che le forze dell’ordine stanno già compiendo, chiediamo sia fatta al più presto luce su questa vicenda e che i responsabili del vergognoso striscione vengano individuati. Non è questo il tempo per sottovalutare alcuna protesta avanzata con violenza anche verbale”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

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Stasera ore 19.30 al Pantheon per la pace in Israele

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Auguri all’Arma dei Carabinieri, 200 anni al servizio del Paese

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Caro Comandante Gallitelli,

In questo giorno così importante per la storia del nostro Paese il pensiero della nostra Comunità Ebraica è rivolto all’Arma dei Carabinieri e al prestigioso traguardo che raggiunge. Duecento anni non segnano il punto di arrivo, bensì un punto di partenza. In due secoli i Carabinieri hanno costruito una capillare rete di presenza sul territorio italiano divenendo un riferimento per la popolazione che vede nella divisa simboli di rettitudine, impegno per il prossimo, legalità e amore per la Patria.

Nei momenti più bui del nostro Paese l’Arma ha mantenuto sempre alta la sua credibilità. Come non ricordare il sacrificio di coloro che durante l’occupazione nazi-fascista si distinsero per atti di eroismo, sacrificando in molti casi la propria vita. Si prodigarono dove possibile per dare accoglienza a chi fuggiva dalla cattura e da morte certa. Per noi ebrei romani rimane indelebile il sacrificio di coloro che, catturati dai nazisti pochi giorni prima della razzia del 16 ottobre del 43, di fronte alla possibilità di tornare in libertà aderendo alla Repubblica di Salò, preferirono farsi deportare. Da Roma e dal Lazio circa 2500 Carabinieri furono deportati anche perché la loro presenza sul territorio avrebbe potuto creare un intralcio nella bieca caccia all’ebreo che da lì a poco si sarebbe manifestata con tutta la sua ferocia.

Oggi i Carabinieri insieme a tutte le Forze dell’Ordine e dell’esercito presidiano e vigilano davanti alle nostre scuole, alle Sinagoghe e a ogni luogo di ritrovo ebraico in Italia, consentendoci di svolgere una vita ebraica serena. Questa nostra collaborazione è inoltre estesa ormai da anni al lavoro effettuato nelle scuole ebraiche, dove i responsabili dei Vostri reparti vengono a insegnare ai nostri studenti come combattere le insidie della società, dal fenomeno del bullismo a quello della droga, passando per la piaga della pedofilia. Assieme a voi cresciamo cittadini responsabili e fiduciosi non solo del lavoro dell’Arma ma di tutte le Istituzioni. Un impegno che ci commuove e che vuole, in una giornata storica come questa, rendervi omaggio del lavoro che svolgete a rischio costante della vita di giovani reclute e di militari con anni di servizio e di esperienza. Aver ritirato insieme a Lei e All’ambasciatore d’Israele Naor Gilon il prestigioso “Premio Roma” nella cornice dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza è stato un motivo in più d’orgoglio, specie dopo aver udito dal suono della Banda dei Carabinieri gli inni d’Israele e del nostro Paese.

Con affetto e amicizia sincera, un cordiale shalom.

Riccardo Pacifici


La Cer chiede le elezioni per i 20 rappresentanti romani dentro il Consiglio Ucei

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Con una delibera di Consiglio del 3 luglio scorso la Comunità Ebraica di Roma chiede di indire le elezioni dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per ristabilire la corretta  rappresentanza della Cer all’interno dell’organo nazionale.

Secondo il parere della Cer il Consiglio Ucei è illegittimo dal giorno delle dimissioni di otto consiglieri Ucei in rappresentanza della Comunità romana. E’ noto, infatti, che 8 consiglieri dell’Unione – di cui due componenti della Giunta Ucei – hanno rimesso il mandato ormai alcuni mesi fa. Ad oggi, solamente 3 degli 8 seggi vacanti potrebbero essere reintegrati dai primi dei non eletti.

Al fine di ottenere la corretta reintegrazione di tale rappresentanza all’interno del Consiglio Ucei (come richiesto dall’articolo 41 dello Statuto) è necessario indire nuove elezioni per tutti e venti i rappresentanti della Comunità Ebraica di Roma, così come esplicitato nel “parere pro veritate” del Prof. Avv. Antonio Briguglio che è stato consultato a titolo personale dal Presidente Riccardo Pacifici.