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Parashà di Lekh Lekhà: non basta amare la giustizia, bisogna anche condannare l’ingiustizia

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Midrash Rabba 1720

In questa parashà viene raccontato l’episodio della separazione tra Avraham e suo nipote Lot e le tragiche conseguenze della decisione di Lot di scegliere Sodoma come residenza. A seguito di un litigio tra i pastori di Avraham e quelli di Lot, Avraham disse a Lot: “Evitiamo discordie tra noi due e tra i nostri pastori perché siamo parenti. Hai davanti a te tutto il paese, fammi il favore di separarti da me, se andrai a sinistra io andrò a destra, se andrai a destra io andrò a sinistra. E Lot alzò gli occhi e vide la valle del Giordano che prima che l’Eterno distruggesse Sodoma e Gomorra era tutta irrigata fino a Tzo’ar come il giardino dell’Eterno, come l’Egitto” (Bereshìt – Genesi, 13: 8-10). E poco più avanti è scritto che “gli abitanti di Sodoma erano assai malvagi e peccatori nei confronti dell’Eterno” (ibid., 13:13).

Rashì (Francia, 1040-1104) al versetto “Se andrai a sinistra io andrò a destra” commenta: “Ovunque andrai ad abitare non mi allontanerò da te e ti sarò da scudo e di supporto e così avvenne che fu raccontato ad Avraham che il suo parente era stato preso prigioniero” (ibid., 14:13-14).

Il Midràsh presenta delle spiegazioni ambivalenti a questo episodio che mettono in evidenza il dilemma nel quale si trovava Avraham. I sodomiti erano malvagi e Lot scelse proprio la loro città, attratto dalle ricchezze del posto. Il Midràsh Rabbà (Lekh Lekhà, 41:45, Ed. Amsterdam, 1720) commenta che nel scegliere Sodoma, Lot “si allontanò dall’Antico del Mondo [cioè dall’Eterno] affermando che non desiderava né Avraham né il suo Dio”. Nello stesso Midràsh è detto: “R. Yudà afferma: «Avraham nostro patriarca sollevò ira quando Lot, figlio di suo fratello, si separò da lui; il Santo Benedetto disse: ‘lui [Avraham] si accompagna a tutti e a Lot che è suo parente non si accompagna’»”.

D’altra parte, nello stesso passo midrashico un altro Maestro della Mishnà afferma: “Il Santo Benedetto si adirò [con Avraham] quando Lot andava insieme con il nostro patriarca Avraham. Il Santo Benedetto disse: «gli ho detto che ho dato questo paese alla sua discendenza e lui aggrega a se Lot figlio di suo fratello come erede; se è cosi, che vada a prendere due trovatelli dalla strada e li faccia ereditare come vuole fare con il figlio del fratello»”.

Il commento Yefè Toar al Midràsh Rabbà di R. Shemuel Yaffe Ashkenazi (Costantinopoli, 1525-1595), citato nell’opera antologica Me’am Lo’ez, racconta che in Cielo avvenne figurativamente una grande discussione tra l’Eterno e i gli angeli riguardo al comportamento di Avraham nei confronti del nipote Lot. Gli angeli sostenevano che Avraham era passibile di pena di morte perché si era accompagnato a Lot e per questo motivo la Presenza Divina [cioè la profezia] si era allontanata da Avraham per tutto il tempo in cui Lot era con lui. Nonostante ciò, quando Avraham disse a Lot di separarsi, il Santo Benedetto si adirò con lui e gli disse: “Anche se Lot è malvagio e non doveva starti a fianco, non dovevi porre una così grande separazione tra di voi dal sud al nord. Avresti dovuto tenertelo vicino e in questo modo avrebbe potuto vedere le tue buone azioni e tornare sulla retta via”. Il Me’am Lo’ez conclude che da qui si impara che bisogna avvicinare i parenti e non ignorarli anche se sono dei miserabili.

R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) nell’opera Divrè Haggadà (pp. 30-31) commenta che Lot seguì Avraham nei suoi viaggi perché sperava di diventarne l’erede. Tuttavia era certamente uno dei discepoli di Avraham, che fin da quando abitava a Charan insegnava che il mondo aveva un Creatore. Con tutto ciò Lot se ne andò ad abitare proprio a Sodoma, abbandonando il mondo spirituale di Avraham per quello materiale di Sodoma. Da qui si vede che fin dall’inizio Lot non era sincero. Per Avraham, Lot fu una grande delusione che gli fece perdere speranza di poter cambiare il mondo. Tanto è vero che quando il Re di Sodoma chiese ad Avraham di restituirgli i cittadini di Sodoma che Avraham aveva liberato insieme con Lot nella guerra contro i quattro Re, Avraham li restituì subito invece di cercare di tenerli presso di sé e di insegnare loro il monoteismo. Avraham venne criticato, perché non bisogna mai perdere la speranza di fare tornare qualcuno sulla retta strada.

R. Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) nell’opera Massoret Harav (p. 83), soffermandosi sulla decisione di Lot di andare ad abitare a Sodoma, afferma che Lot era conscio della grandezza di Avraham tuttavia non voleva seguirne l’esempio. Lot capiva che la vita di Avraham era una vita di abnegazione che richiedeva difficoltà e sacrifici. Egli amava Avraham ma in Sodoma egli vedeva un altro modo di vivere: una vita confortevole senza sacrifici. Se fosse stato differente non sarebbe andato a stabilirsi a Sodoma; andando a Sodoma mostrò invece di essere disposto a tollerare il loro stile di vita. Se Lot avesse avuto la personalità di uomo etico, avrebbe riconosciuto che non è sufficiente amare la giustizia e che bisogna anche saper condannare l’ingiustizia.

Donato Grosser


Il Questore di Roma in visita alla Comunità Ebraica

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Ieri pomeriggio il Questore di Roma Nicolò Marcello D’Angelo ha incontrato il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e il responsabile nazionale della sicurezza delle Comunità Ebraiche italiane Giacomo Zarfati. Durante l’incontro è stata ribadita la collaborazione tra la Questura di Roma e la Comunità Ebraica. La delegazione si è prolungata nel colloquio affrontando il tema dell’importanza culturale della presenza ebraica millenaria nella Capitale e ha apprezzato il continuo lavoro di informazione alla prevenzione che viene svolto durante l’anno all’interno delle classi delle Scuole Ebraiche.

“I miei migliori auguri -ha dichiarato il Presidente Riccardo Pacifici- vanno al Questore per la sua nomina nella speranza di continuare al meglio l’attività di prevenzione e di contrasto dei fenomeni criminali. Da parte nostra continueremo ad essere al fianco delle Istituzioni, come le Istituzioni sono sempre al nostro fianco”.


Beneficenza al Maxxi, raccolti 106.000 euro dalla Fondazione Toaff

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Ieri sera il Museo Maxxi di Roma ha ospitato la serata di beneficenza organizzata dalla Fondazione Elio Toaff per la cultura ebraica. Sono state battute all’asta da Sotheby’s alcune opere d’arte contemporanea (31 lotti) firmate, tra gli altri, da Giovanni Albanese, Philippe Boulakia, Jessica Carroll, Pietro D’Angelo, Marco De Logu, Sidival Fila, Giosetta Fioroni, Shay Risch, Sam Hadvatoy, Seboo Migone. Elisa Montessori, Ugo Nespolo, accanto a Fiorenzo Niccoli, David Reimondo, Roberto Schezen, Paolo Tamburella, Nico Vascellari. La raccolta fondi è stata devoluta a sostegno di tre progetti. La creazione di un archivio pubblico dedicato a Rav Elio Toaff, la ristrutturazione degli asili Elio Toaff, rinnovando, ampliando i locali con tecnologie all’avanguardia e ambienti idonei, il sostegno alla nascita di una scuola in Pakistan in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio. Tra i presenti alla serata numerosi personalità del mondo della cultura e della società civile. Ospite d’eccezione il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Presenti anche il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni. Il Presidente della Fondazione, Ermanno Tedeschi, ha spiegato: “E’ per noi un grande onore poter continuare il lavoro del Rabbino Capo Emerito Elio Toaff che da sempre ha fatto del dialogo tra i popoli il suo grande obiettivo. La serata di ieri sera, organizzata con il grande contributo di Mirella Haggiag e Vivi Buaron, ha dato modo a tutti noi di compiere atti concreti di beneficenza sulla strada del dialogo”. Le opere battute all’asta sono state tutte vendute per un ricavato complessivo di 106.000 euro che saranno devoluti ai tre progetti. “Un risultato straordinario – ha detto Tedeschi – che dimostra quanto la cultura e il dialogo siano al centro delle nostre priorità”.


Il “Violinista sul tetto” a Roma

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Locandina Roma

Il 7 Dicembre 2014 alle ore 20.30, presso il Teatro Orione a Roma, andrà in scena

“IL VIOLINISTA SUL TETTO”

Il musical, basato sui racconti di Sholem Aleichem per concessione speciale di Arnold Perl e interpretato interamente in italiano dalla compagnia genovese “Gli Amici di Jachy”, sarà l’appuntamento annuale di raccolta fondi del KKL Italia Onlus.

Parcheggio gratuito limitato.

Per info e prenotazione:

KKL Italia Onlus
tel. 06.8075653

ufficiostampa.kkl@gmail.com
www.kklitalia.it


Parashà di Nòach: Quand’è permesso il suicidio?

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Noach - ChernobylNella Torà è scritto che dopo il Diluvio “Dio benedisse Nòach (Noè) e i suoi figli e disse loro: «Prolificate e moltiplicatevi e riempite la terra [...] potrete cibarvi di ogni vivente che si muove [perché] vi ho dato tutto come se fosse verdura. Nonostante ciò non potete cibarvi della carne di una creatura mentre il sangue scorre nelle sue vene. Così pure chiederò conto del vostro sangue, della vostra vita [...]»” (Bereshìt-Genesi, 9:1-5).

R. Meir Leibush (Volinia, 1809-1979) detto Malbim dalle sue iniziali, nel suo commento alla Torà scrive che il mondo dopo il Diluvio era cambiato in modo sostanziale: “Ai tempi di Adamo il fisico umano era molto forte, la frutta non aveva ancora perso le caratteristiche nutritive originali e aveva la facoltà di fornire nutrimento all’uomo come la carne. Dopo il Diluvio queste proprietà nutritive vennero meno, l’uomo andò ad abitare in terre lontane dove il clima non era temperato come in origine ed ebbe bisogno di carne per ottenere lo stesso nutrimento dal cibo”.

R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) nel suo commento alla Torà scrive che il cambiamanto di clima avvenne durante il Diluvio, prima del quale l’asse terrestre non era inclinata e gli abitanti della terra non erano soggetti a cambiamenti di temperature stagionali.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) nel suo commento alla Torà scrive che il Creatore diede a Nòach il permesso di cibarsi di carne animale, mentre ad Adamo era stato permesso solo di cibarsi di frutta, per due motivi: se non fosse stato per Nòach il mondo sarebbe stato distrutto e Nòach si era occupato degli animali nell’arca.

Il Malbim aggiunge che prima del Diluvio gli animali erano erbivori e gli esseri umani potevano cibarsi di frutta. Ora avrebbero potuto cibarsi anche di carne purché l’animale venisse prima ucciso. Cibarsi della carne di un animale vivo tagliando un arto era ed è tuttora proibito (e fa parte anche delle sette mitzvòt dei Noachidi). Tuttavia, spiega il Malbim, anche se il Creatore ha permesso l’uccisione di animali per cibarsene, non ha permesso l’uccisione di altri essere umani e per questo è scritto “chiederò conto del vostro sangue”.

I Maestri insegnano che dal versetto “chiederò conto del vostro sangue” si impara anche la proibizione del suicidio. Infatti Rashì (Francia, 1040-1105), che cita fedelmente le fonti della Torà she-be’al pe (la tradizione orale), nel suo commento alla Torà scrive: “Nonostante vi abbia permesso di togliere la vita agli animali, chiederò conto del vostro sangue, cioè di chi versa il proprio sangue”.

Rav Ya’aqòv Farbstein nella sua recente opera Aholè Ya’aqov analizza il concetto del suicidio e in quali casi una persona che si toglie la vita è colpevole di suicidio. Infatti vi sono vari episodi nei quali coloro che si tolsero la vita non furono considerati colpevoli di suicidio. Un esempio è quello di re Shaul (Saul) durante la disfatta del’esercito d’Israele sul monte Ghilboa’ per mano dei Filistei. Quando i suoi tre figli erano già caduti in battaglia, per timore di essere torturato dai Filistei, re Shaul si buttò sulla sua spada (Shemuel I, 31:4).

R. Farbstein cita a questo proposito R. Yosef Shaul Nathansohn (Galizia austriaca, 1810-1875), che nella sua opera di responsi Shoel U-Meshiv (I:172) scrive che il motivo per cui chi si suicida non ha parte nel Mondo Futuro è che la vita è un pegno che il Creatore ha dato agli esseri umani per un periodo determinato e chi non custodisce questo pegno ha trasgredito un ordine divino. Re Shaul sarebbe morto in ogni caso per mano dei nemici e pertanto quando si tolse la vita non commise una trasgressione.

Un altro esempio è quello riportato nel trattato Ghittìn (57b) del Talmud babilonese dove si racconta che dopo la distruzione del Bet ha-Miqdàsh da parte di Tito, quattrocento ragazzi e ragazze furono presi prigionieri e trasportati in nave. Quando si accorsero che la loro sorte sarebbe stata quella di dover subire violenza carnale, le ragazze si buttarono a mare. I ragazzi dissero che se così avevano fatto le ragazze, che sarebbero state soggette a una sorte “naturale”, a maggior ragione avrebbero dovuto fare loro che sarebbero stati soggetti a violenze “contro natura” e anch’essi si buttarono a mare.

Riguardo al suicidio di questi giovani, l’autore delle Tosafòt (Ghittìn, 57b, “Qaftzu”) giustifica il suicidio, nonostante la proibizione di togliersi la vita “che può togliere solo Colui che l’ha data”, spiegando che questi giovani temevano che non sarebbero stati in grado di resistere alle torture. Da qui si impara, afferma R. Farbstein, che quando si teme di essere forzati a commettere un peccato capitale (come idolatria, versamento di sangue altrui e relazioni proibite) previa tortura è permesso togliersi la vita ed anzi è cosa meritoria.

R. Farbstein cita a questo proposito R. Yitzchaq Zeev Soloveichik (Belarus,1886-1959, Gerusalemme), Rav di Brisk, che commenta la tefillà (preghiera) “Avìnu malkènu” (Nostro Padre, Nostro Re) che si recita nei giorni da Rosh Hashanà a Kippur e nei cinque giorni di digiuno per le disgrazie del popolo d’Israele. In questa tefillà gli ashkenaziti aggiungono: “Nostro Padre, Nostro Re, fallo per coloro che furono trucidati proclamando la Tua Unità” [che diedero la vita piuttosto che convertirsi al cristianesimo trinitario] e anche “Nostro Padre, Nostro Re, fallo per coloro che andarono nell’acqua e nel fuoco per santificare il Tuo Nome”. R. Soloveitchik spiega che questa seconda implorazione si riferisce ai quattrocento giovani che si buttarono a mare e che santificarono il Nome dell’Eterno piuttosto che assoggettarsi alle sevizie dei romani.

Riguardo a loro, il Talmud cita il passo dei Tehillìm (Salmi, 44:23) dove è scritto: “Anzi per te uccisi siamo tutto giorno, siam riputati qual gregge da macello” (trad. di R. Lelio Della Torre, Vienna, Schmid, 1845).

Donato Grosser


Nuovo servizio della Deputazione Ebraica

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“Chi ti ama chiama, chi si ama chiama”. E’ il nuovo sevizio proposto dalla Deputazione Ebraica che prevede l’apertura di un Centro di Ascolto Telefonico per persone che soffrono di dipendenze da alcol, droga e gioco d’azzardo.

Il Centro di Ascolto opera nella totale riservatezza ed è attivo al numero

347 5615081

dal lunedì al mercoledì dalle 9:30 alle 18:00

e il venerdì dalle 9:00 alle 13:00.

Tale servizio mira a fornire un aiuto concreto non solo alla persona a rischio di dipendenza, ma anche ai suoi familiari che si trovano a vivere un problema difficile da gestire.


Burocrazia e Torah al Museo Ebraico

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Il Museo Ebraico di Roma e l’Assessorato alle Politiche Giovanili vi invitano a partecipare a “Burocrazia e Torah”. Dal romanzo di Alfonso Celotto “Il Dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale” una riflessione sul labirinto delle leggi e l’approccio dell’ebraismo. Martedì 28 ottobre 2014 ore 19.00. Cocktail con visita guidata al Museo. 


Una camminata silenziosa per il 16 ottobre

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Il 23 ottobre si terrà la “Camminata Silenziosa” in ricordo della retata del 16 ottobre 1943. Durante la cerimonia saranno nominati tutti i deportati romani di quel drammatico periodo. Partirà da Largo Stefano Gaj Taché per arrivare all’interno del Tempio Maggiore dove interverranno il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Elvira Di Cave e Marcello Pezzetti. Si terminerà con i canti del coro accompagnato dai ragazzi della Scuola Ebraica.


Parashà di Vezòt Haberakhà: “Il padre che non insegna Torà al figlio è come se lo seppellisse”

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La lettura annuale della Torà si conclude con la parashà che comprende le benedizioni che Moshè diede alle Tribù d’Israele. I primi cinque versetti sono l’introduzione alle benedizioni. Nel terzo versetto è scritto: “La Torà che ci ha dato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov” (Devarìm-Deuteronomio, 33:4). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive: “L’abbiamo presa e non la abbandoneremo”. Questo versetto viene citato nel trattato Sukkà (42a) del Talmud babilonese dove i Maestri insegnano: “Se un bambino [...] ha imparato a parlare, il padre gli insegna Torà e la lettura dello Shema’. Che cosa si intende per “Torà” [che il padre deve insegnare al bambino]? R. Himnuna disse: è il versetto «La Torà che ci ha insegnato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov». Riguardo alla lettura dello Shema’ si intende [che bisogna insegnare al bambino] il primo versetto [le cui parole sono: «Ascolta, Israele, l’Eterno nostro Dio, l’Eterno è unico»]”. Rav Ya’aqov Farbstein, figlio del Rosh Ha-Yeshivà della Yeshivat Hevron di Gerusalemme, nella sua opera Aholè Ya’aqov alla Torà, commentando questa parashà ha scritto un lungo saggio sulla mitzvà del padre di insegnare Torà ai figli, iniziando la trattazione proprio da questo versetto. Le citazioni che seguono prendono spunto da questo saggio. L’obbligo del padre di insegnare Torà al figlio è una delle mitzvòt della Torà, come è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (Devarìm-Deuteronomio, 11:19). Rashì nel suo commento a questo versetto scrive: “Quando il figlio è in grado di parlare insegnagli [il versetto] «La Torà che ci ha insegnato Moshè…», in modo che impari a parlare con queste parole. Da qui [i Maestri] hanno insegnato che quando un bambino è in grado di parlare il padre si esprime con lui nella lingua sacra [la lingua ebraica] e gli insegna Torà; se non lo fa è come se lo seppellisse”. R. Menachem Meiri (Francia, 1249-1315) scrive che l’obbligo d’insegnare al bambino quando ha imparato a parlare è di origine rabbinica e fa parte dell’obbligo generale di educare i figli e non rientra nella mitzvà di insegnare Torà ai figli. L’obbligo del padre di insegnare Torà ai figli inizia quando i figli raggiungono l’età di andare a scuola e sono in grado di capire quello che studiano. Nel trattato Bavà Batrà (21a) del Talmud babilonese viene insegnato che Yehoshua’ figlio di Gamla, che fu Cohen Gadol (sommo sacerdote) nel primo secolo E.V., istituì un sistema scolastico nazionale della Terra d’Israele. Questa istituzione avvenne in modo graduale. Infatti nel Talmud è scritto: “Sia ricordato per il bene Yehoshua’ figlio di Gamla perché se non fosse stato per lui la Torà sarebbe stata dimenticata da Israele. Originariamente chi aveva un padre imparava Torà da lui e chi non aveva padre non imparava la Torà. [...] Furono pertanto assunti insegnanti per i bambini a Gerusalemme, perché è scritto «Che la Torà uscirà da Zion e la parola dell’Eterno da Gerusalemme (Yeshaya’-Isaia, 2:3)». Chi aveva un padre veniva mandato da quest’ultimo [a Gerusalemme] e chi non aveva padre non vi andava. Pertanto furono assunti insegnanti per i bambini in ogni regione e li mandavano a studiare all’età di 16 o 17 anni. Tuttavia [essendo già adulti] se il maestro di adirava con loro, abbandonavano la scuola. Infine venne Yehoshua’ figlio di Gamla ed istituì che venissero assunti insegnanti per i bambini in ogni provincia e in ogni città dove mandavano i bambini a studiare all’età di sei o sette anni”. Anche R. Tzidqiyà Anav di Roma (XIII secolo E.V.), autore dell’opera Shibbolè Hallèqet (5:208), scrive che l’obbligo principale di insegnare Torà ai figli che si impara dal versetto “E le insegnerete ai vostri figli” inizia quando il bambino ha sei anni. Il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Talmud Torà, 1:1) scrive che il padre è obbligato a insegnare Torà al bambino e R. Meir Hacohen (Germania, 1230?-1298), autore del commento Hagahòt Maimoniòt al Mishnè Torà, aggiunge a nome del suo maestro R. Meir Rothenburg (Germania, 1220?-1293) che il padre può venire obbligato dalla comunità a insegnare Torà al figlio o ad assumere un insegnante. L’obbligo di insegnare Torà al figlio continua anche quando quest’ultimo raggiunge l’età di tredici anni ed è considerato adulto. Tuttavia da tredici anni in poi, se il padre non gli ha insegnato Torà, il figlio, in quanto adulto, ha l’obbligo di imparare da sé (Hilkhòt Talmud Torà, 1:3). R. Moshè Alshekh (1508-1593, Safed) nella sua opera Toràt Moshè alla Torà si sofferma sul fatto che il versetto “E metterete queste Mie parole sul vostro cuore e sulla vostra anima” (Devarìm-Deuteronomio, 11:18) precede immediatamente quello in cui è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (ibid., 11:19). R. Alshekh scrive che “è cosa risaputa [...] che ogni lezione o ammonizione fa impressione nei confronti di chi studia o di chi ascolta a seconda del livello di chi ammonisce. Se le parole di chi ammonisce vengono dal fondo del suo cuore e della sua anima penetreranno anche nel cuore di chi ascolta. Se invece quello che viene detto sono solo parole, rimarranno solo parole anche per chi ascolta e non penetreranno né nel cuore né nell’anima”. R. Alshekh conclude: “Questa introduzione servirà anche nell’educazione dei vostri figli, perché se insegnerete loro senza che queste parole siano nel vostro cuore e nella vostra anima il vostro insegnamento non avrà presa sui vostri figli. Se invece le vostre parole verranno dal profondo del vostro cuore, il vostro insegnamento entrerà così bene nel loro cuore e nella loro anima che loro stessi da soli inizieranno a parlare di esse anche senza che voi lo chiediate”.

Donato Grosser


Parashà di Bereshìt: qualche cenno sulla creazione del mondo

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“All’inizio Dio creò il cielo e la terra” (Bereshìt-Genesi, 1:1). Così inizia la Torà. R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) commenta che “All’inizio” significa l’inizio del tempo perché il tempo non esisteva prima di quel momento. R. Raphael Pelcovitz (1922-), che tradusse il commento di R. Sforno in inglese, nota che R. Sforno segue in questo il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) che nel Morè Nevuchìm (“Guida degli Smarriti”, II:30) afferma che il mondo non fu creato in un inizio temporale perché il tempo stesso è parte della creazione. Questa opinione è contraria a quella dei filosofi greci, tra i quali Aristotele, che ritenevano che il tempo esistesse prima della creazione del mondo. La dottrina dell’eternità del mondo è rifiutata dal Maimonide, il quale sostiene che nello stesso modo in cui l’Onnipotente creò il mondo dal nulla, così pure non esisteva il concetto di tempo prima della creazione. Per questo R. Sforno spiega che “Bereshìt” significa “All’inizio del tempo”, cioè nel primo istante e non in un punto del tempo distinto da quello che esisteva prima. Questa è l’idea alla quale si riferisce R. Sforno quando spiega la parola “barà” (“creò”) che significa creazione dal nulla. Il Maimonide aggiunge che il fondamento di tutta la Torà è che Dio ha creato l’universo dal nulla.

Il Maimonide elabora questo concetto in un altro capitolo del Morè Nevukhìm (II:13), dove scrive che riguardo all’argomento della creazione del mondo vi sono tre opinioni.

La prima è quella di coloro che sono fedeli agli insegnamenti di Moshè Rabbenu (il nostro maestro Moshè) che il mondo nel suo complesso, cioè ogni esistenza eccetto il Signore, è stato creato dal Signore dal nulla assoluto. Egli creò tutto dal nulla. Il tempo stesso fa parte di ciò che esiste, perché il tempo dipende dal movimento e il movimento è un effetto di qualcosa che si muove, ossia di qualcosa che è stato creato. E quando diciamo che Dio esisteva prima della creazione dell’universo, anche se la parola “esistere” apparentemente implica la nozione del tempo perché Egli esisteva in uno spazio infinito di tempo prima della creazione del mondo, non intendiamo usare la parola tempo nel suo vero significato.

La seconda opinione è quella dei filosofi, che sostengono l’impossibilità che il Creatore crei qualcosa dal nulla e che quindi esisteva una materia eterna come il Creatore.

La terza opinione è quella di Aristotele e dei suoi seguaci che un oggetto corporeo non può essere prodotto senza l’esistenza di una sostanza corporea. In questo concorda con la seconda opinione. Aristotele aggiunge che i cieli sono indistruttibili e che l’universo nella sua totalità non è mai stato differente né mai cambierà. Oltre a queste opinioni che accettano l’esistenza di Dio come Causa Prima dell’universo, vi sono anche le opinioni di coloro che non riconoscono l’esistenza di Dio ma credono che lo stato delle cose sia il risultato di combinazioni e separazioni accidentali degli elementi e che l’universo non abbia un “Dirigente”. Questa è la teoria di Epicuro e della sua scuola.

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nella derashà (sermone) Toràt Hashem Temimà (“La Torà dell’Eterno è perfetta”), dopo aver respinto le teorie dell’eternità del mondo adducendo varie prove, scrive che la Torà ci ha rivelato il mistero della creazione e che i filosofi non sanno della creazione quello che sa l’ultimo tra gli israeliti. Costui ne sa di più sulla creazione perché dalla Torà ha imparato cosa fu creato nel primo e nel secondo giorno. E se vorrà approfondire le sue conoscenze da un Maestro che conosce la tradizione, imparerà che ogni elemento della creazione è più effimero di quello che segue e che ne è un’emanazione. E che all’inizio Dio creò la materia (tohu in ebraico, hyle in greco) dal nulla assoluto, iniziando con la creazione di entità più piccole di un granello di senape, una costituente la materia prima dalla quale si sviluppò il cielo e un’altra dal quale si sviluppò la terra. Da quel momento non fu creato più nulla e il Creatore generò il resto da quello che era stato creato nel primo istante. Per questo la parola “barà” (“creò”) appare all’inizio e non è usata per il resto della creazione. È invece seguita dalle espressioni “Ci sia il firmamento”(Bereshìt, 1:6) , “Si raccolgano le acque” (ibid., 1:9), “Ci siano astri illuminanti” (ibid., 1:14). La forma delle cose create varia ma la materia è quella dell’inizio della creazione. L’uso della parola “barà” nel caso dell’uomo si riferisce alla creazione dell’anima che non appartiene né al cielo né  alla terra. E riguardo alla creazione dell’uomo è scritto che fu creato “a Nostra immagine e somiglianza” (ibid., 1:26), perché il corpo assomiglia alla terra in quanto è caduco e l’anima assomiglia al Supremo in quanto non è corporea e non è soggetta a disgregazione, come spiegò R. Yosef Qimchi (Spagna, 1105-1170, Provenza). Fin qui la spiegazione del Nachmanide.

Riguardo all’espressione “Ci sia luce”(ibid., 1:3), R. Sforno scrive che si tratta di quella luce (forse è sinonimo di “energia”) che operò nei sette giorni della creazione e che fu emanata allo scopo di generare la crescita senza il beneficio di semi. Questo fenomeno ricorrerà anche alla fine dei giorni con l’avvento del Mashìach quando, come insegnano i nostri Maestri (nel trattato Shabbàt, 30b e Kettubot, 111b del Talmud babilonese), questa luce verrà usata per far sì che “la terra produca torte e abiti di lana” senza usare sementi. A questo proposito R. Yehudà Loew detto il Maharal di Praga (Poznan, 1520-1609, Praga) scrisse che dal momento che gli esseri umani saranno tutti dei giusti, anche la Terrasanta darà i suoi frutti come all’inizio della creazione (Netzach Israel, cap. 50).

Donato Grosser