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Parashà di Tetzavè: La disonestà negli affari è simile all’idolatria

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In questa parashà viene descritta l’investitura di Aharon come Kohen Gadòl (sommo sacerdote). Nella Torà è scritto: “Avvicina a te, in mezzo agli israeliti, tuo fratello Aharon e i suoi figli con lui, perché siano miei kohanìm […]. Farai per Aharon, tuo fratello, vestimenti sacri, segno di dignità e magnificenza. Parlerai a tutti gli artigiani più esperti, che io ho riempito di uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aharon […]. Questi sono gli abiti che faranno: il pettorale e il dorsale, il manto, la tunica ricamata, il turbante e la cintura (Shemòt, 28:1-4).

R. Aharon Ben Zion Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharon fa notare che in questa lista vi sono solo sei capi di vestiario, mentre il Kohen Gadòl per esercitare le sue funzioni doveva avere anche avere un frontale d’oro e dei pantaloni. Egli spiega che il frontale d’oro non è nella lista perché non era un capo di vestiario; i pantaloni non sono nella lista perché non erano un segno di dignità e magnificenza.

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Parashà di Terumà: Chi è adatto a raccogliere le offerte per la comunità?

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Diversi commentatori della Torà si soffermano su una inconsueta espressione all’inizio della parashà: “L’Eterno parlò a Moshè dicendo: parla ai figli d’Israele che prendano per Me un’offerta…” (Shemòt, 25:1).

R. Avraham Saba’ (Castiglia, 1440-1508, Verona?) in Tzeròr Ha-Mor, scrive che nella Torà è scritto “che prendano per Me un’offerta” invece di “che diano” per insegnare che in questo mondo tutto appartiene al Padreterno. Questo concetto era stato già espresso da re David quando disse: “E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Tutto proviene da Te: noi, dopo averlo ricevuto dalla Tua mano, te l’abbiamo ridato” (2, Divrè Hayamìm, 29:14). Questo ci insegna che le offerte e la beneficienza che facciamo volontariamente al Santuario o ai poveri, non sono cose che noi diamo ma sono cose che riceviamo perché nessuno può pretendere di dare qualcosa all’Eterno a cui tutto appartiene (e che non ha bisogno di nulla). Ed è l’Eterno che da’ in pegno agli uomini le cose buone di questo mondo con il permesso di usare queste risorse per le proprie necessità a condizione che l’uomo usi tutto al servizio del Creatore e non abbia l’arroganza di dire “la mia forza e l’energia del mio braccio mi hanno procurato questa ricchezza” (Devarìm, 17:8). Chi pensa in questo modo non farà mai beneficenza.

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Haftara di Mishpatim

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Nella parasha di Mishpatim la Tora tratta l’argomento del servo ebreo. Uno dei casi in cui un ebreo diventa servo occorre quando un israelita deruba il prossimo e non e’ piu’ in grado di restituire la refurtiva. In questo caso il tribunale ne vende i servizi a un possidente che lo acquista per un prezzo sufficiente a pagare il debito e che lo mette al lavoro. Il servo lavora per un massimo di sei anni dopodiche’ deve essere lasciato libero.

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Parashà di Mishpatìm: Halakhà e probabilità

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La Torà istruisce i giudici dei tribunali (batè din) che le decisioni vanno prese a maggioranza. Nella parashà è scritto: “Non seguire una semplice maggioranza nelle sentenze punitive; e quando vi sono differenze di opinione non bisogna votare in modo che [un giudice] vada contro la propria opinione, per il fatto che i verdetti seguono sempre la maggioranza” (Shemòt, 23:2). Così traduce questo versetto R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) che chiarisce il testo facendo uso della tradizione orale.  Nel trattato Sanhedrin (2a) è infatti insegnato che quando un imputato è accusato di un crimine per il quale la sentenza può essere la pena capitale, una semplice maggioranza non è sufficiente. I batè din per questi casi (oltre duemila anni fa quando, anche se assai raramente, poteva essere comminata la pena capitale) dovevano essere composti da ventitré dayanìm (giudici): per assolvere bastava la maggioranza di uno, dodici contro undici; per condannare era invece necessaria una maggioranza di almeno due giudici. Da questo versetto si impara anche che una volta che la decisione è stata presa l’opinione di minoranza è totalmente “assorbita” in quella della maggioranza e diventa la decisione unanime del bet din.

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Parashà di Yitrò: Come si è presentato l’Eterno al Sinai

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Quando Israele fu davanti al Monte Sinai per ricevere la Torà, l’Eterno si presentò a loro con queste parole: “Io sono l’Eterno tuo Dio che ti ha tratto fuori dalla terra d’Egitto dalla casa di schiavitù” (Shemòt, 20:2).

R. Avraham ibn ‘Ezrà (Spagna, 1089-1167) nel suo commento alla Torà dedica parecchie pagine al primo dei dieci comandamenti. In un passo di stile unico egli scrive: “R. Yehudà Halevi, che riposi con onore, mi aveva chiesto perché nel presentarsi al popolo d’Israele durante la rivelazione del Sinai, l’Eterno disse «Io sono l’Eterno tuo Dio che ti ho tratto fuori dalla terra d’Egitto» e non disse «che ho fatto il cielo e la terra e Io ti ho fatto».  R. Ibn ‘Ezra rispose che tra coloro che credono nell’Eterno ci sono diversi livelli di fede. La maggior parte delle persone crede a quello che ha imparato dai loro maestri. Le persone più erudite credono sulla base di quello che hanno letto nella Torà che fu data da Dio a Moshè.

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Parashà di Beshallàkh: I tre cantici dei figli d’Israele

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R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divré Aggadà (p. 166) cita un midràsh (Shemòt Rabbà, 23:4) dove è detto: “Dal giorno in cui il Santo Benedetto creò il mondo fino a quando gli israeliti si fermarono dopo aver passato il Mar Rosso, non abbiamo trovato nessun essere umano che abbia intonato un cantico al Santo Benedetto altro che Israele. Egli creò il primo uomo e non intonò un cantico. Egli salvò Avraham dalla fornace infuocata [nella quale era stato gettato dal re Nimrod perché aveva propagandato il monoteismo] e dai [quattro] re [venuti dalla Mesopotamia che inseguì fino al nord delle terra d’Israele e sbaragliò con soli 318 uomini dopo che i re avevano sconfitto i cinque re della valle del Giordano] e non intonò un cantico. Così pure Yitzchàk [fu salvato] dal coltello [quando stava per essere sacrificato sul monte Morià] e non intonò un cantico. Anche Ya’akov [fu salvato] dall’angelo, da Esau e dagli uomini di Shekhém e non intonò un cantico.  Quando invece gli israeliti passarono il mare che si era aperto di fronte a loro [e aveva invece ingoiato l’esercito egiziano] intonarono immediatamente un cantico al Santo Benedetto, come è detto: “Allora cantò Moshè e i figli d’Israele”.

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Parashà di Bo: Per la libertà bisogna aver coraggio e saper soffrire

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A mezzanotte del quattordicesimo giorno del mese di Nissàn avvenne la morte dei primogeniti, l’ultima delle dieci piaghe d’Egitto. Gli israeliti avevano ricevuto l’ordine di prendere un agnello o un capretto il decimo giorno del mese e di sacrificarlo nel pomeriggio del quattordicesimo giorno. Questi animali erano adorati come divinità dagli egiziani; prenderli per sacrificarli era un esplicito atto di ribellione. Infatti solo pochi mesi prima il faraone aveva detto a Moshè e ad Aharon: “Andate e sacrificate al vostro Dio nel paese”. Con questo il faraone voleva dire loro che non avevano bisogno di andare nel deserto per servire l’Eterno come avevano chiesto. Moshè aveva risposto: “Non è appropriato fare così, perché noi sacrificheremo le divinità degli egiziani all’Eterno nostro Dio. E se sacrificheremo le divinità degli egiziani di fronte ai loro occhi non ci prenderanno a sassate?” (Shemòt, 8:21-22). Ora dopo mesi di piaghe, di fronte alla ribellione in massa degli israeliti, gli egiziani non reagirono.

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Parashà di Vaerà: l’ebraismo non è una religione

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L’Eterno disse a Moshè: “Parla così ai figli d’Israele [a nome Mio]: Io sono l’Eterno; vi sottrarrò dai lavori forzati dell’Egitto, vi salverò dalla loro servitù, vi libererò con braccio disteso e con severi castighi. Vi prenderò per Me quale popolo e sarò il vostro Dio. Così riconoscerete che Io sono l’Eterno Dio vostro che vi ha liberato dal giogo egiziano” (Shemòt, 6:6-7).

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Parashà di Shemòt: Il primo delatore

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Moshè fu tratto dalle acque dalla figlia del faraone che lo adottò. Egli crebbe da principe nella reggia  sapendo chi erano i suoi genitori perché era stato allattato dalla madre Yokhèved. Poi “In questo periodo di tempo avvenne che Moshè, cresciuto in età, si recò presso i suoi fratelli. Notò i loro lavori pesanti e vide un egiziano che stava per uccidere di botte un suo fratello ebreo. Volto lo sguardo intorno e visto che non c’era alcuno, uccise l’egiziano e nascose il cadavere nella sabbia. Recatosi il giorno seguente presso i suoi fratelli vide due ebrei nitzìm [litiganti che erano passati ai fatti] e rivoltosi a quello che aveva torto, gli disse: perché batti il tuo compagno?  E quegli rispose: chi ti ha delegato capo e giudice su di noi? Penseresti forse di uccidermi come hai ucciso quell’egiziano? Moshè allora ebbe paura pensando che l’incidente era diventato noto. Quando la notizia giunse al faraone si propose di uccidere Moshè. Moshè fuggì dal faraone e stette nella terra di Midian…” (Shemòt, 2:11-15).

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Parashà di Wayechì: Yosef perdonò i suoi fratelli oppure no?

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Yosef si rivelò ai suoi fratelli dicendo: “Io sono Yosef; mio padre è ancora vivo?” “I fratelli erano rimasti così spaventati che non gli poterono rispondere” (Bereshìt, 45:3). Poi Yosef cercò di calmarli dicendo loro di avvicinarsi e disse: “Non addoloratevi per avermi venduto qui; Dio mi ha mandato qui prima di voi per salvare vite, perché già da due anni c’è carestia nel paese e per altri cinque anni non vi saranno aratura e mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio, ed Egli mi ha messo qui come consigliere al faraone, direttore del suo palazzo e governatore di tutto il paese d’Egitto” (ibid., 5-8).

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