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Parashà di Beshalàch: È la memoria di ‘Amalèk che va cancellata!

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loretoLa parashà inizia con il glorioso racconto dell’uscita dall’Egitto e con il Cantico del Mare dopo l’affondamento dell’esercito e della cavalleria egiziana e termina con il racconto dell’attacco degli amaleciti a Refidìm. Per questo l’Eterno ordinò a Moshè: “Scrivi in un libro il ricordo di questo avvenimento e trasmettilo a voce a Yehoshua’ che cancellerò la memoria di ‘Amalèk di sotto il cielo” (Shemòt, 17:14).

  1. Moshè Alshekh nel suo commento Torat Moshè, citanto i Maestri, scrive che il patriarca Yitzchàk nella sua benedizione a Esaù dispose che quando i figli d’Israele avrebbero cessato di occuparsi di Torà (come avvenne a Refidìm), Esaù, cioè Edom e il suo discendente ‘Amalèk, sarebbero stati la verga che avrebbe bastonato Israele. Quando viene a mancare la voce di Ya’akov che studia Torà, allora sorge la spada di Esaù.

Rashì nel suo commento alla Torà spiega che l’Eterno ordinò a Moshè di scrivere che ‘Amalèk fu il primo nemico che venne a fare guerra ad Israele e per questo doveva istruire Yehoshua’, colui che avrebbe condotto il popolo nella Terra Promessa, di dare ordine a Israele di punire ‘Amalèk.

Il Maimonide scrive infatti nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, 1:1) che “Israele ricevette tre mitzvòt quando entrò nella Terra: di nominare un Re […] di distruggere la progenie di ’Amalèk […] e di costruire il Santuario”. Il primo Re fu Shaul e dopo aver difeso il popolo dagli attacchi degli Ammoniti e dei Filistei, il navì Shemuel gli disse: “L’Eterno mi ha mandato a nominarti Re sul Suo popolo d’Israele ed ora ascolta le parole dell’Eterno: così ha detto l’Eterno delle schiere, ho considerato quello che ‘Amalèk ha fatto ad Israele quando gli si oppose nella via quando usciva dall’Egitto. Ora va e combatti contro ‘Amalèk e distruggerai tutto quello che ha e non avrai misericordia di lui” (Shemuel I, 15:1-3).

Rav Joseph Dov Soloveichik nel commento Messorat Harav (pp. 140-3) scrive che ‘Amalèk è il nemico di tutti gli uomini e gode nel causare miseria e portare distruzione. Tuttavia ‘Amalèk ha una predilizione speciale per farlo con gli ebrei e odia gli ebrei più di ogni altro. L’odio per gli ebrei è l’occupazione principale di ‘Amalèk, indipendentemente da quale sia la sua ideologia (socialista o capitalista, fascista, progressista o reazionaria, agnostica o clericale). La storia di ‘Amalèk si ripetè in Persia quando gli ebrei videro che Haman li odiava e questo odio dipendeva solo dalla loro presenza. Era un odio assolutamente assurdo e irragionevole, ma era la realtà. Per Haman la migliore soluzione del problema era di eliminare Mordekhai e con lui tutto il suo popolo. In Egitto i miracoli furono così numerosi che Israele non dovette fare nulla per debellare gli egiziani. Le battaglie contro ‘Amalèk invece non furono mai condotte con miracoli evidenti. Queste battaglie dovevano essere combattute con i metodi convenzionali. Il motivo di questa differenza è che il Faraone asserviva gli israeliti solo per motivi economici. La guerra di ’Amalèk invece non è contro l’ebreo in quanto ebreo, è contro Dio stesso. Infatti quando Haman descrisse gli ebrei ad Assuero, sottolineò la loro unicità dicendo che “le loro leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo” (Ester, 3:8). Haman non odiava gli ebrei in quanto ebrei. Se fossero stati idolatri li avrebbe potuti tollerare. Egli odiava la religione ebraica, l’unicità dell’ebreo e la loro determinazione a restare attaccati alla loro fede e a osservare la Torà. Quando la battaglia è contro gli ebrei, come in Egitto, è Dio stesso che combatte; quando invece la battaglia è contro Dio, sono gli ebrei che devono combattere senza alcun intervento soprannaturale e sono loro che devono prendere l’iniziativa.

Rav Soloveitchik aggiunge che questa esperienza non è limitata agli ebrei nella Diaspora, come i sionisti laici vorrebbero far credere. È parte integrale dell’esperienza ebraica, è un’esperienza universale. Per i nostri nemici il problema dello Stato d’Israele non è solo quello dell’esistenza dello stato. Il desiderio degli arabi radicali è quello di distruggere sia lo stato sia la sua popolazione.

Rav Moshè Soloveitchik, padre di R. Yosef Dov Soloveitchik, disse che secondo la legge ebraica ogni nazione che vuole distruggere la comunità d’Israele diventa ‘Amalèk. Il versetto “una guerra per il Signore contro ‘Amalèk di generazione in generazione” (Shemòt, 17:16) enuncia il comandamento di essere pronti a far guerra contro il popolo di ‘Amalèk. Se un popolo qualunque ci vuole distruggere, è una guerra di mitzvà combattere contro di esso quando si solleva contro di noi.

Rav Shimshon Refael Hirsch nel suo commento alla Torà (ed. inglese, p. 298) scrive che quello che minaccia il futuro morale dell’umanità non è ‘Amalèk stesso, ma il ricordo di ‘Amalèk, la glorificazione della memoria o delle gesta di ‘Amalèk. Fino a quando gli annali dell’umanità glorificano gli eroi della spada, fino a quando coloro che distruggono la felicità dell’umanità non sono sepolti nell’oblio, le generazioni che seguono guarderanno con ammirazione questi infami “uomini forti” (come la “gente forte” delle cantate dei legionari in camicia nera) e la loro memoria sveglierà il desiderio di emularli in atti di violenza e di gloria. Solo quando la legge morale di Dio diventerà il solo criterio per tutti e il riconoscimento della moralità aumenterà in proporzione diretta alla grandezza degli uomini, solo allora il regno di ‘Amalek sulla terra cesserà di esistere per sempre.


Tavola rotonda: “1945-2015: Medicina e Shoah, settant’anni dopo Auschwitz”

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Giovedì 22 gennaio 2015, a partire dalle 9:15, si è riunita la tavola rotonda “1945-2015: Medicina e Shoah, settant’anni dopo Auschwitz” moderata da Fabio Gaj e Silvia Marinozzi, presso la prima clinica medica del Policlinico di Roma.
Dopo l’introduzione da parte delle autorità, il rettore dell’Università la Sapienza Eugenio Gaudio ed il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, i relatori hanno presentato i propri interventi.
Il presidente Gattegna ha sottolineato come la Shoah sia un evento storico capace di porre l’uomo di fronte a questioni di natura etica. Con essa si è avuto un ribaltamento della funzione primigenia della medicina, che da curatrice diviene fonte di esperimenti distruttivi su cavie umane.
La prima relatrice è stata la professoressa Livia Ottolenghi che ha presentato la tematica della tavola rotonda illustrando il percorso didattico adottato in Sapienza, il primo ateneo a proporre corsi di lezioni ufficiali sul connubio tra Medicina e Shoah. La prima equipe di insegnanti si è formata nel 2011 e ha visto partecipare genetisti, chirurghi, medici, storici e professori di bioetica. Nel 2013 È stata offerta per la prima volta la possibilità di conseguire un Master in Medicina e Shoah. Il tradizionale corso previsto a partire dal 2011  si è in seguito specializzato ed arricchito, potendo contare su quattro giorni di lezioni a tema. La dottoressa ha spiegato come approfondire e comprendere le origini della bioetica sia l’obiettivo principale del progetto. Ha infine concluso l’introduzione con la proposta di evitare l’utilizzo della parola “razza”, a favore di termini come “etnia” o “popolazione”.
A seguito, la relazione accompagnata da una presentazione di slides illustrate del rabbino capo di Roma Rav Riccardo Di Segni intitolata “La medicina nella Shoah: tra il bene e il male”.
Il “male” è lampante: gli esperimenti sugli uomini durante la Shoah sono stati “terrificanti”, così come definiti dallo stesso Rav.
Il Rav ha spiegato che il processo di Norimberga ha previsto anche un processo ai medici nazisti. Durante il processo è stato redatto il “Codice di Norimberga”, una codificazione dei principi della bioetica validi sino ad oggi.
La medicina positiva è invece quella che si è sviluppata per necessità all’interno dei ghetti, l’anticamera dei campi di sterminio, dove gli ebrei venivano raccolti una volta privati delle loro libertà. All’interno dei ghetti è stato infatti necessario organizzare gruppi di medici ed anche una sala parto clandestina al fine di garantire l’assistenza medica necessaria.
In queste giornate di memoria, il Rav ricorda l’importanza  della testimonianza e per questo ha raccontato un breve aneddoto sulla storia del padre, medico pediatra italiano radiato dall’albo dei medici italiani perché ebreo insieme a 130 altri colleghi, “colpevoli”, come lui, di essere, appunto, ebrei.
A seguire, la relazione del professor Antonio Pizzuti che ha ripercorso la storia della formazione dell’eugenetica, scienza sui metodi della selezione umana artificiale messi in atto dal disegno di Mendel durante la Shoah.
A seguire, Marcello Pezzetti, che ha descritto il Nazionalsocialismo come una “biocrazia” che ha convertito le ideologie bioetiche in leggi razziali. Infine, la relazione del professor Gilberto Corbellini.
La tavola rotonda ha mostrato i controversi aspetti della scabrosa tematica della medicina durante la Shoah ed i drammatici risvolti che essa ha assunto durante la seconda guerra mondiale, degenerando in esperimenti pericolosi che sono costati la vita ad inermi innocenti, disprezzati e soggetti alla più alta forma di indifferenza, quella nei confronti del valore della vita umana.

Carlotta Livoli


Parashà di Bò: Anche i figli ribelli avranno dei figli che si ribelleranno a loro

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4figliQuesta parashà descrive gli avvenimenti dopo le prime nove piaghe e le istruzioni dell’Eterno a Moshè e ad Aharon in vista dell’uscita dall’Egitto. Il capitolo inizia con le parole: “Questo mese è per voi il capo dei mesi, sarà cioè per voi il primo dei mesi dell’anno” (Shemòt, 12:2). Nei versetti che seguono vengono date istruzioni su come preparare il Korbàn Pèsach (il sacrificio pasquale), che doveva essere un agnello o un capretto da consumare dopo averlo arrostito allo spiedo nella notte seguente al quattordicesimo giorno del primo mese, il mese di Nissan. In quella notte l’Eterno avrebbe portato sull’Egitto la decima e ultima piaga, quella della morte dei primogenti degli egiziani. Le istruzioni date a Moshè e ad Aharon comprendevano diverse mitzvòt: una di queste era la mitzvà di raccontare ai figli l’avvenimento dell’uscita dall’Egitto e dei miracoli che l’Eterno fece ai figli d’Israele. Questa mitzvà doveva far sì che una volta arrivati nella Terra Promessa, le nuove generazioni non avrebbero dimenticato il grande evento dell’uscita dall’Egitto.

Nella parashà è scritto: “Quando sarete giunti alla terra che l’Eterno vi darà come ha promesso, manterrete questa ‘avodà (servizio religioso). E quando i vostri figli vi chiederanno «Cos’è questa ‘avodà per voi?», spiegherete loro che questo è il sacrificio di Pèsach in onore dell’Eterno perché passò oltre le case dei figli d’Israele quanto colpì gli egiziani e salvò le nostre dimore”(ibid., 26-27).

I Maestri nel Midràsh Yalkùt Shim’onì (208) commentano che l’espressione “e quando i vostri figli vi chiederanno“ rappresenta una cattiva notizia, perché significa che i loro discendenti dimenticheranno la Torà. Tuttavia nello stesso passo del Midràsh c’è chi dice che in questo versetto vi è l’annuncio di una buona notizia perché vedranno i loro figli e i loro nipoti.

Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) nell’opera Divrè Aggadà (p. 154) si chiede come faccia la seconda opinione ad essere una buona notizia se ci sono dei figli così poco colti che devono domandare “cos’è questa ‘avodà per voi?”. Rav Elyashiv spiega che l’Eterno ha promesso al popolo d’Israele che la Torà non verrà dimenticata dai loro discendenti e in questo versetto viene accennato che anche se vi saranno dei figli che avranno abbandonato lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt e che chiederanno “cos’è questa ‘avodà per voi?”, anche i figli di questi figli porranno la stessa domanda ai loro padri chiedendo loro perché non hanno osservato la Torà.

Rav Meir Simcha Kohen (Dvinsk, 1843-1926) nel suo commento alla Torà Meshekh Chokhmà (p. 94) osserva che la domanda “cos’è questa ‘avodà per voi?” nella Haggadà di Pèsach viene attribuita al figlio ribelle. Egli fa notare che nelle domande degli altri figli è scritto “quando tuo figlio ti chiederà dicendo”, mentre nel caso del figlio ribelle manca la parola “dicendo”. Egli fa notare che nel Midràsh Sifrì (all’inizio della parashà di Vaetchanàn) è scritto che la parola “dicendo” viene usata quando si chiede una riposta. Il figlio ribelle invece non vuole nessuna risposta. Egli parla solo per mostrare disprezzo per la tradizione dei padri.

Rav Elyashiv fa notare che una situazione nella quale i figli ribelli avranno dei figli che si ribelleranno a loro e torneranno ad osservare la Torà ebbe già luogo nel passato. I Maestri nel Midràsh (Bereshìt Rabbà, 42:3) raccontano, infatti, che quando il re Ahaz salì al trono nel regno di Yehudà, vedendosi in pericolo a causa del regno di Aram da una parte e quello dei Filistei dall’altra, credette che la soluzione fosse di rendere il suo regno uguale a quello dei popoli circostanti e fece chiudere le sinagoghe e le case di studio. Questo editto non portò i risultati sperati. Gli ebrei che erano abituati a partecipare alla tefillà nelle sinagoghe fin da bambini continuarono a pregare. E anche quando furono imprigionati per avere trasgredito il decreto reale, continuarono a pregare in prigione. Alla fine il decreto divenne nullo. Così il re Ahaz decise di lasciar pregare i vecchi e di impedire ai bambini di studiare Torà. Questa strategia ebbe successo e così sorse una generazione totalmente ignorante che a rigor di logica avrebbe dovuto essere composta da miscredenti. E invece non fu così. Ahaz ebbe come figlio Chizkiyahu e Ahaz, in quanto idolatra, tentò addirittura di sacrificarlo al Molekh facendolo passare nel fuoco (Melakhìm, II, 16:3) ma, come raccontano i Maestri nel Midràsh Yalkùt Shim’onì (42:17), la madre lo salvò.

Anche Chizkiyahu domandò al padre “cos’è questa ‘avodà per voi?” intendendo la ‘Avodà Zarà (culto idolatrico) del padre. Chizkiyahu, una volta salito al trono, cambiò totalmente la politica del padre, essendo convinto che per difendere il paese dal pericolo degli Aramei bisognasse rafforzare la coscienza ebraica con lo studio della Torà e non assimilare il paese come aveva fatto suo padre. Durante il suo regno dalla regione di Dan, all’estremo nord del paese, fino a Beersheva’, al confine meridionale, non vi erano bambini o bambine, uomini e donne che non fossero esperti nelle più difficili regole di Halakhà.

Anche oggi, conclude rav Elyashiv, abbiamo bisogno di giovani che chiedano ai padri che si erano allontanati dalla strada della Torà: “Cos’è questa ‘avodà per voi?” È ora che cessiate di rigettare la Torà e di rimanere attaccati a ideologie estranee. È arrivato il momento di far tornare il popolo d’Israele alla sua antica gloria e dire: “Me ne andrò via per tornare al mio primo marito perché stavo meglio prima di adesso” (Hoshea’, 2:9).

Donato Grosser


Il Direttore Generale De Angelis:”La Scuola Ebraica è l’eccellenza che il Governo cerca”.

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L’Assessore alle Scuole Ruth Dureghello, il Direttore Amministrativo Elio Limentani, la Direttrice della Scuola Elementare Ebraica Vittorio Polacco Milena Pavoncello, il Preside della Scuola Media Angelo Sacerdoti e del Liceo Renzo Levi Rav Benedetto Carucci, hanno accolto il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Gildo De Angelis che ha visitato la struttura che ospita le scuole. Sono stati raccontati vecchi e nuovi progetti, le modalità di studio dell’inglese e dell’ebraico. Con un giro per le classi il Direttore ha assistito a pochi minuti di lezione riuscendo a vedere alunni e insegnanti nel pieno delle loro attività ed entrando proprio nel vivo della scuola. “Posso dire che è stata una visita bellissima. Ho scoperto una realtà che non conoscevo. Una scuola, da quello che ho visto, che funziona molto bene, con degli insegnanti molto preparati che fanno determinate attività che nelle scuole statali purtroppo non ci sono. Magari avessimo tutte quelle opportunità. Magari i ragazzi che frequentano le scuole statali avessero le opportunità dei ragazzi che frequentano questa scuola. Bravi. Devo dire veramente un’eccellenza. La bella scuola o la buona scuola che noi vogliamo fare, che il Governo vuole fare, qui già c’è”. Al termine dell’incontro il Direttore ha visitato il Museo Ebraico e la Sinagoga.


“Condannati gli esponenti di Militia. Il risarcimento devoluto al reparto Oncologia del Gemelli”

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“La sentenza di condanna nei confronti degli esponenti del movimento Militia è una vittoria nella lotta all’antisemitismo, alla xenofobia e al negazionismo. Con questo atto il Tribunale di Roma  aumenta le pene già pronunciate il 26 novembre 2012, in particolare nei confronti dei leaders del movimento Maurizio Boccacci e Stefano Schiavulli. Il neofascismo, la xenofobia, l’antisemitismo anche quando è trasvestito da antisionismo e l’odio nei confronti del prossimo sono tumori da estirpare dalla nostra società. Oggi abbiamo compiuto un passo in avanti e per questo dobbiamo ringraziare il pubblico ministero Luca Tescaroli e le forze di polizia che hanno lavorato alle indagini e che ogni giorno mettono rischio la loro incolumità; ringraziamo il collegio giudicante che con il suo Presidente è riuscito a cristallizzare nella sua sentenza l’opera criminale dei condannati; come ringraziamo il nostro avvocato che coraggiosamente ha difeso la Comunità Ebraica di Roma parte civile nel processo. Siamo a una settimana dal Giorno della Memoria e dal Tribunale penale di Roma si alza un grido di verità contro chi propaga odio in Italia, contro tutti quelli che si adoperano nel negazionismo della Shoah.  Questa sentenza da una parte ci aiuta a fare Giustizia ma dall’altra ci insegna quanto ancora l’Italia debba lavorare per fare i conti con i rigurgiti del fascismo e dell’intolleranza. Anche per questo ribadiamo la necessità di una legge sul negazionismo della Shoah che possa debellare quella feccia che tenta non solo di offendere la Memoria ma anche di portare avanti la disumana opera del nazismo. Con questo processo la Comunità Ebraica di Roma sarà risarcita con 7.128,00 euro, una cifra simbolica per ricordare le 7.128 vittime della Shoah italiana. I soldi del risarcimento saranno devoluti al reparto oncologico del Policlinico Gemelli di Roma”.

Lo comunica la Comunità Ebraica di Roma.


Roma Capitale in visita alla Roma Ebraica

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Questa mattina una delegazione in rappresentanza di Roma Capitale si è recata in visita nel quartiere ebraico a seguito dei fatti terribili che hanno coinvolto Parigi con ripercussioni sulla sicurezza dei luoghi ebraici di Roma, prontamente rafforzati dalle forze dell’ordine. Ad accogliere la delegazione guidata dal Presidente dell’Assemblea Capitolina Valeria Baglio c’erano il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, e gli assessori della Cer, Ruben Della Rocca, Elvira Di Cave, Giordana Moscati, Jack Luzon e Ruth Dureghello. La delegazione del Comune era invece composta da: Valeria Baglio, Gemma Azuni, Gianluigi De Palo, Sabrina Alfonsi, Paolo Masini,  Cristina Maltese, Sara Lilli, Alessia Salmonì,  Daniela Scocciolini, Maria Olino.

Il gruppo, dopo essersi incontrato davanti al largo pedonale in via del  Portico d’Ottavia ha percorso le strade della Roma Ebraica in questi giorni interessate dalle misure di sicurezza. Davanti alla Sinagoga Maggiore e alla lapide in ricordo del piccolo Stefano Gaj Taché ucciso nell’attentato del 9 ottobre del 1982, il Rabbino Capo Di Segni ha ricordato: “noi ebrei romani siamo stati già feriti in passato dal terrorismo e viviamo in una condizione di attenzione a ciò che ci accade intorno da molti anni ma non è il caso di parlare di paura. Questi ultimi fatti di Parigi hanno di sicuro reso più conoscenti tutti anche chi non è ebreo”. Pacifici ha guidato la delegazione dentro il Museo Ebraico dove si è intrattenuto nel racconto del grande contributo ebraico dato alla storia della città. Poi, assieme alla presidente Baglio, ha ripercorso il Portico d’Ottavia lungo l’area da poco chiusa al traffico, fino a chiudere la visita dentro la scuola ebraica.

“La storia tra Roma e Gerusalemme e tra Roma e la Comunità Ebraica di Roma – ha detto la Presidente Valeria Baglio – ha radici antiche e profonde. La nostra amicizia e la comune solidarietà ci ha fatto superare tantissimi eventi da ultimo la barbarie nazifascista. La visita di oggi della Presidenza dell’Assemblea Capitolina condivisa dagli assessori di Roma Capitale, dai consiglieri comunali e dai Presidenti dei Municipi è il segnale giusto che la città è unica e solidale. Oggi ci siamo voluti incontrare davanti al mitico bar “Totò” che, rappresenta il cuore della vita intorno al Portico d’Ottavia, un quartiere bellissimo da visitare, sicuro e dove si respira l’aria della vera Roma. Sono da poco Presidente dell’Assemblea Capitolina e credo, d’interpretare anche il volere di tutta l’Amministrazione rafforzando il gemellaggio ideale tra Roma e Gerusalemme dando vita nel corso dell’anno ad una serie d’iniziative. Per noi tutti oggi è una giornata particolare che vuole testimoniare la continuità del nostro vivere comune solidale e di sincera e vera amicizia. Abbiamo deciso di concludere la nostra giornata “romana” andando ad accogliere all’uscita di scuola i ragazzi della scuola elementare che rappresenteranno il futuro della nostra Roma ideale fatta di allegria, spontaneità e voglia di vivere con passione il nostro futuro”, ha concluso la Baglio.


Parashà di Vaerà: che cosa ebbero in comune Moshè e il re David?

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Midrash Rabbot Amsterdam

In questa parashà la Torà presenta Moshè e Aharon come gli inviati ufficiali dell’Eterno nella missione di fare uscire i figli Israele dall’Egitto. Nel fare questa presentazione viene elencato l’albero genealogico di Moshè e di Aharon iniziando da Levì che fu il capostipite dell’omonima tribù. Non è però facile capire per quale motivo l’albero genealogico della tribù di Levì venga preceduto dall’elenco dei capostipiti delle tribù di Reuven e di Shim’on.

Nella Torà è infatti scritto:

“L’Eterno parlò con Moshè e Aharon e diede loro ordini riguardo ai figli d’Israele e riguardo al Faraone, re d’Egitto, per fare uscire i figli d’Israele dall’Egitto. Questi sono i capi dei casati: i figli di Reuven, primogenito di Israel, erano Chanokh, Falu, Chetzron e Karmi; queste erano le famiglie di Reuven. E i figli di Shim’on erano Yemuel, Yamin, Ohad, Yakhin e Tzochar figlio della canaanita; queste erano le famiglie di Shim’on. E questi sono i nomi dei figli di Levì con le loro generazioni: Gershon, Kehat e Merari. E Levì visse cento trentasette anni” (Shemòt, 6:14-16).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento alla Torà risponde a questa domanda scrivendo: “Dal momento che [la Torà] doveva elencare l’albero genealogico della tribù di Levì fino a Moshè e Aharon, iniziò a elencarli, generazione per generazione, iniziando da Reuven”. Rashì, citando il Midràsh Pesiktà, aggiunge che “dal momento che [sul letto di morte] il nostro patriarca Ya’akov aveva criticato aspramente questi tre [figli che divennero capi delle omonime] tribù, la Scrittura li ha elencati in questo passo da soli [senza le altre tribù] per insegnare che sono importanti”.

R. Avraham Saba’ (Spagna, 1440-1508, Verona?), uno degli esuli dalla Spagna, nel suo commento alla Torà Tzeròr Hamòr dedica due pagine a questo passo per spiegare perché per presentare Moshè e Aharon la Torà abbia iniziato da Reuven e Shim’on citandone i principali discendenti. Egli cita il Midràsh Rabbà (Shir Ha-Shirim, 4:7) dove viene chiesto perché non sono stati elencati gli alberi genealogici di tutte le tribù.

Nello stesso Midràsh viene spiegato che il motivo per il quale vengono elencate in questo passo della Torà solo le tribù di Reuven, Shim’on e Levì è che queste furono le tribù che ebbero la leadership del popolo d’Israele durante la loro permanenza in Egitto. Dopo la morte di Reuven fu Shim’on ad assumere la leadership e dopo la morte di quest’ultimo la guida passò a Levì, che visse più a lungo di tutti i figli di Ya’akov. Il motivo per cui dopo la morte di Yosef la leadership dei figli d’Israele fu assunta da queste tre tribù è che Ya’akov diede benedizioni a tutte le tribù ad eccezione di Reuven, Shim’on e Levì, i quali ricevettero invece gli aspri ammonimenti del padre. Essi ascoltarono, tacquero e accettarono gli ammonimenti. Come ricompensa per questo loro comportamento essi meritarono la leadership dei figli d’Israele in Egitto e questo è il motivo per cui vengono elencati solo gli alberi genealogici di queste tre tribù e non delle altre nove.

R. Saba’ aggiunge che la spiegazione più semplice è che il motivo per cui la Torà ha citato solo queste tre tribù e omesso tutte le altre è per sottolineare la superiorità di Moshè e di Aharon, che furono scelti dall’Eterno come leader del popolo d’Israele e non divennero i leader per un gioco del destino. L’Eterno volle mostrare al popolo d’Israele di aver esaminato con lume divino i pensieri reconditi d’Israele e di non aver trovato persone più degne di Moshè e di Aharon. Lo stesso avvenne quando l’Eterno volle che David fosse unto, cioè nominato Re, e disse al profeta Shemuel di andare da Yishai, padre di David, “perché ho visto il Re tra uno dei suoi figli” (Shemuel I, 16:1).

Tutto questo fu fatto affinché, quando David fu nominato Re, il popolo d’Israele non dicesse che la scelta era stata casuale. Il profeta Shemuel chiese a Yishai di presentare uno dopo l’altro i suoi figli. Quando gli fu presentato il primogenito Eliyav, alto e di bella presenza, Shemuel pensò che questo fosse il prescelto. L’Eterno gli disse invece: “Non guardare il suo aspetto e la sua altezza perché l’ho scartato, perché [l’Eterno] non guarda ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, l’Eterno il cuore” (ibid., 16:7). Alla fine fu presentato David, che accudiva il gregge ed era il più giovane, e l’Eterno disse a Shemuel: “Alzati e ungilo perché è proprio lui” (ibid., 16:12). Per questo motivo i Maestri dissero che Yishai e i suoi figli esclamarono a quel punto: “Questa è opera dell’Eterno ed è cosa meravigliosa ai nostri occhi” (Tehillìm, 118:23).

Rav Saba’ aggiunge che Moshè e Aharon furono scelti come leader del popolo d’Israele perché non vi erano in tutto il popolo delle persone di uguale livello per sapienza, doti personali, energia e forza profetica. La ricerca dei leader iniziò da Reuven e, non trovando la persona adatta in questa tribù, proseguì con la tribù di Shim’on. Non trovando il leader nella tribù di Shim’on, la ricerca proseguì con quella di Levì dove vi erano Moshè e Aharon. Ed essi, come sarebbe avvenuto oltre quattrocento anni più tardi con il re David, assunsero la leadership perché l’Eterno aveva scelto i migliori.

Donato Grosser


Pacifici: “Napolitano ha valorizzato le minoranze nel Paese”

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“Da italiani ringraziamo il Presidente della Repubblica per il suo immenso lavoro svolto nel primo e nel secondo mandato che oggi ha deciso di interrompere. Giorgio Napolitano ha rappresentato per la nostra Comunità la garanzia che tutte le minoranze non solo hanno pari dignità e diritti nel nostro Paese ma devono essere valorizzate divenendo la vera ricchezza per la collettività. Non scorderemo mai il suo impegno nelle celebrazioni del Giorno della Memoria, che in questi anni abbiamo solennemente svolto al Quirinale trasmettendo alle nuove generazioni i più alti valori. Come non dimenticheremo la presenza del Capo dello Stato al Tempio Maggiore di Roma in occasione del Settantesimo anniversario della razzia del 16 ottobre 1943, o la sua visita nello stesso Tempio in memoria dei 30 anni dall’attentato del 9 ottobre 1982 in cui venne assassinato da un commando palestinese il piccolo Stefano Gaj Taché. Dei memorabili discorsi del Presidente della Repubblica conserviamo nel cuore il suo coraggioso ‘no all’antisemitismo anche quando si traveste da antisionismo’. Per questo e molto altro esprimiamo, io con tutta la Comunità Ebraica di Roma, i più sinceri ringraziamenti con l’impegno di essere al suo fianco ancor più di prima oggi che si sveste dalla carica di Presidente della Repubblica”.

Lo dichiara in una nota il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici


Cerimonia di investitura di Rav Roberto Di Veroli

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Ieri mattina al Tempio Maggiore di Roma è stata celebrata l’investitura a “Chakham” (titolo corrispondente alla laurea rabbinica) di Roberto Di Veroli, che già in passato ha conseguito il titolo di “Maskil” (corrispondente al diploma rabbinico). Roberto, nato nel 1979, ha anche titolo di Shochèt (macellatore rituale) e di Sofèr (scriba). Alla cerimonia erano presenti il Presidente della Comunità Ebraica, Riccardo Pacifici, e i ragazzi della Scuola Ebraica. Il Rabbino Capo di Roma ha spiegato come “in questo momento Roberto ha raggiunto un traguardo, ma questo traguardo non è la fine della corsa: è soltanto un gradino in una strada in continua salita”. “Il nostro augurio è che Roberto possa continuare a salire, e che Roberto possa dare a questa sua Comunità tutto ciò che ha imparato, e che continua a imparare”, ha concluso il Rav invitando Roberto sulla Tevà (altare) per ricevere la Berachà (benedizione) di fronte a una schiera di Rabbini romani.

Di seguito il discorso di Rav Roberto Di Veroli.

“Questo Devar Torà (discorso sulla Torà) è dedicato alla memoria dei nostri fratelli uccisi in Francia dalla furia islamista; che il loro ricordo sia in benedizione. In queste settimane leggiamo nel libro dell’Esodo che il popolo di Israele era schiavo in Egitto. La Torah ci specifica che loro avevano un tipo particolare di schiavitù: dovevano costruire i mattoni (Es. 1: 14). Se la Torà è “Torà di vita”, allora dobbiamo trarre un insegnamento attuale da qualsiasi cosa in essa scritto. Ora la mia domanda è: perché ci viene specificato che dovevano fare questo particolare tipo di lavoro? A questo proposito c’è un commento geniale dell’ultimo Rebbe (Rabbino) di Lubavitch (in Liqutè Sichòt 6, pag. 13): nel momento in cui siamo stati liberati dalla schiavitù del Faraone, non siamo liberi nel senso che possiamo fare quello che vogliamo, ma siamo passati ad essere schiavi del Signore. Quindi noi ancora oggi dobbiamo continuare a costruire i mattoni, così come abbiamo fatto in Egitto,  solo che li costruiamo per il Signore.  E che cosa vuol dire “fare i mattoni”? C’è una differenza tra una pietra e un mattone: una pietra è qualcosa che si trova già in natura così com’è, mentre i mattoni sono opera dell’uomo.  Infatti per poter fare i mattoni c’era  bisogno di un particolare procedimento: venivano fatti usando  la paglia insieme ad altri materiali,  ed infine  venivano messi nella fornace. E la Torà ci specifica che questo era un lavoro molto duro (in ebraico:  “avodà qashà”, “avodàt pàrekh”). Quindi per noi oggi “fare i mattoni” vuol dire prendere dei semplici materiali come la paglia, e farla diventare mattone; ovvero significa: innalzare la materialità, e migliorare la nostra società circostante. Se una persona migliora o fa aumentare il livello di qualcun altro, sta “facendo un mattone”. In questo senso “fare i mattoni” assomiglia al lavoro di un insegnante, in quanto questo prende un ragazzo che all’inizio della sua carriera scolastica è come paglia, e lo fa diventare mattone. E questo per me è un grande spunto per poter ringraziare tutte le persone che da quando ero giovane, ed ero paglia, hanno contato su di me, e mi hanno fatto crescere fino a diventare mattone. Sarebbe stato molto facile dire:  “questo ragazzo è paglia, e non serve a niente”, mentre è difficilissimo (avodà qashà) prendere un ragazzo che è paglia, e farlo diventare mattone. E così ringrazio tutte le istituzioni ebraiche, come la scuola e il Collegio Rabbinico che mi hanno portato avanti. E ringrazio soprattutto mio padre e mia madre che hanno puntato su di me, ed hanno investito molto, facendomi studiare in Italia e all’estero. Così ringrazio mia sorella e mio cognato, che mi hanno dato sempre molti consigli, e si sono impegnati molto nel trasformarmi da paglia in mattone.  Ringrazio mia moglie,  che mi è stata vicina in scelte molto difficili, come ad esempio quando sono dovuto partire per praticare la shechità (macellazione rituale ebraica) in Argentina, dall’altra parte del mondo. Inoltre ringrazio il Rabbino Capo che ha puntato, e continua a puntare su di me, sia a livello di studio che lavorativo. Ringrazio il Presidente Pacifici, perché è lui che porta avanti queste istituzioni, e cerca di migliorarle continuamente. Ringrazio il coordinatore del Collegio Rabbinico Rav Gianfranco Di Segni.  E ringrazio tutti voi. Il mio augurio è che tutti quanti voi possiate meritare di fare con il prossimo quello che gli altri hanno fatto con me, prendendo persone che sono paglia, e facendole diventare mattone”.


Samy e Selma Modiano oggi sposi

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IMG_0502IMG_0468IMG_0494Una cerimonia straordinaria. Commovente. Che ha coinvolto tutta la Comunità Ebraica di Roma. Samy e Selma Modiano questa mattina si sono sposati di nuovo nel Tempio Maggiore di Roma nel giorno del loro 57° anniversario di matrimonio. Ad accoglierli dentro la Sinagoga il Rabbino Capo e il Presidente della Cer assieme a centinaia di appartenenti alla Comunità.

Samy e Selma non lo sapevano. E’ stata una sorpresa. Avevano organizzato tutto da settimane i giovani volontari della Cer capitanati in questa occasione da Daniel Di Porto che, silenziosamente, aveva iniziato a far circolare la voce nei social network e con un fittissimo passaparola. E proprio Daniel, insieme a quei volontari e alle decine di bambini della scuola elementare della Comunità ha accolto Samy e Selma davanti ai cancelli del Tempio. Alla vista di tutta quella gente i due “sposini” quasi non credevano ai loro occhi. Si sono commossi, come in lacrime era tutti quelli che gli vogliono bene. Samy ha indossato il talled ed è salito in tevà, nella parte più alta del Tempio e davanti al Rabbino Capo ha preso insieme con sua moglie la benedizione tra la commozione di tutti. Poi la festa. La gioia. Con i bambini a circondarli con canti e balli ebraici.

E’ la vita che vince. Samy, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, testimone della Memoria della Shoah per le generazioni di oggi e di domani, ha potuto vedere con Selma uno dei giorni più belli della sua vita.