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Parashà di Reè: La necessità e il costo umano di sradicare il male

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Nelle parashà è scritto: [Questo è  ciò che dovrai fare] “Se riguardo a una delle tue città che l’Eterno tuo Dio ti ha dato per abitarvi, ricevessi un rapporto che alcuni uomini scellerati tra di voi sono riusciti a sviare gli abitanti della loro città dicendo loro: “Andiamo, adoriamo altri dei per avere una nuova esperienza religiosa”. Dovrai indagare, fare un’inchiesta e interrogare per bene. Se è vero, se la cosa è esatta che una simile abominazione ha avuto luogo in mezzo a te, dovrai uccidere tutti gli abitanti di quella città a fil di spada. Distruggerai la città e tutte le proprietà […] [La città} dovrà rimanere per sempre un mucchio di rovine e non dovrà più essere ricostruita. Niente di ciò che è destinato alla distruzione dovrà rimanere in tuo possesso. L’Eterno avrà poi misericordia ti te, ritrarrà la Sua ira. Ti darà misericordia e ti moltiplicherà come ha giurato ai tuoi padri  (Devarìm, 13: 13-18). Terribile! 

Eccetto che nel Talmud babilonese (Sanhedrin, 71a), è insegnato: “R. Eli’èzer afferma: una città nella quale vi è anche una sola mezuzà non può venire condannata alla distruzione.

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Parashà di ‘Ekev: L’idolatria moderna

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La seconda porzione dello Shemà‘ appare alla fine di questa parashà ed inizia con questa parole: “Se voi ubbidirete ai miei comandamenti, che vi comando oggi, amando l’Eterno vostro Dio e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, [l’Eterno ha fatto questa promessa]: darò al vostro paese la sua pioggia al suo tempo, la pioggia autunnale e primaverile, e raccoglierete in abbondanza frumento, mosto e olio. Farò crescere foraggio nei vostri campi per il vostro bestiame e mangerete e sarete sazi. Guardate bene però che il vostro cuore non venga sedotto (iftè levavhkèm), e vi sviate servendo e prostrandovi a dei stranieri…” (Devarìm, 11:13-16).   

Rashì (Francia, 10040-1105) nel suo commento scrive: Poiché mangerete e sarete soddisfatti, guardatevi di non ribellarvi perché non ci si ribella al Santo Benedetto altro che quando si è sazi, come è scritto: “Affinché mangiando e saziandoti […] e aumentando il tuo bestiame”[…] il tuo cuore si insuperbirà e dimenticherai l’Eterno tuo Dio […]”, vi svierete e vi separerete dalla Torà e il risultato sarà che servirete divinità straniere, perché quando ci si separa dalla Torà ci si associa all’idolatria.

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Parashà di Vaetchanàn: L’educazione è creatività per eccellenza

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Il passo della Torà più conosciuto, recitato due volte al giorno e quindi facilmente imparato a memoria, è lo Shemà’ dove viene insegnato che l’Eterno è uno ed unico. In questo passo viene elencata la mitzvà di insegnare la Torà ai nostri figli con queste parole: “Queste parole che io ti comando oggi devono rimanere sul tuo cuore; insegnale ai tuoi figli e parlane con loro stando nella tua casa, camminando per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai (Devarìm, 6:6-7). R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta: “Insegnale ai tuoi figli”
Insegna loro in modo continuo e con acume perché con la continua ripetizione le ricorderete per sempre”. L’autore catalano del Sèfer Ha-Chinùkh (XIII secolo e.v.) che elenca le 613 mitzvòt della Torà scrive: “È una mitzvà prescrittiva (cioè una cosa da fare) quella di studiare la sapienza della Torà e di insegnarla” […] perché studiandola le persone conosceranno le vie dell’Eterno senza le quali rimarrebbero senza conoscenza e senza comprensione e considerati alla stregua di animali…”. (Si sente l’eco di queste parole nelle rime dantesche scritte qualche decennio più tardi: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento, citando i maestri nel Midrash Sifrè, scrive: “Ai tuoi figli” significa “ai tuoi discepoli”; infatti troviamo che i discepoli vengono chiamati ovunque “figli”, come per esempio “voi siete figli dell’Eterno vostro Dio”; in modo analogo il maestro viene chiamato “padre”, come è detto riguardo al navì (profeta) Elia che venne
chiamato dal suo discepolo Elishà’ (Eliseo) “Padre mio, padre mio, carro d’Israele e suo cavaliere” (I Melakhìm, 2:12). Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Talmud Torà, 1:2)
scrive che è obbligo insegnare Torà ai figli, ai nipoti e anche ai figli degli altri perché appunto quando la Torà usa la parola “figli” intende anche i discepoli. I figli tuttavia hanno la precedenza nei confronti dei nipoti e dei figli degli altri. R. Moshè Feinstein (Belarus, 1895-1986, New York) in Daràsh Moshè si domanda per
quale motivo la Torà usa la parola “padre” per definire il maestro. A questo proposito egli cita il Talmud babilonese (Trattato Bavà Metzià, 33a) dove è insegnato che il grado del maestro di Torà è superiore a quello del padre “perché il padre lo ha portato a questo mondo, mentre il maestro che gli insegnato la sapienza [della Torà] gli ha aperto il mondo futuro”. Se il maestro è più importante del padre, per quale motivo viene chiamato “padre” e non “maestro”? R. Feinstein spiega che il padre conferisce naturalmente al figlio bellezza, forza, ricchezza e
intelligenza. La Torà ci insegna che il maestro deve far si che i suoi discepoli diventino come lui, in modo analogo come avviene tra padre e figlio, solo che in questo caso il maestro deve influenzare il carattere e il comportamento dei discepoli. Rav Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993) in Mesoras Harav (Devarìm, p. 57)
scrive che l’educazione è “creatività per eccellenza”. Con l’educazione un bambino “senza forma e senza direzione” viene trasformato in un saggio di Torà. Un bambino senza disciplina e senza identità, un mondo vuoto e desolato (tohu va-vohu), viene gradualmente trasformato in una personalità spirituale. Introducendo un bambino ai racconti di Avrahàm e di Sara e poi man mano alle trattazioni talmudiche si foggia un’anima, e non vi è opera di creazione superiore a questa. L’educazione di Torà è la dimensione spirituale della paternità, ed è simile alla creazione divina perché anche l’Eterno è chiamato “L’insegnante del Suo popolo Israele”.

Donato Grosser


Parashà di Mass’è: La mitzvà di risiedere in Eretz Israel

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La parashà di Mass’è è l’ultima del Sèfer Bemidbàr (Numeri). In essa è scritto che l’Eterno comandò agli israeliti di cacciare gli abitanti della terra di Cana’an, di prenderne possesso e di insediarsi in essa con queste parole: “L’Eterno parlò con Moshè nella pianura di Moav vicino al [fiume] Giordano in prossimità [della città] di Gerico dicendo: Parla con i figli d’Israele e dì loro che quando attraverseranno il Giordano [entrando] nella terra di Cana’an dovranno scacciare tutti gli abitanti del paese davanti a loro e distruggere tutte le pietre effigiate, tutte le loro immagini di getto e tutti i loro luoghi consacrati. Dovrete scacciare gli abitanti di quella terra e abitarla voi poiché a voi ho destinato quel paese qual possesso” (Bemidbàr, 33:50-53). Shalom Haggiag in Segulat Israel (n.3, 5755) scrisse un articolo sull’argomento che riassumiamo in parte.
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) commentando l’ultimo versetto, afferma che “Risiedere nella terra e prenderne possesso è una mitzvà prescrittiva, perché [gli israeliti] non devono disprezzare quello che il Signore ha dato loro. E se venisse loro in mente di conquistare la terra di Shin’ar o l’Assiria o altre terre per risiedervi, trasgredirebbero la mitzvà del Signore […] e non dobbiamo lasciare la terra [d’Israele] nelle mani dei canaaniti o di altri in nessuna generazione […] perciò è una mitzvà prescrittiva per [tutte] le generazioni e ognuno di noi è obbligato [a metter in atto questa mitzvà] persino durante [il periodo del] l’esilio come è noto da molti passi del Talmud…”. Va notato tuttavia che il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Sèfer Ha-Mitzvòt, che elenca tutte le 613 mitzvòt della Torà, non include la mitzvà di risiedere in Eretz Israel nel conto. Tuttavia nel Mishnè Torà, che è la sua grande opera di halakhà, egli scrive: “Bisogna sempre [cercare] di abitare in Èretz Israel, perfino in una città abitata da una maggioranza di gentili piuttosto che abitare al di fuori della terra [d’Israele] perfino in una città abitata da una maggioranza di israeliti […] e come è proibito uscire dalla terra [d’Israele] per andare in altri
paesi, così pure è proibito uscire dalla Babilonia per andare in altri paesi […] (Hilkhòt Melakhìm, 5:12). Il Maimonide permette di uscire da Eretz Israel solo per sposarsi, per studiare Torà, per recuperare dei debiti dai gentili e scopo di affari. I commentatori del Maimonide hanno offerto varie spiegazioni alla mancata inclusione di questa mitzvà nel conto delle 613 mitzvòt della Torà. R. Yitzchàk Leon ibn Tzur (Spagna, XVI secolo e.v) che fu rav ad Ancona tra gli anni 1535 e 1546, nella sua opera Meghillàt Ester, scritta in difesa del Maimonide, scrive: “La mitzvà di prendere possesso della terra e di risiedervi fu in vigore solo nei giorni di Moshè, Yehoshùa’ e
Davìd e per tutto il periodo in cui non furono esiliati. Tuttavia, una volta esiliati dalla loro terra, questa mitzvà non è in vigore per tutte le generazioni fino all’arrivo del Mashìach …”. Il tosafista R. Chayìm Kohen (Kettubòt 110b), afferma che ”al giorno d’oggi la mitzvà di risiedere in Èretz Yisrael non è in vigore per via dei pericoli del viaggio”(le crociate) e ”perché ci sono diverse mitzvòt legate alla terra d’Israele che non saremmo in grado di osservare
pienamente” Tuttavia R. Yosef di Trani (Safed, 1568-1639, Costantinopoli) detto il Maharit, e
considerato il più grande dei decisori halakhici dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna, obietta alle ultime affermazioni di R. Chayìm Kohen e scrive che la mitzvà di risiedere in Èretz Yisrael è indipendente dalle mitzvòt agricole e scrive “… la mitzvà di risiedervi vale anche oggi anche se [la terra] è desolata, come ha scritto il Nachmanide” (responsi Maharit, Y.D. II, 28). Il Maharit inoltre afferma che la seconda parte delle affermazioni di R. Chayìm Kohen è un’aggiunta apocrifa di qualche studente. Secondo il Maharit, R. Chayyìm Kohen afferma solo che la mitzvà non è in vigore quando il viaggio è pericoloso. R. Moshè Feinstein (Belarus, 1895-1886, New York) scrive che la maggior parte dei posqìm sostiene che questa mitzvà sia in vigore anche oggi: si compie una mitzvà andando ad abitare in Èretz. Non è però obbligatorio risiedervi, altrimenti il Maimonide avrebbe scritto che è proibito abitare nella Diaspora e non che è proibito uscire da Èretz Israel (Even ha-‘Èzer, I, 102).

Donato Grosser


Parashà di Pinechàs: La ricchezza non basta per mantenere l’onore

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Questa parashà è la continuazione di quella precedente dove è scritto che Pinechàs, rischiando la vita, prese l’iniziativa di uccidere Zimrì, un capo della tribù di Shim’òn e la sua amante, la principessa midianita Cozbì.
Il testo che descrive quello che avvenne inizia così: “Israele si accampò a Shittìm e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moàb. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei. Israele aderì al culto di Ba’a Pe’or e l’ira dell’Eterno si accese contro Israele […]. Mosè disse ai giudici d’Israele: Ognuno di voi uccida dei suoi uomini coloro che hanno aderito al culto di Ba’al Pe’or. Ed ecco uno degli Israeliti venne e presentò ai suoi fratelli una donna midianita, sotto gli occhi di Mosè e di tutta la comunità degli Israeliti […]. Vedendo ciò, Pinechàs figlio di El’azar, figlio del kohèn Aharon, si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la donna […]. L’Eterno disse a Mosè: Pinechàs, figlio di El’azàr, figlio del kohèn Aharòn, ha allontanato la mia ira dagli Israeliti, perché egli è stato animato dal Mio zelo fra di loro […]. Ora l’uomo d’Israele, ucciso con la donna midianita, si chiamava Zimrì, figlio di Salù, capo di un casato paterno dei simeoniti. La donna midianita uccisa, si chiamava Cozbì, figlia di Tzur, capo della gente di un casato in Midiàn” (Bemidbàr, 25-1-15).
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita il Midràsh Tanchumà dove è scritto: “Il motivo per cui il Santo Benedetto vide la necessità di menzionare la genealogia di Pinechàs, è che dopo che Zimrì fu trafitto [da Pinechàs] insieme a Cozbì le tribù dissero: guardate questo nipote di Puti [uno dei nomi di Yitrò] il nonno [materno] che aveva ingrassato vitelli alla ‘avodà zarà [idolatria] che ha ucciso un principe di una tribù d’Israele! Pertanto la Scrittura ha visto la necessità di menzionare che Pinechàs era figlio di El’azar e nipote di Aharòn” per mettere in evidenza che Pinechàs non aveva agito come un idolatra, ma con le stesse motivazioni del nonno paterno Aharòn che era un uomo di pace. Il Midràsh Tanchumà ha qualcosa da dire anche in relazione a Zimrì. Nella Torà è scritto: “E il nome dell’israelita ucciso insieme con la midianita era Zimrì figlio di Salù, il capo di un casato dei simeoniti” (Bemidbàr, 25:14). Il Midràsh afferma: “Il Santo Benedetto fa pubblicamente le lodi dei giusti, e così pure biasima pubblicamente i malvagi. Pinechàs fu lodato e Zimrì biasimato. […]. E per quale motivo è scritto “Zimrì, figlio di Salù, capo di una casato? [menzionando i suoi padri]. Perché chi danneggia la propria reputazione danneggia
anche quella della famiglia […]. Il suo antenato Shim’òn mostrò il suo zelo contro l’immoralità quando “I due figli di Ya’akòv [Shim’òn e Levi vendicarono il ratto della sorella Dina a Shekhèm]” mentre costui ha fatto il contrario.
Una simile affermazione viene fatta riguardo alla principessa midianita quando è scritto “Il nome della donna midianita uccisa era Cozbì, figlia di Tzur, capo del popolo di un casato di Midiàn” (Bemidbàr, 25:15). E tutto questo, afferma il Midràsh, per farci sapere fino a che punto arrivava l’odio dei midianiti [nei confronti degli israeliti], che furono disposti e prostituire la figlia di un re. Tzur era uno dei cinque re di Midiàn; egli era il più importante di
tutti e quando mandò la figlia a prostituirsi tutti lo seguirono. E poiché si comportò in modo vergognoso la Scrittura lo elencò al terzo posto, come è scritto: “E [gli israeliti] uccisero con il resto dei morti i re di Midiàn: Evi, Rekem, Tzur, Chur e Revà, i cinque re di Midiàn” (Bemidbàr, 1:8).
R. Shimshòn Nachmani (Modena, 1706-1778, Reggio Emilia) nel suo commento Zera’ Shimshòn si chiede per quale motivo se il re Tzur era il più importante di tutti la Scrittura lo elencò al terzo posto poiché si comportò in modo vergognoso. Se i midianiti stessi lo avessero fatto retrocedere la cosa sarebbe comprensibile, ma in effetti Tzur non aveva perso la sua posizione di primo re dei midianiti. R. Shimshòn spiega che un uomo arriva a regnare grazie a tre requisiti: se viene da famiglia reale; oppure se ha grande sapienza o una grande ricchezza come il re Assuero. Chi diventa re grazie ai suoi soldi e non per altro motivo è il meno onorato. E Tzur all’inizio primeggiava in tutto. Tuttavia quando mandò la figlia a prostituirsi perse l’onore e la sapienza e rimase re solo grazie alla sua ricchezza. Per questo la Scrittura lo elenca al terzo posto.

Donato Grosser


BEN HAMETZARIM 5778-2018 Istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

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Parashà di Balàk: Rabbi Akivà e Bar Kokhbà

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Balàk re di Moàv aveva ingaggiato inutilmente il mago Bil’àm affinché con le sue maledizioni gli levasse di torno quella che lui percepiva la minaccia degli israeliti. In effetti il popolo d’Israele, dopo avere sconfitto i potenti re Sichòn e ‘Og, non aveva nessuna intenzione di invadere il territorio dei moabiti seguendo gli ordini dell’Eterno che aveva comandato loro di rispettare i territori dei moabiti e degli ammoniti loro cugini in quanto discendenti di Lot, nipote di Avrahàm. L’Eterno non permise a Bil’àm di pronunciare maledizioni e costui poté pronunciare solo benedizioni. Nel congedarsi dal re Balàk, Bil’àm gli disse: “Ora sto per tornare al mio popolo; ebbene vieni: ti predirò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni.”

Egli pronunciò il suo oracolo e disse: ”Questa è la parola di Bil’àm figlio di Be’òr, la parola dell’uomo dall’occhio penetrante. È la parola di chi ode le parole di Dio e conosce la volontà dell’Altissimo; di chi vede la visione dell’Onnipotente, mentre cade [nel ricevere la profezia] con visione mistica. Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non nel prossimo futuro: Una stella spunterà da Ya’akòv (Giacobbe) e uno scettro sorgerà da Israele, che schiaccerà tutti i principi di Moàv e dominerà tutti i discendenti di Set. Edòm sarà demolito e il suo nemico Se’ìr verrà distrutto e Israele sarà trionfante. E da Ya’akòv verrà un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” (Bemidbàr, 24:14-19).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita la traduzione aramaica di Onkelos (I secolo e.v.) che traduce la frase “Spunterà una stella da Ya’akòv” con le parole “Sorgerà un Re da Ya’akòv”. Poi riguardo alle parole “schiaccerà tutti i principi di Moàv”, Rashì commenta che si riferisce a re Davide che sconfisse Moàv, come scritto nel libro del profeta Samuele (II Shemuèl, 8:2). Riguardo alle parole “un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” Rashì commenta che si riferisce al futuro Re d’Israele che metterà fine all’esilio.

Nel Talmud di Eretz Israel (Trattato Ta’anìt, 21a) è raccontato: “R. Shim’òn figlio di Yochài insegnò che Rabbi ‘Akivà interpretava le parole “Spunterà una stella (in ebraico kokhàv) da Ya’akòv” dicendo “Spunterà Kozivà da Ya’akòv”. R. ‘Akivà si riferiva a Shim’on bar [figlio di] Kozivà, chiamato Bar Kokhbà, figlio della stella, che nell’anno 132 e.v. iniziò la grande rivolta per liberare la terra d’Israele dal dominio romano, sostenendo che quest’ultimo era il futuro Re
menzionato nella profezia di Bil’àm. Tuttavia nella stessa pagina è scritto che un collega di R. ‘Akivà, R. Yochanàn figlio di Tortà disse a R. ‘Akivà: “‘Akivà, l’erba crescerà sulle tue guance senza che arrivi il [re] discendente di re Davide”.
La rivolta scoppiò quando l’imperatore Adriano proibì agli ebrei di eseguire le circoncisioni. Egli nominò il feroce Tinneio Rufo governatore della Giudea e intorno al 132 C.E., Adriano cominciò a stabilire una città a Gerusalemme chiamata Aelia Capitolina, il cui nome era una combinazione del suo nome Aelius e quello del dio romano Giove Capitolino, iniziando a costruire un tempio a Giove al posto del Bet Ha-Mikdàsh. All’inizio la rivolta ebbe successo con la sconfitta e la distruzione di intere legioni romane tanto che Adriano non inviò il suo solito messaggio al Senato che ”Io e il mio esercito stavamo bene”.
Il Talmud racconta che tale era la forza di Bar Kokhbà e del suo esercito che costui diceva che avrebbe vinto la guerra naturalmente senza aiuto dal Cielo purché l’Eterno non lo ostacolasse. Tuttavia dopo un lungo assedio la fortezza di Betàr venne conquistata dai romani che fecero una strage dei combattenti e degli abitanti. I maestri dissero che dopo la questa disfatta “la forza d’Israele fu stroncata”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, Cap. 11), in modo simile a Rashì, scrive che i versetti della parashà si riferiscono a re Davide a al suo discendente il re mashìach (in italiano “messia” che significa “unto”, perché la nomina dei re veniva fatta mettendo olio sulla testa). Il Maimonide aggiunge che non bisogna pensare che il futuro re messia deva fare miracoli perché R. ‘Akivà sostenne la causa del re Bar Kozivà affermando che era il re mashìach, fino a quando quest’ultimo fu ucciso per via di peccati. [Le foto allegate mostrano il diritto e il rovescio di una moneta d’argento coniata da Bar Kokhbà con le parole in ebraico corsivo “Shim’on” e “Per la liberazione di Gerusalemme”].

Donato Grosser


Parashà di Chukkàt: Perché c’è chi digiuna il venerdì della parashà di Chukkàt?

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La mishnà nel trattato Ta’anìt (4:6) elenca le cinque disgrazie che
ebbero luogo nel mese di Tammùz: “Cinque eventi (devarìm)
capitarono ai nostri padri il 17 di Tamùz. Furono rotte le prime
tavole della legge [da Moshè quando vide il vitello d’oro]; il
sacrificio quotidiano fu interrotto [durante l’assedio dei
babilonesi]; nella città [di Gerusalemme] venne aperta una breccia
[durante la guerra contro i romani]; Postumus bruciò la Torà e fu
posto un idolo nel Bet Ha-Mikdàsh.
R. Zvi Ryzman in Raz Ka-Zvi osserva che vi furono anche
eventi felici nel mese di Tamùz: Noè quando mandò il corvo e la
colomba fuori dall’arca venne a sapere che la terra aveva
cominciato a prosciugarsi dopo il Diluvio. E ancora, nel terzo
giorno del mese di Tammùz, ebbe luogo il miracolo del sole che
continuò a illuminare il giorno a Ghiv’on per permettere a
Yehoshua’ (Giosuè) di finire di sbaragliare i nemici.
Cosa hanno in comune questi eventi? R. Ryzman commenta
che gli eventi felici ebbero luogo quando gli uomini fecero il loro
dovere, mentre le disgrazie ebbero luogo quando avvenne il
contrario. La missione della colomba che venne a portare a Noè la
notizia che la terra era ritornata come prima, mise in evidenza che
Noè aveva fatto tutto quello che poteva e doveva per ricostruire a
nuovo il mondo. Lo stesso si può dire per Yehoshua’. Dopo
quaranta anni nel deserto la nuova generazione di uomini forti
fisicamente e spiritualmente, quando dovettero combattere lo
fecero senza paura, e seguendo gli ordini, continuarono a
combattere anche quando calava la sera. Quando l’uomo fa il suo
dovere, il resto viene dal Cielo.
Le disgrazie del mese di Tammùz avvennero per il motivo
contrario. La rottura delle tavole della legge avvenne perché le
moltitudini che si erano aggregate ai figli d’Israele durante l’uscita
dall’Egitto adorarono il vitello e gli israeliti non lo impedirono. La
mancanza fu quella di non prendere l’iniziativa, di agire e di
opporsi. Incidentalmente R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550,
Bologna) commenta che quando i leviti chiamati da Moshè
istituirono dei tribunali di guerra per punire i colpevoli di idolatria,
la mancanza di reazione da parte del popolo servì da espiazione
per la mancanza di azione quando i colpevoli adorarono il vitello.
La mancanza di iniziativa fu anche la causa delle altre disgrazie che
avvennero nel mese di Tammùz.
Nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 580) R. Yosef Caro (Toledo,
1488-1575, Safed) elenca i giorni nei quali per via delle disgrazie

che capitarono ai nostri antenati è opportuno (raui) digiunare. Nel
primo giorno di Nissàn morirono i [due] figli di Aharon [perchè
avevano portato degli incensieri per bruciare del profumo nel
Mishkàn, il tabernacolo mobile nel deserto, senza averne ricevuto
l’autorizzazione]; nel decimo giorno di Nissàn mori Miriàm [sorella
maggiore di di Aharòn e di Moshè] e la fonte che portava l’acqua
ai figli d’Israele [per merito di Miriàm] si prosciugò. Il ventisei del
mese mori Yehoshua’. Nel decimo giorno del mese di Yiàr morì Eli
[il kohèn gadòl quando ricevette la notizia che i suoi due figli
erano morti in guerra contro i filistei e l’aròn hakòdesh, l’arca
santa, era stata presa dai nemici]. Nel ventottesimo giorno del
mese morì il profeta, Shemuèl (Samuele). La lista prosegue fino al
settimo giorno del mese di Adàr quando mori Moshè. In pratica
oggi sono pochi coloro che usano digiunare in questi giorni.
In una nota nel commento Mishnà Berurà viene citata
l’opera Shibbolè Ha-Lèket di R. Chizkiyà Anau (1210-1280) di
Roma dove egli scrive che si digiuna anche il venerdì che precede
lo shabbàt nel quale si legge la parashà di Chukkàt , che cade nel
mese di Tammùz, “in ricordo di quello che avvenne nei nostri
giorni, per via dei nostri numerosi peccati, quando fu bruciata la
Torà nell’anno 5004 dalla creazione (1244 dell’era volgare). Il
venerdì della settimana della parashà di Chukkàt furono messi al
rogo [in Francia] ventiquattro vagoni pieni di volumi del Talmud,
di halakhòt e di aggadòt. […] E da quel giorno in poi, fu deciso che
i volontari digiunano ogni anno nel venerdì della parashà di
Chukkàt e non nel giorno del mese, come è la consuetudine negli
altri digiuni. R. Anau conclude con l’augurio che dopo queste
disgrazie l’Eterno “ci mandi il bene e le consolazioni che ha
promesso tramite i nostri profeti di fare ritornare gli esiliati nella
nostra terra”.

Donato Grosser


Parashà di Koràch: Hillèl e Shammài

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Kòrach era figlio di Yizhàr e nipote di Kehàt. Moshè e Aharon
erano figli di ‘Amràm e nipoti di Kehàt. Moshè e Kehàt erano
quindi cugini. In questa parashà è raccontato che la ribellione era
nata per via di un dissidio famigliare.
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive:
“Perché Kòrach decise di ribellarsi a Moshè?” Kòrach era invidioso
del fatto che a capo del clan del nonno Kehàt fosse stato
nominato suo cugino Elitzafàn figlio di ‘Uzièl e anche lui nipote di
Kehàt. Kòrach era amareggiato. Il nonno Kehàt aveva quattro
figli: il primogenito era ‘Amràm e i suoi figli Moshè ed Aharon
erano diventati rispettivamente Re e Kohen Gadol; il
secondogenito era Yizhàr, il terzo Chevròn e il quarto ‘Uzièl.
Kòrach riteneva che in quanto figlio del secondogenito di Kehàt
era lui che avrebbe dovuto essere nominato a capo della famiglia.
La rivolta finì in un disastro per Kòrach e per i suoi seguaci:
alcuni furono divorati dalla terra, altri morirono bruciati. In tutte
gli altri episodi nei quali gli israeliti commisero dei peccati, come
nel caso del vitello d’oro, Moshè si diede da fare per far sì che
fossero perdonati. In questo caso invece Moshè chiese all’Eterno:
“Non accettare la loro offerta. Io non ho mai preso l’asino di
nessuno di loro, né ho mai fatto male ad alcuni di essi” (Bemidbàr,
16:15).
R. Moshè Alshich (Adrianopoli, 1508-1593, Safed)
commenta che questo comportamento di Moshè viene spiegato
dalla necessità di impedire che la ribellione si propagasse. Moshè
aveva nominato Elitzafàn su ordine divino e la ribellione di Kòrach
era di fatto un rifiuto di accettare i comandamenti dell’Eterno.
Gli incensieri di rame dei ribelli furono poi usati come
rivestimento del mizbèach (altare) per essere da “Ricordo per i
figli d’Israele affinché un estraneo che non è discendente di
Aharon si avvicini a fare ardere il profumo davanti all’Eterno e non
si comporti come Kòrach e la sua gente…” (Ibid, 17:15). Questo
versetto è oggetto di diversi commenti. In ogni modo, il messaggio
è la proibizione di generare divisioni.
Nei Pirkè Avòt (Massime dei padri (5:17) i maestri
insegnano: “Ogni disputa che avvenga per fini onesti (le-shem
Shamàim) finisce col mantenersi; non così invece delle discussioni
che non avvengono per onesti fini. Quale esempio si può citare
del primo tipo? Le discussioni di Hillèl e Shammài. E del secondo
tipo? Quelle di Kòrach e di tutto il suo seguito” (Ed. R. Carabba,
1931).
R. Yoseph Colombo (Livorno, 1897-1975, Milano) che
tradusse il testo, in una sua nota scrive di Hillèl e Shammài: “Le

loro scuole avevano, in fatto di rito e di procedura religiosa,
opinioni opposte, più facilitante quella del primo, più rigorosa
l’altra; ma in ambedue con un’indiscutibile onestà di indirizzo”.
R. ‘Ovadià Bertinoro (1455-1516, Gerusalemme) nel suo
commento a questa mishnà scrive che [“finisce per mantenersi]
significa che le parti della disputa rimangono in vita e non
muoiono, come la disputa tra le scuole di Hillèl e Shammài nella
quale non morirono né i discepoli di Shammài né quelli di Hillèl. R.
Bertinoro aggiunge un altro commento: se lo scopo della
discussione è di cercare la verità, lo scopo viene raggiunto, perché
grazie alla discussione viene fuori la verità. Nel caso di Hillèl e di
Shammài la halakhà venne decisa secondo la scuola di Hillel.
Quando invece lo scopo della disputa non è per fini onesti, ma per
il desiderio di potere, lo scopo non viene raggiunto come avvenne
con Korach”.
R. Eli’ezer Nachman Foà (Reggio Emilia, m.1659) commenta
che “finisce col mantenersi” significa che all’inizio vi è discussione
e alla fine tutti si mettono d’accordo. Infatti alla fine i discepoli di
Shammài accettarono la decisione di maggioranza della scuola di
Hillèl (Talmud babilonese, Betzà, 20a). Il contrario avviene nel
caso di una disputa per fini disonesti nella quale all’inizio i ribelli
sono concordi e poi finiscono invece di litigare tra di loro.
R. Yitzchàk Berekhià Da Fano (Ferrara, 1583-1668, Lugo) nel
commento Chanòkh la-Nà’ar scrive che “finisce per mantenersi”
significa che la discussione rimane totalmente valida, perché
come insegnano i maestri nel Talmud ‘Eruvìn (13b): «Sia queste
che quelle sono parole divine»”.

Donato Grosser


Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

Dopo il recente episodio dei saluti romani di alcuni studenti di un liceo della capitale, la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello ha incontrato i ragazzi del Liceo Socrate. Scopo dell’incontro di oggi quello di intraprendere con loro un dialogo costruttivo che li sensibilizzi al tema, impegno imprescindibile affinché la memoria non venga svilita. Leggi tutto l’articolo