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Il settimo giorno di Pèsach: perché il cantico del mare?

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Nel suo commento alla Shiràt Ha-Yam (cantico del mare) che Moshè e i figli d’Israele cantarono quando uscirono dal Mar Rosso e videro che gli egiziani con la loro cavalleria erano invece affogati, R. Avraham Saba’ [Castiglia,1440-1508, Verona] nella sua opera Tzeròr Ha-Mor cita il Midràsh Tanchumà che elenca dieci occasioni nelle quali vengono menzionati dei cantici nella Torà e nelle Scritture. La prima in ordine cronologico è quella dove gli israeliti cantarono la notte prima dell’uscita dall’Egitto mentre consumavano l’agnello, il Qorbàn Pèsach, come disse il profeta Yesha’yà (30:29): “Voi innalzerete il vostro canto [quando vedrete il miracolo della distruzione dell’esercito Assiro condotto dal re Sennacheriv] come nella notte in cui celebraste la festa [di Pèsach]”. Il Cantico del Mare è al secondo posto.
R. ‘Azarià Pigo [Venezia, 1578-1647] nella sua opera Binà le-‘Ittìm (‘Et Tzet, Derùsh per il settimo giorno di Pèsach) cita un altro Midràsh (Shemòt Rabbà, 23:4) dove i Maestri dissero: “Allora Moshè cantò. Come è detto nel libro di Mishlè (Proverbi, 31:26) “Aprì la sua bocca con sapienza ed ebbe sulla sua lingua insegnamenti di bontà”. Dal giorno in cui il Santo Benedetto creò il mondo fino a quando i figli d’Israele passarono nel mare, non abbiamo trovato nessuno che abbia innalzato un cantico al Santo Benedetto all’infuori d’Israele: quando il Santo Benedetto creò il primo uomo, egli non innalzò un cantico; quando salvò Avraham dalla fornace e dai re, egli non innalzò un cantico; quando salvò Yitzchak dal coltello, egli non innalzò una cantico; quando salvò Ya’akov dall’angelo, da [suo fratello] Esau, e dagli uomini [della città] di Shekhèm, egli non innalzò un cantico. Quando Israele attraversò il mare che si spaccò davanti a loro, il popolo innalzò un canto al Santo Benedetto, come è detto “Allora cantò Mosè e i figli d’Israele”. Il Santo Benedetto disse: “Aspettavo proprio questo”.
R. Pigo si domanda cosa avesse di particolare la Shiràt Ha-Yam (il cantico del mare) dall’avere ispirato Moshè e figli d’Israele. Per rispondere a questa domanda R. Pigo premette che nei miracoli che ebbero luogo per mano dell’Eterno in Egitto vi erano due caratteristiche: le punizioni nei confronti del faraone e degli egiziani da una parte e dall’altra il beneficio che ne derivò agli israeliti. Il miracolo del Mar Rosso non era grande come quello dell’uscita dall’Egitto, ma si distinse per il fatto che la morte della cavalleria e dell’esercito egiziano nel Mar Rosso avvenne nello stesso tempo in cui gli israeliti uscivano dal mare all’asciutto.
L’importanza di questa contemporaneità viene spiegata da R. Pigo con l’ausilio di un altro Midràsh. In Wayikrà Rabbà (35:5) i Maestri citarono R. Shim’on bar Yochai che disse: “La pagnotta e il bastone scesero avviluppati insieme dal Cielo”. Qual è il significato di questo midràsh? Nei tempi antichi era diffusa la credenza secondo la quale il bene e il male non potevano originare da una stessa fonte. E proprio per questo R. Shim’on bar Yochai disse che “pagnotta e bastone erano scesi avviluppati insieme dal Cielo” allo scopo di sradicare questa errata credenza e per insegnare che sia il bene sia il male provengono da una sola fonte, dal Santo Benedetto.
Il faraone e gli egiziani erano profondamente imbevuti di questa credenza di tipo manicheista che una divinità che fa il bene non può fare il male e una che fa il male non può fare il bene. Nonostante tutti i segni e i miracoli che Moshè fece davanti al faraone su ordine dell’Eterno, il faraone rimase fermo nella sua convinzione. Egli credeva fermamente che l’Essere Supremo che aveva portato le piaghe all’Egitto non poteva fare altro che male. Per questo motivo quando Moshè, disse al faraone “Andremo con i nostri giovani e con i nostri vecchi, con i nostri figli e con le nostre figlie”, il faraone disse: “State attenti che avrete il male di fronte a voi” (Shemòt, 10:8-10). Il faraone era convinto che l’Eterno che aveva inflitto le piaghe agli egiziani poteva fare solo il male. Una volta che gli israeliti se ne fossero andati senza lasciare nessuno in Egitto, così come finora aveva fatto del male agli egiziani, da quel momento in poi avrebbe fatto del male agli Israeliti.
R. Pigo conclude affermando che il miracolo del Mar Rosso fu la dimostrazione più chiara della potenza dell’Eterno nel compiere contemporaneamente delle azioni opposte l’una con l’altra: il bene ad Israele e il male all’Egitto. Il cantico del mare non scaturì dal desiderio di ringraziare l’Eterno per il miracolo e per la loro salvezza, perché se così fosse stato, avrebbero dovuto innalzare il canto non appena usciti dall’Egitto. Il cantico del mare fu la reazione spontanea nel constatare la potenza dell’Eterno e la capacità di punire i malvagi proprio mentre salvava i perseguitati.

Donato Grosser


La mitzvà del conteggio dell’Omer

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La mitzvà di contare l’Omer (Sefiràt ha’Omer) comincia la sera del secondo giorno di Pèsach e termina alla vigilia di Shavu’òt, la festa che ricorda il Dono della Torà. Ogni sera dopo aver recitato l’apposita benedizione, si conta il giorno e la settimana esatta e, a seconda delle diverse usanze, si prosegue con il salmo 67 e altre preghiere.
Clicca le immagini per consultare online le varie versioni. Se preferisci stampare la versione cartacea, clicca ai link di seguito:

Conteggio dell'Omer: versione italiana e traslitterata

Conteggio dell’Omer: versione italiana e traslitterata

 

Conteggio dell'Omer: versione sefardita

Conteggio dell’Omer: versione sefardita

 

Conteggio dell'Omer: versione ashkenazita

Conteggio dell’Omer: versione ashkenazita


Pèsach: festa dell’educazione e del ringraziamento

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Rav Avraham Kroll (Lodz, 1910-1983, Gerusalemme) in una sua derashà chiama Pèsach “festa dell’educazione”, citando il versetto “E racconterai a tuo figlio in quel giorno (Shemòt – Esodo, 13:8). Nella Torà è scritto “Higadtà” (racconterai) dalla stessa radice della parola Haggadà (racconto), usata per il testo che leggiamo durante la sera di Pèsach. Rav Kroll scrive che l’espressione Haggadà definisce qualcosa che è “chiaro e accettato”, come “Chiedi a tuo padre e te lo racconterà (Devarìm – Deuteronomio, 32:7) e anche “Ascoltate che dirò Neghidim” (Mishlè – Proverbi, 8:6) che il commento Metzudàt David spiega “parole importanti e onorate”. Riguardo al versetto della Torà dove è scritto “E quando tuo figlio ti chiederà un domani” (Shemòt – Esodo, 13:14) Rashì (Francia, 1035-1104) spiega che “vi è un domani prossimo e vi è un domani remoto”. Questo significa che per quanto l’educazione dei figli sia l’argomento centrale della sera di Pèsach, l’obbligo dell’educazione non è limitato a una giornata all’anno. Infatti quando re Salomone scrive “Educa il giovane sulla via appropriata per lui e non se ne allontanerà neppure quando invecchierà ” (Mishlè – Proverbi, 22:6) intende dire che anche quando invecchierà non cesserà di educare se stesso.
Il Sèfer Ha-Chinùkh di autore anonimo (Barcellona, XIII secolo E.V.) che elenca e commenta le 613 mitzvòt della Torà, scrive che è mitzvà raccontare sull’argomento dell’uscita dall’Egitto durante la notte del 15 di Nissan, quando si fa il Sèder di Pèsach, e ringraziare l’Eterno per tutti i miracoli che ci ha fatto perché è scritto “E lo racconterai a tuo figlio in quel giorno”. I Maestri hanno insegnato che si deve osservare la mitzvà del racconto quando si mangia la matzà (il pane azzimo). Inoltre l’espressione “a tuo figlio” non limita l’obbligo di raccontare dell’uscita dall’Egitto solo quando vi è un figlio presente. Anche se una persona fa il Sèder di Pèsach da solo è obbligato a raccontare a se stesso dell’uscita dall’Egitto.
L’uscita dall’Egitto è una delle basi più fondamentali dell’ebraismo. Nelle berakhòt (benedizioni) e nelle tefillòt (preghiere) usiamo infatti l’espressione “ricordo dell’uscita dall’Egitto” perché questo evento nel quale l’intervento divino fu evidente a tutti è la testimonianza più chiara che nel mondo vi è un Essere Supremo che ha creato il mondo dal nulla, che ha creato le leggi della natura e che le può cambiare a volontà, operando miracoli sovrannaturali, come avvenne in Egitto.
Oltre alla mitzvà di raccontare sull’argomento dell’uscita dall’Egitto, il Sèfer Ha-Chinùkh aggiunge che durante il Sèder di Pèsach è mitzvà “ringraziare l’Eterno”. Quando esisteva il Bet Ha-Miqdàsh (Santuario di Gerusalemme), durante il Sèder di Pèsach oltre alla mitzvà di mangiare matzà (pane azzimo) e maròr (erbe amare) come facciamo al giorno d’oggi, era mitzvà mangiare matzà e maròr insieme con il Qorbàn Pèsach, la carne dell’agnello che era stato portato come offerta al Bet Ha-Miqdàsh nel pomeriggio del 14 di Nissàn.
R. Naftali Tzvi Yehudà Berlin (Belarus, 1816-1893) nel suo commento Ha’amèq Davàr (Vayiqrà, 7:13), scrive che il consumo della matzà insieme con la carne dell’agnello era simile al Qorbàn Todà, il sacrificio di ringraziamento, quando insieme con il sacrificio di un agnello venivano portati quaranta pagnotte, dieci lievitate e trenta non lievitate. Il sacrificio di ringraziamento doveva essere portato da coloro che erano scampati da un pericolo e tra questi da chi era uscito di prigione ed era tornato in libertà. Il sacrificio di ringraziamento poteva essere consumato solo nel giorno in cui veniva offerto e nella notte successiva. Per poter consumare tanto pane era necessario invitare un grande numero di persone al pranzo di ringraziamento. In questo modo colui che portava il sacrificio pubblicizzava il bene fattogli dall’Eterno raccontando le sue peripezie e come era stato salvato. In modo simile al Qorbàn Todà, l’agnello che veniva offerto di Pèsach doveva essere consumato nelle poche ore notturne del Sèder insieme a tanti altri.
Il Qorbàn Todà era accompagnato sia da pane lievitato sia non lievitato, di Pèsach invece si consuma solo pane non lievitato. R. Moshè Schreiber (Francoforte, 1762-1838, Bratislava, detto Chatàm Sofèr) osserva che il pane lievitato che non si può consumare con il sacrificio di Pèsach, veniva portato con il sacrificio della festa di Shavuòt che segue di sette settimane la festa di Pèsach e ne è il completamento. In questo modo è chiaro che il Qorbàn Pèsach, in modo simile al Qorbàn Todà sia anch’esso un’offerta di ringraziamento all’Eterno per essere stati liberati dalla servitù dell’Egitto.

Donato Grosser


Parashà di Metzorà’: La cura delle malattie dell’anima è in noi stessi

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La parashà inizia con le parole: “Questa è la legge concernente la persona affetta da tzarà’at quando sia giunto il momento della sua purificazione” (Wayikrà, 14:2). Che cos’era questa tzarà’at, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”? Si trattava di una malattia temporanea della pelle (oggi si direbbe simile alla psoriasi, una parola derivata appunto da tzarà‘at) che l’Eterno mandava a coloro che avevano commesso un grave peccato come per esempio la maldicenza. I Maestri nel Midràsh alludono a questo quando paragonano la parola metzorà’ (cosi si chiama la persona affetta da tzarà’at) alla parola “motzì shem rà” ossia calunniatore, maldicente.

​R. Eliyahu Benamozegh [Livorno, 1823-1900] nel suo commento Panìm la-Torà (1854) cita R. ‘Azarià Pigo [Venezia, 1579-1647, Rovigo] che in una delle sue derashòt (omelie) nell’opera Binà le-‘Ittìm riporta il testo di un noto Midràsh in Wayikrà Rabbà (17). Un venditore ambulante girava per le cittadine vicine alla città di Tzippori (importante centro commerciale della Galilea) e attraeva compratori gridando: “Chi vuole l’elixir di lunga vita!”. R. Yannai che si trovava sul posto gli disse di venire e di vendergli l’elixir. Il venditore gli rispose che non era un prodotto fatto per lui né per i suoi pari. Dal momento che R. Yannai insisteva, il venditore estrasse il libro dei Tehillìm (Salmi) e gli mostrò i versetti (34: 13-14) che dicono: “Chi è l’uomo desideroso della vita e brama lunghi giorni per essere felice? Preserva la lingua dal male, e le tue labbra dal pronunciare parole fraudolente”. R. Pigo spiega che il venditore ambulante era un uomo intelligente ed umile e voleva insegnare al popolo l’importanza di evitare di fare malalingua. Per questo motivo girava per le cittadine e non nei grandi centri abitati dove risiedevano molti chakhamìm (sapienti di Torà) e sarebbe stato poco appropriato da parte sua pensare di poter insegnare qualcosa in un posto dove abitavano molti sapienti. Tuttavia capitò che R. Yannai si trovava in una di queste cittadine e il venditore non volendo insegnare a R. Yannai il suo messaggio morale, con molto tatto e senza dire un parola, gli mostrò i versetti del libro dei Salmi.
​R. Pigo vuole anche spiegare il motivo della doppia espressione “Preserva la lingua dal male, e le tue labbra dal pronunciare parole fraudolente” e per quale motivo la lingua è collegata al male e le labbra alle parole fraudolente. Egli scrive che la lingua non è altro che un agente della mente e ripete quello che la mente pensa. Pertanto non è la lingua che parla ma è la mente. E per questo il salmista avverte di non usare la lingua per rivelare il male che è nei propri pensieri. E per quanto riguarda le labbra, avverte che anche quando queste non dicono nulla di male, e anzi dicono bene, bisogna stare attenti che non siano parole insincere e dette solo per fare impressione sul prossimo. Il fatto che sia la mente che parla e non la lingua, è uno degli insegnamenti di R. Israel Meir Hakohen [Belarus, 1838-1933] nella sua opera Chafètz Chayìm (“desideroso della vita”) che tratta le regole della maldicenza. I Maestri insegnano che il secondo Bet Ha-Mikdàsh fu distrutto per via di “sinàt chinàm”, odio senza motivo, e R. Israel Meir spiega che “odio senza motivo” comprende anche la maldicenza perché deriva dall’odio nella mente delle persone (cfr. Chafètz Chayìm, Ed. Morashà, Milano, 2015, p. 17). ​
​Qual è la cura per la tzarà‘at? R. Moshè Alshikh [Adrianopoli, 1508-1593, Tzefat] nel suo commento Toràt Moshè a questa parashà, scrive che l’Eterno viene a insegnarci quale sia la cura reale per le malattie dell’anima. Una persona che è affetta da un’infermità fisica deve andare da un medico per farsi curare e prescrivere le medicine appropriate. La situazione è differente quando si tratta di affezioni che arrivano a una persona per via dei suoi peccati. In questi casi non vi è medico che lo possa curare. La tzarà’at è una manifestazione esterna che affetta le persone gelose del prossimo. Nella Torà è scritto che la diagnosi della tzarà‘at può essere fatta solo dal Kohèn e così pure la dichiarazione che l’infermo è guarito. Tuttavia scrive R. Alshikh, il Kohèn non fa nulla per guarire colui che è affetto da tzarà’at. È colui che per via dei suoi peccati è stato colpito dalla malattia, e che sa quello che ha fatto meglio di ogni altro, che deve curare sé stesso facendo teshuvà (pentimento, confessione del peccato e intendimento di non commetterlo più).

Donato Grosser


Talmud, un dialogo infinito

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Dopo il clamore delle presentazioni ufficiali – e da sempre poco incline ad uscite mondane – il Talmud torna in mezzo al suo popolo e riprende a parlare la sua lingua. Una lingua antica ed essenziale che sfida il lettore, lo incalza, lo sorprende o – come spesso accade – lo lascia nel dubbio. Così che dopo ore e ore di studio arriva puntuale la domanda: “Sì, ma come finisce?”. “Non finisce” rispondono serafici i Maestri oppure, il che è peggio, “Non è importante sapere come va a finire”.
Già, perché il Talmud è una interrogazione ininterrotta, una discussione che mette in crisi i concetti tradizionali di spazio e di tempo (a volte i Maestri che dialogano appartengono ad epoche e luoghi molti distanti tra loro), un esercizio di logica ferrea ma nient’affatto sterile che solo a tratti ti concede la pausa di un rassicurante e solo all’apparenza poco impegnativo midrash.
Due secoli hanno impiegato i Maestri solo per decidere di scriverlo.
Cinque anni ha impiegato il gruppo di lavoro del progetto Talmud – all’incirca un centinaio di persone tra traduttori e revisori, redattori, grafici e informatici – per tradurre in italiano il primo dei 36 volumi che lo compongono.
“Abbiamo messo in moto un meccanismo che ha consentito a un ebraismo italiano di cui si contavano sinora solo il numero dei morti, di contare culturalmente”. Così esordisce Clelia Piperno – mente nonché direttrice del Progetto – presentando il Trattato di Rosh haShanà, ieri sera, nella gremitissima sala del tempio di via Balbo a Roma. Dello stesso tenore sono le parole della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello: “Questo incontro rappresenta un momento significativo del percorso di crescita ideologica e culturale della nostra Comunità. Torno ora da Auschwitz: loro, lì, volevano distruggere la nostra cultura. Noi, qui, vogliamo dimostrare che non ci sono riusciti. Ricordiamo i nostri morti ma siamo ebrei vivi”.
Il controcanto è immediato.
“Sapevamo da dove saremmo partiti – precisa infatti in perfetto stile talmudico Clelia Piperno – ma non sapevamo dove saremmo arrivati”.
E invece il Progetto – il primo finanziato dal Governo e dunque al di fuori delle più consuete raccolte di fondi interne alla Comunità – è arrivato lontano, tanto che, girata la boa dei cinque anni, già si prevedono due uscite all’anno. “Nel 2012 – ricorda rav Gianfranco Di Segni, coordinatore della traduzione per il Progetto e curatore del secondo volume in uscita – ci siamo rivolti a tutti. Tra Italia, Israele e Stati uniti, abbiamo contattato oltre 70 studiosi e più della metà hanno accettato. Non ci aspettavamo una simile adesione ma adesso siamo quasi pronti a pubblicare il prossimo trattato, quello di Berakhòt, e un’altra dozzina è in corso di revisione”.
Certo il lavoro è stato duro tra turnover di redattori e traduttori, sistemi editoriali sottoposti a continui aggiustamenti, riunioni organizzate di corsa senza nemmeno poter contare su di una sede. Una sfida che non ha conosciuto soste e che Clelia Piperno così sembra sintetizzare: “Questo Progetto ha avuto in me un pellegrino già camminante”.
Tace, intanto, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, presidente e curatore del Progetto. Tace seduto e come al solito un po’ in disparte, a tratti sorride ma sembra non avere occhi che per quel volume su cui ha passato instancabilmente notti e giorni. “Ma hai un’idea di cosa voglia dire tradurre il Talmud in italiano?”, pare abbia chiesto a Clelia Piperno cinque anni fa. “Vediamo – gli rispose tagliando corto lei – le idee vengono perché vengono, anche indipendentemente da noi”.
E’ oggi quell’idea è lì, di fronte al Rav, nelle mani dei tanti che affollano la sala. L’idea ha assunto le sembianze di un elegante volume edito da Giuntina e curato da Shulim Vogelmann. “Primo grande passo – dice Miriam Haiun, direttrice del Centro di Cultura che ha organizzato l’incontro – di un progetto grandioso”.
Ieri sera niente riflettori ma un’emozione palpabile. Il Talmud è tornato a casa. Spetta a Riccardo Di Segni accoglierlo. Lo fa partendo da lontano e la ricostruzione è avvincente.
La prima immagine che viene proiettata è quella di un rarissimo manoscritto del XIV sec (Trattato di Babà Qamà, 9b). Rarissimo – spiega Di Segni – perché la maggior parte dei manoscritti dell’epoca vennero bruciati a Parigi. E inconsueto perché privo del commento di Rashì. Scorrono i fotogrammi e l’incunabolo di Soncino del 1483 (Trattato di Berakhòt) è una piccola chicca. Vi compare per la prima volta la divisione del Talmud in pagine, divisione poi ripresa dalla storica edizione di Bomberg.
Passano circa quattrocento anni. Siamo a Vilna ed è il 1883. A quel testo gli studiosi si applicano da 120 anni. Un testo talmente perfetto che alla richiesta “chi trova un errore, ce lo segnali” solo in pochi risposero.
Altre immagini.
Il 900 è il secolo che apre la strada alle traduzioni. In tedesco e in inglese ma anche in versioni che ammiccano a divulgazioni più popolari.
Quella è la strada. Lo capisce bene rav Steinsaltz quando – all’inizio degli anni ’70 – stupisce tutti con una mossa rivoluzionaria introducendo nel testo la vocalizzazione e i segni di interpunzione. Per essere comprensibile a tutti gli ebrei, il Talmud va tradotto e reso fruibile in ebraico.
“E aveva ragione – scherza rav Di Segni – perché quando mancano punti interrogativi o esclamativi che facciamo? E’ una domanda o una risposta?”
Per qualcuno quell’edizione è stata un passo avanti. Per altri un passo indietro. Lo stesso, probabilmente, accadrà con l’edizione italiana.
“Tuttavia – tiene a precisare rav Di Segni – ci sono momenti in cui la cultura diventa popolare e non bisogna dimenticare che la diffusione della cultura è parte integrante dell’ebraismo”.
L’ultima immagine azzittisce la sala. E’ una targa che ricorda il rogo del Talmud avvenuto a Roma, a Campo de’ Fiori, nel 1553.
C’è scritto: “Invoca la pace per chi piange il tuo rogo”.
La pergamena brucia ma le lettere volano via. Il nostro spirito non potrà mai essere bruciato.

Iaia Vantaggiato


1986-2016: trent’anni dallo storico abbraccio tra Papa Giovanni Paolo II e Rav Toaff

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Un abbraccio lungo trent’anni quello che ha visto stringersi l’uno all’altro – il 13 aprile del 1986 – l’allora rabbino capo di Roma Elio Toaff e papa Giovanni Paolo II. Due guide spirituali che con un gesto semplice e disteso hanno aperto la strada a quel dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani che troppi inciampi avevano ostacolato. A ricordare quell’evento – e a un anno dalla scomparsa di rav Toaff – una mostra fortemente voluta, curata e allestita dalla stessa Lia Toaff: “Un gesto dovuto nei confronti di mio nonno ma anche di chi ancora crede nel dialogo”.
La mostra verrà presentata alla stampa oggi 13 aprile (ore 17.00, presso il Museo ebraico di Roma, ingresso via Catalana) e aperta al pubblico dal 14 aprile 2016 al 14 luglio 2016.
L’iniziativa nasce da un altro abbraccio, quello tra la Comunità ebraica di Roma e le Poste Italiane che si sono impegnate – nel corso del prossimo biennio – a sostenere le attività del Museo ebraico. Tra i materiali esposti spiccano del resto l’annullo filatelico speciale realizzato dalle Poste Italiane, secondo il disegno di Georges De Canino, in occasione della visita del pontefice al Tempio Maggiore di Roma, nonché un disegno a carboncino di Eva Fischer del 1986 che riproduce lo storico abbraccio.
Alla presentazione parteciperanno il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, il segretario della Commissione vaticana per i rapporti con l’ebraismo Norbert Hoffmann, il cardinale polacco Rylko e la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello: “Due grandi personaggi, certamente diversi quanto a biografie, ma accomunati dalla passione per il dialogo. Ricordarli insieme, proprio in ricorrenza della scomparsa di rav Toaff, assume per noi un grande valore simbolico. Un invito alle nuove generazioni di qualsiasi fede. Colgo, peraltro, l’occasione per ringraziare le Poste Italiane per l’impegno, la sensibilità e la fattiva disponibilità dimostrata”.  All’evento saranno presenti anche numerosi esponenti istituzionali.

Lo comunica in una nota l’Ufficio stampa della Comunità ebraica di Roma.


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Alle Giornate delle Buone Azioni 2016, il cuore grande della scuola ebraica

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raccolta

Ha lo sguardo illuminato dalla felicità, Shari Arison mentre varca la soglia del portone della scuola ebraica. Ad accoglierla festosi ci sono gli alunni che, guidati dal corpo insegnante, hanno raccolto cibo e giocattoli da donare alle associazioni di volontariato Spes e Cesv collegate alle Giornate delle Buone Azioni (Good Deed Days 2016)

Oggi è Yom Maasim Tovim, manifestazione internazionale dedicata alla solidarietà sociale, ideata ed esportata in tutto il mondo da Shari Arison, filantropa americano-israeliana, che si batte per promuovere progetti di volontariato come l’assistenza degli anziani, pulizia di spiagge e parchi, distribuzione di cibo e abiti, supporto a minori e famiglie in situazioni disagiate.

Nel cortile della scuola il clima è delle grandi occasioni: tra canti dei piccoli ed applausi, riecheggiano le parole emozionanti della dirigente scolastica Milena Pavoncello, poi i brevi ma pregnanti interventi del Presidente della Comunità Ebraica Ruth Dureghello, dell’ambasciatore di Israele Naor Gilon, di Shari Tal associazione Ruach Tovà e di Shari Arison. Ad assistere alla manifestazione il Rabbino Capo Riccardo Di Segni.

In tutti gli interventi viene ribadito l’importanza del volontariato quale elemento imprescindibile dell’identità ebraica; fare tzedakà ed osservare con animo puro le mitzvot, conduce al tikkun olam (riparazione del mondo). Con la pratica di virtù, come donare ai bisognosi, possiamo aumentare la gioia dentro di noi ed illuminare il mondo.

Fare del bene, fa bene!

Daniela Pepe Viterbo


Scopriamo il Talmud al Jewish Community Center

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“ANCHE UN VIAGGIO DI MILIONI DI PAROLE INIZIA CON UN PRIMO PASSO”

Presentazione del volume del Talmud, il Trattato di Rosh haShanà (Capodanno), tradotto in italiano.
Il primo dell’intera opera che sarà pubblicata da La Giuntina.

Uno straordinario progetto frutto del lavoro di più di cinquanta studiosi, traduttori e redattori.

La traduzione del Talmud in italiano permetterà a tutti di entrare nel cuore della tradizione ebraica approfondendone la conoscenza.


Parashà di Ki Tazria’: Il potenziale spirituale dell’uomo

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La parashà  inizia con le parole: “L’Eterno parlò a Moshè  dicendo: parla ai figli d’Israele e dì loro: «Quando una donna concepisce e partorisce un maschio sarà impura per sette giorni come nei giorni della sua mestruazione sarà impura. E nell’ottavo giorno si circonciderà il prepuzio del neonato»” (Wayikrà, 12:1-2).

  1. Avraham Leib Scheinbaum nella sua opera Peninìm la-Torà (XXIII, p. 185) osserva che mentre la parashà precedente, Sheminì, tratta le regole concernenti gli animali, insegnando quali di essi sono cascer e quali non lo sono, questa parashà inizia la trattazione delle mitzvòt che riguardano gli esseri umani.

Rashì nel suo commento cita il Midràsh  Rabbà (Wayikrà, 14) dove è detto: “R. Simlai disse: così come la creazione dell’uomo seguì quella degli animali domestici, degli animali selvatici e dei volatili, nello stesso modo gli insegnamenti che riguardano gli esseri umani seguono quelli degli animali domestici e selvatici e dei volatili. Ciò risulta dal fatto che [alla fine della parashà  precedente] è scritto “ Questo è l’insegnamento riguardante gli animali” e [in questa parashà] seguono [le parole] “ Quando una donna concepisce”.

Il fatto che gli esseri umani siano superiori agli animali richiede una spiegazione. I Maestri trattano l’argomento nel Talmud (Sanhedrin, 38a) in un passo di carattere midrashico che segue una mishnà (ibid. 37a) nella quale viene insegnato che quando dei testimoni vengono dal Bet Din (tribunale) a testimoniare in questioni nelle quali il verdetto può essere quello della pena capitale, i dayanìm (giudici) avvertono i testimoni dicendo loro: “Sappiate che le questioni di vita e di morte sono diverse da quelle monetarie. In questi ultimi casi [chi perde la causa] paga il dovuto e va via pulito; in casi di vita o di morte sono in ballo il sangue dell’accusato e quello dei suoi futuri discendenti […]. Per questo Adamo è stato creato da solo: per insegnare che uccidere un israelita è come distruggere tutto il mondo e [al contrario] salvare un israelita è come salvare un mondo intero”.

Nel passo del Talmud che segue la mishnà tra varie spiegazioni per le quali l’uomo è stato creato per ultimo, ne viene riportata una che afferma che: “Se dovesse diventare superbo, gli si potrà dire che un moscerino lo ha preceduto nella creazione”. R. Shemuel Eli’ezer Edels [Cracovia, 1555-1631] nelle sue Chiddushè Aggadòt al Talmud commenta che una piccola creatura come un moscerino è stata creata per far pagare il fio ai superbo come avvenne con l’imperare Tito che si vantava di aver sconfitto l’Eterno dopo la conquista di Gerusalemme, e un moscerino entratogli nel naso salì fino al cervello dove gli causò la morte.

  1. Scheinbaum cita R. Henoch Leibovitz [Lituania, 1918-2008] fondatore della Yeshivat Chafetz Chayim di New York, che affermava che l’uomo spesso dimentica la propria fragilità e non si rende conto che tutto il suo essere dipende dalla benevolenza divina. D’altra parte si può arguire che l’uomo è il coronamento della creazione. È stato creato per ultimo per via della sua superiorità nei confronti delle altre creature e questo sarebbe un motivo sufficiente per sentirsi “qualcuno”. Avendo ricevuto dal Creatore il dono dell’intelligenza l’uomo ha un enorme potenziale di crescita spirituale. D’altra parte è sempre un essere corporeo.

Questi due messaggi, altrettanto veri, furono parte dei motivi di due diverse scuole del movimento Mussar, fondato da R. Israel Salanter [Lituania, 1810-1883]. Da una parte vi era la Yeshivà di Slobodka nella quale si sottolineava la grandezza dell’uomo e il suo potenziale di salire ai più elevati livelli di spiritualità. In questa yeshivà R. Nosson Zvi Finkel [Lituania, 1849-1927, Gerusalemme] detto il Saba di Slobodka, tramandò con  creatività gli insegnamenti di R. Salanter sottolineando il versetto “Lo creò ad immagine divina” (Bereshìt, 9:6). R. ‘Ovadyà Sforno spiega  che “immagine” significa che a differenza degli altri esseri animati l’uomo fu dotato di intelligenza; e che “somiglianza” significa che gli fu dato il libero arbitrio.  Come cita R. Yechiel Ya’akov Weinberg [Polonia, 1884-1966, Montreux] in Lifrakìm (p. 62) R. Finkel sottolineava che “non conosciamo ancora l’uomo, la sua forza e il suo potenziale” perché “al di là della sua esistenza materiale è nascosta in lui un’essenza spirituale creativa e dinamica”.

D’altra parte con un diverso messaggio vi era la Yeshivà di Novardok nella quale si sottolineava la nullità dell’uomo rispetto al Creatore. Sotto la direzione di R. Yosef Yozel Horwitz, [Lituania, 1847-1919] a Novardok veniva sottolineata la totale negazione dell’Ego. In questo modo la persona si focalizzava sul proprio lato spirituale e intellettuale. A tale scopo i discepoli di Novardok si vestivano di proposito in modo trasandato e cercavano di eliminare il desiderio per le proprietà terrene. In un modo o nell’altro entrambe le scuole aspiravano a far sì che i discepoli arrivassero a realizzare il loro potenziale spirituale.

 

Donato Grosser