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Bando per la selezione di personale per le Scuole della Comunità Ebraica di Roma

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Scuole della Comunità Ebraica di Roma

BANDO PER LA SELEZIONE DI PERSONALE A TEMPO DETERMINATO PER I SERVIZI DI MENSA SCOLASTICA OFFERTI DALLA SCUOLA PRIMARIA DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI ROMA VITTORIO POLACCO

La Scuola Primaria della Comunità Ebraica di Roma Vittorio Polacco, ricerca personale a tempo determinato per i servizi di sala offerti dalla mensa scolastica della scuola stessa.

Si richiede un impegno di 24 ore settimanali distribuite in 6 ore giornaliere dal lunedì al giovedì secondo un orario flessibile concordato con la Direzione della Scuola Primaria e comunque articolato secondo le esigenze della mensa.

Il contratto avrà inizio il 20/10/2014 e terminerà il 22/12/2014 con possibilità di rinnovo.

Si richiede esperienza nel settore, capacità relazionali e di saper lavorare in gruppo.

Le domande di partecipazione dovranno pervenire entro e non oltre 14/10/2014 presso l’Amministrazione Scuole della Comunità Ebraica di Roma, via del Tempio 5, in busta chiusa. Nella domanda dovranno essere indicati con chiarezza i recapiti presso i quali essere contattati.

Alla domanda va allegata fotocopia del documento di riconoscimento, codice fiscale e autocertificazione del titolo di studio conseguito.

I candidati, secondo le vigenti disposizioni in materia, dovranno altresì dichiarare di essere cittadini italiani o nel caso appartenenti ad uno dei paesi membri dell’Unione Europea o di essere in possesso di permesso di soggiorno nel caso di cittadini extra U.E.

Una Commissione formata da tre membri procederà alla selezione delle domande inviate.

Il Segretario della Comunità Ebraica di Roma

F.to Prof. Emanuele Di Porto


Artiste del Novecento, prorogata la mostra

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La Comunità piange la scomparsa di Mario Limentani

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“Ci ha lasciati questa mattina all’età di 91 anni Mario Limentani, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. La Comunità ebraica di Roma piange la sua scomparsa e si unisce al dolore della famiglia. Mario, originario di Venezia ma trasferitosi a Roma giovanissimo, era stato catturato dalle truppe naziste con la collaborazione dei fascisti nel dicembre del 1943 in una retata contro i dissidenti politici e deportato nel gennaio del 1944 nel campo di concentramento di Mauthausen. Più avanti trasferito nel sottocampo di Melk, poi di nuovo a Mauthausen e infine nell’altro sottocampo di Ebensee, fu liberato solo nel maggio del 1945. La sua storia è narrata nel libro a firma di Grazia Di Veroli ‘La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen’. Testimone della storia più buia del Novecento, Mario era amato da tutti i membri della Comunità. Sempre presente alle celebrazioni della Memoria della Shoah, durante la visita al Tempio Maggiore del Premier israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta aveva preso parte alla cerimonia di accensione delle candele di Channuccà, lo scorso dicembre. I funerali si svolgeranno domani 29 settembre alle ore 14 al cimitero di Prima Porta”.

Lo comunica il portavoce della Comunità Ebraica di Roma.


Addio a Giancarlo Spizzichino, colonna dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica

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giancarlo spizzichinoAlle prime ore dell’alba di sabato 27 settembre ci ha lasciati all’età di 76 anni Giancarlo Spizzichino, colonna dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma. Dopo una vita di studi e al lavoro come ingegnere, conquistando successi scientifici internazionali, in particolare nel campo della desalinizzazione delle acque, Giancarlo ha dedicato la sua seconda vita all’amore per l’Archivio Storico. E’ stato lui, insieme al team del dipartimento, a recuperare migliaia di documenti e a organizzarli con metodo scientifico dando così la possibilità di accesso a importanti fatti riguardanti la storia della Comunità e della stessa città di Roma. La sua opera ha aperto all’approfondimento di documenti inediti dando luce a scoperte di rilievo romano, nazionale e internazionale. Oggi da tutto il mondo accorrono gli studiosi per consultare le carte dell’Archivio. Le pubblicazioni firmate e cofirmate da Giancarlo Spizzichino sono un lungo elenco che prossimamente sarà riunito in un’unica raccolta. Intenso anche il suo impegno nel coordinamento delle attività del tempio Beth Michael di Monteverde Vecchio, dove ha ricoperto nei mesi passati la carica di presidente.

La Comunità Ebraica di Roma piange la sua scomparsa, si unisce al dolore della famiglia e lo ricorda con affetto per il lavoro di valorizzazione della Comunità stessa e per il grande esempio di moralità e rettitudine.


Parashà di Haazìnu: gli uomini non possono capire la giustizia divina

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Shofar

Nel trattato Rosh Hashanà (31a) del Talmud babilonese i Maestri elencano i testi dei canti che i leviti inneggiavano nel Bet Ha-Miqdàsh (Santuario di Gerusalemme) quando venivano offerti i sacrifici pubblici. I Maestri chiedono: “Per il sacrificio aggiuntivo (Qorbàn Mussàf) di Shabbàt cosa dicevano? R. ‘Anan figlio di Rava a nome di Rav disse: “HaZIV LeKHà”. E aggiunse: “Così come venivano divise qui, vengono divise nel Bet Ha-Kenèsset (in sinagoga)”. Quest’ultima affermazione significa che nella lettura della Torà il cantico di Haazìnu viene diviso in sei parti per altrettante persone (Devarìm-Deuteronomio, 32:1-43). La settima lettura è quella che conclude la parashà dopo il cantico (32:44-52).

HaZIV LeKHà, che letteralmente significa “lo spendore è per te”, sono le iniziali delle prime lettere delle sei sezioni del cantico di Haazìnu. Rashì (Francia, 1040-1105) spiega che la prima sezione del cantico inizia con la lettera Hei (Haazìnu - “ascoltate o cieli e parlerò, e la terra sentirà le parole della mia bocca”, 32:1) ; la seconda inizia con la lettera Zain (Zekhòr – “ricorda i giorni del mondo”, 32:7); la terza con la lettera Yod (Yarkivèhu - “lo fece salire sui luoghi più alti della terra”, 32:13); la quarta con la lettera Vav (Vayar – “e l’Eterno vide e si sdegnò”, 32:19); il quinto con la lettera Lamed (Lulè – “se non fosse per l’ira del nemico”, 32:27); il sesto con la lettera Kaf (Ki Yadin – “perché l’Eterno perorerà la causa del Suo popolo”, 32:36).

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Tefillà, 13: 5) scrive: “Tutti coloro che vanno a leggere la Torà iniziano [la lettura] con un argomento buono e finiscono con un argomento buono”. La lettura del cantico di Haazìnu è un’eccezione a questa regola perché, aggiunge il Maimonide, “il cantico è un’ammonizione al popolo e deve servire loro a fare Teshuvà”, cioè a farli tornare sulla retta via.

R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) nel suo commento alla Torà spiega che i primi sei versetti sono parole introduttive di Moshè con le quali egli assicura il popolo che l’Eterno è fedele e si cura di loro, come è scritto: “La Rocca la cui opera è perfetta perché le sue azioni sono giuste, è Dio fedele senza iniquità ed è giusto e retto”. R. Chizqiyàhu ben Manòach  (XIII secolo E.V.) nel commento Chezqunì alla Torà  spiega che con questa introduzione Moshè disse al popolo: “Nonostante che io stia per annunciare le sciagure che vi capiteranno se non osserverete la Torà, dovete sapere che tutti i decreti dell’Eterno sono giusti e bisogna sempre accettarli”.

R. Mordekhài Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) scrive che con queste parole Moshè volle giustificare il decreto divino di non poter entrare nella Terra Promessa, così che gli israeliti non avrebbero potuto affermare che la cosa era ingiusta. Le quattro espressioni usate in questo versetto si riferiscono ad altrettanti episodi nei quali Moshe errò e per questi errori non gli fu concesso di entrare nelle terra. R. Avraham Saba’, nato a Zamora in Castiglia e uno tra i più illustri esuli dalla Spagna nel 1492, nell’opera Tzeròr Hamòr elenca le quattro mancanze di Moshè. La prima avvenne al roveto ardente, quando cercando di rifiutare la missione di andare in Egitto disse all’Eterno: “Non sono un oratore” (Shemòt -Esodo, 4:10). E l’Eterno gli rispose: “Chi ha dato una bocca all’uomo? E ora vai ed Io sarò con la tua bocca” (4:11). Con la parola “vai” l’Eterno alluse al fatto che ora Moshè sarebbe andato in Egitto ma più tardi non sarebbe andato nella Terra Promessa. Le parole “La Rocca la cui opera è perfetta” furono dette da Moshè per giustificare questo verdetto.

La seconda mancanza di Moshè avvenne quando disse all’Eterno: “Hai fatto del male a questo popolo” (Shemòt-Esodo, 5:22). L’Eterno gli rispose: “Vedrai cosa farò al Faraone” (6:1), alludendo con la parola “vedrai” al fatto che Moshè avrebbe visto la punizione inflitta al Faraone ma non avrebbe visto la terra. Per questo Moshè disse: “Perché tutte le sue azioni sono giuste”.

La terza mancanza di Moshè avvenne quando disse: “Anche se il gregge e il bestiame verrà macellato non sarà sufficiente per loro” (Bemidbàr-Numeri: 11:22), come se l’Eterno non avesse potuto dare loro da mangiare. E l’Eterno rispose: “È forse troppo corta la mano dell’Eterno? Ora vedrai se la mia parola si avvererà o meno” (11:23), alludendo con la parola “vedrai” che Moshè avrebbe visto quello che sarebbe accaduto ora ma non la guerra contro i Re di Canaan. Per questo Moshè disse: “Dio è fedele e senza iniquità”.

La quarta mancanza avvenne quando Moshè colpì la roccia per far uscire l’acqua invece di parlare alla roccia come gli era stato comandato (Bemidbàr- Numeri, 20:8). Per questo l’Eterno disse a Moshè che non avrebbe condotto il popolo nella terra (20:12). A ciò si riferiscono le parole di Moshè “Egli è giusto e retto”. Alla fine Moshè disse al popolo: così come io ho giustificato i decreti dell’Eterno nei miei confronti così dovrete fare voi a maggior ragione.

R. Aharon Hacohen di Ragusa (XVI-XVII secolo E. V.) nel suo commento Zeqàn Aharon scrive che il versetto “La Rocca la cui opera è perfetta” corrisponde a quello che è scritto nel libro di Qohèlet (Ecclesiaste, 3:11): “che gli uomini non possono capire l’opera di Dio dall’inizio alla fine”. E spiega che quando l’uomo vede le azioni del Santo Benedetto ne vede solo una parte e per questo ha difficoltà a capirne la giustezza; se potesse avere una visione completa della realtà si renderebbe conto che tutto l’operato dell’Eterno è fatto con giustizia.

Donato Grosser


Parashà di Nitzavìm: i leader devono fare teshuvà prima degli altri

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Saul Raskin Teshuva

La parashà inizia con queste parole: “Voi siete oggi tutti quanti presenti davanti all’Eterno vostro Dio: i vostri capi tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali, tutti gli uomini di Israele; i vostri figli, le vostre donne e il forestiero che vive in mezzo al vostro accampamento, dal legnaiolo all’acquaiolo; per accettare il patto dell’Eterno tuo Dio…” (Deuteronomio – Devarìm, 29:9-11).

R. Chayim Ben ‘Attàr (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) nel suo commento Or Ha-Chayim alla Torà chiede quale sia il motivo di un patto in questa parashà dal momento che già alla fine della parashà precedente di Ki Tavò è scritto: “Queste sono le parole del patto che l’Eterno ha comandato a Moshè di contrarre con i figli d’Israele nella terra di Moav, oltre il patto già contratto con loro a Chorèv [cioè al monte Sinai]” (ibid., 28:69). Egli risponde che lo scopo di questo secondo patto era quello di renderli garanti l’uno per l’altro: ognuno, cioè, avrebbe fatto in modo che il prossimo non trasgredisse i precetti dell’Eterno. Lo dimostra un versetto successivo della parashà che recita: “Le cose occulte appartengono all’Eterno nostro Dio e quelle rivelate toccano a noi e ai nostri figli in eterno onde possiamo attuare tutte le parole di questa legge” (ibid., 29:28). Da qui è chiaro che si tratta di un nuovo patto che stabilisce la responsabilità collettiva e non del patto precedente che riguardava solo le persone singole.

R. Chayim Ben ‘Attàr spiega che in questo modo si capisce anche il significato della parola “Nitzavìm”. Nel libro di Ruth è scritto “nitzàv al ha-qozrìm”, cioè che sorvegliava i falciatori. Il primo versetto della parashà significa quindi anche che tutti hanno il dovere di comportarsi da sovrintendenti a seconda del loro rango nel popolo. Infatti, a questo proposito, i nostri Maestri nel trattato talmudico Shabbàt (54b) insegnano che chi ha la possibilità di redarguire tutto il mondo e non lo fa è considerato colpevole per le trasgressioni di tutto il mondo, chi ha la possibilità di redarguire i concittadini e non lo fa è considerato colpevole per le trasgressioni dei sui concittadini, chi ha la possibilità di redarguire la famiglia e non lo fa è considerato colpevole per le trasgressioni dei famigliari. Per questo motivo dopo le parole “tutti gli uomini di Israele” termina il primo versetto: perché i bambini non sono responsabili e le donne e i proseliti non avrebbero sufficiente autorità per redarguire il prossimo.

R. Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga) nel suo commento Kelì Yaqàr alla Torà, rispondendo alla stessa domanda posta da R. Ben ‘Attar, scrive che questo patto era necessario per rimpiazzare il patto violato con il peccato del vitello d’oro, che fu compiuto quando gli Israeliti non erano ancora responsabili l’uno per la trasgressioni dell’altro e ognuno faceva quello che voleva senza che nessuno gli dicesse di desistere. Il fatto di essere responsabili l’uno per l’altro è uno strumento molto importante al fine di fare desistere le persone dal commettere trasgressioni, perché tutti diventano come i garanti di un prestito e se vedono che colui che ha preso il prestito sperpera i suoi soldi lo ammoniscono per non dover subentrare a rimborsare il prestatore. Chi fa finta di non vedere quello che accade si accolla le trasgressioni degli altri; tuttavia chi non ha possibilità di redarguire il prossimo non viene considerato responsabile delle sue trasgressioni, perché altrimenti sarebbe impossibile sopravvivere.

R. Luntschitz aggiunge che l’ordine delle persone considerate responsabili per gli altri nel trattato Shabbàt trova un insegnamento parallelo nel Midràsh Tanchumà alla parashà di Emòr nella sezione relativa alla festa di Sukkòt. Qui i Maestri raccontano una parabola di una città che non aveva pagato le tasse reali. Dopo ripetute richieste senza risultato, il Re decise di andare di persona a visitare la città. I notabili della città lo vennero a incontrare per primi e gli chiesero di essere magnanimo con la loro città, perché non avevano modo di pagare. Il Re rispose che avrebbe cancellato metà della tasse. Proseguendo verso la città, il Re incontrò le guardie cittadine che gli dissero che non avevano la forza di stare in piedi e gli chiesero di essere misericordioso con loro. Il Re rispose che aveva già cancellato metà del debito e per via della loro richiesta avrebbe cancellato metà della metà rimanente. Avvicinandosi alla città, vennero incontro al Re tutti i cittadini con le donne e i bambini che gli dissero che non avevano la possibilità di dargli quello che chiedeva. A quest’ultima richiesta il Re cancellò tutto il debito. I Maestri concludono: il Re della parabola è il Re dei Re dei Re il Santo Benedetto, mentre i cittadini sono gli Israeliti che peccano durante l’anno. Il Santo Benedetto dice loro di fare teshuvà, ossia di ritornare sulla retta strada. E così alla vigilia di Rosh Hashanà, il primo giorno dell’anno durante il quale tutto il mondo viene giudicato dall’Eterno, i notabili della generazione digiunano e fanno teshuvà e il Santo Benedetto cancella un terzo dei loro peccati. Tra Rosh Hashanà e Kippur i volontari digiunano e il Santo Benedetto rinuncia a un altro terzo dei peccati del popolo. Di Kippur tutto il popolo digiuna e chiede misericordia e il Santo Benedetto rinuncia a tutto, come è scritto: “Perché in questo giorno [l’Eterno] vi darà espiazione per purificarvi” (Vayikrà – Levitico, 16:30).

R. Luntschitz conclude che l’ordine del Midràsh, parallelo a quello della parashà, ci insegna che le persone più importanti che hanno responsabilità per la moltitudine devono fare teshuvà prima degli altri.

Donato Grosser


Parashà di Ki Tavò: sulla concorrenza sleale

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Mappa con territori delle tribu

Il concetto di Hassagàt Ghevùl, cioè di spostare il confine a scapito del prossimo, trattato in questa parashà trova, come vedremo, un’applicazione anche nelle attività commerciali a proposito della questione della concorrenza sleale.

La proibizione di spostare il confine appare per la prima volta nella parashà di Shoftim dove è scritto: “Non spostare il confine (“lo tassig ghevul”) del tuo prossimo che fu stabilito dai primi che ricevettero come proprietà ereditaria la terra che l’Eterno tuo Dio ti dà in possesso” (Devarìm – Deuteronomio, 19:14). In questa parashà viene aggiunta una maledizione per chi trasgredisce dodici mitzvòt e il divieto di spostare il confine fa parte del gruppo (Devarìm – Deuteronomio, 27:11-26). Il motivo per cui era necessario inserire delle maledizioni per coloro che avrebbero trasgredito queste dodici mitzvòt viene spiegato da diversi commentatori della Torà.

R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) scrive che i dodici peccati qui elencati sono commessi di nascosto e la società non ha modo di impedirli. Coloro che li avessero commessi dovevano quindi sapere che anche se, agendo di nascosto, avrebbero potuto evitare la punizione umana, sarebbero comunque rimasti esposti alla punizione divina. La terza di queste maledizioni viene pronunciata nei confronti di colui che, non visto, sposta il confine del suo vicino per allargare la sua proprietà.

R. Yitzchàq ‘Arama (Spagna, 1420-1494, Napoli) nella sua opera ‘Aqedàt Yitzchàq scrive che dal momento che la Torà ha comandato di riservare tre città-rifugio dal territorio delle tribù, si sarebbe potuto pensare che per il bene pubblico fosse permesso confiscare proprietà private per necessità pubbliche. Per questo motivo la Torà proibisce di spostare i confini delle proprietà private. Nel Midràsh Sifrè i Maestri insegnano che da questo versetto si impara che se si spostano i confini dei territori delle tribù si trasgredisce una mitzvà. Da qui si vede che la Torà si rivolge al Re o al governo comandando proprio a loro di non spostare i confini, perché un cittadino comune non avrebbe la possibilità di farlo. Nello stesso passo del Midràsh è scritto che da questo versetto si impara anche che è proibito vendere il cimitero dove sono seppelliti gli antenati e così pure che è proibito cambiare gli insegnamenti dei Maestri, anche se si cambia solo il nome del chakhàm cha ha dato quell’insegnamento con un altro chakhàm.

R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) nel suo commento Siftè Cohen alla Torà, commentando le parole “che fu stabilito dai primi”, scrive che non bisogna variare le regole (taqanòt) e le misure preventive (seyaghìm) stabilite dai Maestri. Egli aggiunge che da questo versetto si impara anche la proibizione di commettere plagio e afferma che bisogna sempre citare le fonti e non fare come fece un chakhàm, citato nel trattato Berakhòt (47b) del Talmud babilonese, che morì perché citava la Halakhà come se fosse stata enunciata da lui senza menzionare la fonte originale.

L’applicazione del concetto di Hassagàt Ghevùl alle attività commerciali appare nel trattato Bavà Batrà (21b) del Talmud babilonese, dove viene chiesto se sia permesso aprire un negozio vicino a un negozio già esistente. La conclusione è che se il nuovo negozio è di un nuovo arrivato in città, se costui paga le tasse, i cittadini non gli possono  impedire di aprire un secondo negozio. Tuttavia, le Tosafòt aggiungono che gli abitanti del vicolo dove vi è già il primo negozio lo possono impedire. R. Moshè Isserles detto il Remà (Cracovia, 1525?-1572) nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 156:5) concorda con le Tosafòt.

Al Remà stesso fu chiesto di decidere su un caso di concorrenza sleale che ebbe luogo a Venezia. R. Meir Katzenellenbogen (nato a Katzenelnbogen, cittadina tedesca tra Koblenz e Wiesbaden, attorno all’anno  1482 e morto nel 1565 a Padova), noto come il Maharam di Padova, nel 1551 aveva curato un’edizione del Mishnè Torà del Maimonide stampata a Venezia in società con la casa editrice Bragadin. Un concorrente di Bragadin, Marco Giustiniani, scontento del fatto che il Maraham non avesse scelto lui come socio per la pubblicazione dell’opera, ne pubblicò poco dopo una sua edizione vendendola a un prezzo più basso. Il Maharam si rivolse al Remà (responso n. 10), il quale decise a favore del Maharam e proibì l’acquisto dei libri di Giustiniani fino all’esaurimento di tutti i libri di Bragadin, perché altrimenti ne avrebbe rovinato l’intero investimento.

R. Moshè Schreiber (Francoforte, 1762-1838, Pressburg) nella sua opera di responsi Chatàm Sofèr (Chòshen Mishpàt, 118) scrive che la concorrenza è proibita se elimina totalmente la possibilità del primo negoziante di guadagnarsi da vivere. Non tutti i decisori halakhici successivi furono della stessa opinione del Chatàm Sofèr. Tuttavia uno di più autorevoli decisori halakhici contemporanei, R. Moshè Feinstein (Russia, 1895-1986, New York), nella sua opera Iggheròt Moshè (I, Chòshen Mishpàt, 1:38, che tratta il caso specifico di una nuova sinagoga che avrebbe impedito a una esistente di continuare a operare) concorda con il Chatàm Sofèr e scrive che non si può aprire un negozio concorrente se la cosa impedirebbe al padrone del primo negozio di guadagnarsi da vivere al suo livello socioeconomico.

Va notato, tuttavia, che nel campo dell’insegnamento della Torà tutti sono concordi che debba vigere un regime di libera concorrenza perché, come insegnano i Maestri nel trattato talmudico Bavà Batrà (21b-22a) “la concorrenza tra i maestri aumenta la conoscenza”.


Donato Grosser


Delibera del Consiglio della Comunità Ebraica sul Museo della Shoah a Roma

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Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma riunito in seduta straordinaria, dopo ampia e attenta discussione e preso anche atto della petizione consegnata al presidente, ribadisce la necessità che la città di Roma si doti di un Museo della Shoah il cui valore universale è indiscutibile.

La realizzazione dello stesso deve garantire:

a)Tempi rapidi di attuazione

b)Bilancio contenuto in considerazione della difficoltà economica in cui versa il Paese

c)Decoro e dignità della struttura

In ragione di quanto sopra invita i rappresentanti del Collegio dei Soci Fondatori e del Cda della Fondazione Museo della Shoah a considerare qualsiasi proposta concreta e immediata che rispetti queste inderogabili esigenze.

 

La delibera è stata votata dall’assemblea all’unanimità.

 


Il presidente del Maccabi: “Dopo il successo con i giovani leader ora puntiamo alle Maccabiadi 2015″

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vittorio maccabi

vittorio.gilon

vittorio.marinoVittorio Pavoncello, presidente del Maccabi Italia, sono stati tre giorni speciali quelli che ci siamo lasciati alle spalle nello scorso week end. I giovani leader del Maccabi si sono riuniti nella Capitale: come è partita questa iniziativa che ha visto Roma protagonista?

Ai primi di luglio ho ricevuto una telefonata da Robert Coen, Sport director EMC, mi chiedeva della possibilità di organizzare a Roma il Seminario con i giovani leader europei Maccabi, 35 ragazzi tra i 18 e i 35 anni, da tutta Europa, USA e Israele. ​Ero molto perplesso se accettare, la prossimità delle vacanze, la prima settimana di settembre, sarebbe stata una grande sfida col rischio di fallire l’appuntamento. Mia figlia Sara la prima a credere nel progetto mi ha fatto accettare al buio. Poi Angelo Della Rocca e’ stato bravissimo, un vero giovane leader, capace, umile, competente.
Noi tre, insieme, abbiamo iniziato a progettarla, ci abbiamo creduto, e’ stato un grande successo.

Cosa hanno fatto i ragazzi qui a Roma?

Il sindaco Marino, grazie alle intercessioni di Tommaso Giuntella, Presidente PD Roma, e di Carla Di Veroli, del Gabinetto del Sindaco di Roma, ci hanno fatto assegnare la prestigiosa Sala del Carroccio in Campidoglio, dove si sono svolti i lavori. Il primo pomeriggio prima dell’inizio dei lavori, ci hanno ascoltato, l’ambasciatore di Israele, Naor Gilon, Tommaso Giuntella, il messaggio del sindaco e di Zingaretti e il mio. Poi sinagoga per lo Shabat e una fantastica cena alla scuola ebraica offerta dalla CER. Lo Shabat liberi fino a sera dove i giovani ebrei romani, oltr 500, hanno accolto i loro fratelli europei ad un Pool Party allo Sporting Villa York. ​La domenica chiusura dei lavori col botto, la deputata Laura Coccia e il sindaco Marino, per poi concludere con la visita al Museo ebraico di Roma.

Può raccontarci qualcosa in più degli incontri con l’ambasciatore e con il sindaco Marino?

Vorrei parlare, invece, dello splendido incontro con Laura Coccia. Un’atleta paralimpica, giovanissima, protagonista di una storia straordinaria, di volontà , di sport, di vita. Parole commoventi, di coraggio, di sfide impossibili, ma fino ad ora, contro ogni previsione, vittoriose. ​L’ambasciatore ha parlato della crisi in Israele e non poteva essere altrimenti, ha fornito elementi in più, per contrastare il mare di bugie e di false informazioni che per molti sono diventate verità e quella con i giovani leader era, di sicuro, la sede adatta. Il sindaco ha voluto sincerarsi con chi avesse a che fare, ha ascoltato e poi ha fatto un buon discorso rivolto a giovani dalle future responsabilità, molto disponibile e’ poi tornato tra noi e, dopo averci aperto la Sala Giulio Cesare, dove si riunisce il Consiglio comunale, dalla fotografa ufficiale ha immortalato il nostro convegno.

Chi sono questi giovani leader del Maccabi? E perché dovremmo vederli come una speranza per il futuro?

Sono giovani da tutta Europa, parecchi figli d’arte, quindi con la giusta esperienza, sono giovani molto preparati, ebrei e sionisti convinti, educatori dalla grande preparazione, a loro, come da mio discorso, affidiamo il nostro testimone.

Intanto si riapre la stagione sportiva, quali sono le sfide del Maccabi Italia quest’anno?

La sfida principale sono i Giochi Europei Maccabi di Berlino del 2015, una sfida importante e difficile, noi, forti dei successi conseguiti alla ultima Maccabiade in Israele cercheremo di farci valere, certo, se avessimo un minimo di attenzione in più da parte delle Istituzioni ebraiche, potremmo guardare a Berlino con ottimismo, anche perché per il periodo di crisi che stiamo attraversando, difficile ottenere aiuti dalle Istituzioni locali, ma come sempre cercheremo di perpetuare il miracolo. ​Voglio chiudere ringraziando ancora una volta tutti coloro i quali hanno permesso che questo convegno fosse un successo, prima di tutti Angelo Della Rocca, poi suo padre Fabrizio, Presidente Maccabi Roma, Tommaso Giuntella, la CER, Ugei, Delet e mia figlia Sara, senza la quale avrei detto subito no.


I giovani di Delet a bordo piscina con i leader mondiali del Maccabi

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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In occasione del Maccabi Young Leadership Seminar, sabato 6 settembre è andato in scena l’International Party nella splendida cornice dello Sporting Club di Villa York. Il party a bordo piscina è stato organizzato da Delet Assessorato alle Politiche Giovanili, l’UGEI, e il Maccabi Italia.
L’estate è ormai giunta al termine, ma ciò non significa che non si possa festeggiare. E allora, quale modo migliore per ritrovarsi al rientro delle vacanze se non questo? Daniel Perugia, Consigliere UGEI e Giordana Moscati, l’Assessore alle Politiche Giovanili hanno spiegato: “L’idea che ci ha uniti è stata quella di racchiudere realtà giovanili in una serata, per accogliere i ragazzi del Maccabi provenienti da tutta Europa e da Israele. Ci riteniamo davvero soddisfatti, è stata una serata ricca e movimentata”. Oltre 350 ragazzi della Comunità ebraica hanno preso parte all’evento, con la voglia di riunirsi e passare una serata tra le note musicali che evocavano le ultime hit dell’estate 2014. Tra questi, erano presenti 40 ragazzi provenienti da altri Paesi europei e da Israele in rappresentanza del Maccabi. Alla luce del successo aggregativo, gli organizzatori hanno già in mente altri progetti per un nuovo anno ricco di eventi e incontri di vario tipo.

 

Sarah Shirley Di Veroli