1441065600<=1347580800
1441065600<=1348185600
1441065600<=1348790400
1441065600<=1349395200
1441065600<=1350000000
1441065600<=1350604800
1441065600<=1351209600
1441065600<=1351814400
1441065600<=1352419200
1441065600<=1353024000
1441065600<=1353628800
1441065600<=1354233600
1441065600<=1354838400
1441065600<=1355443200
1441065600<=1356048000
1441065600<=1356652800
1441065600<=1357257600
1441065600<=1357862400
1441065600<=1358467200
1441065600<=1359072000
1441065600<=1359676800
1441065600<=1360281600
1441065600<=1360886400
1441065600<=1361491200
1441065600<=1362096000
1441065600<=1362700800
1441065600<=1363305600
1441065600<=1363910400
1441065600<=1364515200
1441065600<=1365120000
1441065600<=1365724800
1441065600<=1303171200
1441065600<=1366934400
1441065600<=1367539200
1441065600<=1368144000
1441065600<=1368748800
1441065600<=1369353600
1441065600<=1369958400
1441065600<=1370563200
1441065600<=1371168000
1441065600<=1371772800
1441065600<=1372377600
1441065600<=1372982400
1441065600<=1373587200
1441065600<=1374192000
1441065600<=1374796800
1441065600<=1375401600
1441065600<=1376006400
1441065600<=1376611200
1441065600<=1377216000
1441065600<=1377820800
1441065600<=1378425600

Parashà di Ki Tetzè: il divorzio, Bomberg e il re Enrico VIII

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Bomberg Talmud

In questa parashà viene insegnato che in certi casi vi è la mitzvà  di divorziare e che il divorzio va effettuato  tramite un documento. Nella Torà è infatti scritto: “Quando un uomo prende in moglie una donna, se non gli dovesse più piacere per aver trovato qualcosa di immorale nel suo comportamento, le dovrà scrivere e consegnare  un documento di divorzio e in questo modo la lascerà andare via dalla sua casa. Se essa uscirà dalla sua casa, se ne andrà via e sposerà un altro uomo e poi quest’ultimo la prenderà in odio e le scriverà e consegnerà un documento di divorzio e la lascerà andare via dalla sua casa o se costui dovesse morire, il primo marito che l’aveva lasciata andare via non potrà riprenderla per moglie … (Devarìm, 24: 1-4).

R. Shimshon Refael Hirsch [Germania, 1808-1888] scrive  che l’argomento principale di questo passo è la proibizione di risposare la ex-moglie se nel frattempo lei si é sposata con un altro uomo. Questo divieto serve a prevenire gli abusi della legge per scopi immorali. E con la decentralizzazione delle famiglie nella Terra d’Israele era necessario far sì che nessuno potesse utilizzare qualche scappatoia legale per commettere atti immorali.

R. Avraham ibn ‘Ezra [Spagna, 1089-1167] nel suo commento alla Torà scrive che se il marito sa che la moglie si è resa colpevole di comportamento immorale, la deve divorziare anche in mancanza di testimoni. Circa mille anni fa, Rabbenu Gershom [Magonza, 960-1004?] per proteggere le  mogli dagli  abusi, decretò che alla moglie non si poteva dare il documento di divorzio senza il suo consenso (eccetto in alcuni casi). Nel trattato talmudico Ghittìn (83b) è spiegato che la parola usata per il divorzio è sèfer keritùt , ossia “un documento che taglia”. Questo significa che il divorzio deve tagliare ogni legame esistente tra moglie e marito e non deve avere condizioni. Pertanto un documento di divorzio che avesse come condizione che la moglie non potesse sposare una certa persona non è valido.

Il  Nachmanide [Girona, 1194-1270, Acco] nel suo commento spiega che la Torà proibisce al primo marito di risposare la moglie se nel frattempo è stata sposata ad un altro uomo che l’ha divorziata perché la cosa darebbe l’impressione che sia possibile scambiare le mogli.

Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, Il Cairo] nel Sèfer Hamitzvòt (mitzvà  prescrittiva 222) scrive che “quando si vuole dare il divorzio [la Torà] ci ha comandato di dare il divorzio con un documento”. In questo vi è una differenza tra la legge ebraica e quella dei Noachidi, per i quali non vige l’obbligo di divorziare con un documento come è insegnato nel trattato talmudico Sanhedrin (52b) e come codifica il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, 9:8). Nel Morè Nevukhìm (III: 49) egli aggiunge che la Torà ha stabilito l’obbligo del documento scritto per evitare che la moglie possa dire di essere divorziata oppure se ha commesso atti immorali con un altro uomo, possano affermare che lei era già divorziata.

La mancanza della possibilità di divorziare fu la causa celebre delle scissione della chiesa anglicana da parte del re Enrico VIII. È meno noto però il fatto che per cercare un modo di annullare il matrimonio con Caterina d’Aragona e per sposare Anna Bolena, il Re acquistò una copia del Talmud. Nel 1527 il re d’Inghilterra Enrico VIII aveva chiesto al papa Clemente VII di annullare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona dalla quale non aveva avuto un erede maschio, basandosi sul fatto che Caterina d’Aragona era la vedova di suo fratello maggiore. In Inghilterra non vi erano ebrei dall’espulsione del 1290 da parte di re Edoardo I fino al 1657 quando furono riammessi da Oliver Cromwell. Il Re non aveva quindi ebrei dai quali prendere consiglio. Avendo Enrico VIII sentito dai suoi consiglieri che nel Talmud le regole del matrimonio e del divorzio erano trattate in modo dettagliato, ne aveva ordinato un set completo pubblicato nel 1523 da Daniel Bomberg, un editore cristiano originario di Anversa che aveva stabilito una casa editrice a Venezia. Il Talmud arrivò troppo tardi per fornire una base legale per il divorzio di Enrico VIII e quando il papa rifiutò di annullare il matrimonio, il Re nel 1533 dichiarò la scissione dalla chiesa di Roma. Il set di Bomberg dalla metà del 1500 rimase nella Abbazia di Westminster. Venne scoperto nel 1956 da Jack Lunzer, un abbiente collezionista ebreo di Londra che era stato invitato a vedere “una copia antica della Bibbia” . Dopo aver tolto la polvere dagli antichi volumi, Mr. Lunzer vide che non si trattava di una Bibbia ma di una rarissima edizione completa del Talmud di Bomberg . Mr Lunzer tentò per molti anni senza successo di convincere i rettori dell’Abbazia di Westminster a vendergli il Talmud di Bomberg e vi riuscì solo quando, avendo acquistato una copia originale vecchia di novecento anni dell’atto di costituzione dell’Abbazia di Westminster, scambiò questo prezioso e unico documento con il Talmud.

[La foto del Talmud di Bomberg è dalla copertina della mostra della collezione Lunzer che ebbe luogo a New York presso Sotheby nel febbraio 2009. Un video che descrive la collezione può essere visualizzato al sito http://www.sothebys.com/en/news-video/videos/2011/04/Valmadonna-Trust-Library.html].

Donato Grosser 


Parashà di Reè: Bisogna insegnare ai figli a nuotare controcorrente

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

IMG-20150814-WA0005

Nella parashà di Reè, Moshè ripete ai figli d’Israele gli insegnamenti relativi agli animali che sono permessi consumare e quelli proibiti. Riguardo ai pesci egli disse: “Fra tutto ciò che è nell’acqua potrete mangiare tutto quello che ha pinne e squame. E non potrete mangiare pesci che non hanno pinne e squame perché per voi sono impuri” (Devarìm, 14:9-10).

Nello Shulchàn ‘Arùkh (Yorè Deà‘, 83:1) R. Moshè Isserles scrive che il pesce è permesso solo quando le squame posso essere rimosse; se non sono rimovibili non sono considerate squame. R. Yosef Caro nello stesso capitolo scrive che sono permessi anche i pesci che hanno le squame solo da adulti; così pure sono permessi i pesci che hanno le squame quando sono nell’acqua e le perdono quando vengono pescati (ibid.). Un’altra regola è che tutti i pesci che hanno squame hanno anche le pinne. Pertanto se si trovano pezzi di pesce con le squame, il pesce è kasher e non è necessario andare a cercare le pinne (ibid., 83:3).

Nella berakhà (benedizione) del nostro patriarca Ya’akòv i figli d’Israele sono paragonati ai pesci, come è scritto: “L’angelo che mi ha liberato da ogni male benedica questi giovani; sia ricordato in essi il mio nome e il nome dei miei padri Avrahàm e Yitzchàk e si moltiplichino come i pesci in mezzo alla terra”(Bereshìt, 48:16). Nel Midràsh (Bereshìt Rabbà, 97) che commenta questo versetto, i Maestri insegnano che così come i pesci che quando scende una goccia dal cielo la bevono come se non avessero mai assaggiato dell’acqua, anche i figli d’Israele crescono grazie alla Torà (che è paragonata all’acqua), e quando sentono una nuova parola di Torà la bevono come se fossero assetati e non avessero mai sentito nessuna parola di Torà.

R. Yosef Shalom Elyashiv nella sua opera Divrè Aggadà (p. 346-7), afferma che i pesci usano le squame come protezione e le pinne per nuotare; per gli israeliti, analogamente ai pesci, le pinne sono la conoscenza della Torà che il padre insegna ai figli e che aiuta a superare le difficoltà della vita. E così come le squame proteggono il pesce, la Torà e le mitzvòt proteggono l’uomo.

R. Elyashiv cita un passo del Talmud babilonese (Kiddushìn, 29a) dove è scritto: “I Maestri hanno insegnato: il padre ha l’obbligo di fare la milà [circoncisione] al figlio, di riscattarlo [dando cinque sicli al Kohen se è primogenito], di insegnargli Torà, di farlo sposare e di insegnarli un mestiere. C’è chi dice [che il padre deve insegnare al figlio] anche a nuotare”. A proposito di quest’ultimo insegnamento, R. Elyashiv osserva che se il padre deve insegnare al figlio a nuotare perché è pericoloso cadere in acqua, i Maestri avrebbero dovuto aggiungere che è importante mostrare ai figli come lottare o usare la spada per difendersi dai briganti. E se invece lo scopo del nuoto è far sì che il figlio cresca più robusto, si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato facendo della ginnastica.

Qual è quindi il significato dell’insegnamento che il padre deve insegnare al figlio a nuotare? Nuotare non significa saper stare a galla. Anche un pezzo di legno sta naturalmente a galla. La differenza tra un pezzo di legno e un uomo è che il legno sta a galla e va dove lo trascina la corrente. Un uomo che sa nuotare ha la capacità di nuotare controcorrente.

Nella stessa parashà viene insegnato che se in una città in Èretz Israel vi sono due uomini che fanno traviare tutti gli abitanti convincendoli ad abbandonare la Torà e ad adottare culti estranei (‘Avodà Zarà) la città deve essere distrutta (Devarìm, 13:13-19). I nostri Maestri nel trattato talmudico di Sanhedrin (71a) insegnano che un caso del genere non è mai capitato e non capiterà mai perché anche se tutti gli abitanti hanno adottato culti estranei ma è rimasta nella città una sola mezuzà, questo è sufficiente per salvarla dalla distruzione. Questo passo della Torà è quindi puramente teorico e serve per ricevere la ricompensa per averlo studiato.

R. Elyashiv si domanda come sia possibile che due persone siano capaci di far disviare una città intera nell’idolatria allontanandola dal monoteismo. A questa domanda risponde che questo abominio è stato possibile per via dell’ignoranza degli abitanti che non hanno seguito l’esempio dei pesci e ai quali mancano le squame e le pinne della Torà per proteggersi dalle parole di missionari.

R. Aharon Kotler [Polonia, 1891-1962, Lakewood, N.J.] uno dei più grandi educatori della nostra epoca e Rosh Yeshiva delle yeshivòt di Kletzk in Polonia e dal 1943 del Bet Midrash Gavoha a Lakewood nel New Jersey, nella sua opera Mishnàt Rabbi Aharòn (I: 247) cita il Midràsh Sifrè dove è scritto che chi si allontana dalla Torà si avvicina alla ‘Avodà Zarà e aggiunge (I:28) che non c’è maggiore catastrofe per il popolo d’Israele della dimenticanza della Torà e non c’è nulla che metta maggiormente in pericolo l’esistenza del popolo ebraico.

Questo è l’insegnamento dei Maestri quando parlavano dell’importanza di saper nuotare controcorrente.

 

Donato Grosser


Parashà di ‘Èkev: Una terra dove scorre il latte e il miele

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

a4b4bd14565a96ea2e0c777f498f599cIn questa parashà Moshè fa le lodi della Terra d’Israele dicendo: “Osserva le mitzvòt dell’Eterno tuo Dio, imitando i Suoi comportamenti e avendone timore, perché l’Eterno tuo Dio ti conduce in una buona terra, un paese irrigato da corsi d’acqua, dove sorgenti e acque sotterranee sgorgano a valle a monte; una terra  di grano e di orzo, di uva, di fichi e di melograni; una terra di olivi e di miele (cioè datteri). Una terra nella quale non mangerai pane razionato e nella quale non mancherà nulla; una terra le cui pietre sono ferro e dalle cui montagne estrarrai il rame” (Devarìm, 8:6-9).

R. Moshè Alshekh (Adrianopoli, 1508-1593, Safed) nel suo commento Toràt Moshè scrive che oltre all’abbondanza, i frutti della terra d’Israele sono anche più grandi e nutritivi. E mentre negli altri paesi si mangia pane insieme al companatico, il pane della terra d’Israele è così nutriente che ci si può saziare mangiando anche solo il pane. Così commenta anche R. Chayim Yosef David Azulai (Gerusalemme, 1724-1806, Livorno) in Penè David, citando quello che aveva sentito da giovane a nome dei sapienti di Castiglia. R. Alshekh aggiunge che il pane di questa terra ha queste caratteristiche perfino dove le pietre sono ferro. Egli cita R. Shim’on Bar Yochai nel Midràsh che osserva che la parola “Terra” (Èretz) appare dodici volte nella Torà quando parla di Èretz Israel, intendendo le dodici regioni, una per tribù, che costituiscono Èretz Israel. Le pietre sono ferro solo in parte della terra, eppure anche lì vi è pane in abbondanza.

R. Shimshòn Refael Hirsch (Germania, 1808-1888) nel suo commento alla Torà scrive che le specie di frutti che sono la gloria di Èretz Israel sono divise in due gruppi, ognuno dei quali inizia con la parola “Terra” (Èretz). Egli suggerisce che le sette specie sono elencate secondo l’ordine climatico e il versetto indica che Èretz Israel non è solo una terra che produce grano e vino che crescono nei climi temperati, ma anche di olive e datteri, che sono frutti tipici di climi più caldi. R. Hirsch cita Lorenz Oken (1779-1851) professore di scienze naturali all’università di Jena ed editore del giornale scientifico Isis, nel quale (III, 2, 1116) sostenne che Èretz Israel era l’habitat originale dell’albero di olivo che da lì fu trapiantato in Grecia e in altri paesi del Mediterraneo. Il vantaggio della terra d’Israele era che produceva i frutti migliori di tutti i paesi allora abitati.

R. Meir Simchà che fu rav di Dvinsk in Lettonia(1843-1026) nel suo commento Meshekh Chokhmà, scrive che il secondo gruppo di frutta, olive e datteri, è separato dal primo perché queste due specie non crescevano in Egitto. E questo è dimostrato dal fatto che il nostro patriarca Ya’akòv mandò come regalo speciale al viceré d’Egitto, quando non sapeva che era suo figlio Yosef, un pò di datteri (Bereshìt, 43:11) e cosi pure nella parashà di Chukkàt (Bemidbàr, 20:5) olive e datteri non sono menzionati.

Nel trattato Berakhòt (41a) del Talmud babilonese R. Yehudà afferma che se tra la frutta da consumare vi è anche una delle sette specie, si recita la berakhà (benedizione) su quella poiché fa parte dei frutti per i quali si distingue Èretz Israel.  Rashì (Francia, 104-1105) spiega che nella trattazione talmudica R. Yitzchàk afferma che queste specie sono elencate in ordine d’importanza, mentre R. Chanàn afferma che il versetto non vuole sottolineare l’ordine d’importanza delle sette specie ma piuttosto sottolineare l’importanza di Èretz Israel i cui frutti sono usati come misure standard.

Rav Hirsch aggiunge che nel mondo antico i prodotti della terra come orzo e olive venivano usati come misure standard e nel commercio internazionale era necessario stabilire uno standard per tutti. Dal momento che i prodotti agricoli di Èretz Israel erano riconosciuti come quelli di qualità superiore, le unità di misure erano basate sui frutti della terra d’Israele.

Riguardo alle parole del versetto dove è scritto “nella quale non mancherà nulla”, R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin detto Natziv (Belarus, 1816-1893) nel suo commento alla Torà (Devarìm, 8:9) cita il Midràsh  (Kohèlet Rabbà, 2:8) dove è raccontato che l’Imperatore Adriano disse a R. Yehoshùa’ figlio di Chananià: “Dal momento che nella Torà è scritto che in Èretz Israel non manca nulla, puoi procurarmi tre cose?  [R. Yehoshùa’] gli chiese: quali? [Adriano] disse: peperoni, fagiani e seta. [R. Yehoshùa’] gli portò peperoni da Nizchana, fagiani da Seidin e seta da Gush Chalav”.

Nel trattato Kettubòt (111a) del Talmud babilonese è raccontato che Rami figlio di Yechezkèl capitò a Benè Beràk. E vide delle capre che pascolavano sotto a degli alberi di fico e che il latte gocciolava dalle loro mammelle e si mischiava al miele dei fichi. In quella occasione comprese la parola dell’Eterno che quando parlò a Moshè al roveto ardente disse: “E scenderò a salvarlo dagli egiziani e a farlo venir fuori da quel paese a una terra buona e spaziosa, alla terra dove scorre latte e miele” (Shemòt, 3:8).

Donato Grosser


Parashà Vaetchanàn: non desiderare la moglie del tuo prossimo

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Yosef e la moglie di Potifar

In questa parashà vi è la ripetizione delle ’Assèret Hadibberòt comunemente tradotte con il termine “I dieci comandamenti”. In effetti per quanto la parola dibberòt non abbia il significato di “comandamenti” ma piuttosto di “affermazioni”, queste dieci dibberòt sono delle mitzvòt  ossia precetti o comandamenti. Il fatto che vengano ripetute in questa parashà dopo essere già scritte nella parashà di Yitrò non deve sorprendere perché il libro di Devarìm si chiama Deuteronomio, dalla parola greca che significa “ripetizione della legge”. Devarìm comprende le spiegazioni delle mitzvòt della Torà date da Moshè nel mese che precedette la sua morte.

Nel testo dei Dieci Comandamenti che appare in questa parashà vi sono alcune differenze di linguaggio rispetto al testo nella parashà di Yitrò. Rav Shimshon Refael Hirsch nel suo commento alla Torà spiega che queste differenze dipendono dal fatto che Moshè voleva spiegare la Torà in modo che non restassero dubbi e ambiguità.

Due di queste differenze appaiono nell’ultimo dei Comandamenti dove è scritto:”Non desiderare (lo tachmòd) la moglie del tuo prossimo e non desiderare (lo titavè) la casa del tuo prossimo, il suo campo, il suo schiavo, la sua schiava, è tutto quello che appartiene al tuo prossimo” (Devarìm, 5:18). Nella lingua ebraica esistono due espressioni diverse per esprimere “desiderio”. In questa parashà appaiono entrambe le espressioni e viene anche proibito desiderare il campo del prossimo, mentre nel testo dei Dieci Comandamenti nella parashà di Yitrò appare solo l’espressione “lo tachmòd” e non è menzionato il campo. Infatti in Yitrò è scritto: “Non desiderare (lo tachmòd) la casa del tuo prossimo, non desiderare la moglie del tuo prossimo e il suo schiavo e la sua schiava e il suo toro e il suo asino è tutto quello che appartiene al tuo prossimo” (Shemòt, 20:14).

Il Maimonide nel Sèfer ha-Mitzvòt scrive che “lo tachmòd” ha un significato più forte di “lo titavè”. Mentre il primo termine proibisce di desiderare e di impossessarsi di una proprietà del prossimo  anche se quest’ultimo non ha nessuna intenzione di cederla, il secondo termine ci proibisce perfino di desiderarla. Per trasgredire la proibizione di “lo tachmòd” è necessario non solo desiderare qualcosa che non ci appartiene ma anche aver compiuto un’azione per prenderne possesso. Il Maimonide definisce la proibizione di “lo tachmòd” nel modo seguente: “Se una persona desidera […] qualcosa che appartiene al suo prossimo e lo preme incessantemente tramite degli amici o con altri mezzi fino a quando riesce a ottenerne il possesso, anche se ha pagato un prezzo elevato, ha trasgredito la proibizione di “lo tachmòd” (Mishnè Torà, Hilkhòt Ghezelà ve-Avedà, 1:9). Se ne ha preso possesso illegalmente ha trasgredito anche la proibizione di “Non rubare”.

Riguardo al desiderare la moglie del prossimo, la proibizione di “lo tachmòd” viene trasgredita nel caso in cui una persona abbia fatto sì che il prossimo divorzi la moglie per poterla così sposare. La cosa non era del tutto rara in antichità. Infatti l’imperatore Augusto prese in moglie Livia dopo aver obbligato il marito Tiberio Claudio Nerone a darle il divorzio.

Rav Shimshon Refael Hirsch nel commento al libro di Shemòt scrive che l’espressione aggiuntiva “lo titavè” che appare nel libro di Devarìm significa che non bisogna permettere che nulla di quello che appartiene al tuo prossimo venga desiderato. Mentre riguardo alla moglie del prossimo è usata l’espressione più forte “lo tachmòd“, quando si parla di tutte le altre cose che appartengono al prossimo viene usata l’espressione più debole “lo titavè” perché il desiderio di quello che appartiene al prossimo porta alla trasgressione di acquistarla anche contro la volontà del proprietario. Egli cita il Midràsh Mekhiltà dove è scritto: “Se ha desiderato, alla fine desidera e ne prende possesso” (im hitavà sofò lachmòd).

Rav Hirsch aggiunge che il Creatore ci porterà a giudizio non solo per gli atti di trasgressione ma anche per aver desiderato di impossessarsi di una proprietà proibita. Il desiderare le cose degli altri è alla base di tutti i peccati. Egli aggiunge che la pace a la sicurezza nella società non possono essere assicurati da giudici e polizia; solo una legge che dipende dalla giustizia divina e che viene interiorizzata dagli uomini può proteggere la società dai crimini. Il motivo per cui l’espressione “lo titavè”, che comprende tutte le proibizioni di tipo sociale, appare proprio nel libro di Devarìm prima dell’entrata nella Terra Promessa e non nel libro di Shemòt, è che ora i figli d’Israele stavano per uscire dal controllo centralizzato e si sarebbero separati, ognuno nel suo territorio.

Senza più essere sotto l’occhio attento di Moshè, ogni persona doveva rimanere sotto la supervisione della propria coscienza. E dal momento che ora gli israeliti sarebbero diventati proprietari terrieri, la Torà aggiunge il campo alla liste delle cose che è proibito desiderare.

Donato Grosser

 


Devarìm: Tishà be-Av che cade di sabato

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

La distruzione del tempio di Gerusalemme

Quest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Mikdàsh da Tito. Per questo motivo da Mille Novecento QuarantaCinque anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno, ma non potendo digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.

La parashà di Devarim, che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av, ha in comune con il 9 di Av la parola “Come”. Moshè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Yirmiyà nella Meghillà di Ekhà (Lamentazioni) chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbàt, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Oltre alla Meghillà di Ekhà di Tishà Be-Av si usano leggere in tutte le comunità delle Kinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. Mentre nell’uso ashkenazita le Kinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania e non passarono per l’Italia. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV, il quale proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

Un’elegia composta da R. Kalonimos ben Yehudà di Magonza (secondo Enziklopedia le-Toldot Ghedole Israel, p. 1225, visse nel XI secolo E.V. e fu testimone delle Crociate) lamenta i morti del 1096 con le parole “Chi puó far sì che il mio capo sia d’acqua e i miei occhi una fonte delle mie lacrime, così che possa piangere di giorno e di notte per l’uccisione dei miei bambini e dei miei neonati e dei vecchi della mia comunità”. I massacri avvennero tra l’8 del mese di Yar e il 3 del successivo mese di Sivan. R. Kalonimos, dopo aver lamentato la distruzione delle comunità e la morte di tanti saggi di Torà, aggiunge: “Mettetevi in lutto perché il loro massacro è equivalente alla distruzione del Santuario”. R. Kalonimos nella sua elegia ci racconta il motivo per cui proprio di Tishà Be-Av si ricordano i morti del 1096 anche se furono trucidati oltre un mese prima: “Perché non bisogna aggiungere altri giorni che ricordano le distruzioni”. Anche il commento di Rashì alle Cronache (II, 35:25) menziona che Tishà Be-Av è il giorno in cui si devono ricordare tutte le persecuzioni. R. Yitzchak Zeev Soloveitchik [Volozhin, 1886-1959, Gerusalemme] disse che per questo motivo non si doveva fissare un giorno particolare per ricordare il Churbàn (la distruzione) di milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Angiolo Orvieto [1869-1967] il poeta ebreo fiorentino, compose una elegia per Tishà Be-Av (nel libro “Il Vento di Sion”, pp. 55-6) nella quale tra le varie strofe, scrisse:

… In questo dì si piange

Gerusalemme estinta

la nostra gente di catene avvinta…

Da alcuni anni nel giorno di Tishà Be-Av, oltre alle elegie composte ai tempi delle Crociate e dei massacri a York in Inghilterra e in altri paesi, vengono recitate altre elegie per commemorare la distruzione delle comunità ebraiche in Europa da parte dei nazisti. Dopo la guerra l’Orvieto compose un’elegia intitolata “Israele Ramingo. L’ultima tragedia”. Nella terza strofa egli scrive:

Ho visto Israele e suoi figli.

Dicevan: “Sbalzàti dal letto,

serrati in vagoni lugubri.

Odor di bestiame stantio.

I padri, le madri, i fratelli

così trascinati al supplizio.

Per quanto sia doveroso ricordare le persecuzioni e in particolare l’eroismo di coloro che sacrificarono la vita piuttosto che convertirsi al cristianesimo, i nostri Maestri ci insegnarono di concludere sempre con un messaggio di speranza. E anche nel giorno del 9 di Av al termine delle Kinòt il messaggio finale è quello di speranza del profeta Yesha’yà (51:3):

…Poiché l’Eterno ha pietà di Sion,

ha pietà di tutte le sue rovine,

e renderà il suo deserto come l’Eden,

e la sua steppa come il giardino dell’Eterno.

Giubilo e gioia saranno in essa,

ringraziamenti e inni di lode.

Donato Grosser


Processo Stormfront, Comunità Ebraica di Roma: “Segnale decisivo contro l’odio on line. La Procura lavora per una Rete più sana”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

“La battaglia contro la diffusione e la propaganda dell’odio on line centra un obiettivo importante. Il Processo Stormfront ha oggi prodotto 25 rinvii a giudizio, sei patteggiamenti e  due condanne in rito abbreviato. E’ il segnale tangibile che le nostre istituzioni sono al fianco di chiunque subisca discriminazioni dettate dall’odio razziale. Ringraziamo la Digos per il lavoro svolto in fase di indagine su tutto il territorio nazionale, la Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone e in particolare il pubblico ministero Luca Tescaroli. In questo processo la Procura non solo sta portando a giudizio un gruppo di razzisti, ma sta anche segnando passi importanti nel campo della Giustizia sulla Rete disegnando metaforicamente dei confini di legalità che renderanno più sana e corretta la vita digitale dei cittadini italiani”.

Lo dichiara in una nota la Comunità Ebraica di Roma.


Gianni Pittella in visita alla Comunità Ebraica

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

fotoNel pomeriggio di giovedì 16 luglio il capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Democratici e Socialisti al Parlamento Europeo Gianni Pittella è venuto in visita presso la Comunità Ebraica di Roma.  Ad accoglierlo la neo eletta Dott.ssa Ruth Dureghello, presidente della CER, l’ex presidente CER Riccardo Pacifici, il vicepresidente Ruben Della Rocca, il consigliere del Municipio XII di Roma Alessia Salmonì e l’assessore Daniel Funaro. Dopo una breve visita al Museo Ebraico di Roma, terminato all’interno del Tempio Maggiore, si è svolto un colloquio informale tra gli esponenti della CER e l’euro parlamentare.  Tra le tematiche trattate il dilagante antisemitismo e terrorismo internazionale, le modalità di incentivo del dialogo interreligioso a livello europeo e la possibilità di offrire delle esperienze formative ai ragazzi delle scuole della comunità ebraica di Roma direttamente sul campo a Bruxelles.


BEN HAMETZARIM 5775-2015 – Istruzioni per l’uso

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un ossessione di tutto l’anno.

Secondo l’impostazione ebraica tradizionale il ricordo si mantiene non solo con un semplice atto del pensiero, ma con manifestazioni e atti concreti che lo sostengono e lo alimentano; quando questi atti sono regole che tutta la comunità rispetta insieme si crea, grazie ad essi, un senso di condivisione e di unità. E’ con questo spirito che vanno illustrate e comprese le regole di questi giorni, che vengono chiamati Ben hametzarìm. L’espressione significa “tra le ristrettezze”, ed è presa dal libro delle Lamentazioni di Geremia (1:3). E’ il periodo di tre settimane che va dal 17 di Tamuz (quest’anno sabato 4 Luglio, per cui il periodo inizia la domenica 5) al 9 di Av (quest’anno sabato 25 luglio, che fa slittare il digiuno all’indomani, domenica 26). Durante questo periodo, che culminerà con il digiuno del 9 di Av, sono prescritti alcuni divieti che creano un’atmosfera di progressiva mestizia. I divieti si applicano con gradualità crescente e si distinguono per questo vari momenti:

• dal 17 di Tammuz (secondo molti già dalla sera che precede il digiuno)

• dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Av. Quest’anno: la sera di giovedi 16 luglio

• la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al digiuno.

• il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il Miqdash continuò a bruciare); quest’anno è il giorno in cui facciamo il digiuno posticipato.

Quest’anno è un anno particolare perchè il 9 di Av cade di sabato, ed il digiuno è rimandato alla domenica 26 luglio.  Questo fa sì che molti dei rigori che hanno effetto solo nella settimana del 9 di Av, secondo lo  Shulchan ‘Arukh (ma altri non sono d’accordo) non si applicano più. Questo vale per Sefardim e Italiani, meno per gli Ashkenazim che anticipano alcuni divieti al Rosh Chodesh o a tutto il periodo.

In generale sull’applicazione delle regole esistono tradizioni e rigori diversi e gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi ed estensivi.

Essendo la materia molto complicata, presentiamo qui di seguito alcune linee orientative su alcuni divieti.

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo.

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e indifferibili sono permesse. Parimenti sono permesse costruzioni di mitzwà (quale ad esempio un bet hakeneset).

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyànu: non si mangia in tutto il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato. Alcuni sefarditi dissentono e non recitano shehecheyànu neppure di Sabato.

Vestiti ed oggetti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyànu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente). Se durante questo periodo viene consegnato un oggetto ordinato precedentemente (ad es. un automobile) non si deve rimandare la consegna. Se c’è la possibilità di acquistare oggetti per i quali si recita shehecheyanu ad un prezzo molto vantaggioso si interpelli un Rabbino.

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

Manifestazioni di gioia, feste, ascolto di musica: deve essere tutto ridotto a meno che non si tratti di occasioni indifferibili in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.). E’ bene evitare i viaggi di piacere, a meno che non vi sia un’effettiva necessità di riposo.

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av. Alcuni si radono e si tagliano i capelli il giorno 10; altri li tagliano nel pomeriggio del 10; qualcuno aspetta l’11. Le donne in età da matrimonio e già sposate si possono depilare, tranne che nella settimana del 9 di Av.

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (sabati esclusi). Alcuni vietano di tagliarsi le unghie nella settimana del 9 di Av. Le donne che devono fare la tevilà possono tagliare le unghie anche nella settimana del 9 di Av.

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà che l’osservanza di questa regola pone con il clima caldo di questi giorni, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare  tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare, di indossarli per breve tempo (rav Ovadia Yosef dice un’ora) e quindi riporli per riusarli quando serve nel corso dei giorni successivi. Molti sono facilitanti riguardo il lavaggio della biancheria intima e degli abiti dei bambini.

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne (in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di Av); agli uomini che hanno l’abitudine di farla alla vigilia del Sabato è permessa in acqua calda, negli altri giorni preferibilmente in acqua fredda. Il bagno in mare non è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda. Sono permessi bagni a scopo terapeutico.

Pulizia della casa: c’è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l’opinione prevalente è di permetterla. Secondo l’uso italiano e sefardita si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av.

Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno esclude questo giorno dal divieto, non gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Alcuni la vietano già dal 17 di Tamuz. Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabbatico secondo alcuni si può finire l’indomani. Secondo un’altra opinione si può consumare nel pasto immediatamente successivo all’uscita dello Shabàt, ed il resto si dà ai bambini. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. Parimenti è permesso consumare cibi che siano stati cucinati assieme a carne. Alcuni dissentono su questo punto, perché il sapore della carne è percepibile. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi deve per motivi di salute mangiare carne. Ciò si applica anche in caso di patologie non particolarmente gravi. Le donne che allattano possono essere facilitanti e consumare carne durante tutto il periodo. E’ permesso inoltre mangiare carne per pasti di mitzwà (per una milà, un pidion ha-ben, o un bar mitzwà). La mishmarà che precede la milà non rientra in questa categoria, e quindi non è consentito mangiare carne.

Vino e alcolici: c’è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9, chi non si astiene affatto (alcuni Sefardim); altri vietano in tutti il periodo. Di Sabato il vino è permesso; il vino della Havdalà è permesso (alcuni usano farlo bere ad un minore, se presente). E’ permesso bere vino durante i pasti di mitzwà. Birra e alcolici sono comunque permessi.

Per la compilazione di questa nota sono stati consultati: Shulchan ‘Aruch Orach Chayym 551-553 con commenti ;Kitzur Meqor Chayym, cap. 96, Pisqè teshuvot al cap. 551:23; Yalqut Yosef pp. 661-668, Peninè Halachà, Avelut ha-churban. Per il Minhag Italiano si è fatto riferimento a Shibbolè haleqet cap. 263-264.

a cura di Riccardo Di Segni

Regole particolari per quest’anno (9 di Av di Shabat: orari validi per Roma):

Sabato 25 luglio si può mangiare e bere a Roma a volontà fino alle 20:35, senza alcuna delle limitazioni che si applicano quando la vigilia del 9 di Av capita di giorno feriale.

Le scarpe di cuoio si possono tenere fino a 20-30 minuti dal tramonto (20:56-21:06).

Shabbat finisce alle 21:20. Per facilitare l’arrivo con i mezzi al Tempio Maggiore da posti lontani l’inizio di Arvit è stato posticipato alle 21:50.

L’havdalà si divide: sabato sera si recita la formula attà hivdalta nella ‘amidà e poi si benedice solo sul lume. Chi deve fare qualche lavoro (esempio andare in macchina ecc.) e non ha detto ancora la ‘amidà reciti la formula : Barùkh hamavdil ben qodesh lechol. Alla fine del digiuno (ore 21:06 di Domenica sera) si benedice sul vino e con l’ultima benedizione della havdalà. Gli ashkenazim che non bevono vino quella sera possono benedire su altra bevanda (come birra) o darlo da bere a un minore; se non c’è un minore possono berlo gli adulti.

Alla fine del digiuno gli Ashkenazim usano evitare carne e vino (ma solo la sera, in quanto posticipato), gli altri no.

Schermata 2015-07-17 alle 10.04.37


Parashà di Mattòt: il dovere di essere al di sopra di ogni sospetto

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Seutter map

Le tribù di Gad e di Reuvèn chiesero a Moshè di poter rimanere in Transgiordania dove vi era un vasto territorio adatto al pascolo dei loro numerosi greggi. Questa richiesta fece sì che furono sospettati di non voler combattere per la conquista della terra d’Israele, come era già avvenuto trentanove anni prima quando il popolo perse coraggio sentendo il rapporto degli esploratori. Dopo un negoziato con i rappresentanti delle tribù, Moshè acconsentì alle loro richieste a condizione che partecipassero con le altre tribù alla conquista della Terra d’Israele e tornassero a casa solo al termine della guerra: “Moshè disse loro: se così farete e andrete in guerra con le vostre truppe scelte in testa al popolo dell’Eterno [la vostra richiesta sarà esaudita]. Tutte le vostre truppe scelte dovranno attraversare il Giordano dinanzi al popolo dell’Eterno [e combattere] fino a quando avrà rimosso i suoi nemici davanti a lui. Quando il paese sarà così conquistato dal popolo dell’Eterno, potrete tornare [alle vostre case] e così sarete al di sopra di ogni sospetto [lett. “Puliti”] sia nei confronti dell’Eterno sia nei confronti di Israele…” (Bemidbàr: 32:20-22).

L’espressione “E sarete al di sopra di ogni sospetto” viene riportata in tre trattati talmudici: in Pesachìm (13a), in Yomà (38a) e in Shekalìm (Cap. 3:2). Nel primo trattato  viene insegnato che “Quando non vi sono poveri [a cui devolvere le raccolte di beneficienza] gli amministratori della beneficienza non possono cambiare [le monete di bronzo che sono soggette a corrosione con monete di argento] a loro stessi ma possono farlo ad altre persone. [Così pure] quando non vi sono persone a cui distribuire il cibo, gli amministratori della mensa dei poveri possono vendere ad altri e non a loro stessi, perché è insegnato:«E sarete al di sopra di ogni sospetto nei confronti dell’Eterno e nei confronti di Israele»”. Gli stessi insegnamenti appaiono nel trattato Bavà Batrà (8b) dove la lista delle istruzioni per gli amministratori è più lunga. Rashì spiega che la proibizione agli amministratori di cambiare le monete fu istituita affinché non venissero sospettati di usare un cambio favorevole. Tutti i casi relativi agli amministratori della beneficienza sono riportati come normativi nello Shulchan ‘Arukh, Yorè Deà (257:1-2)

Nel trattato Yomà viene raccontato che la famiglia di Garmo, che era specialista nella produzione del lechem ha-panìm, il pane che veniva posto nel Bet Ha-Mikdàsh ogni settimana, fece sì che i loro bambini non si facessero trovare con pane fresco in mano affinché la gente non dicesse che si nutrivano del lèchem ha-panìm. E questo per osservare: “E sarete al di sopra di ogni sospetto”. Nello stesso passo vi è un racconto sulla famiglia di Avtinas che era specializzata nella produzione del ketòret (il profumo per il Bet Ha-Mikdàsh). Quando i figli prendevano moglie, ponevano loro come condizione che non usassero profumi affinché la gente non dicesse che usavano il ketòret per profumarsi. Nel Talmud Yomà (38b) viene raccontato che i Maestri lodarono queste due famiglie per il loro comportamento in quanto non erano obbligate ad essere così rigorose nei loro comportamenti. R. Ya’akov Farbstein in Aholè Ya’akòv (Bemidbàr, p. 634) spiega che queste due famiglie furono lodate perché mangiare pane fresco o a usare profumi sono cose che fanno tutti e la gente normale non ha sospetti in casi del genere, mentre per gli amministratori della beneficienza evitare di essere sospettati è un obbligo.

Un altro caso nel quale i Maestri imposero delle regole per evitare sospetti di comportamento improprio è nel trattato Bavà Batrà (99a), nella mishnà che insegna: “Il proprietario di un pozzo che si trova dietro alla casa di un altro, può entrare solo durante le ore nelle quali le persone normalmente entrano, e uscire durante le ore nelle quali le persone escono normalmente […] ed entrambi mettono un lucchetto”. R. ‘Ovadià da Bertinoro spiega che mentre il proprietario del pozzo mette un lucchetto alla porta che dà accesso al pozzo per evitare che il padrone di casa si serva dell’acqua, il padrone di casa mette un lucchetto per evitare che il proprietario del pozzo entri in casa quando non è presente. Questa è una regola dei Maestri per proteggere la reputazione della moglie del padrone di casa.

Un altro esempio dell’obbligo di essere al di sopra di ogni sospetto è riportato nello Shulchàn ‘Arùkh, Chòshen Mishpàt (14:4) dove R. Yosef Caro scrive: “C’è chi dice che se un giudice si rende conto che una delle parti in causa lo sospetta di aver favorito la parte avversa, deve fargli sapere il motivo della sua decisione perfino se costui non glielo ha chiesto”. Il Remà nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh aggiunge che se una delle parti in causa lo chiede, i giudici devono comunicare il motivo della decisione per iscritto.

Lo Zòhar in questa parashà estende a tutti l’obbligo di essere al di sopra di ogni sospetto per fare sì che nessuno possa parlare male su di noi. [La mappa allegata, dell’anno 1745, che mostra la suddivisione dei Eretz Israel per tribù, è opera di Matthaeus Seutter, Augsburg].

Donato Grosser


Parashà di Pinechàs: anche chi ama la pace deve saper prendere le armi

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Pixelated - Weigel

Pinechàs compare alla fine della parashà di Balak quando uccide Zimrì con un’azione legittima ma extra-giudiziaria (T.B., Sanhedrin, 82a). Zimrì, capo di uno delle cinque famiglie della tribù di Shim’on, aveva manifestato pubblicamente di aver avuto relazioni illecite con Cozbì, una principessa midianita. Lo scandalo era così evidente e la situazione così sconvolgente che Moshè e i membri del sinedrio non seppero come reagire. Rashì nel suo commento scrive: “[Moshè] dimenticò quale fosse la halakhà in questo caso e tutti eruppero in pianto. Nell’episodio del vitello d’oro Moshè fu [in grado di reagire] da solo nei confronti di seicentomila […], mentre in questa situazione gli caddero le mani”. Zimrì non era stato il solo a familiarizzare con midianite e moabite; gran parte degli uomini della sua tribù avevano seguito il suo esempio. Il risultato fu una pestilenza inviata dall’Eterno che causò la morte di ventiquattromila uomini (Bemidbàr, 25:9).

Nella Torà è scritto che “Pinechàs figlio di El’azar, figlio di Aharon il Kohen, si rese conto di quello che stava succedendo, si alzò di mezzo all’assemblea e prese in mano una lancia; seguì l’uomo israelita nella tenda e li trafisse tutti e due [infilzando la lancia] attraverso l’uomo israelita e il ventre della donna; così si arrestò la mortalità dai figli d’Israele” (Ibid. 7-8).

Dopo questo episodio “L’Eterno parlò con Moshè e gli disse: Pinechàs, figlio di El’azar, figlio di Aharon il Kohen, è stato il solo che tra gli Israeliti ha sostenuto in modo zelante la Mia causa e ha distolto la Mia ira da loro, perciò non li ho distrutti per via della Mia richiesta di fedeltà. Pertanto digli che gli ho dato il Mio patto di pace. Ciò varrà per lui e per la sua discendenza qual patto di sacerdozio eterno, perché ha sostenuto con zelo la causa di Dio ed ha espiato per il popolo d’Israele” (ibid. 10-13).

La reazione del popolo non era stata altrettanto positiva nei confronti di Pinechàs. Rashì commenta: “Le tribù lo disprezzarono dicendo: guardate questo Puti, il cui nonno materno aveva ingrassato vitelli per culti idolatri, che ha ucciso un capo tribù d’Israele”. Rashì si riferisce al fatto che El’azar aveva sposato una delle figlie della famiglia di Yitrò, chiamato anche Putiel, dalla quale aveva avuto Pinechàs e aggiunge che per questo motivo la Torà sottolinea che Pinechàs era nipote di Aharon.

R. Avraham Kroll [Lodz, 1912-1974, Gerusalemme] in Bifkudekha Asìcha (p.326), cita l’opera Vaydabèr Moshè dove è scritto che le tribù sostenevano che Pinechàs fosse un uomo di natura feroce in quanto discendente da idolatri, e pertanto il suo gesto non fu così eroico. Per questo motivo la Torà sottolinea che Pinechàs era discendente di Aharon per indicare il contrario, e cioè che Pinechàs aveva lo stesso carattere di suo nonno e infatti la Mishnà in Avòt (1:12) afferma che Aharon “Amava la pace e la inseguiva”. Pinechàs in questa situazione dovette andare contro il proprio istinto pacifico per fare la volontà divina.

Rashì, sul fatto che la Torà specifichi anche il nome di Zimrì e della sua tribù, commenta così:“Come per il giusto [Pinechàs] è stata indicata al fine di lode l’origine famigliare, così è stato fatto in segno di biasimo per il malvagio (ibid. 14). Rav Kroll spiega il perché: mentre Shim’on aveva rischiato la vita per salvare la sorella Dina, che era stata rapita e violentata dal figlio del Re della città di Shekhem, Zimrì, che non era di natura una persona prona a commettere atti immorali, in questo frangente si lasciò andare.

Per merito del suo gesto Pinechàs ricevette “il patto di sacerdozio eterno”. Rashì, citando l’opinione di  R. El’azar nel trattato talmudico Zevachìm (101b), menziona che Pinechàs, anche se figlio di El’azar il Kohen, non era Kohen e ricevette il sacerdozio solo in quel frangente. Questo perché quando Aharon e i suoi figli furono nominati Kohanim, il sacerdozio fu dato solo ad Aharon, ai figli che furono nominati con lui e ai loro futuri discendenti. Pinechàs invece era bambino, come spiega il Maharal di Praga nel suo commento Gur Ariè, e non ricevette la nomina di Kohen.

R. Avrohom Bornsztain [1838 – 1910], il Rebbe di Sochatchow, nella sua opera Avnè Nèzer (Chòshen Mishpàt, 88), scrive che il Maimonide (Hilkhot Biat Mikdash, 5:13), basandosi sull’opinione di R. Shim’on e R. Yehudà nel Talmud Zevachìm, stabilisce invece che Pinechàs era stato nominato Kohen fin dall’inizio. R. Ya’akov Kamenetzky in Emet Le-Ya’akov afferma che lo stesso traspare dalle Hilkhòt Talmud Torà (3:1) dove il Maimonide scrive che la “Corona della Kehunà [sacerdozio] fu assegnata ad Aharon” citando appunto il versetto di Bemidbàr (25:13) che si riferisce a Pinechàs.

Rav Kroll conclude che Pinechàs non uccise Zimrì, né per onore, né per vendetta, ma come avrebbe fatto re David molti anni più tardi con il gigante Goliat, lo fece solo per zelo religioso e per salvare il popolo da ulteriori sciagure. Ci sono situazioni nelle quali anche coloro che amano la pace devono sapere prendere le armi. (Illustrazione di Pinechàs che trafigge Zimrì e Cozbì da una stampa di Johan Cristoph Weigel, 1654-1725, dal sito Alhatorah.org).

Donato Grosser