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Parashà di Beha’alotekhà: I grandi proseliti

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Le parole “partiamo, vieni con noi” iniziano un dialogo tra Moshè e il suocero Yitrò, dopo la rivelazione del Sinai e con le tribù in ordine di marcia.

Pronti a partire per la terra di Canaan, “Mosè disse a Chovàv (cioè Yitrò perché aveva più di un nome), figlio di Re’uèl il midianita, suocero di Mosè: noi ci mettiamo in viaggio verso il luogo del quale l’Eterno ha detto: Io ve lo darò. Vieni con noi e ti faremo del bene, perché l’Eterno ha promesso buone cose ad Israele […]” (Bemidbàr, 10:29).

R. Meir Leibush Wisser (Ucraina, 1809-1879), detto Malbim dalle sua iniziali, nel suo commento Ha-Torà ve-ha-Mitzvà spiega che Chovàv e Yitrò erano la stessa persona, perché era uso dare ai proseliti un nuovo nome come è scritto nel libro del navì (profeta) Yesha’yà (Isaia, 65): “e ai suoi servi darà un altro nome”.

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Parashà di Nassò: Maestro, musica!

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All’inizio della parashà è scritto che l’Eterno disse a Moshè di censire tutti i leviti della famiglia di Gershòn di età tra trenta e cinquanta anni chiamati al servizio nel Mishkàn, il tabernacolo mobile nel deserto.

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin (Mir, 1816-1893, Varsavia) nel suo commento Ha’amèk Davàr, cita il trattato talmudico ‘Arakhìn (11) dove viene fatto notare che nel versetto è scritto “servire il servizio” (la’avod ‘avodà) e non semplicemente “al servizio” (la’avodà). Questo indica che i leviti della famiglia di Gershòn erano addetti a un servizio che era parte di una altro servizio e cioè il canto e la musica.

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Parashà di Bemidbàr: Siamo degli uomini, non dei numeri!

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Il quarto libro della Torà che è chiamato Bemidbàr con la prima parola della parashà dopo le parole di introduzione, è anche chiamato comunemente il libro dei Numeri perché è proprio qui che avviene il conto degli uomini abili alle armi.

R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento scrive che il censimento degli uomini abili alle armi era stato fatto proprio nel capo mese del secondo anno dall’uscita dall’Egitto perché, se non fosse stato per il peccato degli esploratori, il popolo d’Israele sarebbe entrato nella Terra Promessa marciando, con i popoli colà residenti che sarebbero fuggiti davanti a loro, senza bisogno di far guerra. Il conto doveva essere fatto “contando i nomi” (Bemidbàr, 1:2). R. Sforno scrive che il conto doveva essere fatto in questo modo perché tutti gli uomini della generazione dell’Esodo erano designati dai rispettivi nomi che ne riflettevano la statura e il carattere. R. Sforno offre un commento simile all’inizio del libro di Shemòt, dove vengono elencati i nomi dei figli di Ya’akòv che vennero in Egitto e scrive: “Coloro che vengono qui menzionati erano degni di essere chiamati con il loro nome, che ne rifletteva il carattere e la statura. Questi uomini durante la loro vita furono un faro di luce cosicché la loro generazione non degenerò…” (Shemòt, 1:1).

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Parashà di Bechukkotày: Parnassà facile o parnassà difficile?

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La parashà di Bechukkotày è l’ultima del libro di Vaykrà. In questa parashà vi è tutta una serie di benedizioni promesse ad Israele se seguiranno i comandamenti dell’Eterno e una serie più lunga di maledizioni se faranno il contrario. Le benedizioni iniziano con queste parole: “Se seguirete i miei decreti e osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, vi darò le piogge alla loro stagione, la terra darà prodotti e gli alberi della campagna daranno frutti. La trebbiatura durerà per voi fino alla vendemmia e la vendemmia durerà fino alla semina; avrete cibo a sazietà e abiterete tranquilli nel vostro paese. E darò  pace nel paese…” (26:3-6).  Le benedizioni coprono undici versetti, dal terzo al decimo, mentre per le maledizioni ve ne sono trenta, dal quattordicesimo al quarantatreesimo.

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Parashà di Behàr Sinai: Fratello, parente e conoscente

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Dopo la conquista della terra d’Israele, Yehoshùa’ (Giosuè) la divise per tribù e famiglie. Ogni capo famiglia ebbe così la sua proprietà ereditaria. Il popolo d’Israele divenne così una comunità di liberi proprietari terrieri. Nel caso in cui qualcuno avesse venduto parte dei suoi terreni per necessità economiche, poteva riscattarlo dopo due anni.  In ogni caso i terreni tornavano alla famiglia durante l’anno dello Yovèl (giubileo) che ricorreva ogni cinquanta anni. Chi vendeva un terreno, non vendeva quindi la proprietà ma solo l’usufrutto per il numero di anni che mancavano al prossimo Yovèl.

Il caso della vendita per necessità viene descritto nel seguente versetto: “Se un tuo fratello diventerà povero e venderà parte della sua proprietà terriera ereditaria, un suo parente potrà riscattare per lui la proprietà che aveva venduto. E se qualcuno non ha un parente che riscatti, ma miglioreranno le sue condizioni economiche e troverà i mezzi per il riscatto, farà i conti degli anni per i quali il terreno è stato venduto e restituirà il resto al compratore. Poi potrà ritornare nella sua proprietà ereditaria. E se non troverà mezzi sufficienti per farsela restituire, quello che ha venduto resterà in possesso del compratore fino all’anno dello Yovèl e allora il padrone originale tornerà nella sua proprietà ereditaria” (Vaykrà, 25:25-28).

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Parashà di Emòr: Nella comunità bisogna tenere conto di tutti

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La parashà di Emòr comprende un capitolo dal libro di  Vaykrà (23:1-44) che viene letto nel secondo giorno di Pèsach e nei primi due giorni di Sukkòt. Il motivo è evidente. Questa sezione tratta tutti giorni festivi,  iniziando dallo Shabbàt. Prosegue poi con Pèsach, coi 49 giorni dello ‘Omer, e poi  Shavu’òt, Rosh Hashanà, Kippur, Sukkòt e Sheminì ‘Atzèret.

R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà (Vaykrà, 23:1) scrive che lo scopo di questo capitolo è di elencare le feste nell’ordine del loro ciclo annuale e di presentare le regole peculiari ad ogni giorno di festa. I giorni festivi trattati in questi capitolo hanno un concetto in comune con le regole riguardanti il Santuario trattate dall’inizio del libro di Vaykrà fino a questa parashà. Quello che il Santuario rappresenta nello spazio, i giorni di festa rappresentano nel tempo. Lo scopo di entrambi è di avvicinare Israele all’Eterno. Il messaggio a noi è questo: questi erano i giorni nei quali l’Eterno fu vicino a noi nel passato ed ogni anno quando questi giorni ricorrono, l’Eterno ci aspetta per rinnovare la vicinanza con noi.

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Parashà di Kedoshìm: La riprensione affettuosa

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Nel Midràsh (Vaykrà Rabbà, 24:5) Rabbi Chiyà dice che questa parashà fu insegnata da Moshè agli israeliti di fronte a tutto il popolo perché comprende la maggior parte dei principi della Torà.

Nella parashà vi è una sequenza di mitzvòt nei confronti del prossimo: “Non odiare il tuo fratello in cuor tuo; ammonisci il tuo prossimo e non renderti colpevole per causa sua; non vendicarti e non conservare rancore verso i figli del tuo popolo; e vorrai il bene del prossimo come per te stesso, Io sono l’Eterno”(Vaykrà, 19:17-19). Leggendo questi versetti è evidente che non si tratta di regole convenzionali emesse solo per il bene della società, ma di mitzvòt  comandate dall’Eterno.

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Parashà di Acharè Mot: I peccati imperdonabili verso il prossimo

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La parashà di Acharè Mot descrive il servizio del Kohèn Gadòl nel giorno di Kippur nel Mikdàsh. 

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nelle Hilkhòt Teshuvà (lett.: “regole del ritorno” sulla retta strada) scrive che quando il Bet Ha-Mikdàsh era in esistenza, il capro espiatorio serviva da espiazione per tutti i peccatori d’Israele che avevano fatto teshuvà (cap. 1:2)

Nel Talmud babilonese (trattato Yomà, 85b) riguardo al versetto dove è scritto “Sarete ripuliti da tutti i vostri i peccati al cospetto dell’Eterno” (Vaykrà, 16:30), R. El’azar figlio di ‘Azarià spiegò che il giorno di Kippur serve ad espiare solo i peccati commessi nei confronti dell’Onnipresente. I peccati commessi nei confronti del prossimo non vengono espiati se non ci si è rappacificati con la persona offesa.

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Parashà di Metzora’: Il mondo della Halakhà

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In questa parashà dopo le regole delle persone che rimangono afflitte da tzara’at, malattie della pelle impropriamente chiamate lebbra e più vicine alla psoriasi, il cui nome deriva probabilmente da tzara’at, la Torà prescrive cosa fare nel caso appaiano delle macchie verdastre o rossastre anche nei muri delle case nella Terra di Cana’an.  Nella Torà è scritto: “Quando sarete entrati nella terra di Cana’an che sto per darvi in possesso, se manderò una macchia di tzara’at in una casa del paese in vostro possesso, il padrone della casa si recherà dal kohèn e gli riferirà parlando così: qualcosa che assomiglia a una macchia mi è apparsa nella casa” (Vaykrà, 14:34-35).

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Parashà di Sheminì: Perché due benedizioni dopo l’inaugurazione del Mishkàn?

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Nel “Yom Sheminì”, nell’ottavo giorno, terminarono i giorni dell’inaugurazione ufficiale del Mishkàn, il tabernacolo, il santuario mobile che accompagnò gli israeliti nel deserto per altri trentotto anni fino a quando entrarono nella Terra Promessa. Dopo avere offerto i korbanòt, i sacrifici prescritti per l’occasione, è scritto: “Ed Aharon alzò le braccia verso il popolo e li benedisse e discese dopo avere fatto il sacrificio per l’espiazione del peccato, l’olocausto e i sacrifici di pace. Poi Moshè ed Aharon entrarono nella tenda di riunione, ne uscirono e benedissero il popolo, ed allora la gloria dell’Eterno apparve a tutto il popolo” (Vaykrà, 9:22-23).

In questo passo vengono menzionate due benedizioni: la prima data da Aharon e la seconda data da Moshè insieme con Aharon.

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