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La Torah spiegata ai bambini

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Al Jewish Community Center di Roma

il 30 novembre 2014

si terrà la presentazione del libro

“La mia Torah. Le parashòt di Shemot per i ragazzi”. 

Via Cesare Balbo 33 – Ore 18.00

Saranno presenti le autrici Anna Coen e Mirna Dell’Ariccia,

 la Coordinatrice del Progetto Editoriale DEC UCEI Odelia Liberanome,

il Revisore Gadi Piperno,

 il Direttore per le materie ebraiche nella Scuola Ebraica di Roma rav Roberto Colombo,

l’Assessore alle Politiche Educative della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello

e il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici.

Per info:

Centro Di Cultura Ebraica

tel. 06 5897589

centrocultura@romaebraica.it

Libreria Kiryat Sefer

tel. 06 45596107


Parashà di Toledòt: Esaù distrugge e Ya’aqov costruisce

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Mandeville-The Birth of Esau and Jacob

La lotta tra Ya’aqov (Giacobbe) ed ‘Esav (Esaù) iniziò già nel ventre della madre Rivqà (Rebecca) che, turbata dalla difficile prima gravidanza dopo vent’anni di matrimonio, come spiega Rashì, andò da Shem (Sem) figlio di Noach (Noè) a chiedere per quale motivo fosse afflitta da problemi che le altre donne non avevano. Shemle rispose: “Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli si separeranno dalle tue viscere; il dominio passerà da una nazione all’altra e il maggiore servirà il più piccolo” (Bereshìt – Genesi, 25:23). Shem morì cinquant’anni dopo la nascita di Ya’aqov.

R. David Tzvi Hoffman (1843-1921, Berlino), citato nel commento alla Torà di R. Nosson Sherman, scrive che Shemprofetizzò a Rivqà che i due nascituri rappresentavano due nazioni e due ideologie: da una parte Edom e dall’altra Israele. Il loro conflitto nel grembo della madre era un simbolo della loro futura rivalità che sarebbe terminata con il secondo (Ya’aqov) che avrebbe prevalso sul primo (Esaù chiamato Edom).

I Maestri del Talmud insegnano (Meghillà 6a) che le due nazioni avrebbero sempre avuto un destino opposto: “Cesarea e Gerusalemme: se qualcuno ti dicesse che entrambe sono in rovina, non crederci; che entrambe sono abitate, non crederci; che Cesarea è in rovina e Gerusalemme è abitata o che Gerusalemme è in rovina e Cesarea è abitata, puoi crederci. […] R. Nachman figlio di Yitzchaq disse che questo lo si impara dal versetto nel quale è scritto: «il dominio passerà da una nazione all’altra»”.

I Maestri nel Midràsh Rabbà (Bereshìt, 63:9) citano un episodio nel quale un governatore romano chiese a Rabban Gamliel, presidente del Sinedrio: “Chi dominerà dopo di noi?”. Rabban Gamliel prese un foglio di carta nuovo e con la penna vi scrisse: “E dopo di lui uscì suo fratello che afferrava con la mano il calcagno di Esaù” (Bereshìt – Genesi, 25:26).

R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) commenta (Divrè Haggadà, p. 69) che il governatore romano, rendendosi conto che l’età dell’oro di Roma stava passando, andò dal più saggio degli ebrei a chiedere cosa sarebbe successo in futuro. Roma era in guerra con i Parti e con altre nazioni e il governatore chiese a Rabban Gamliel quale nazione avrebbe dominato il mondo dopo Roma. Il governatore si aspettava che Rabban Gamliel gli mostrasse una delle nazioni la cui crescente forza si poteva già intravvedere all’orizzonte. Rabban Gamliel scrisse parte del versetto su un foglio di carta nuovo per indicare che la nazione d’Israele sarebbe spuntata dal nulla per iniziare una nuova era. Anche se in quel momento non si vedeva alcun segno del futuro dominio della nazione d’Israele, quando fosse tramontato completamente il sole di Roma, sarebbe necessariamente sorto il sole d’Israele.

Commentando lo stesso passo talmudico, R. Ya’aqov Kuli (1689-1732, Costantinopoli), autore dell’opera Me’am Lo’ez, nel citare vari commentatori scrive che la risposta di Rabban Gamliel seguiva l’usanza di quei tempi di comunicare in modo criptico. Rabban Gamliel voleva dire che nonostante in quel periodo il popolo d’Israele fosse sottomesso e sofferente, esso sarebbe tornato ad avere giorni migliori, come dimostrato dalla carta nuova che viene prodotta da vecchi stracci estratti dalle immondizie.

Rav Elyashiv aggiunge che dal versetto “che afferrava con la mano il calcagno di Esaù” si impara un altro insegnamento. La mano è fatta per costruire e per piantare. Lo scopo dell’ebraismo è far sì che il mondo riconosca la presenza divina. Egli cita il Midràsh Rabbà (Vayiqrà, 25:3) dove è detto: “Fin dall’inizio della Creazione il Santo Benedetto non si occupò di altro che di preparare una piantagione, perché è scritto che l’Eterno fece un giardino nell’Eden; anche voi ora che entrate nella terra occupatevi come prima cosa di fare delle piantagioni, perché è scritto: «Quando verrete nella terra e pianterete»”.

Il piede invece è fatto per distruggere e rovinare, come è scritto nel libro di Daniel (7:7): “Ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d’una forza eccezionale, con denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava”. Nonostante Esaù cerchi di distruggere quello che Ya’aqov costruisce, egli non avrà successo.

La mano di Ya’aqov si occupa di costruire un mondo migliore grazie allo studio della Torà, come è detto: “Non chiamarli tuoi figli (banàikh) ma tuoi costruttori (bonàikh)” (T.B. Berakhòt 64a). Esaù vuole distruggere ma Ya’aqov lo prende per il calcagno. La mano che costruisce afferra il piede che vuole calpestare e rovinare. Quando Ya’aqov afferra con tutte le sue forze quello che Esaù vuole distruggere (cioè l’insegnamento di benevolenza, di verità e di rettitudine), egli è sicuro che “la tua luce irrupperà come il mattino” (Yesha’yà – Isaia, 58:8). Così come l’oscurità non può esistere dove c’è la luce, allo stesso modo la distruzione non può esistere dove si costruisce. Incidentalmente, R. Avraham Ibn ‘Ezra  nel suo commento a questa parashà scrive che gli abitanti dell’Egitto, dello Yemen (Saba) e dell’Iraq (Elam) vengono chiamati erroneamente discendenti di Ishma’el (Ismaeliti) perché in questi paesi i discendenti di Ismaele sono una piccola minoranza. R. Aharon Shurin (Lituania, 1912-2012, Brooklyn) nel commentare Ibn ‘Ezra aggiunge che gli abitanti di questi paesi sono invece discendenti degli Edomiti che distrussero Gerusalemme e che apparentemente si convertirono all’Islam.

Donato Grosser


Domenica kosher a Portico d’Ottavia

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Gusto Kosher – Alla scoperta dell’enogastronomia ebraica.

Domenica 23 novembre dalle 11.00 alle 20.00 – Ingresso gratuito.

Un concentrato di energie rigorosamente kosher a Palazzo della Cultura.

Via del Portico d’Ottavia 73, Roma.

Una domenica all’insegna di odori, sapori ed esperienze che sanno di casa e profumano di mondo. Vini dalle migliori  cantine italiane ed israeliane, ma anche laboratori per bambini, angolo della lettura, tavole rotonde di approfondimento, musica e molto altro.

Per informazioni: 06 60608

Mail: eventi@lebonton.it

Facebook: Gusto Kosher

Twitter: @GustoKosher

Instagram: gustokosher


Parashà di Chayè Sarà: l’elogio funebre per Sara

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“E Sara visse centoventisette anni. Tanti furono gli anni della vita di Sara” (Bereshìt – Genesi, 23:1). Sara morì nell’anno 2085 dalla creazione di Adamo, 3690 anni fa. La parashà precedente si era conclusa con il racconto del ritorno di Avrahàm (Abramo) e Yitzchàq (Isacco) a Beersheva dopo che Yitzchàq era stato legato sull’altare e al suo posto era stato sacrificato un montone. Ora la Torà racconta che Sara morì e fu sepolta a Chevron nella grotta di Makhpellà. Avrahàm aveva acquistato la grotta come sepolcro di famiglia per sé e per i suoi discendenti al prezzo di quattrocento sicli d’argento. Dalla vicinanza dei due episodi i Maestri imparano che quando Sara morì, Yitzchàq aveva trentasette anni. Rashì (Francia, 1040-1104) nel suo commento scrive che Sara morì subito dopo il ritorno di Avrahàm e di Yitzchàq, quando venne a sapere che il figlio si era salvato per miracolo.

Alcuni commentatori si soffermano sul versetto “e Avrahàm venne a fare l’elogio funebre per Sara e per piangere per lei” (ibid., 23:2), nel quale l’elogio funebre, contrariamente a quello che succede normalmente, precede il pianto.

R. Efraim Luntschitz (Luntschitz, 1550-1619, Praga ) nel suo commento Kelì Yaqàr alla Torà scrive che normalmente con il passaggio del tempo il lutto diminuisce. Tuttavia nel caso della giusta Sara ogni giorno che passava si sentiva maggiormente la mancanza dei suoi insegnamenti e del suo esempio. Per questo è scritto che il pianto seguì gli elogi funebri.

R. Avraham Coreat (Marocco, XIX secolo), cugino di R. Eliyahu Benamozegh, nella sua opera Berìt Avòt (Livorno, ed. Benamozegh, 1861) spiega così: “Ho sentito che alcuni commentatori hanno detto che la natura umana è tale che quando capita una disgrazia in un momento di felicità non si può piangere […] e per questo si fanno venire […] coloro che grazie alle loro orazioni funebri riescono a far piangere i presenti […]. Il nostro patriarca Avrahàm tornò dalla prova del sacrificio di Yitzchàq in un tale stato di elevata felicità che non era in grado di piangere. Per questo nella Torà è scritto «per fare l’elogio funebre per Sara e per piangere per lei»”.

R. Moshe Feinstein (Russia, 1895-1986, New York) in Darosh Darash Moshè offre un’altra spiegazione. Egli menziona che l’ordine normale è quello citato nel trattato talmudico Mo’èd Qatàn (26b) dove è scritto: “Tre giorni per il pianto e sette per gli elogi funebri”. Lo scopo dell’elogio funebre è di parlare bene del defunto e di fare commuovere i presenti. In una generazione di persone per bene non è necessario usare elogi funebri per far commuovere i presenti, perché basta sapere che un giusto è passato a miglior vita per rendersi conto della grande perdita e commuoversi. Dopo tre giorni di pianti bisogna elogiare il defunto affinché i presenti imparino a seguirne l’esempio. Nella generazione dei figli di Chet, che non conoscevano il valore di un giusto, era necessario fare elogi funebri nei primi tre giorni in modo che anche loro si rendessero conto della grande perdita subita per via della morte di Sara.

R. Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) spiega l’ordine del versetto in questo modo: “Sara non era solo la moglie di Avrahàm; era anche la sua collaboratrice, partecipe a tutti i loro programmi, speranze e visioni. Insieme essi scoprirono l’Eterno; insieme essi scoprirono una nuova moralità; insieme essi divennero parte del patto. Sara e Avrahàm furono entrambi l’inizio della Mesorà (della tradizione). […] Avrahàm convertiva gli uomini e Sara convertiva le donne (Midràsh Bereshìt Rabbà, 39:14). […] Avrahàm fece l’elogio funebre per Sara perché Sara era stata il suo […] partner nella fondazione della tradizione. […] La Torà ci insegna che Avrahàm fu prima in lutto per la perdita della madre della tradizione e poi per la perdita dell’amata moglie senza la quale la sua vita divenne desolata, squallida e triste. […] Dopo la morte di Sara la missione di Avrahàm terminò. Così come la tenda di Sara passò a Rivqà (Rebecca) (ibid. 24:67), il compito della conduzione della famiglia di Avrahàm passò ad Yitzchàq”. Infatti, dopo la morte di Sara Avraham non appare più nel racconto delle vite dei patriarchi benché fosse vissuto per altri trentacinque anni.

R. Yosef Caro (Spagna, 1488-1575, Tzefat) nello Shulchan ‘Arukh (344:1) scrive che  fare un appropriato elogio funebre per un defunto è una “grande mitzvà” e bisogna menzionarne i buoni tratti di carattere e aggiungere qualcosa di più ma senza esagerare. E per le persone sagge e pie si devono menzionare la loro saggezza e religiosità. Tuttavia se il defunto (o la defunta) aveva chiesto di non fare per lui (o per lei) elogi funebri bisogna obbedire (ibid., 344:9) perché, come insegnano i Maestri nel trattato di Sanhedrin, l’elogio funebre viene fatto per onorare i defunti e non i loro parenti.

R. Feivel Cohen (Brooklyn, 1937-) nel suo commento Badè Ha-Shulchàn allo Shulchàn ‘Arùkh scrive che anche coloro che ascoltano l’elogio funebre osservano la mitzvà, perché così facendo onorano il defunto.

Infine nello Zohar (Acharè Mot, 57) è scritto che i Maestri stabilirono che nel giorno di Kippur venga letta la parashà che parla della morte dei due figli di Aharon, perché chi prova dispiacere per la morte di un giusto merita di avere l’espiazione dei propri peccati.

Donato Grosser


“Il violinista sul tetto” in scena al Teatro Orione

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Il KKL Italia Onlus  ha il piacere di presentare l’opera teatrale
“Il violinista sul tetto”.
La Compagnia “Gli Amici di Jachy” andrà in scena il prossimo 7 dicembre con direzione e coreografie originali di Jerome Robbins.
  Teatro Orione Via Tortona 7, Roma
7 dicembre 2014 – Ore 20.30
Parcheggio gratuito limitato.
Per info e prenotazioni:
Tel. 06 8075653
ufficiostampa.kkl@gmail.com

 


La burocrazia e la Torah al Museo Ebraico. Leggendo il romanzo di Alfonso Celotto

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celotto 9celotto 10 celotto 8Il mondo dei giudici e degli avvocati, per un giorno, si sposta dall’aula di tribunale per finire nelle sale del Museo Ebraico di Roma. C’è il gotha della legge quel pomeriggio del 28 ottobre scorso alla presentazione del libro di Alfonso Celotto “Il dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale”. E’ una delle tante occasioni messe in piedi da Giordana Moscati, Assessore ai Giovani della Comunità Ebraica capitolina nonché avvocato, e dalla direttrice del Museo, Alessandra Di Castro, nei loro “Read&Drink”, format che da ormai un anno calamita giovani, ma anche meno giovani, in dibattiti con temi e protagonisti rilevanti. Poche settimane prima Celotto e l’Assessore erano seduti in un bar di Portico d’Ottavia con il team della Comunità e il Portavoce Fabio Perugia per capire come organizzare la presentazione. Il libro dell’autore è un romanzo dal sapore ironico e il retrogusto tragicomico, forse pirandelliano, in cui il dottor Ciro Amendola è un uomo dello Stato che combatte contro tutte le nefandezze che la legge, e i legislatori, gli presentano. Argomenti delicati. Ma che ai due fecero aguzzare l’ingegno e nel tempo di un caffè nasceva l’idea di mettere insieme i problemi della burocrazia italiana con l’approccio della Torah, che altro non è che un insieme di leggi. All’iniziativa non solo risponde una presenza di pubblico che lascia in piedi decine di ospiti, ma anche autorevoli oratori e alcuni ospiti di alto profilo. Così, davanti alla vetrina dello Shabbat del Museo Ebraico ecco sedersi Sabino Cassese, giudice della Corte Costituzione. Un pezzo di storia e delle istituzioni italiane che cammina. E, soprattutto, elogia il romanzo di Celotto collocandolo tra i più illustri volumi della sua libreria. Cassese, che alterna ironia a profonda riflessione sulla figura del protagonista del testo, riscuote più volte l’applauso del pubblico. Compreso quello del sorridente ex ministro della Funzione Pubblica, alto dirigente dello Stato, Filippo Patroni Griffi, del presidente dell’Ordine degli Avvocati, Mauro Vaglio, e di molti componenti dell’Ordine. In platea ci sono anche il Presidente dell’AgCom, Angelo Marcello Cardani, il primario dell’Umberto, Corrado Moretti, e naturalmente il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, che apre la serata con il saluto. Dall’altra parte del tavolo, oltre a Cassese e Celotto, ecco Myrta Merlino che magistralmente alterna il suo intervento alle domande pungenti da rivolgere agli ospiti. E poi Sandro Di Castro, presidente del Benè Berith, che insieme con il Rabbino Shalom Hazan, illustra la faccia della Torah legata alla burocrazia. E’ infatti questo il tema che più cattura l’attenzione, oltre all’analisi della storia appassionante di Ciro Amendola. Ultimo intervento di Massimo De Meo, direttore della rivista Iter Legis che ha incontrato nel suo percorso di vita la passione per la cultura ebraica coniugando, veramente, burocrazia e Torah. Prima di chiudere ecco il professor Celotto salutare i suoi ospiti e aprire ai festeggiamenti e ai brindisi, lasciando trapelare un’indiscrezione: il dott. Ciro Amendola tornerà sugli scaffali delle librerie con una seconda puntata da non perdere. Ovviamente l’appuntamento è con lui e l’assessore ai Giovani di nuovo nelle sale dei Museo Ebraico.


Parashà di Vayerà: innocente sì, mani pulite no

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Dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, il patriarca Avraham “si spostò a sud andando ad abitare a Gherar tra Qadesh e Shur. Avraham diceva di sua moglie Sara «è mia sorella» e Avimelekh re di Gherar mandò a prenderla. E Iddio apparve ad Avimelekh in sogno e gli disse: «Morirai per aver preso questa donna che è maritata»” (Bereshìt-Genesi, 20:1-3).

Avimelekh cercò di discolparsi sostenendo che Avraham aveva detto che Sara era sua sorella e che egli aveva quindi agito innocentemente e con mani pulite. Nello stesso sogno Iddio gli rispose: “So che hai agito innocentemente…” (ibid., 20:6). Rashì (Francia, 1040-1104) nel suo commento scrive: “È vero che non hai pensato all’inizio di commettere un peccato, ma le mani pulite non le hai”. Avimelekh non mise le mani su Sara perché l’Eterno non glielo lasciò fare.

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nel suo commento alla Torà afferma che vi è una sostanziale differenza tra quello che era avvenuto in Egitto, quando i funzionari del Faraone, che erano persone scostumate, erano restati ammirati dalla bellezza di Sara e l’avevano segnalata al Faraone che l’aveva fatta portare nel suo palazzo (Bereshìt, 12:10-20), e l’episodio simile con Avimelekh, che era invece un uomo retto e i cui sudditi erano persone per bene. Avraham diffidava di loro e per questo aveva detto che Sara era sua sorella. Il Nachmanide aggiunge che è stupefacente il fatto che in entrambi gli episodi questi due Re prendessero Sara, la quale aveva sessantacinque anni all’epoca del Faraone e nel caso di Avimelekh aveva già passato l’età della fertilità. Il Midràsh e altri commentatori non spiegano l’episodio in modo altrettanto favorevole ad Avimelekh.

Nel Midràsh Rabbà (Beshalàkh, 20:1) l’episodio di Avimelekh con Sara viene descritto commentando un versetto dei Mishlè (Proverbi,: 26:1) dove è scritto: “Una frusta per il cavallo e una briglia per l’asino”. Il cavallo rappresenta il Faraone e l’asino Avimelekh. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Massoret Harav (p.135) commenta: “Il Faraone era apertamente perverso. Dopo che l’Eterno mandò delle piaghe come punizione per aver tentato di prendere Sara (Bereshìt, 12:14-20), il Faraone non tentò neppure di passare per innocente. Per questo nel Midràsh il Faraone è paragonato a un cavallo selvaggio. Vi sono invece altre persone  che, da ipocriti, cercano di giustificare le proprie azioni. Nel Midràsh citato si racconta che un asino stava andando per la strada con il suo padrone in groppa e per evitare un bambino si spostò a lato. La gente lodò l’asino per avere evitato di calpestare il bambino. Al che il padrone disse che se lui non avesse tirato la briglia l’asino sarebbe andato diritto sul bambino. Nello stesso modo Avimelekh non riuscì a toccare Sara perché l’Eterno glielo aveva impedito”. Rav Soloveitchik conclude: “Diversamente dal Faraone, Avimelekh continuò ad insistere  di essere innocente, a dire che le sue mani erano pulite, che il suo cuore era puro e che era colpa di Avraham se lui aveva mandato a prendere Sara. Queste giustificazioni sono tipiche dei malfattori che si comportano in modo immorale e poi accusano gli altri delle proprie azioni”.

R. Meir Simcha di Dvinsk (Lettonia, 1843-1926) nel commento Meshekh Chokhmà (Bereshìt, 20:3) scrive che Avimelekh aveva commesso due trasgressioni. La prima era quella di aver rapito una persona [che fa parte della proibizione di rubare] come spiegato nel trattato talmudico Sanhedrin (57) e la seconda di aver portato via una donna maritata. Infatti il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, 9:7) scrive che un Noachide che ha rapporti illeciti con la moglie di un altro Noachide è passibile della pena di morte.

R. ‘Ovadyà Sforno (Cesena, 1475-1550) spiega che Avraham si era comportato in modo corretto perché effettivamente Sara, oltre ad essere sua moglie, era anche sua sorella [cioè parente] in quanto figlia del fratello Haran e che Avimelekh avrebbe dovuto verificare se Sara oltre ad essere sua sorella era anche sua moglie.

Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Haggadà (p. 48) spiega che Avimelekh voleva addirittura respingere le accuse del Creatore. La sua giustificazione era che Avraham aveva detto che Sara era sua sorella e che Sara lo aveva confermato e pertanto gli era permesso prenderla per moglie. Chi vuole giustificarsi a tutti i costi continua a sostenere di avere ragione anche se il contrario è scritto nella Torà o addirittura se la proibizione gli arriva dallo stesso Creatore! Questo è il motivo per cui Avraham, spegando perché aveva detto che Sara era sua sorella, disse: “Ho pensato che qui certamente non c’è timore di Dio e potrebbero uccidermi a causa di mia moglie” (ibid., 20:11). Rashì nel commentare questo versetto spiega: “A una persona che arriva in città cosa gli si chiede? Non gli si chiede se ha un posto dove mangiare e bere? E invece qui appena Avraham arrivò in città gli chiesero se la donna che era con lui era sua moglie o sua sorella”.

Rav Elyashiv conclude: “Questo è il motivo per cui Avraham disse che «evidentemente non c’è timore di Dio in questo posto e mi ucciderebbero». Quando una persona ha timore del Cielo, cerca di chiarire in ogni modo che quello che vuole fare sia permesso ma fino a quando non è chiaro che sia permesso considera la cosa proibita. Invece, colui che non ha timore del Cielo si comporta in modo opposto: se la proibizione non è evidente, la cosa è permessa!”.

Donato Grosser

 

 


Il lato spagnolo dell’arte ebraica

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Martedì sera all’Instituto Cervantes di Roma è andato in scena lo spettacolo teatrale “Sefarad nel mondo”. L’artista Evelina Meghnagi, attrice e cantante ha alternato alle sue parole dei canti con l’accompagnamento musicale di Domenico Ascione e Arnaldo Vacca. Ad aprire la scena è stato il Direttore dell’Instituto Cervantes Sergio Rodriguez:«Sono contento di organizzare per la seconda volta qui a Roma questo evento sulla cultura Sefardita. Per tutti noi è un vero orgoglio presentare questa mostra perché per la Spagna la cultura Sefardita è una parte costitutiva del suo essere. Per tutti noi presentare questa mostra oggi significa portare qui a Roma questa eredità che non è soltanto il passato ma è anche il presente». Quella tra il Il Centro di Cultura Ebraica e l’Instituto Cervantes è una collaborazione che si rinnova per il secondo anno. «Grazie all’Instituto Cervantes che ci offre questa bellissima cornice di piazza Navona. Sono molto contenta di questo rapporto con l’Instituto. Lo scorso anno abbiamo fatto una mappatura, un’idea generale, per quanto riguarda la cultura Sefardita e come si compone nei suoi vari aspetti. Nel 1492 gli ebrei Sefarditi vennero cacciati dalla Spagna. “Sefarad” in ebraico significa appunto “Spagna”. Si portarono dietro un bagaglio culturale enorme che  tramandarono di generazione in generazione. Un bagaglio culturale che è fatto di storia, di tradizione e di musica. Lo scorso anno sono rimasti tutti molto coinvolti dall’intervento che Evelina Meghnagi ha fatto sulla musica Sefardita così abbiamo pensato di fare una lezione soltanto con lei per approfondire l’argomento», ha spiegato Miriam Haiun, responsabile del Centro di Cultura. Coniugando recitazione, cultura, storia e canto Evelina Meghnagi ha raccontato la musica Sefardita, gli strumenti, le forme musicali e l’evoluzione che queste hanno avuto nel tempo, in un modo unico.

 


Riflettori accesi sulla cultura Sefardita

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All’Istituto Cervantes di Roma si terrà una conferenza musicale con Evelina Meghnagi dal titolo “Sefarad nel mondo”. “Parlare della musica sefardita non può prescindere dal parlare della cultura sefardita. Il termine,  dall’ebraico ‘spagnola’, ci racconta l’origine: dalla Spagna della fine del 1400, lungo i viaggi e le peregrinazioni attraverso Paesi, in Europa, Olanda, Inghilterra, Italia …fino ai Balcani, e infine in Turchia. Un popolo che si sposta portando la propria cultura: tradizioni, canti, musicalità, lingua – ha spiegato l’artista Meghnagi -. Ma la cultura, ed è la sua bellezza, è dinamica, e non attraversa i luoghi in modo impermeabile, ma si mescola, crea nuovi linguaggi e si modifica con le influenze che respira. Racconteremo questi viaggi e questi ‘mutamenti nella continuità’ non solo attraverso  le parole, ma cantandoli e suonandoli insieme alla chitarra e l’ud di Domenico Ascione e le percussioni di Arnaldo Vacca”.

Martedì 4 novembre 2014 alle ore 18.00 – Ingresso libro fino ad esaurimento posti.


Parashà di Lekh Lekhà: non basta amare la giustizia, bisogna anche condannare l’ingiustizia

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Midrash Rabba 1720

In questa parashà viene raccontato l’episodio della separazione tra Avraham e suo nipote Lot e le tragiche conseguenze della decisione di Lot di scegliere Sodoma come residenza. A seguito di un litigio tra i pastori di Avraham e quelli di Lot, Avraham disse a Lot: “Evitiamo discordie tra noi due e tra i nostri pastori perché siamo parenti. Hai davanti a te tutto il paese, fammi il favore di separarti da me, se andrai a sinistra io andrò a destra, se andrai a destra io andrò a sinistra. E Lot alzò gli occhi e vide la valle del Giordano che prima che l’Eterno distruggesse Sodoma e Gomorra era tutta irrigata fino a Tzo’ar come il giardino dell’Eterno, come l’Egitto” (Bereshìt – Genesi, 13: 8-10). E poco più avanti è scritto che “gli abitanti di Sodoma erano assai malvagi e peccatori nei confronti dell’Eterno” (ibid., 13:13).

Rashì (Francia, 1040-1104) al versetto “Se andrai a sinistra io andrò a destra” commenta: “Ovunque andrai ad abitare non mi allontanerò da te e ti sarò da scudo e di supporto e così avvenne che fu raccontato ad Avraham che il suo parente era stato preso prigioniero” (ibid., 14:13-14).

Il Midràsh presenta delle spiegazioni ambivalenti a questo episodio che mettono in evidenza il dilemma nel quale si trovava Avraham. I sodomiti erano malvagi e Lot scelse proprio la loro città, attratto dalle ricchezze del posto. Il Midràsh Rabbà (Lekh Lekhà, 41:45, Ed. Amsterdam, 1720) commenta che nel scegliere Sodoma, Lot “si allontanò dall’Antico del Mondo [cioè dall’Eterno] affermando che non desiderava né Avraham né il suo Dio”. Nello stesso Midràsh è detto: “R. Yudà afferma: «Avraham nostro patriarca sollevò ira quando Lot, figlio di suo fratello, si separò da lui; il Santo Benedetto disse: ‘lui [Avraham] si accompagna a tutti e a Lot che è suo parente non si accompagna’»”.

D’altra parte, nello stesso passo midrashico un altro Maestro della Mishnà afferma: “Il Santo Benedetto si adirò [con Avraham] quando Lot andava insieme con il nostro patriarca Avraham. Il Santo Benedetto disse: «gli ho detto che ho dato questo paese alla sua discendenza e lui aggrega a se Lot figlio di suo fratello come erede; se è cosi, che vada a prendere due trovatelli dalla strada e li faccia ereditare come vuole fare con il figlio del fratello»”.

Il commento Yefè Toar al Midràsh Rabbà di R. Shemuel Yaffe Ashkenazi (Costantinopoli, 1525-1595), citato nell’opera antologica Me’am Lo’ez, racconta che in Cielo avvenne figurativamente una grande discussione tra l’Eterno e i gli angeli riguardo al comportamento di Avraham nei confronti del nipote Lot. Gli angeli sostenevano che Avraham era passibile di pena di morte perché si era accompagnato a Lot e per questo motivo la Presenza Divina [cioè la profezia] si era allontanata da Avraham per tutto il tempo in cui Lot era con lui. Nonostante ciò, quando Avraham disse a Lot di separarsi, il Santo Benedetto si adirò con lui e gli disse: “Anche se Lot è malvagio e non doveva starti a fianco, non dovevi porre una così grande separazione tra di voi dal sud al nord. Avresti dovuto tenertelo vicino e in questo modo avrebbe potuto vedere le tue buone azioni e tornare sulla retta via”. Il Me’am Lo’ez conclude che da qui si impara che bisogna avvicinare i parenti e non ignorarli anche se sono dei miserabili.

R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) nell’opera Divrè Haggadà (pp. 30-31) commenta che Lot seguì Avraham nei suoi viaggi perché sperava di diventarne l’erede. Tuttavia era certamente uno dei discepoli di Avraham, che fin da quando abitava a Charan insegnava che il mondo aveva un Creatore. Con tutto ciò Lot se ne andò ad abitare proprio a Sodoma, abbandonando il mondo spirituale di Avraham per quello materiale di Sodoma. Da qui si vede che fin dall’inizio Lot non era sincero. Per Avraham, Lot fu una grande delusione che gli fece perdere speranza di poter cambiare il mondo. Tanto è vero che quando il Re di Sodoma chiese ad Avraham di restituirgli i cittadini di Sodoma che Avraham aveva liberato insieme con Lot nella guerra contro i quattro Re, Avraham li restituì subito invece di cercare di tenerli presso di sé e di insegnare loro il monoteismo. Avraham venne criticato, perché non bisogna mai perdere la speranza di fare tornare qualcuno sulla retta strada.

R. Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) nell’opera Massoret Harav (p. 83), soffermandosi sulla decisione di Lot di andare ad abitare a Sodoma, afferma che Lot era conscio della grandezza di Avraham tuttavia non voleva seguirne l’esempio. Lot capiva che la vita di Avraham era una vita di abnegazione che richiedeva difficoltà e sacrifici. Egli amava Avraham ma in Sodoma egli vedeva un altro modo di vivere: una vita confortevole senza sacrifici. Se fosse stato differente non sarebbe andato a stabilirsi a Sodoma; andando a Sodoma mostrò invece di essere disposto a tollerare il loro stile di vita. Se Lot avesse avuto la personalità di uomo etico, avrebbe riconosciuto che non è sufficiente amare la giustizia e che bisogna anche saper condannare l’ingiustizia.

Donato Grosser