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Parashà di Lekh Lekhà: gli indistruttibili discendenti di Abramo

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Dopo la vittoria di Abramo con i quattro re, quelli venuti dalla Mesopotamia che avevano sconfitto i re di Sodoma e dintorni, ed avere liberato il nipote Lot e gli altri abitanti presi prigionieri, l’Eterno apparse ad Abramo in una visione profetica e gli disse: “Non avere timore Abramo, Io ti sono scudo; la ricompensa che riceverai sarà grandissima” (Bereshìt, 15:1). Abramo rispose: “Cosa mi darai? Io vado vivendo senza figli e il provveditore della mia casa è Eli’ezer di Damasco. Ed Abramo disse: “Non mi hai dato discendenti e l’uomo che dirige la mia casa mi erediterà” (ibid., 2-3). “Ed ecco che venne a lui la parola dell’Eterno che disse: costui non ti erediterà ma piuttosto colui che uscirà dalle tue viscere. E lo fece uscire all’aperto e gli disse: ti prego di osservare [“habèt- na”] il cielo e conta le stelle, se puoi contarle. Così numerosa sarà la tua discendenza” (ibid., 4-5).

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Parashà di Bereshìt: L’inizio della Torà nella Septuaginta

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La Torà inizia con le parole: “Bereshìt barà E-lo-him et ha-shamàim ve-et ha-Aretz” (“In principio creò Dio il cielo e la terra”).  Nel Talmud Yerushalmi (Chaghigà, 2:5) i maestri chiedono: Perché il mondo è stato creato con la Bet (di Bereshìt, la seconda lettera dell’alfabeto) e non con la Alef (di E-lo-him, la prima lettera dell’alfabeto)? E risposero: la Bet è una lettera che esprime berakhà (benedizione) mentre la Alef esprime  arirà (maledizione)…”.

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Parashà di Vezòt Habberakhà: Il forte braccio e le azioni straordinarie di Moshè

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Le ultime parole della parashà e della Torà sono una descrizione di Moshè e delle grandi cose che fece: “E non sorse  mai più profeta in Israele come Moshè, col quale l’Eterno aveva trattato faccia a faccia, per tutti i prodigi e i miracoli che l’Eterno lo incaricò di fare in Egitto al faraone, a tutti i suoi servi e a tutto il suo paese; e per tutte le dimostrazioni di forza [lett.: il forte braccio] e per tutte le grandi e straordinarie [lett.: spaventevoli] azioni che Moshè operò di fronte a tutto Israele” (Devarìm, 34:10-12).

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Parashà di Haazìnu: “La Rocca d’Israele” nella dichiarazione d’indipendenza

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Nella precedente parashà  di Vayèlekh l’Eterno disse a Moshè: “”Quando gli [al popolo d’Israele] capiteranno grandi mali e disgrazie, questo cantico deporrà come testimone contro di lui perché non verrà dimenticato neanche dalla sua progenie, perché  conosco la sua indole e ciò che egli è per fare ancor prima che Io lo conduca alla terra che giurai di dargli”.  “Moshè dunque scrisse questo cantico in quel giorno [l’ultimo giorno della sua vita], e lo insegnò ai figli d’Israele” (Devarìm, 31:21-22).  Il cantico di cui si tratta è la parashà di Haazìnu.

Nel quarto versetto della parashà è scritto: “La Rocca (in ebraico “tzur”) la cui opera è perfetta, poiché  tutte le sue azioni sono giuste; è un Dio fedele senza iniquità, giusto e retto egli è” (ibid., 32:4).

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I registri del giorno di Kippur

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Nel giorno di Kippur (12 ottobre 1872) alla Bevis Marks Synagogue di Londra, R. Beniamino Artom (Asti, 1843-1879, Londra) rabbino della comunità sefardita della città, esordì dicendo che i nostri maestri rivestirono i loro insegnamenti con parabole e metafore. Qui di seguito riassumiamo in piccola parte il contenuto della sua derashà.

In una di queste parabole i maestri descrissero l’Onnipotente come un giudice seduto sul suo trono adamantino con il pubblico ministero alla sua destra e tre registri di fronte a sé. Egli li apre e, avendo visto il comportamento di tutti gli esseri umani con un solo sguardo e deciso il verdetto di ognuno di essi, scrive in un registro i nomi di coloro che sono assolutamente malvagi e destinati a morire. Nel secondo registro Egli scrive i nomi di coloro che sono assolutamente virtuosi e destinata a vivere. Nel terzo registro, i nomi di coloro che sono ancora sull’orlo dell’abisso e con una penitenza sincera possono scampare la mala sorte della miseria e della morte.

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Vayèlekh: La Torà orale precede la Torà scritta

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Una delle due mitzvòt di questa parashà  è quella della lettura pubblica della Torà una volta ogni sette anni. Nella Torà è scritto: “Moshè diede loro quest’ordine: Alla fine d’ogni settennio, al tempo dell’anno di remissione dei debiti, durante la festa di Succòt  quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti all’Eterno tuo Dio, nel luogo che avrà scelto, leggerai questa legge dinanzi a tutto Israele, in modo che essi la odano. Convocherai il popolo, uomini, donne, bambini, con lo straniero che abita nelle tue città, affinché ascoltino, imparino a temere l’Eterno,  vostro Dio, e abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge” (Devarìm, 31:10-120.)

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Rosh Ha-Shanà: a chi si addice il titolo di ba’al teshuvà (penitente)?

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Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, 2:6) scrive: “Nonostante che la teshuvà (il pentimento, letteralmente “il ritorno”) e la preghiera siano valide  in qualunque momento, nei dieci giorni tra Rosh Ha-Shanà e il giorno di Kippur sono ancor più valide e vengono accettate immediatamente”.  Il Maimonide spiega che la teshuvà consiste nell’abbandonare il peccato, toglierselo dalla mente e impegnarsi a non commetterlo più; pentirsi di quello che si ha commesso nel passato e manifestare il pentimento verbalmente nella confessione [all’Eterno] (ibid., 2:2). La teshuvà più completa è quella che occorre quando una persona si trova nella stessa situazione nella quale aveva commesso il peccato e si astiene dal commetterlo perché ha fatto teshuvà e non per qualche altro motivo (ibid., 2:1).

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Parashà di Nitzavìm-Vayèlekh: Cosa sono le selichòt?

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Elùl è l’ultimo mese dell’anno ebraico e con la fine dell’anno si avvicina il momento di fare i conti con se stessi, di esaminare quello che abbiamo fatto durante l’anno passato e di fare teshuvà. I Maestri insegnano che di Rosh Ha-Shanà il Santo Benedetto giudica tutti gli esseri umani, passandoli in esame ad uno ad uno come fa un pastore con il suo gregge. Nel giorno di Rosh Ha-Shanà viene deciso se l’anno entrante sarà un anno di benedizione o meno.  Le nostre tefillòt (preghiere) e il nostro pentimento nel mese di Elùl possono servire a cambiare il decreto divino. Pertanto in questo mese ci si prepara al giorno del giudizio con tefillòt speciali e atti di tzedaqà (beneficenza).  Questa è l’introduzione di un articolo sulle selichòt di R. Shmuel Singer in Segulat Israel (n. 10, anno 5774). Le due parashòt di Nitzavìm e Vayèlekh vengono normalmente lette nelle sinagoghe nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà ed è proprio nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà che il minhàg di ashkenaziti e italiani comprende le selichòt.

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Parashà di Ki Tavò: Non si può fuggire dalla benedizione divina

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Questa parashà comprende alcune delle più belle benedizioni promesse al popolo d’Israele se osserveranno le mitzvòt che l’Eterno ha comandato loro. Nella Torà è scritto: “Se ascolterai la voce dell’Eterno tuo Dio, osservando ed eseguendo tutte le Sue mitzvòt che io [Moshè] ti comando oggi, l’Eterno tuo Dio ti porrà al di sopra di tutte le nazioni della terra. Verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni se avrai dato ascolto alla voce dell’Eterno tuo Dio. Sarai benedetto in città e in campagna; sarà benedetto il frutto del tuo ventre, il prodotto della terra e il frutto del tuo bestiame; il parto delle tue mucche e gli agnelli del tuo gregge. Sarà benedetto il tuo cesto e la tua madia…” (Devarìm, 28-1-5).

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Parashà di Ki Tetzè: Quando la roba è di chi la trova (“Finders are keepers”)

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Una delle mitzvòt della Torà è quella di restituire ai proprietari gli oggetti smarriti. Nella parashà  è scritto: “Quando vedrai il toro o l’agnello del tuo fratello smarriti non dovrai ignorarli; li dovrai invece restituire al tuo fratello. E se il tuo fratello non sta vicino a te o tu non lo conosci, li dovrai portare a casa tua e staranno presso di te fintanto che il tuo fratello ne faccia ricerca e allora glieli dovrai restituire.  Così farai anche del suo asino, del suo vestito e non potrai ignorare ogni cosa di tuo fratello che è stata da lui perduta e tu hai trovato (Devarìm: 22-1-3).

L’autore catalano del Sèfer Ha-Chinùch (XIII secolo) spiega che in questi versetti  vi sono due mitzvòt: una è quella che prescrive di restituire quello che il prossimo ha perduto (hashavàt avedà) e l’altra è quella che proibisce di ignorare quello che è stato perduto e di abbandonarlo. Egli aggiunge che lo scopo di questa mitzvà e di fare sì che “animali e oggetti smarriti siano al sicuro in qualunque parte nella nostra sacra terra, come se fossero in possesso dei proprietari”.

Mordekhài Hakohèn (Safed,1523-1598, Aleppo) in Siftè Kohèn, cita un midràsh dove è scritto che “se anche tu potessi ignorare gli uomini, non potrai ignorare il Santo Benedetto che conosce tutti i segreti”.

Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 358) menziona che quando vi era il Bet Ha-Mikdàsh e gli israeliti venivano a Gerusalemme tre volte all’anno per le feste di Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt, vi era un “ufficio oggetti smarriti” chiamato Even Ha-To’en. Da quando il Bet Ha-Mikdàsh è stato distrutto, i maestri stabilirono che gli annunci sugli oggetti smarriti venissero fatti nelle sinagoghe e nelle case di studio (Talmud babilonese, Bavà Metzià, 28b).

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