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Parashà di Vayetzè: Il giudizio di re Salomone

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Dopo avere ricevuto la benedizione dal padre Yitzchàk al posto di Esau, il patriarca Ya’akòv era in pericolo perché il fratello Esau aveva giurato di vendicarsi di lui e di ucciderlo non appena il padre Yitzchàk fosse morto. La madre Rivkà disse a Ya’akòv: “Figlio mio dammi ascolto:  levati e fuggi presso il mio fratello Lavan a Charàn. Rimani li per qualche tempo finché l’ira di tuo fratello si sia calmata” (Bereshìt, 27:43-44).  Al marito Yitzchàk, Rivkà  diede un altro motivo per mandare Ya’akòv a Charàn. Ella gli disse: “Ho a noia la vita a causa delle donne chittee (le mogli di Esau). Se Ya’akòv prende per moglie una chittea come queste del paese, a che mi giova la vita?” (Ibid. 46). Così Yitzchàk chiamò il figlio Ya’akòv e gli diede un ordine: “Non prendere una donna di Canaan per moglie. Levati, va a Padàn Aràm in casa di Betuèl tuo nonno materno e prendi da li una moglie dalle figlie di Lavàn tu zio materno” (28:2).

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Il Sindaco di Cerveteri riceve la Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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Questa mattina la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello è stata ricevuta dal sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci che, in seguito ai fatti accaduti all’interno dello Stadio Olimpico qualche settimana fa, ha scelto, insieme all’amministrazione comunale, di esporre dalle finestre del Municipio, un’immagine raffigurante Anna Frank in segno di solidarietà alla Comunità Ebraica. Successivamente la presidente Dureghello, accompagnata dal Sindaco si è recata presso l’istituto Enrico Mattei per un incontro con gli studenti di Cerveteri.

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Shalom Rav Laras

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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rabbino giuseppe laras

Rav Giuseppe Laras, zekher tzadiq livrakhà, ci ha lasciati oggi dopo una lunga malattia che ha affrontato con coraggio e che non ha mai ridotto le sue capacità intellettive. Nel corso della sua vita lunga ed operosa ha subito durissime prove famigliari, a cominciare dal trauma dell’arresto e della deportazione della mamma e della nonna, di cui è stato testimone diretto. Dopo gli studi nella scuola rabbinica torinese, è stato rabbino capo ad Ancona, Livorno e Milano. Ha presieduto l’Assemblea dei Rabbini d’Italia, è stato membro della Consulta rabbinica, ha diretto il Collegio Rabbinico Italiano ed è stato av beth din di Milano e poi del tribunale rabbinico del nord Italia. Eccellente studioso e pensatore, ha prodotto notevoli scritti storici, filosofici, halakhici; è stato attivo nel dialogo interconfessionale, con posizioni originali e controcorrente. Negli ultimi tempi è intervenuto con articoli rilevanti nei grandi quotidiani nazionali, su temi delicati di attualità. Non c’è stato evento negli ultimi decenni di storia ebraica italiana in cui non si sia sentito il peso della sua voce, dei suoi insegnamenti, dei suoi consigli. Lascia un grande vuoto. Il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, la presidente Ruth Dureghello insieme al Consiglio della Comunità Ebraica di Roma esprimono il loro cordoglio e si stringono intorno alla famiglia e alla Comunità Ebraica di Milano in questo momento di forte dolore.


Il cordoglio della Comunità Ebraica per la scomparsa di Abdel Wahid Pallavicini

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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Abdel Wahid Pallavicini comunità ebraica di Roma

Nelle scorse ore, la COREIS, la Comunità Religiosa Islamica Italiana ha dato notizia della scomparsa del suo fondatore, lo Sceicco Pallavicini. La Comunità Ebraica di Roma lo vuole ricordare attraverso le parole del Rabbino Capo Riccardo Di Segni: “Abdel Wahid Pallavicini ha rappresentato in Italia un Islam ispirato, colto e sensibile. Una novità nel panorama italiano all’inizio della sua attività e un riferimento importante nel seguito, quando la presenza musulmana in Italia è diventata rilevante. Per la Comunità ebraica è stato per molti anni un interlocutore attento e disponibile, incontrato in tante occasioni di sincero dialogo. Alla famiglia, e in particolare al figlio Yahia che ne continua degnamente l’opera, le nostre sentite condoglianze.”

Foto Credit: formiche.net


Parashà di Chaye Sarà: Sulla proibizione della caccia sportiva

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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La parashà racconta che dopo la morte di Sara, Avraham si diede da fare per trovar moglie al figlio Yitzchàk. A tale scopo inviò a Charàn il fedele servitore e discepolo Eli’ezer “che sopraintendeva a tutto ciò che egli possedeva” (Bereshìt, 24:2). A Charàn abitava la famiglia di Nachòr, fratello di Avraham. Alla fine della parashà precedente fu raccontato ad Avraham che il fratello Nachòr aveva avuto dodici figli e la Scrittura anticipa che una delle nipoti era Rivkà, quella che sarebbe diventata moglie di Yitzchàk.

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Caso Anna Frank – Il comunicato del presidente Ruth Dureghello

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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“Prendiamo atto con soddisfazione della risposta delle Istituzioni e della società civile alle manifestazioni antisemite avvenute allo stadio Olimpico di Roma. Ciò rappresenta la presa di coscienza di un problema che non riguarda esclusivamente le comunità ebraiche, ma l’intera collettività. Auspichiamo quindi che il governo, le procure e le altre autorità preposte, agiscano affinché le leggi del nostro Stato vengano rispettate ovunque e non esistano più territori franchi come sono state alcune curve fino ad oggi. Come ha affermato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’utilizzo dell’immagine di Anna Frank è un atto disumano e allarmante. Ben vengano le iniziative delle singole società, serve però una riflessione più ampia, che coinvolga le istituzioni politiche, dello sport e le società di calcio affinché il fenomeno venga definitivamente debellato. Il rischio è che spenti i riflettori ci si dimentichi della necessità di risolvere un problema che offende la società civile e penalizza la parte sana del tifo in Italia.”

 

Lo comunica in una nota alla stampa la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello.


Parashà di Lekh Lekhà: Avrahàm, “inventore” del proselitismo

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Rav Gedalia Schorr (Galizia, 1910-1979, Brooklyn) in Or Gedalyahu (p.43) cita il Talmud Babilonese (Chaghigà, 3a)  dove i Maestri si chiedono: “Qual è il significato del versetto [del Cantico dei Cantici, 7:1]: «Quanto sono belli i tuoi piedi nei loro calzari, o figlia di nobile»? [Significa:] Come sono belli i piedi di Israele quando salgono [a Gerusalemme] per le feste di pellegrinaggio. Figlia di nobile: [significa] figlia di Abramo nostro padre, che è chiamato nobile, come è detto  [Salmi, 47:10] «I nobili dei popoli si adunarono col popolo del Dio di Abramo». [Perché è detto solo] Dio di Abramo e non Dio di Isacco e di Giacobbe? [È detto] Dio di Abramo, perché egli fu il primo dei proseliti”.

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In ricordo di Rav Eliahu Ouazana

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Desideriamo ricordare con affetto e nostalgia la figura di Rav Eliahu Ouazana, shochet e sapiente Maestro che con il suo lavoro ha contribuito a migliorare la Comunità ebraica di Roma.

Sia il suo ricordo in benedizione, Amen.


Parashà di Nòach: La base di tutte le trasgressioni

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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La parashà  di Bereshìt  termina con queste parole: “Ora l’Eterno vide che la malvagità dell’uomo sulla terra stava aumentando. Ogni impulso dei suoi più reconditi pensieri era solo e sempre per il male. E l’Eterno si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuore. Così l’Eterno disse: sterminerò l’umanità che ho creato dalla faccia della terra, uomo, bestiame, rettili e uccelli del cielo. Mi sono pentito di averli creati. E Noè trovò grazia agli occhi dell’Eterno” (Bereshìt, 6:5-8).

Questi versetti sono il preludio al Diluvio. R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento afferma che anche se Nòach (Noè) stesso era un uomo giusto, egli non si diede da fare per influenzare il resto della sua generazione a seguire l’Eterno e a comportarsi in modo corretto. Di conseguenza avvenne la distruzione portata dal Diluvio quando “La terra divenne corrotta davanti a Dio e si riempi di “chamàs” (ibid., 11).         

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento afferma che “chamàs” significa “furti, ruberie” e a questo proposito cita un versetto dal libro del navì (profeta ) Yonà (Giona) dove il Re di Ninive sotto la minaccia della distruzione della città annunciata dal profeta, diede questo ordine alla popolazione: “… ognuno si penta della sua condotta malvagia e di quello che ha rubato di cui è in possesso. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!” (Yonà, 3:8-9).

Lo stesso Rashì cita il Talmud babilonese (Sanhedrin, 108a) dove i Maestri insegnano che nonostante tutta la depravazione della generazione del Diluvio, il decreto finale di distruzione fu firmato per via delle ruberie.

R. Gedalià Schorr (Galizia, 1910-1979, Brooklyn, nella foto con la moglie davanti al Kotel) nell’opera Or Gedalyahu (p. 15) commenta che nei Midrashìm è raccontato che la generazione del Diluvio era colpevole di avere commesso adulterio, idolatria e spargimento di sangue, trasgressioni molto più gravi delle ruberie Il motivo per cui il decreto finale della distruzione con il Diluvio venne a seguito delle ruberie, è che la base di tutte le trasgressioni è appropriarsi di ciò che non ci spetta.

Schorr cita R. Yitzchàk Meir Alter, rebbe di Gur (Polonia, 1799-1866) che nella sua opera Chiddushè Ha-Rim fa notare che nella parashà di Nassò (Bemidbàr, 5:5-8), la mitzvà di confessare i propri peccati (vidduy) per fare Teshuvà, è appaiata alla trasgressione di derubare il proselita. Tanto grave è il furto che dalla trasgressione di derubare si impara la mitzvà della confessione per tutte le altre trasgressioni della Torà.

Apparentemente il Rebbe di Gur prese spunto dal  Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) che deriva la mitzvà  della Teshuvà da questo passo. Il Maimonide scrive: “Se una persona ha trasgredito delle mitzvòt della Torà, sia prescrittive (cioè di fare) che proscrittive (cioè di non fare), sia di proposito che in errore, quando farà teshuvà e si pentirà del suo peccato, è obbligato a confessare al Signore Benedetto, come è detto: Sia uomo che donna che abbiano commesso un peccato […] lo confesseranno” (Mishnè Torà, Hilkhòt Teshuvà, 1:1).  

Schorr spiega che l’appropriazione indebita è la base di tutte le trasgressioni perché l’Eterno ha dato agli esseri umani le risorse per mettersi al Suo servizio. I Maestri nel Talmud babilonese (Berakhòt, 6b) insegnano che lo scopo della creazione dell’uomo è di dare onore al Creatore e di far sì che grazie all’opera dell’uomo scaturisca onore al Creatore da tutto il creato. Quando gli esseri umani usano le loro risorse in modo contrario alla volontà divina commettono un atto di appropriazione indebita, perché usano le risorse date loro dall’Eterno in modo inappropriato. Questo è anche il motivo per cui nella tefillà, preghiera, di Ne’ilà, che conclude le tefillòt del giorno di Kippur, chiediamo all’Eterno di far sì che possiamo astenerci dal tenere in nostro possesso ciò che non ci appartiene. Questo è un riferimento alla risorse che l’Eterno ci ha dato, che  se non usate nel modo che l’Eterno ci ha comandato, costituiscono un’appropriazione indebita.

Da qui si può comprendere come la base dei peccati della generazione del Diluvio fosse l’espansione sfrenata  del male, al punto che non esisteva più nessun limite neppure nei rapporti tra esseri umani. Ed anche il fatto che il peccato principale fosse l’adulterio derivava dalla mancanza da parte degli esseri umani di saper limitare i propri desideri. Questo è il motivo per cui il decreto finale della distruzione delle generazione del Diluvio fu firmato per via del “chamàs” che è la mancanza di rispetto di ogni limite. 

                        


Hosha’nà Rabbà a Roma

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Parecchi anni fa, il compianto rav Elio Toaff mi disse: “Dovresti vedere come è piena la sinagoga di Roma nel giorno di Hosha’nà Rabbà“.

Per esaminare il motivo per cui a Roma viene data tanta importanza al giorno di Hosha’nà Rabbà, che è il settimo e ultimo giorno di Sukkòt, è utile riassumere una derashà su Sheminì ‘Atzèret data da rav ‘Azarià Pigo (1579-1647) tra gli anni  1644 e 1647 quando era rav a Venezia, pubblicata nell’opera Binà le-‘Ittìm.               

Nel Talmud Babilonese (Sukkà, 45b) viene insegnato che durante i sette giorni della festa di Sukkòt venivano offerti settanta torelli, tredici il primo giorno e uno di meno ogni giorno che seguiva, fino a scendere ad sette il settimo giorno. L’ottavo giorno, Sheminì Atzèret, è  una festa a sé stante, e in quel giorno veniva offerto solo un torello. Nella fonte citata del Talmud, R. El’azar insegna che i settanta torelli di Sukkòt venivano offerti per le settanta nazioni del mondo e quello di Sheminì ‘Atzèret, per Israele. 

Questa differenza tra i settanta torelli di Sukkòt e quello di Sheminì ‘Atzèret viene spiegata con una parabola. Un Re fece un grande banchetto di diversi giorni per tutti i suoi ministri; alla fine delle celebrazioni con i ministri, il Re riservò un giorno speciale con un semplice pranzo al suo amico più caro.  I nostri Maestri chiamarono l’ottavo giorno ‘Atzèret. R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) spiega che l’ottavo giorno si chiama ‘Atzèret perché ‘atzàr significa “fermare”. Infatti in questo giorno festivo non vi è più nessuna delle mitzvòt che caratterizzano la festa di Sukkòt, quella di abitare nella Sukkà e quella di prendere in mano l’etròg, il cedro, e il lulàv, il ramo di palma, con i tre rami di mirto e due di salice. L’unico obbligo è quello di “fermarsi” e astenersi dal fare melakhòt. L’Eterno ha dedicato l’ottavo giorno a Israele, “il Suo amico più caro”. R. Pigo fa notare che la festa di Sheminì ‘Atzèret ha un particolare che non appare in nessuna delle altre feste di pellegrinaggio come Pesàch, Shavu’òt e Sukkòt. Come nei giorni solenni di Rosh Hashanà e di Kippur, nel giorno di Sheminì ‘Atzèret viene offerto solo un torello. L’insegnamento che si trae da questa somiglianza tra Rosh Hashanà, Kippur e Sheminì ‘Atzèret è che dopo aver fatto teshuvà dei propri peccati durante i giorni di Rosh Hashanà e Kippur, il giorno di Sheminì‘Atzèret viene per incoraggiarci a mantenere l’alto livello che abbiamo raggiunto. R. Pigo aggiunge che tutti e tre questi giorni festivi hanno lo scopo di eliminare i peccati: il giorno di Rosh Hashanà con il suono dello shofàr ci avverte che è arrivato il momento di fare una teshuvà completa. Dopo dieci giorni, nel giorno di Kippur i nostri peccati vengono perdonati. Poi per mettere in evidenza questa “vittoria” l’Eterno ci ha comandato nei successivi sette giorni di Sukkòt di prendere il mano il lulàv, il ramo di palma. E alla fine di queste sette giorni, viene il terzo e il principale (‘ikarì) dei giorni penitenziali, la festa di ‘Atzèret che deve servire consolidare la nostra completa teshuvà.

A riprova di quanto affermato, R. Pigo cita il navì (profeta) Yoèl (2:15) che disse: “Suonate lo shofàr a Sion, proclamate un digiuno (“tzom”), convocate una solenne assemblea (‘atzarà)!”. Al fine di incoraggiare il popolo alla teshuvà, di cui avevano molto bisogno, il navì Yoel parlò a loro di questi tre giorni. Il primo per esortarli a fare teshuvà; il secondo per conseguire la teshuvà e il terzo per continuare a vivere con il livello di completezza conseguito. R. Pigo afferma che l’Eterno ci ha comunicato questo insegnamento tramite il comandamento di portare come offerta in ognuno di questi tre giorni un solo torello come olocausto (“‘olà”).

La somiglianza dei tre giorni festivi di Rosh Hashanà, Kippur e Sheminì ‘Atzèret fu sottolineata anche da R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nella su opera Ta’am Leshàd (p. 6-7), un’opera scritta in difesa della Kabbalà.  R. Benamozegh, citando lo Zòhar,  scrisse che Sheminì ‘Atzeret è il giorno finale del giudizio (ghemàr din). Il motivo per cui nella notte di Hosha’nà Rabbà facciamo un Tikkùn e di giorno abbondiamo in preghiere (bakashòt) e implorazioni (tachanunìm) e suoniamo lo shofàr, è che la cosa non è permessa di  Sheminì ‘Atzèret, che è giorno festivo. 

Ecco perché, come disse rav Toaff, di Hosha’nà Rabbà a Roma vi è una grande affluenza in sinagoga: Hosha’nà Rabbà è l’ultimo giorno prima del giudizio finale di Sheminì ‘Atzèret.