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Genocidio armeno, Pacifici: “Si segua l’esempio del popolo ebraico e di quello tedesco”

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“In occasione del centesimo anniversario del genocidio armeno vogliamo esprimere il nostro cordoglio per una delle pagine più buie della storia. Il genocidio armeno si è purtroppo consumato tra l’indifferenza dei popoli, dando modo ad altre menti tiranne di pensare nuovi genocidi. La Shoah, lo sterminio compiuto per mano nazista e fascista, è succeduto a quello armeno ed ha trovato spazio proprio in quell’indifferenza. Ancora oggi, purtroppo, il mondo libero non è ancora pienamente in grado di esprimere una reazione decisa di fronte a fenomeni simili.

Lo scorso anno, durante l’anniversario del genocidio armeno, abbiamo onorato le vittime ospitando l’Ambasciatore in Italia, Sargis Ghazaryan, nella Scuola Ebraica di Roma per trasmettere agli studenti quanto la Memoria di ciò che è stato sia fondamentale affinché ciò non accada mai più a nessun altro popolo. E’ fondamentale che i giovani ricordino il passato e che siano coscienti della storia per essere loro stessi, in futuro, protettori del diritto a vivere le proprie libertà fondamentali. Era la prima volta che l’Ambasciatore entrava in una scuola italiana per ricordare il genocidio e ci siamo tutti profondamente commossi.

Vogliamo immaginare che questo centenario possa aprire la strada alla riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, magari prendendo esempio dal percorso effettuato dal popolo ebraico e quello tedesco. Oggi in Germania il 27 gennaio si celebra la “Giornata del Pentimento”. Questo modello di coscienza collettiva e istituzionale speriamo venga adottato dalla società turca e dai suoi leader, dentro uno spirito di riavvicinamento che apra la strada all’integrazione in quell’Unione Europea che rigetta ogni sentimento xenofobo, razzista e antisemita”.

Lo dichiara il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici.


Parashà di Metzorà’: da dove deriva la parola “Psoriasi”?

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I Maestri, nella sezione del Midrash Rabbà che tratta questa parashà, citano un passo dai Mishlè (Proverbi, 6:16-19) dove è scritto:

«Sei cose odia l’Eterno e la settima è un’abominazione per la Sua anima: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che spandono sangue innocente, il cuore che medita disegni iniqui, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimone che proferisce menzogne e chi semina discordie tra fratelli […] R. Yochanàn disse: E tutti furono colpiti dalla tzarà‘at (una malattia della pelle). “Gli occhi alteri” si riferisce alle figlie di Sion (Yesha’yà, 3:16-17); “la lingua bugiarda” si riferisce a Miriam [che sparlò del fratello Moshè e fu colpita da tzarà’at] (Bemidbàr, 12); “le mani che spargono sangue innocente” si riferisce a Yoav [il generale del re David che uccise il generale Avner per timore che egli avrebbe preso il suo posto] (Melakhìm I, 2:5); “il cuore che medita disegni iniqui” si riferisce al re ‘Uzià [che usurpò il ruolo del Kohen Gadol nel portare l’incensiere con il ketòret (profumo) nel Bet Hamikdàsh] (Melakhìm II, 15:5 e Divrè Hayamìm II, 26:16-19); “i piedi che corrono frettolosi al male” si riferisce a Ghechazì [discepolo del profeta Elishà’] (Melakhìm II, 5); “chi semina discordie tra fratelli” si riferisce al Faraone [che prese la nostra matriarca Sara separandola dal marito Avraham] (Bereshìt, 12:15-17)».

R. Menachèm Meiri (Francia, 1249-1315) spiega che il peccato peggiore dei sette sono “gli occhi alteri” perché la superbia è la radice di ogni male. Il Malbim (Volinia, 1809-1879) invece spiega che il peggiore è il settimo, perché incitando discordia si distrugge la società.

Il Midràsh non menziona a chi si riferiscono le parole “il falso testimone che riferisce menzogne”. R. David Meldola (Livorno, 1714-1818) nel suo commento Darkè David alla Torà, pubblicato ad Amburgo nel 1794, scrive che il riferimento è al Faraone, il quale promise più volte che avrebbe lasciato uscire i figli d’Israele dall’Egitto ma non mantenne la parola e fu colpito da shekhìn, che è una forma di tzarà’at.

Riguardo al peccato di chi corre dietro al male, R. Meldola spiega che Ghechazì fu punito con la tzarà‘at per via dell’estrema gravità del suo peccato, che era consistito nell’aver leso la reputazione del proprio Maestro. Nel Talmud (‘Arakhìn, 16a) vi è una citazione un po’ differente, nella quale è detto che Ghechazì fu punito con la tzarà’at per aver giurato il falso.

Come era stato commesso il peccato di Ghehazì? Na’aman, capo dell’esercito di Aram (Siria), era stato colpito da tzarà‘at e una ragazzina israelita presa prigioniera disse alla moglie di Na’aman che il navì (profeta) che abitava a Shomron (Samaria) avrebbe potuto guarire Na’aman dalla sua condizione. Pertanto “Na’aman arrivò con il suo carro e cavalli e si fermò davanti alla porta della casa di Elishà’. Ed Elishà’ gli mandò a dire di andare a lavarsi sette volte nel Giordano e la sua pelle sarebbe tornata pulita come prima” (Melakhìm, II, 5:9-10). Così Na’aman “scese ad immergersi sette volte nel Giordano come aveva detto il profeta e la sua pelle tornò ad essere pulita come quella di un bambino. Poi tornò con tutto il suo seguito dal profeta, andò a presentarsi davanti a lui e disse: «Ecco, ora riconosco che non c’è alcun Dio in tutta la terra, se non in Israele. Perciò ora, ti prego, accetta un dono dal tuo servo». Ma egli rispose [con un giuramento]: «Com’è vero che vive l’Eterno alla cui presenza io sto, non accetterò nulla». Na’aman insisteva con lui perché accettasse, ma egli rifiutò” (ibid., 14-16).

Ghehazì, cercando di approfittare della riconoscenza di Na’aman nei confronti del suo maestro Elishà’, corse dietro a Na’aman raccontando falsamente che “il mio signore mi manda a dirti: «Ecco, proprio ora sono giunti da me dalla regione montuosa di Efraim due giovani dei discepoli dei profeti; ti prego, dà loro un talento d’argento e due cambi di vesti». Allora Na’aman disse: «Ti prego, accetta due talenti» e insistette con lui. Legò quindi due talenti d’argento in due sacchi con due cambi di vesti e li consegnò a due dei suoi servi, che li portarono davanti a lui” (ibid., 22-23). R. Meldola scrive che Ghechazì era corso dietro a Na’aman convinto erroneamente che lo spirito profetico si fosse allontanato da Elishà’.  Tuttavia, quando tornò da Elishà’, questi gli disse: “«È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti, uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? La lebbra di Na’aman si attaccherà perciò a te e alla tua discendenza per sempre». Così Ghehazì uscì dalla presenza di Elishà’ tutto coperto da tzarà’at bianco come la neve” (ibid., 26-27).

R. Meldola spiega che mentre il profeta Elishà’ non volle accettare nessun pagamento da Na’aman, Ghechazì, a causa della sua avidità, gli corse dietro. Per questo Elishà’ lo punì con la stessa tzarà’at che aveva aflitto Na’aman. Il profeta Elishà’ aveva infatti giurato che non avrebbe accettato alcun regalo e che cosa avrebbe pensato Na’aman vedendo che il navì aveva trasgredito il proprio giuramento? Ci può essere un maggior danno alla reputazione del navì Elishà’ e una profanazione del Nome dell’Eterno, nel cui nome egli aveva giurato, peggiore di questa?

Che cos’era questa tzarà’at, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”? Si trattava di una malattia temporanea della pelle (oggi si direbbe del tipo della psoriasi, una parola derivata appunto da tzarà‘at) che l’Eterno mandava a coloro che avevano commesso uno dei sette gravi peccati  sopraelencati. Solo per Ghechazì la tzarà’at fu permanente per via della gravità della sua trasgressione.

Donato Grosser


Parashà di Metzorà’: da dove deriva la parola “Psoriasi”?

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I Maestri, nella sezione del Midrash Rabbà che tratta questa parashà, citano un passo dai Mishlè (Proverbi, 6:16-19) dove è scritto:

«Sei cose odia l’Eterno e la settima è un’abominazione per la Sua anima: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che spandono sangue innocente, il cuore che medita disegni iniqui, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimone che proferisce menzogne e chi semina discordie tra fratelli […] R. Yochanàn disse: E tutti furono colpiti dalla tzarà‘at (una malattia della pelle). “Gli occhi alteri” si riferisce alle figlie di Sion (Yesha’yà, 3:16-17); “la lingua bugiarda” si riferisce a Miriam [che sparlò del fratello Moshè e fu colpita da tzarà’at] (Bemidbàr, 12); “le mani che spargono sangue innocente” si riferisce a Yoav [il generale del re David che uccise il generale Avner per timore che egli avrebbe preso il suo posto] (Melakhìm I, 2:5); “il cuore che medita disegni iniqui” si riferisce al re ‘Uzià [che usurpò il ruolo del Kohen Gadol nel portare l’incensiere con il ketòret (profumo) nel Bet Hamikdàsh] (Melakhìm II, 15:5 e Divrè Hayamìm II, 26:16-19); “i piedi che corrono frettolosi al male” si riferisce a Ghechazì [discepolo del profeta Elishà’] (Melakhìm II, 5); “chi semina discordie tra fratelli” si riferisce al Faraone [che prese la nostra matriarca Sara separandola dal marito Avraham] (Bereshìt, 12:15-17)».

R. Menachèm Meiri (Francia, 1249-1315) spiega che il peccato peggiore dei sette sono “gli occhi alteri” perché la superbia è la radice di ogni male. Il Malbim (Volinia, 1809-1879) invece spiega che il peggiore è il settimo, perché incitando discordia si distrugge la società.

Il Midràsh non menziona a chi si riferiscono le parole “il falso testimone che riferisce menzogne”. R. David Meldola (Livorno, 1714-1818) nel suo commento Darkè David alla Torà, pubblicato ad Amburgo nel 1794, scrive che il riferimento è al Faraone, il quale promise più volte che avrebbe lasciato uscire i figli d’Israele dall’Egitto ma non mantenne la parola e fu colpito da shekhìn, che è una forma di tzarà’at.

Riguardo al peccato di chi corre dietro al male, R. Meldola spiega che Ghechazì fu punito con la tzarà‘at per via dell’estrema gravità del suo peccato, che era consistito nell’aver leso la reputazione del proprio Maestro. Nel Talmud (‘Arakhìn, 16a) vi è una citazione un po’ differente, nella quale è detto che Ghechazì fu punito con la tzarà’at per aver giurato il falso.

Come era stato commesso il peccato di Ghehazì? Na’aman, capo dell’esercito di Aram (Siria), era stato colpito da tzarà‘at e una ragazzina israelita presa prigioniera disse alla moglie di Na’aman che il navì (profeta) che abitava a Shomron (Samaria) avrebbe potuto guarire Na’aman dalla sua condizione. Pertanto “Na’aman arrivò con il suo carro e cavalli e si fermò davanti alla porta della casa di Elishà’. Ed Elishà’ gli mandò a dire di andare a lavarsi sette volte nel Giordano e la sua pelle sarebbe tornata pulita come prima” (Melakhìm, II, 5:9-10). Così Na’aman “scese ad immergersi sette volte nel Giordano come aveva detto il profeta e la sua pelle tornò ad essere pulita come quella di un bambino. Poi tornò con tutto il suo seguito dal profeta, andò a presentarsi davanti a lui e disse: «Ecco, ora riconosco che non c’è alcun Dio in tutta la terra, se non in Israele. Perciò ora, ti prego, accetta un dono dal tuo servo». Ma egli rispose [con un giuramento]: «Com’è vero che vive l’Eterno alla cui presenza io sto, non accetterò nulla». Na’aman insisteva con lui perché accettasse, ma egli rifiutò” (ibid., 14-16).

Ghehazì, cercando di approfittare della riconoscenza di Na’aman nei confronti del suo maestro Elishà’, corse dietro a Na’aman raccontando falsamente che “il mio signore mi manda a dirti: «Ecco, proprio ora sono giunti da me dalla regione montuosa di Efraim due giovani dei discepoli dei profeti; ti prego, dà loro un talento d’argento e due cambi di vesti». Allora Na’aman disse: «Ti prego, accetta due talenti» e insistette con lui. Legò quindi due talenti d’argento in due sacchi con due cambi di vesti e li consegnò a due dei suoi servi, che li portarono davanti a lui” (ibid., 22-23). R. Meldola scrive che Ghechazì era corso dietro a Na’aman convinto erroneamente che lo spirito profetico si fosse allontanato da Elishà’.  Tuttavia, quando tornò da Elishà’, questi gli disse: “«È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti, uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? La lebbra di Na’aman si attaccherà perciò a te e alla tua discendenza per sempre». Così Ghehazì uscì dalla presenza di Elishà’ tutto coperto da tzarà’at bianco come la neve” (ibid., 26-27).

R. Meldola spiega che mentre il profeta Elishà’ non volle accettare nessun pagamento da Na’aman, Ghechazì, a causa della sua avidità, gli corse dietro. Per questo Elishà’ lo punì con la stessa tzarà’at che aveva aflitto Na’aman. Il profeta Elishà’ aveva infatti giurato che non avrebbe accettato alcun regalo e che cosa avrebbe pensato Na’aman vedendo che il navì aveva trasgredito il proprio giuramento? Ci può essere un maggior danno alla reputazione del navì Elishà’ e una profanazione del Nome dell’Eterno, nel cui nome egli aveva giurato, peggiore di questa?

Che cos’era questa tzarà’at, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”? Si trattava di una malattia temporanea della pelle (oggi si direbbe del tipo della psoriasi, una parola derivata appunto da tzarà‘at) che l’Eterno mandava a coloro che avevano commesso uno dei sette gravi peccati  sopraelencati. Solo per Ghechazì la tzarà’at fu permanente per via della gravità della sua trasgressione.

Donato Grosser


Il Prefetto Gabrielli visita la Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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IMG_2453Ieri mattina il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, il Presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici e il Capo della Sicurezza delle Comunità Ebraiche in Italia Gianni Zarfati, hanno accolto il Prefetto di Roma Franco Gabrielli per una visita alla Comunità Ebraica. Il Prefetto durante un vertice sul tema della sicurezza, a cui era presente anche una delegazione comunitaria, è stato ringraziato in particolare per il lavoro svolto nella giornata di domenica e lunedì in occasione dei funerali del Rabbino Capo Emerito Elio Toaff e per il dispiego permanente delle forze dell’ordine a protezione delle Istituzioni Ebraiche in un momento difficile per la sicurezza degli ebrei in Europa a causa del crescente antisemitismo e della minaccia terroristica che coinvolge tutto il Vecchio Continente. L’incontro si è concluso per le vie dell’ex ghetto dove il Prefetto è stato accompagnato per una visita nel quartiere.


I Rabbini europei omaggiano Elio Toaff

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Ieri la delegazione della Conferenza Rabbinica Europea è stata ricevuta a Roma dal Rabbino Capo, Riccardo Di Segni. La delegazione era composta dal Rabbino Capo di Mosca Pinchas Goldschmidt, il Rabbino Capo di Francia Haim Korsia, rispettivamente Presidente e Vicepresidente della Conferenza dei Rabbini Europei, insieme a Rav Moche Lewin, Rabbino di Raincy, Rav Josh Spinner, Capo del Hildesheimer Rabbinical Seminary di Berlino, Joseph Dweck, Rabbino della Spanish Portuguese Congregation della Gran Bretagna, Rav Albert Guigui, Capo Rabbino del Belgio e Shimon Cohen. Nella mattina di ieri i Rabbanim hanno reso omaggio al Rabbino Capo Emerito Elio Toaff, scomparso in queste ore, recitando dei Salmi all’interno del Tempio Maggiore. A seguito dell’incontro che la delegazione ha poi avuto in Vaticano, i Rabbanim sono tornati per seguire il corteo funebre di Rav Toaff.


Shalom Rav Elio Toaff

in: Blog/News, Ebraismo | di: lobotomia

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Elio Toaff


Funerali del Rabbino Capo Emerito Elio Toaff

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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Rav Elio Toaff Rabbino Roma

l Consiglio della Comunità Ebraica di Roma annuncia che i funerali del Rabbino Capo Emerito, Rav Elio Toaff, si terranno lunedì 20 Aprile pomeriggio a Livorno.

Alle ore 11 la bara di Elio Toaff sarà esposta sotto il colonnato del Tempio Maggiore di Roma per permettere a tutti di poter onorare il Rabbino.

Alle ore 13.30 un corteo funebre si muoverà dal Tempio Maggiore. Subito dopo il carro funebre partirà per Livorno.


Addio Mario Pirani, i valori ebraici hanno segnato la sua vita

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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MARIO PIRANI (GIORNALISTA)“All’età di 89 anni ci ha lasciati Mario Pirani Coen, grande giornalista cofondatore e vicedirettore del quotidiano La Repubblica, economista e scrittore di raffinata levatura. La Comunità Ebraica di Roma piange la sua scomparsa e si stringe al dolore della moglie e dei familiari.

Un destino beffardo lo ha strappato al mondo della cultura proprio nei giorni in cui ricorrono 78 anni dalla promulgazione della prima legge di tutela della razza, la stessa che lo costrinse da adolescente ebreo a lasciare Roma per sfuggire ai rastrellamenti nazisti.

Ricordiamo commossi i valori ebraici che sapeva esprimere anche nelle sue funzioni professionali e il suo attaccamento alla terra di Israele. Di lui ci rimarranno i suoi libri e le profonde riflessioni che furono alcuni anni fa anche oggetto di tema alla maturità. L’Italia e il mondo della cultura hanno perso una importante voce critica”.

Lo dichiarano il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e il Presidente dea Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici.


Secondo appuntamento con il teatro giudaico romanesco

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Dopo il successo dei social network è in programma un nuovo spettacolo sul tema del bullismo: “Tanto a mi ‘un me tocca!”, della “Compagnia quasi stabile”, lunedì 20 aprile presso il Teatro Italia.

Un’occasione per riflettere insieme sul bullismo, una tematica attuale nella nostra società, con cui si identifica la reiterata prepotenza da parte del più forte ai danni del più debole.

Per aprire una riflessione sulla violenza, alla rappresentazione teatrale seguirà un talk show con gli esperti che interagiranno con il pubblico.

Intervengono:

Marco Cervellini, rappresentante della Polizia Postale.

Prof.ssa Maria Malucelli, docente di psicologia e psicoterapeuta.

Prof.ssa Gabriella Aleandri, docente di pedagogia generale all’Università di Macerata.

I proventi dello spettacolo saranno destinati in beneficenza.

Vi aspettiamo numerosi!


Parashà di Sheminì: le buone intenzioni non bastano

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Rav Ya'akov Kamenetzky at Ohr Shraga

“E i vostri fratelli tutta la casa d’Israele piangeranno per l’arsione che ha fatto l’Eterno” (Vaykrà, 10:6). Il versetto della Torà riporta le parole del nostro maestro Moshè dopo la morte di Nadav e Avihù, i due figli di Aharon morti per via del fuoco nel primo giorno del mese di Nissan. Doveva essere solo un giorno di gioia per l’inaugurazione del Mishkàn, il Tabernacolo mobile che accompagnava i figli d’Israele nel deserto. Invece divenne un giorno di lutto per tutto Israele.

Che cos’era successo e per quale motivo? Nella Torà è scritto: “E i figli di Aharon, Nadav e Avihu, presero ognuno il suo incensiere, vi misero del fuoco, posarono su di esso del profumo (ketòret) e avvicinarono come offerta all’Eterno un fuoco estraneo che Egli non aveva loro comandato” (Vaykrà, 10:1).

R. Yaakov Kamenetzky nel suo commento Emèt Le-Ya’akòv a questa parashà cita le numerose opinioni espresse dai maestri nel Midràsh e nel Talmud (‘Eruvìn, 63a) su questo episodio. C’è chi disse che Nadav e Avihù morirono perché decisero di procedere senza consultarsi con il loro maestro Moshè; altri dicono che la cosa avvenne perché avevano bevuto del vino; un’altra opinione è che non erano sposati perché ritenevano di essere superiori e di non potersi abbassare a sposare una donna qualunque.

R. Kamenetzky si chiede perché i Maestri citarono questi e altri motivi quando la Scrittura appare molto esplicita nell’indicare il motivo della punizione ricevuta da Nadav e Avihù. Per rispondere a questa domanda R. Kamenetzky spiega che ai Maestri risultava difficile capire come fosse stato possibile che persone del rango dei figli di Aharon, riguardo ai quali Moshè disse ad Aharon “questo è ciò che l’Eterno affermò quando disse «Sarò santificato tramite coloro che Mi sono vicini»” (ibid., 10:3), avessero potuto fare una trasgressione. Per questo i Maestri andarono a cercare la radice della trasgressione e tutti gli esempi citati mostrano che alla base del comportamento dei figli di Aharon vi era l’arroganza (gassùt ruach).

R. Shimshon Refael Hirsch nel suo commento alla Torà aggiunge che proprio perché essi erano figli di Aharon pensarono di non aver bisogno di consultare nessuno. In effetti le loro intenzioni erano buone, tanto che perfino dopo la loro trasgressione vengono chiamati “coloro che Mi sono vicini”. Il fatto è che proprio quando tutta la nazione ebbe il privilegio di essere testimone a una rivelazione della vicinanza del Creatore, Nadav e Avihù ebbero bisogno di fare un’offerta separata e questo mostra che essi non erano stati motivati dallo spirito necessario a un Kohen. Infatti, i Kohanim di per sé non hanno nessuna autorità. L’essenza dei Kohanim è basata sul fatto che essi si trovano nel mezzo del popolo ed è questo che conferisce loro la posizione davanti all’Eterno. Inoltre la loro offerta era illegale da ogni punto di vista.

Era illegale perché l’incensiere, come tutti gli oggetti destinati al servizio nel Mishkàn (e più avanti nel Bet Ha-Mikdàsh), doveva essere di proprietà pubblica (cfr. Maimonide, Mishnè Torà, Hilkhòt Bet Ha-Bechirà, 1:20 e anche Hilkhòt Kelè Ha-Mikdàsh, 8:7). Nel presentare un’offerta facendo uso degli oggetti sacri della nazione, il Kohen rinuncia a fare un atto personale. E invece gli incensieri di Nadav e Avihù erano i loro incensieri personali.

E ancora, come spiega R. Akivà nel Midràsh (Toràt Kohanìm), essi non presero il fuoco dal Mizbèach (l’altare esterno), come era prescritto per il ketòret a cui veniva dato fuoco nell’altare d’oro all’interno del Bet Ha-Mikdàsh ogni giorno e nel Kodesh Ha-Kodashìm nel giorno di Kippur, bensì essi presero il fuoco dal loro focolare.

E infine il profumo stesso è l’unica offerta sacrificale che non viene mai portata come offerta volontaria. Come insegnano i Maestri nel trattato Menachòt (50) del Talmud babilonese, il ketòret poteva essere portato esclusivamente come offerta obbligatoria. Il ketòret simbolizza la persona che è totalmente assorbita nel soddisfare l’ordine divino ed esso si dissolve completamente senza lasciare traccia. Fino a quando chi porta il ketòret lo fa seguendo le regole stabilite dall’Eterno, è in armonia con l’ideale divino; se invece il ketòret diventa un’espressione di una scelta personale, diventa un’espressione di arroganza. Per questo nella Torà è scritto che si trattava di “un fuoco estraneo che l’Eterno non aveva comandato”.

Anche se i dettagli dell’offerta fossero stati in regola, il semplice fatto che l’offerta non era stata comandata dall’Eterno era sufficiente per renderla proibita. Questo, afferma R. Hirsch, è proprio il nocciolo della differenza tra l’Ebraismo e il paganesimo. Il pagano con le sue offerte cerca di far sì che la divinità faccia quello che lui desidera; al contrario, quando l’israelita porta la sua offerta si pone al servizio dell’Eterno e accetta su di sé il giogo dei Suoi comandamenti.

R. Yehudà Halevì nel suo Kuzari immagina il processo della conversione all’ebraismo da parte del Re dei Khazari. Il Re era assai ligio alla sua religione idolatra e, nonostante la sua devozione, ebbe dei sogni nel quali sentì un angelo che gli diceva: “Le tue intenzioni sono ben accette al Creatore ma le tue azioni non lo sono”. Con questo R. Yehudà Halevì ci insegnò in modo esplicito che le buone intenzioni non bastano.

Donato Grosser