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Devarìm: Tishà be-Av che cade di sabato

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La distruzione del tempio di Gerusalemme

Quest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Mikdàsh da Tito. Per questo motivo da Mille Novecento QuarantaCinque anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno, ma non potendo digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.

La parashà di Devarim, che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av, ha in comune con il 9 di Av la parola “Come”. Moshè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Yirmiyà nella Meghillà di Ekhà (Lamentazioni) chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbàt, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Oltre alla Meghillà di Ekhà di Tishà Be-Av si usano leggere in tutte le comunità delle Kinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. Mentre nell’uso ashkenazita le Kinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania e non passarono per l’Italia. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV, il quale proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

Un’elegia composta da R. Kalonimos ben Yehudà di Magonza (secondo Enziklopedia le-Toldot Ghedole Israel, p. 1225, visse nel XI secolo E.V. e fu testimone delle Crociate) lamenta i morti del 1096 con le parole “Chi puó far sì che il mio capo sia d’acqua e i miei occhi una fonte delle mie lacrime, così che possa piangere di giorno e di notte per l’uccisione dei miei bambini e dei miei neonati e dei vecchi della mia comunità”. I massacri avvennero tra l’8 del mese di Yar e il 3 del successivo mese di Sivan. R. Kalonimos, dopo aver lamentato la distruzione delle comunità e la morte di tanti saggi di Torà, aggiunge: “Mettetevi in lutto perché il loro massacro è equivalente alla distruzione del Santuario”. R. Kalonimos nella sua elegia ci racconta il motivo per cui proprio di Tishà Be-Av si ricordano i morti del 1096 anche se furono trucidati oltre un mese prima: “Perché non bisogna aggiungere altri giorni che ricordano le distruzioni”. Anche il commento di Rashì alle Cronache (II, 35:25) menziona che Tishà Be-Av è il giorno in cui si devono ricordare tutte le persecuzioni. R. Yitzchak Zeev Soloveitchik [Volozhin, 1886-1959, Gerusalemme] disse che per questo motivo non si doveva fissare un giorno particolare per ricordare il Churbàn (la distruzione) di milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Angiolo Orvieto [1869-1967] il poeta ebreo fiorentino, compose una elegia per Tishà Be-Av (nel libro “Il Vento di Sion”, pp. 55-6) nella quale tra le varie strofe, scrisse:

… In questo dì si piange

Gerusalemme estinta

la nostra gente di catene avvinta…

Da alcuni anni nel giorno di Tishà Be-Av, oltre alle elegie composte ai tempi delle Crociate e dei massacri a York in Inghilterra e in altri paesi, vengono recitate altre elegie per commemorare la distruzione delle comunità ebraiche in Europa da parte dei nazisti. Dopo la guerra l’Orvieto compose un’elegia intitolata “Israele Ramingo. L’ultima tragedia”. Nella terza strofa egli scrive:

Ho visto Israele e suoi figli.

Dicevan: “Sbalzàti dal letto,

serrati in vagoni lugubri.

Odor di bestiame stantio.

I padri, le madri, i fratelli

così trascinati al supplizio.

Per quanto sia doveroso ricordare le persecuzioni e in particolare l’eroismo di coloro che sacrificarono la vita piuttosto che convertirsi al cristianesimo, i nostri Maestri ci insegnarono di concludere sempre con un messaggio di speranza. E anche nel giorno del 9 di Av al termine delle Kinòt il messaggio finale è quello di speranza del profeta Yesha’yà (51:3):

…Poiché l’Eterno ha pietà di Sion,

ha pietà di tutte le sue rovine,

e renderà il suo deserto come l’Eden,

e la sua steppa come il giardino dell’Eterno.

Giubilo e gioia saranno in essa,

ringraziamenti e inni di lode.

Donato Grosser


Processo Stormfront, Comunità Ebraica di Roma: “Segnale decisivo contro l’odio on line. La Procura lavora per una Rete più sana”

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“La battaglia contro la diffusione e la propaganda dell’odio on line centra un obiettivo importante. Il Processo Stormfront ha oggi prodotto 25 rinvii a giudizio, sei patteggiamenti e  due condanne in rito abbreviato. E’ il segnale tangibile che le nostre istituzioni sono al fianco di chiunque subisca discriminazioni dettate dall’odio razziale. Ringraziamo la Digos per il lavoro svolto in fase di indagine su tutto il territorio nazionale, la Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone e in particolare il pubblico ministero Luca Tescaroli. In questo processo la Procura non solo sta portando a giudizio un gruppo di razzisti, ma sta anche segnando passi importanti nel campo della Giustizia sulla Rete disegnando metaforicamente dei confini di legalità che renderanno più sana e corretta la vita digitale dei cittadini italiani”.

Lo dichiara in una nota la Comunità Ebraica di Roma.


Gianni Pittella in visita alla Comunità Ebraica

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fotoNel pomeriggio di giovedì 16 luglio il capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Democratici e Socialisti al Parlamento Europeo Gianni Pittella è venuto in visita presso la Comunità Ebraica di Roma.  Ad accoglierlo la neo eletta Dott.ssa Ruth Dureghello, presidente della CER, l’ex presidente CER Riccardo Pacifici, il vicepresidente Ruben Della Rocca, il consigliere del Municipio XII di Roma Alessia Salmonì e l’assessore Daniel Funaro. Dopo una breve visita al Museo Ebraico di Roma, terminato all’interno del Tempio Maggiore, si è svolto un colloquio informale tra gli esponenti della CER e l’euro parlamentare.  Tra le tematiche trattate il dilagante antisemitismo e terrorismo internazionale, le modalità di incentivo del dialogo interreligioso a livello europeo e la possibilità di offrire delle esperienze formative ai ragazzi delle scuole della comunità ebraica di Roma direttamente sul campo a Bruxelles.


BEN HAMETZARIM 5775-2015 – Istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un ossessione di tutto l’anno.

Secondo l’impostazione ebraica tradizionale il ricordo si mantiene non solo con un semplice atto del pensiero, ma con manifestazioni e atti concreti che lo sostengono e lo alimentano; quando questi atti sono regole che tutta la comunità rispetta insieme si crea, grazie ad essi, un senso di condivisione e di unità. E’ con questo spirito che vanno illustrate e comprese le regole di questi giorni, che vengono chiamati Ben hametzarìm. L’espressione significa “tra le ristrettezze”, ed è presa dal libro delle Lamentazioni di Geremia (1:3). E’ il periodo di tre settimane che va dal 17 di Tamuz (quest’anno sabato 4 Luglio, per cui il periodo inizia la domenica 5) al 9 di Av (quest’anno sabato 25 luglio, che fa slittare il digiuno all’indomani, domenica 26). Durante questo periodo, che culminerà con il digiuno del 9 di Av, sono prescritti alcuni divieti che creano un’atmosfera di progressiva mestizia. I divieti si applicano con gradualità crescente e si distinguono per questo vari momenti:

• dal 17 di Tammuz (secondo molti già dalla sera che precede il digiuno)

• dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Av. Quest’anno: la sera di giovedi 16 luglio

• la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al digiuno.

• il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il Miqdash continuò a bruciare); quest’anno è il giorno in cui facciamo il digiuno posticipato.

Quest’anno è un anno particolare perchè il 9 di Av cade di sabato, ed il digiuno è rimandato alla domenica 26 luglio.  Questo fa sì che molti dei rigori che hanno effetto solo nella settimana del 9 di Av, secondo lo  Shulchan ‘Arukh (ma altri non sono d’accordo) non si applicano più. Questo vale per Sefardim e Italiani, meno per gli Ashkenazim che anticipano alcuni divieti al Rosh Chodesh o a tutto il periodo.

In generale sull’applicazione delle regole esistono tradizioni e rigori diversi e gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi ed estensivi.

Essendo la materia molto complicata, presentiamo qui di seguito alcune linee orientative su alcuni divieti.

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo.

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e indifferibili sono permesse. Parimenti sono permesse costruzioni di mitzwà (quale ad esempio un bet hakeneset).

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyànu: non si mangia in tutto il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato. Alcuni sefarditi dissentono e non recitano shehecheyànu neppure di Sabato.

Vestiti ed oggetti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyànu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente). Se durante questo periodo viene consegnato un oggetto ordinato precedentemente (ad es. un automobile) non si deve rimandare la consegna. Se c’è la possibilità di acquistare oggetti per i quali si recita shehecheyanu ad un prezzo molto vantaggioso si interpelli un Rabbino.

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

Manifestazioni di gioia, feste, ascolto di musica: deve essere tutto ridotto a meno che non si tratti di occasioni indifferibili in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.). E’ bene evitare i viaggi di piacere, a meno che non vi sia un’effettiva necessità di riposo.

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av. Alcuni si radono e si tagliano i capelli il giorno 10; altri li tagliano nel pomeriggio del 10; qualcuno aspetta l’11. Le donne in età da matrimonio e già sposate si possono depilare, tranne che nella settimana del 9 di Av.

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (sabati esclusi). Alcuni vietano di tagliarsi le unghie nella settimana del 9 di Av. Le donne che devono fare la tevilà possono tagliare le unghie anche nella settimana del 9 di Av.

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà che l’osservanza di questa regola pone con il clima caldo di questi giorni, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare  tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare, di indossarli per breve tempo (rav Ovadia Yosef dice un’ora) e quindi riporli per riusarli quando serve nel corso dei giorni successivi. Molti sono facilitanti riguardo il lavaggio della biancheria intima e degli abiti dei bambini.

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne (in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di Av); agli uomini che hanno l’abitudine di farla alla vigilia del Sabato è permessa in acqua calda, negli altri giorni preferibilmente in acqua fredda. Il bagno in mare non è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda. Sono permessi bagni a scopo terapeutico.

Pulizia della casa: c’è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l’opinione prevalente è di permetterla. Secondo l’uso italiano e sefardita si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av.

Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno esclude questo giorno dal divieto, non gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Alcuni la vietano già dal 17 di Tamuz. Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabbatico secondo alcuni si può finire l’indomani. Secondo un’altra opinione si può consumare nel pasto immediatamente successivo all’uscita dello Shabàt, ed il resto si dà ai bambini. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. Parimenti è permesso consumare cibi che siano stati cucinati assieme a carne. Alcuni dissentono su questo punto, perché il sapore della carne è percepibile. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi deve per motivi di salute mangiare carne. Ciò si applica anche in caso di patologie non particolarmente gravi. Le donne che allattano possono essere facilitanti e consumare carne durante tutto il periodo. E’ permesso inoltre mangiare carne per pasti di mitzwà (per una milà, un pidion ha-ben, o un bar mitzwà). La mishmarà che precede la milà non rientra in questa categoria, e quindi non è consentito mangiare carne.

Vino e alcolici: c’è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9, chi non si astiene affatto (alcuni Sefardim); altri vietano in tutti il periodo. Di Sabato il vino è permesso; il vino della Havdalà è permesso (alcuni usano farlo bere ad un minore, se presente). E’ permesso bere vino durante i pasti di mitzwà. Birra e alcolici sono comunque permessi.

Per la compilazione di questa nota sono stati consultati: Shulchan ‘Aruch Orach Chayym 551-553 con commenti ;Kitzur Meqor Chayym, cap. 96, Pisqè teshuvot al cap. 551:23; Yalqut Yosef pp. 661-668, Peninè Halachà, Avelut ha-churban. Per il Minhag Italiano si è fatto riferimento a Shibbolè haleqet cap. 263-264.

a cura di Riccardo Di Segni

Regole particolari per quest’anno (9 di Av di Shabat: orari validi per Roma):

Sabato 25 luglio si può mangiare e bere a Roma a volontà fino alle 20:35, senza alcuna delle limitazioni che si applicano quando la vigilia del 9 di Av capita di giorno feriale.

Le scarpe di cuoio si possono tenere fino a 20-30 minuti dal tramonto (20:56-21:06).

Shabbat finisce alle 21:20. Per facilitare l’arrivo con i mezzi al Tempio Maggiore da posti lontani l’inizio di Arvit è stato posticipato alle 21:50.

L’havdalà si divide: sabato sera si recita la formula attà hivdalta nella ‘amidà e poi si benedice solo sul lume. Chi deve fare qualche lavoro (esempio andare in macchina ecc.) e non ha detto ancora la ‘amidà reciti la formula : Barùkh hamavdil ben qodesh lechol. Alla fine del digiuno (ore 21:06 di Domenica sera) si benedice sul vino e con l’ultima benedizione della havdalà. Gli ashkenazim che non bevono vino quella sera possono benedire su altra bevanda (come birra) o darlo da bere a un minore; se non c’è un minore possono berlo gli adulti.

Alla fine del digiuno gli Ashkenazim usano evitare carne e vino (ma solo la sera, in quanto posticipato), gli altri no.

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Parashà di Mattòt: il dovere di essere al di sopra di ogni sospetto

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Le tribù di Gad e di Reuvèn chiesero a Moshè di poter rimanere in Transgiordania dove vi era un vasto territorio adatto al pascolo dei loro numerosi greggi. Questa richiesta fece sì che furono sospettati di non voler combattere per la conquista della terra d’Israele, come era già avvenuto trentanove anni prima quando il popolo perse coraggio sentendo il rapporto degli esploratori. Dopo un negoziato con i rappresentanti delle tribù, Moshè acconsentì alle loro richieste a condizione che partecipassero con le altre tribù alla conquista della Terra d’Israele e tornassero a casa solo al termine della guerra: “Moshè disse loro: se così farete e andrete in guerra con le vostre truppe scelte in testa al popolo dell’Eterno [la vostra richiesta sarà esaudita]. Tutte le vostre truppe scelte dovranno attraversare il Giordano dinanzi al popolo dell’Eterno [e combattere] fino a quando avrà rimosso i suoi nemici davanti a lui. Quando il paese sarà così conquistato dal popolo dell’Eterno, potrete tornare [alle vostre case] e così sarete al di sopra di ogni sospetto [lett. “Puliti”] sia nei confronti dell’Eterno sia nei confronti di Israele…” (Bemidbàr: 32:20-22).

L’espressione “E sarete al di sopra di ogni sospetto” viene riportata in tre trattati talmudici: in Pesachìm (13a), in Yomà (38a) e in Shekalìm (Cap. 3:2). Nel primo trattato  viene insegnato che “Quando non vi sono poveri [a cui devolvere le raccolte di beneficienza] gli amministratori della beneficienza non possono cambiare [le monete di bronzo che sono soggette a corrosione con monete di argento] a loro stessi ma possono farlo ad altre persone. [Così pure] quando non vi sono persone a cui distribuire il cibo, gli amministratori della mensa dei poveri possono vendere ad altri e non a loro stessi, perché è insegnato:«E sarete al di sopra di ogni sospetto nei confronti dell’Eterno e nei confronti di Israele»”. Gli stessi insegnamenti appaiono nel trattato Bavà Batrà (8b) dove la lista delle istruzioni per gli amministratori è più lunga. Rashì spiega che la proibizione agli amministratori di cambiare le monete fu istituita affinché non venissero sospettati di usare un cambio favorevole. Tutti i casi relativi agli amministratori della beneficienza sono riportati come normativi nello Shulchan ‘Arukh, Yorè Deà (257:1-2)

Nel trattato Yomà viene raccontato che la famiglia di Garmo, che era specialista nella produzione del lechem ha-panìm, il pane che veniva posto nel Bet Ha-Mikdàsh ogni settimana, fece sì che i loro bambini non si facessero trovare con pane fresco in mano affinché la gente non dicesse che si nutrivano del lèchem ha-panìm. E questo per osservare: “E sarete al di sopra di ogni sospetto”. Nello stesso passo vi è un racconto sulla famiglia di Avtinas che era specializzata nella produzione del ketòret (il profumo per il Bet Ha-Mikdàsh). Quando i figli prendevano moglie, ponevano loro come condizione che non usassero profumi affinché la gente non dicesse che usavano il ketòret per profumarsi. Nel Talmud Yomà (38b) viene raccontato che i Maestri lodarono queste due famiglie per il loro comportamento in quanto non erano obbligate ad essere così rigorose nei loro comportamenti. R. Ya’akov Farbstein in Aholè Ya’akòv (Bemidbàr, p. 634) spiega che queste due famiglie furono lodate perché mangiare pane fresco o a usare profumi sono cose che fanno tutti e la gente normale non ha sospetti in casi del genere, mentre per gli amministratori della beneficienza evitare di essere sospettati è un obbligo.

Un altro caso nel quale i Maestri imposero delle regole per evitare sospetti di comportamento improprio è nel trattato Bavà Batrà (99a), nella mishnà che insegna: “Il proprietario di un pozzo che si trova dietro alla casa di un altro, può entrare solo durante le ore nelle quali le persone normalmente entrano, e uscire durante le ore nelle quali le persone escono normalmente […] ed entrambi mettono un lucchetto”. R. ‘Ovadià da Bertinoro spiega che mentre il proprietario del pozzo mette un lucchetto alla porta che dà accesso al pozzo per evitare che il padrone di casa si serva dell’acqua, il padrone di casa mette un lucchetto per evitare che il proprietario del pozzo entri in casa quando non è presente. Questa è una regola dei Maestri per proteggere la reputazione della moglie del padrone di casa.

Un altro esempio dell’obbligo di essere al di sopra di ogni sospetto è riportato nello Shulchàn ‘Arùkh, Chòshen Mishpàt (14:4) dove R. Yosef Caro scrive: “C’è chi dice che se un giudice si rende conto che una delle parti in causa lo sospetta di aver favorito la parte avversa, deve fargli sapere il motivo della sua decisione perfino se costui non glielo ha chiesto”. Il Remà nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh aggiunge che se una delle parti in causa lo chiede, i giudici devono comunicare il motivo della decisione per iscritto.

Lo Zòhar in questa parashà estende a tutti l’obbligo di essere al di sopra di ogni sospetto per fare sì che nessuno possa parlare male su di noi. [La mappa allegata, dell’anno 1745, che mostra la suddivisione dei Eretz Israel per tribù, è opera di Matthaeus Seutter, Augsburg].

Donato Grosser


Parashà di Pinechàs: anche chi ama la pace deve saper prendere le armi

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Pinechàs compare alla fine della parashà di Balak quando uccide Zimrì con un’azione legittima ma extra-giudiziaria (T.B., Sanhedrin, 82a). Zimrì, capo di uno delle cinque famiglie della tribù di Shim’on, aveva manifestato pubblicamente di aver avuto relazioni illecite con Cozbì, una principessa midianita. Lo scandalo era così evidente e la situazione così sconvolgente che Moshè e i membri del sinedrio non seppero come reagire. Rashì nel suo commento scrive: “[Moshè] dimenticò quale fosse la halakhà in questo caso e tutti eruppero in pianto. Nell’episodio del vitello d’oro Moshè fu [in grado di reagire] da solo nei confronti di seicentomila […], mentre in questa situazione gli caddero le mani”. Zimrì non era stato il solo a familiarizzare con midianite e moabite; gran parte degli uomini della sua tribù avevano seguito il suo esempio. Il risultato fu una pestilenza inviata dall’Eterno che causò la morte di ventiquattromila uomini (Bemidbàr, 25:9).

Nella Torà è scritto che “Pinechàs figlio di El’azar, figlio di Aharon il Kohen, si rese conto di quello che stava succedendo, si alzò di mezzo all’assemblea e prese in mano una lancia; seguì l’uomo israelita nella tenda e li trafisse tutti e due [infilzando la lancia] attraverso l’uomo israelita e il ventre della donna; così si arrestò la mortalità dai figli d’Israele” (Ibid. 7-8).

Dopo questo episodio “L’Eterno parlò con Moshè e gli disse: Pinechàs, figlio di El’azar, figlio di Aharon il Kohen, è stato il solo che tra gli Israeliti ha sostenuto in modo zelante la Mia causa e ha distolto la Mia ira da loro, perciò non li ho distrutti per via della Mia richiesta di fedeltà. Pertanto digli che gli ho dato il Mio patto di pace. Ciò varrà per lui e per la sua discendenza qual patto di sacerdozio eterno, perché ha sostenuto con zelo la causa di Dio ed ha espiato per il popolo d’Israele” (ibid. 10-13).

La reazione del popolo non era stata altrettanto positiva nei confronti di Pinechàs. Rashì commenta: “Le tribù lo disprezzarono dicendo: guardate questo Puti, il cui nonno materno aveva ingrassato vitelli per culti idolatri, che ha ucciso un capo tribù d’Israele”. Rashì si riferisce al fatto che El’azar aveva sposato una delle figlie della famiglia di Yitrò, chiamato anche Putiel, dalla quale aveva avuto Pinechàs e aggiunge che per questo motivo la Torà sottolinea che Pinechàs era nipote di Aharon.

R. Avraham Kroll [Lodz, 1912-1974, Gerusalemme] in Bifkudekha Asìcha (p.326), cita l’opera Vaydabèr Moshè dove è scritto che le tribù sostenevano che Pinechàs fosse un uomo di natura feroce in quanto discendente da idolatri, e pertanto il suo gesto non fu così eroico. Per questo motivo la Torà sottolinea che Pinechàs era discendente di Aharon per indicare il contrario, e cioè che Pinechàs aveva lo stesso carattere di suo nonno e infatti la Mishnà in Avòt (1:12) afferma che Aharon “Amava la pace e la inseguiva”. Pinechàs in questa situazione dovette andare contro il proprio istinto pacifico per fare la volontà divina.

Rashì, sul fatto che la Torà specifichi anche il nome di Zimrì e della sua tribù, commenta così:“Come per il giusto [Pinechàs] è stata indicata al fine di lode l’origine famigliare, così è stato fatto in segno di biasimo per il malvagio (ibid. 14). Rav Kroll spiega il perché: mentre Shim’on aveva rischiato la vita per salvare la sorella Dina, che era stata rapita e violentata dal figlio del Re della città di Shekhem, Zimrì, che non era di natura una persona prona a commettere atti immorali, in questo frangente si lasciò andare.

Per merito del suo gesto Pinechàs ricevette “il patto di sacerdozio eterno”. Rashì, citando l’opinione di  R. El’azar nel trattato talmudico Zevachìm (101b), menziona che Pinechàs, anche se figlio di El’azar il Kohen, non era Kohen e ricevette il sacerdozio solo in quel frangente. Questo perché quando Aharon e i suoi figli furono nominati Kohanim, il sacerdozio fu dato solo ad Aharon, ai figli che furono nominati con lui e ai loro futuri discendenti. Pinechàs invece era bambino, come spiega il Maharal di Praga nel suo commento Gur Ariè, e non ricevette la nomina di Kohen.

R. Avrohom Bornsztain [1838 – 1910], il Rebbe di Sochatchow, nella sua opera Avnè Nèzer (Chòshen Mishpàt, 88), scrive che il Maimonide (Hilkhot Biat Mikdash, 5:13), basandosi sull’opinione di R. Shim’on e R. Yehudà nel Talmud Zevachìm, stabilisce invece che Pinechàs era stato nominato Kohen fin dall’inizio. R. Ya’akov Kamenetzky in Emet Le-Ya’akov afferma che lo stesso traspare dalle Hilkhòt Talmud Torà (3:1) dove il Maimonide scrive che la “Corona della Kehunà [sacerdozio] fu assegnata ad Aharon” citando appunto il versetto di Bemidbàr (25:13) che si riferisce a Pinechàs.

Rav Kroll conclude che Pinechàs non uccise Zimrì, né per onore, né per vendetta, ma come avrebbe fatto re David molti anni più tardi con il gigante Goliat, lo fece solo per zelo religioso e per salvare il popolo da ulteriori sciagure. Ci sono situazioni nelle quali anche coloro che amano la pace devono sapere prendere le armi. (Illustrazione di Pinechàs che trafigge Zimrì e Cozbì da una stampa di Johan Cristoph Weigel, 1654-1725, dal sito Alhatorah.org).

Donato Grosser


Varata la Giunta della Presidente Dureghello

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma si è riunito questo pomeriggio per la nomina della Giunta che governerà per i prossimi quattro anni.
Il Presidente Ruth Dureghello ha comunicato la seguente composizione:
– Claudia Fellus, Vicepresidente e Assessore all’Innovazione e Formazione
– Ruben Della Rocca, Vicepresidente e Assessore alla Comunicazione e alle Relazioni Esterne
– Daniela Debach, Assessore alla Scuola
– Antonio Spizzichino (Tony), Assessore all’Organizzazione, Programmazione e Risorse Umane
– Marco Sed, Assessore al Culto
– Giorgia Calò, Assessore alla Cultura e Ascer
– Maurizio Tagliacozzo, Assessore agli Enti
– Roberto Coen, Assessore al Bilancio

È stato inoltre nominato Roger Hannuna come coordinatore del Consiglio della CER.


Parashà di Balàk: “Dio non è un uomo…”

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Balàk, re di Moàv, temendo di non essere in grado di difendersi militarmente da un eventuale attacco degli israeliti, un popolo giovane e di gente forte, consolidato da quarant’anni di vita nel deserto, e sostenuto dai miracoli dell’Eterno, aveva ingaggiato il mago Bil’àm per maledire Israele. Contrariamente agli ordini ricevuti, le prime parole di Bil’àm furono di benedizione e non di maledizione, e quindi Balàk protestò: “Cosa mi hai fatto? Ti ho ingaggiato per maledire i miei nemici e invece ecco che li hai benedetti” (Bemidbàr, 23:11). Bil’àm tentò nuovamente di ricevere l’ispirazione che gli permettesse di maledire Israele, ma senza riuscirci tornò da Balàk e gli disse: “Dio non è un uomo che mente, né un figlio di Adamo che cambia idea; Egli ha mai detto qualcosa che non ha fatto o ha mai parlato senza mantenere la parola? Egli ha benedetto e io non posso ritirare la benedizione” (ibid., 19-20).

Onkelos il proselita, nipote dell’imperatore Adriano, che visse a cavallo tra il primo e il secondo secolo dell’Era Volgare e che fu discepolo di R. Eli’èzer e di R. Yehoshùa’, Maestri della Mishnà (cfr. Talmud Yerushalmì, trattato Meghillà, 10b), traduce il versetto  in aramaico con queste parole: “La parola di Dio non è come quella degli uomini; gli uomini dicono e mentono. E anche non come le azioni che gli esseri umani decidono di compiere e che poi ripensandoci non fanno. Perché quello che Egli dice fa e tutto quello che ha detto lo mantiene”.

Rashì [Francia, 1040-1105] nel suo commento scrive che Bil’àm intendeva dire a Balàk quanto segue: “Egli ha già giurato di portarli alla terra delle sette nazioni e di farla diventare loro proprietà, e tu pensi di poterli uccidere nel deserto?”.

R. Avraham Saba’ [Castiglia, 1440-1508, Marocco] nel suo commento Tzeròr Hamòr scrive: “Egli non cambia e mantiene la parola e dal momento che ha iniziato a benedirli non ritirerà [quello che ha detto]. Riguardo alla parte del versetto “Né un figlio di Adamo che cambia idea” R. Saba’ scrive: “Talvolta un Re promette di fare un dono a un suo suddito e poi cambia idea per quattro possibili motivi.  Il primo motivo è che ha mentito. Il secondo, che ha cambiato idea per qualche ragione. Il terzo, che non ha mentito né ha cambiato idea, ma il suddito ha commesso una mancanza nei confronti del Re e non merita quindi di ricevere doni. Il quarto infine, che non è più in grado di mantenere la promessa. Bil’àm disse che l’Eterno mantiene la parola perché non si può verificare nessuno dei quattro motivi citati. Riguardo al primo motivo Bil’àm disse: «Dio non è un uomo che mente». Riguardo al secondo disse:«O un figlio di Adamo che cambia idea». Riguardo al terzo disse: «Ha mai detto qualcosa che non ha fatto?». E riguardo al quarto disse: «Ho parlato e non mantenuto la parola?»”.

R. Ya’akòv Zevi Mecklenburg [Germania, 1785-1865] autore del commento HaKetàv VeHaKabbalà si sofferma sul fatto che la Torà usi sia la parola ish (uomo) che la parola ben-Adàm (figlio di Adamo). Citando R. Shim’on bar Yochai scrive che ci sono quattro espressioni per la parola uomo: Adàm, Ghèver, Enòsh, Ish. La parola Ish rappresenta un essere umano che ha una tendenza naturale ad elevarsi spiritualmente, e pertanto se promette a un altro uomo di fargli del bene, cercherà in ogni modo di mantenere la promessa senza pericolo che cambi idea. Tuttavia è sempre possibile che in alcuni casi, per necessità, egli non sia in grado di mantenere  l’impegno. Il termine  “Adàm” invece, descrive una persona che tende verso il materiale [Adàm deriva da Adamà, terra], e pertanto, questa persona potrebbe non mantenere una promessa per scelta personale oltre che per cause di forza maggiore. Nessuno di questi impedimenti si verificano con il Creatore.

R. Elyahu Benamozegh [Livorno, 1823-1900] nel suo commento Panìm La-Torà (Bemidbàr, p. 48)

cita R. ‘Azarià Figio [Venezia, 1579-1647]  che nella raccolta di discorsi Binà le-’Ittim scrive: “Nell’uso doppio delle parole Ish e Ben-Adàm (la Torà) indica che il termine Adàm comprende tutto il genere umano, sia uomini che donne. Il motivo per cui è scritto in questo modo, è che vi furono nel mondo delle sette che perdettero la direzione riguardo al concetto di Dio. Vi furono degli uomini nati da uomo e donna che dissero di essere delle divinità, come il Faraone (Yechezkèl, 29:3) o Hiram (re di Tiro, ibid., 28:2), e vi furono altri più creativi che inventarono che era nato da una donna. Noi figli d’Israele dobbiamo essere consapevoli dell’esistenza dell’Eterno benedetto, unico e di unicità semplice e indivisibile. Come disse Bil’àm:“Dio non è un uomo che mente, né un figlio di Adamo che cambia idea”. E guai a noi credere a qualche idea come quelle succitate, perché l’Eterno non è un uomo ma è semplice spiritualità completa ed eterna. Pertanto non dobbiamo immaginare alcuna falsità  o cambiamento di idee nell’Eterno in quello che dice, ma Egli dice e fa, parla e mantiene la parola”. [Illustrazione di Bil’am che benedice Israele da: “Figures de la Bible, Gerard Hoet, 1728].

Donato Grosser


Bando borsa di studio Fondazione per la Gioventù Ebraica Raffaele Cantoni 2015-2016

in: Blog/News | di: Eleonora Pavoncello

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studenti bando borsa di studio Cantoni

La Fondazione per la Gioventù Ebraica “Raffaele Cantoni” e l’UCEI, hanno deciso di distribuire per l’anno accademico 2015-2016 alcune borse di studio di NIS 5.000 ognuna a studenti provenienti dall’Italia.

Tali borse di studio verranno conferite a giudizio insindacabile del Comitato Direttivo della Fondazione d’Israele e dell’UCEI e verranno consegnate a Gerusalemme.

Cliccando nei link di seguito potete trovare tutte le informazioni relative a bando e partecipazione e il modulo da stampare e inviare.

Bando 2015-2016

MODULO CANTONI


Il discorso di insediamento del Presidente Dureghello

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Cari amici,
con il permesso del Rav e con il vostro permesso. Non vi nego una forte emozione nel presentarmi di fronte al Consiglio che rappresenta l’intera Comunità Ebraica di Roma. Ciascuno di noi è un piccolo tassello di una storia antichissima in cui abbiamo combattuto con dignità ed orgoglio per essere ebrei. Rappresentiamo ventidue secoli di storia. Abbiamo combattuto contro tanti nemici. Dai romani fino ai nazisti. Roma è la città dell’attentato alla sinagoga in cui morì un nostro piccolo bambino: Stefano Gaj Taché. Ma ce l’abbiamo fatta: i nostri nemici li abbiamo sconfitti tutti. Per questo lasciamo che non sia il Sinat Chinam (odio gratuito) a prendere il sopravvento e a minacciare la nostra Comunità. La campagna elettorale ha prodotto liti e divisioni, ma ora è arrivato il momento di voltare pagina. È arrivato il momento di mettere da parte ogni rivalità e lavorare insieme per il futuro di questa Comunità. Per questo ringrazio Maurizio Tagliacozzo, Fiamma Nirenstein e Claudia Fellus che hanno scelto di votarmi come Presidente della Comunità Ebraica di Roma. È un atto coraggioso che apprezzo e che testimonia come si possa e si debba lavorare insieme per il bene della collettività. Vorrei che la mia presidenza nascesse con questo spirito, con l’idea che ciascun ebreo è importante per questa Comunità e che abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Mentre noi siamo qui, tante famiglie ebree soffrono per la paura della perdita del lavoro, i giovani hanno perso la speranza di trovarne uno, il mondo dell’ambulantato rischia di scomparire e le notizie degli ultimi giorni sui giornali non ci lasciano ben sperare. Cresce l’antisemitismo in Europa e l’odio verso Israel ed il BDS ne è un chiaro esempio. Abbiamo il dovere di pensare alla Giunta di questa Comunità, mi impegnerò al massimo come ho fatto finora per realizzare un progetto che soddisfi tutti, ma a voi, cari amici, rivolgo un appello: quando sarà il momento di decidere quali responsabilità assumerci e quali incarichi prendere, oltre a pensare a ciò che vorremmo, proviamo a renderci conto di ciò che abbiamo intorno. Della sofferenza, delle difficoltà che molte persone hanno. Facciamo sì che questa sofferenza sia la bussola che ci indica verso quale strada dobbiamo percorrere. Una Comunità unita, capace di affrontare le enormi sfide che ci aspettano e che solo uniti possiamo vincere. Concludo con un ringraziamento ad un amico: Riccardo Pacifici che ha guidato per sette anni questa Comunità con dedizione e passione, trascurando la famiglia, mettendo a repentaglio la sua incolumità. Riccardo più di ogni altro mi ha insegnato ad amare questa Comunità e merita la riconoscenza e il ringraziamento da parte di tutti noi.  Ringrazio i miei amici, la mia famiglia, mio marito ed i miei figli che mi hanno sempre sostenuta. Ma soprattutto i miei genitori che mi hanno insegnato i valori del rispetto dell’educazione e la capacità di saper ascoltare per arricchire la conoscenza. Consapevoli che nella dialettica si può e si deve crescere. Il compito che mi è stato affidato non è certo facile, ma la mia promessa è quella di tenere unità questa Comunità alla quale ognuno di noi tiene anche se in modo differente. Rendiamo questa diversità un valore e un punto di partenza per cui iniziare il lavoro dei prossimi quattro anni. Behatzlahà e buon lavoro a tutti noi.

Ruth Dureghello