1419120000<=1347580800
1419120000<=1348185600
1419120000<=1348790400
1419120000<=1349395200
1419120000<=1350000000
1419120000<=1350604800
1419120000<=1351209600
1419120000<=1351814400
1419120000<=1352419200
1419120000<=1353024000
1419120000<=1353628800
1419120000<=1354233600
1419120000<=1354838400
1419120000<=1355443200
1419120000<=1356048000
1419120000<=1356652800
1419120000<=1357257600
1419120000<=1357862400
1419120000<=1358467200
1419120000<=1359072000
1419120000<=1359676800
1419120000<=1360281600
1419120000<=1360886400
1419120000<=1361491200
1419120000<=1362096000
1419120000<=1362700800
1419120000<=1363305600
1419120000<=1363910400
1419120000<=1364515200
1419120000<=1365120000
1419120000<=1365724800
1419120000<=1303171200
1419120000<=1366934400
1419120000<=1367539200
1419120000<=1368144000
1419120000<=1368748800
1419120000<=1369353600
1419120000<=1369958400
1419120000<=1370563200
1419120000<=1371168000
1419120000<=1371772800
1419120000<=1372377600
1419120000<=1372982400
1419120000<=1373587200
1419120000<=1374192000
1419120000<=1374796800
1419120000<=1375401600
1419120000<=1376006400
1419120000<=1376611200
1419120000<=1377216000
1419120000<=1377820800
1419120000<=1378425600

Parashà di Miqètz: i sogni del Faraone interpretati da Yosef

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Yosef interpreta i sogni del Faraone017

L’interpretazione dei sogni dei ministri del Faraone non servì a Yosef per uscire dalla prigione. Tuttavia, quando fu il Faraone a sognare e né i negromanti né i saggi d’Egitto seppero dare delle interpretazioni che lo soddisfecero, arrivò per Yosef il momento di giungere alla posizione che gli era stata predestinata dai suoi sogni di tredici anni prima.

Il Faraone raccontò di avere sognato che “si trovava presso il Nilo quando dal fiume venivano su sette vacche belle a vedersi e grasse che pascolavano tra le erbe palustri. Ed ecco che dopo di esse salivano altre sette vacche brutte d’aspetto e magre come non ne avevo mai viste in tutta la terra d’Egitto. Le vacche brutte e magre mangiavano le prime sette vacche belle e grasse. E quelle entrarono loro in corpo e non si riconobbe che vi fossero entrate. Erano di brutta apparenza come prima”. ll Faraone fece poi un secondo sogno: “Sette spighe piene e belle venivano su da un unico stelo. Sette spighe sottili e sbattute dal vento germogliavano dopo di esse. Le spighe sottili inghiottivano le sette spighe grosse e piene” (Bereshìt – Genesi, 41:17-24).

Rashì (Francia, 1040-1105) citando il Midràsh commenta che i  negromanti interpretarono i sogni dicendo che il Faraone avrebbe avuto sette figlie e ne avrebbe seppellite altrettante. Le varie interpretazioni non soddisfecero il Faraone. Così il coppiere del Faraone, il cui sogno era stato interpretato da Yosef quando era in prigione, menzionò al Faraone che conosceva un giovane ebreo schiavo di Potifar che sapeva interpretare i sogni.

R. Meir Leibush Weiser detto Malbim (Volinia, 1809-1879, Kiev) nel suo commento Ha-Torà Veha-Mitzvà spiega che il coppiere raccontò al Faraone che Yosef interpretò i sogni suoi e del panettiere nonostante fosse giovane e non conoscesse gli usi e i costumi di corte e senza saper nulla di loro. ll Faraone chiamò Yosef e gli disse: “Ho sentito dire di te che ascolti un sogno e lo interpreti” (ibid., 15). Il Malbim spiega che il Faraone disse che aveva sentito che Yosef non usava astrologia né si basava sulla storia della vita del sognatore, ma ascoltava il sogno e dava subito la sua interpretazione. Yosef rispose che il sogno è una comunicazione provvidenziale del Creatore  e Colui che ha mandato questa comunicazione al Faraone per il suo bene ha certamente mandato anche qualcuno in grado di interpretarlo; se non lui, qualchedun altro.

Il Malbim aggiunge che Yosef basò la sua interpretazione su tre presupposti differenti da quelli dei negromanti: 1. Essi dissero che i sogni erano due e Yosef disse che si trattava di un sogno unico. 2. Essi dissero che i sogni del Faraone erano questioni private, mentre Yosef disse che si trattava di argomenti di interesse pubblico. 3. Essi spiegarono che il sogno era un’allegoria, mentre Yosef disse che era da interpretare letteralmente perché il sogno delle spighe indicava il futuro del raccolto di grano.

Yosef spiegò che sarebbero venuti sette anni di di abbondanza solo in Egitto mentre la carestia sarebbe stata generale. Questo era evidenziato dal fatto che il Faraone raccontò che nel suo sogno solo le vacche grasse erano salite dal Nilo ma non quelle magre. Egli aggiunse che “non si riconoscerà più nel paese l’abbondanza precedente” (ibid., 31) perché nel sogno il Faraone aveva visto che le vacche grasse erano entrate nel ventre della vacche magre ma la cosa non era riconoscibile perché il loro aspetto era brutto come prima (ibid., 21).

Vi erano tre motivi per i quali il sogno era stato doppio con vacche e spighe: 1. “Perché  la cosa è già stabilita da Dio ed Egli si affretta ad attuarla” (ibid. 32), mentre in altri casi il decreto divino può essere annullato se gli uomini fanno Teshuvà (si pentono dei loro peccati). 2. In certi casi il decreto viene eseguito in tempi lontani, mentre in questo caso sarebbe stato immediato. 3. Il sogno doppio doveva servire ad esortare il Faraone ad affrettarsi a nominare un uomo intelligente e perspicace che sapesse immagazzinare il raccolto degli anni di abbondanza per quelli della carestia (cioè che sapesse calcolare le quantità da mettere da parte e far sì che non andasse a male – Nachmanide). Infatti, nel sogno non si riconosceva che le vacche grasse fossero state ingoiate da quelle magre, mentre lo stesso non venne detto per le spighe perché quelle sottili si ingrossarono ingoiando quelle piene.

Yosef continuò spiegando che era necessario centralizzare il programma di emergenza nelle mani di una sola persona che avrebbe dovuto nominare direttori regionali. Il direttore centrale avrebbe fatto in modo che gli agricoltori contribuissero un quinto del raccolto al Faraone durante gli anni dell’abbondanza (raddoppiando la tassa normale del 10% – Rashbam) e per questo era necessaria una persona in grado di convincere il paese della necessità di questi provvedimenti. I direttori regionali avrebbero raccolto il grano da usare nelle città negli anni di carestia, mentre il quinto del raccolto per il Faraone sarebbe servito per arricchire il tesoro del regno con la vendita agli stranieri.

R. Avraham Saba (Zamora, 1440-1508, Verona?) nel suo commento Tzeròr Hamòr spiega che Yosef aveva con grande saggezza anticipato che si trattava di un sogno unico e non di due per giustificare il fatto che i negromanti del Faraone non erano riusciti a interpretarlo come un solo sogno per via della differenza tra vacche e spighe. Per questo l’interpretazione e il progetto di Yosef piacquero sia al Faraone sia ai suoi consiglieri.

Donato Grosser 


Rivogliamo a casa i nostri marò: #bringbackourmarò

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

massimiliano-latorre-e-salvatore-girone-oggi-al-tribunale-di-kollam“La Comunità Ebraica di Roma esprime forte preoccupazione per la vicenda che da due anni coinvolge i due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Le ultime decisioni dell’India, che allontanano il ritorno dei due marò in Italia, non possono lasciarci indifferenti. Siamo vicini al Governo Italiano di Matteo Renzi, al Ministro della Difesa Roberta Pinotti e al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che si stanno prodigando affinché la crisi porti a una soluzione positiva. Da ebrei italiani sentiamo di dover dare ogni contributo possibile per tenere alta l’attenzione mediatica e sensibilizzare il maggior numero di persone. Noi tutti rivogliamo i nostri marò qui in Italia. Oggi la Giunta della Comunità Ebraica di Roma ha deciso di essere in prima linea e lanciare la campagna #bringbackourmarò sui social network e in tutta la Rete per chiedere al mondo di non lasciare soli Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Ci impegneremo a promuovere iniziative fino al giorno in cui li rivedremo tornare a Roma dalle loro famiglie”.

Lo dichiara il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.


Gli ebrei a Roma tra Risorgimento ed Emancipazione

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Ebrei-a-Roma


Prima di tutto italiani. Gli ebrei romani e la Grande Guerra

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

_DSC3672Martedì 16 Dicembre 2014 il Museo Ebraico di Roma inaugura nella Sala del Novecento la mostra Prima di tutto Italiani. Gli Ebrei Romani e la Grande Guerra. L’esposizione, curata da Lia Toaff e che resterà aperta fino al 16 Marzo 2015, racconta il contributo ebraico alla Prima Guerra Mondiale attraverso fotografie, lettere dal fronte, libri di preghiera, cartoline, medaglie e onoreficenze. Storie di uomini sulla linea di confine, di rabbinati militari e di ebrei italiani che tornati dal fronte per difendere la Patria saranno poi declassati dalle leggi razziali e deportati nei campi di sterminio nazisti. All’inaugurazione partecipano il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, l’Assessore alla Cultura della Comunità Ebraica di Roma, Gianni Ascarelli, la Direttrice del Museo, Alessandra Di Castro, e la curatrice della mostra Lia Toaff.

Il contributo alla Grande Guerra

All’alba del Conflitto l’identità patriottica degli ebrei era pari a quella di qualsiasi italiano. La Prima Guerra Mondiale rappresentò l’occasione per legittimare la partecipazione alla vita sociale. Per la prima volta gli ebrei furono messi sullo stesso piano dei cittadini italiani. Il richiamo alle armi rappresentava, infatti, una spinta verso l’emancipazione e smentiva coloro che identificavano l’ebraismo con la codardia e l’ostilità verso la patria di adozione. Quando l’Italia entrò nel Conflitto, nel 1915, la popolazione ebraica italiana ammontava a circa 35.000 persone su una popolazione totale di circa 38 milioni. Molti di questi accettarono con entusiasmo l’entrata in guerra in virtù del patriottismo e dell’attaccamento alla dinastia dei Savoia. 5.000 furono gli ebrei che partirono per il fronte. Nel 50% dei casi ricoprirono il grado di ufficiali: per essere nominato ufficiale era necessario aver conseguito almeno il diploma di studi superiori. Ma gli ebrei romani rappresentano un’eccezione rispetto alla popolazione ebraica italiana che aveva un’istruzione di gran lunga superiore a quella della media nazionale. Lungo la Storia, a loro erano stati permessi solo mestieri poveri e durante gli anni di reclusione nel ghetto si erano occupati principalmente di commercio, così la loro posizione socio-culturale non era avanzata. Ricoprirono, dunque, principalmente il ruolo di militari di truppa, gli ufficiali rappresentavano una minoranza. La regione italiana che ebbe il maggior numero di ufficiali ebrei combattenti (circa 500) fu il Piemonte seguita dalla Toscana (circa 400), dal Veneto e dall’Emilia Romagna (circa 350 ciascuna).

Il Rabbinato Militare

Durante i combattimenti fu garantita l’assistenza religiosa. Per gli ebrei venne istituito nel giugno 1915 il Rabbinato Militare. Questa istituzione fu proposta dal presidente del Comitato delle comunità israelitiche italiane Angelo Sereni e dal rabbino maggiore di Roma Angelo Sacerdoti. Il rabbino era autorizzato a seguire le truppe al fronte, allo stesso modo dei cappellani cattolici. La sua autorità fu riconosciuta da più parti come antidoto alla forza assimilatrice della vita di guerra. Il rabbinato militare era composto da sei rabbini: cinque di loro furono assimilati al grado di tenente, mentre al loro coordinatore, Angelo Sacerdoti, fu assegnato il grado di capitano, in considerazione della sua posizione e per l’importanza della comunità di appartenenza. In seguito a questi rabbini vennero affiancati, come loro coadiutori, tre vice rabbini. Il 28 settembre 1915 Sacerdoti volle che fosse stabilito nei minimi dettagli un abbigliamento ben preciso che avrebbe dovuto contraddistinguere i rabbini al fronte: dalla divisa invernale a quella estiva, al colore grigio e verde, al berretto con apposta una stella a cinque punte sormontato dalla corona d’Italia. I rabbini dovevano essere, prima di tutto, riconoscibili agli occhi dei loro correligionari e non dovevano essere confusi con i cappellani. Molti ebrei al fronte, invece, volevano evitare di distinguersi per religione. Solo con il tempo divennero consapevoli e fieri del proprio essere ebrei e italiani allo stesso tempo.

Dai caduti alle Leggi Razziali

I caduti ebrei durante la guerra furono all’incirca 420 e si suppone che in totale ne vennero decorati circa 700. 1600 era il numero di ufficiali ebrei in vita quando in Italia calò l’ombra delle Leggi Razziali. In virtù del loro contributo alla Patria, molti combattenti chiesero di essere esenti dalle persecuzioni, chiesero di essere “discriminati”. Non si registrarono molti casi in cui queste “discriminazioni” vennero concesse e molti di coloro che per l’Italia avevano combattuto, caddero in mano nazista e furono uccisi tra il 1943 e il 1945 nei campi di sterminio.


Parashà di Vayèshev: Yosef, uomo del destino

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

Van Gogh covoni di grano

Yosef era nato a Charan in Mesopotamia, alla fine dei quattordici anni nei quali Ya’aqov aveva lavorato presso Lavan suo zio. Lavan, consapevole di essere diventato ricco grazie all’opera di Ya’aqov, lo convinse a rimanere con lui più a lungo. Dopo altri sei anni presso Lavan, durante i quali anche Ya’aqov si arricchì, Ya’aqov lasciò Charan per tornare a Chevron dai suoi genitori. Yosef aveva sei anni ed era il più giovane dei figli di Ya’aqov. Suo fratello minore Binyamin sarebbe nato a Betlechem, a pochi chilometri da Chevron, e la madre Rachel non sarebbe sopravvissuta al parto. All’arrivo a Chevron, Yosef doveva avere quasi otto anni. La Torà non ci racconta nulla di cosa avvenne in questi dieci anni a Chevron fino a questa parashà, nella quale è scritto: “Queste sono le cronache di Ya’aqov. Yosef a diciassette anni pascolava il gregge con i suoi fratelli e lui, ancora ragazzo, stava con i figli di Bilhà e Zilpà, mogli di suo padre, al quale raccontava gli errori dei fratelli. Ya’aqov amava Yosef più di tutti i suoi figli perché gli era nato nella sua vecchia età e gli fece una tunica colorata” (Bereshìt – Genesi, 37:2-3).

R. Moshè Alshekh (Adrianopoli, 1508-1593, Safed) nel suo commento Toràt Moshè  riguardo al fatto che nella Torà è scritto che Yosef passava il tempo con i figli di Bilhà e Zilpà, mogli di suo padre, fa notare che Bilhà e Zilpà erano rispettivamente le ancelle di Lea e di Rachel che Ya’aqov aveva sposato su richiesta delle mogli quando queste non erano state in grado di concepire. Nonostante ciò la Torà le chiama “mogli” per farci sapere che Yosef non era affatto arrogante e proprio lui, figlio della moglie principale Rachel, trattava i fratelli, figli delle ancelle, da pari, mentre, come racconta il Midràsh, i figli di Lea li trattavano come “i figli delle serve”.

R. ‘Ovadyà Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà spiega che  nonostante Yosef fosse più giovane dei suoi fratelli adulti (Binyamin era ancora un bambino di 11 anni), a soli diciassette anni era già il manager dell’azienda di famiglia e istruiva i fratelli nelle tecniche di allevamento e della cura del gregge. Nonostante fosse assai intelligente, era ancora un ragazzo e peccò nel raccontare al padre gli errori dei fratelli senza rendersi conto di quello che avrebbe causato. Se è pur vero che in Egitto “egli insegnò ai suoi anziani la sapienza” (Tehillìm – Salmi, 105:22), ora era ancora immaturo. Infatti i nostri Maestri insegnano che “nei giovani non c’è consiglio” (Talmud babilonese, trattato Shabbàt, 89b). Yosef accusava i fratelli di trascurare il gregge e di non prendersene cura come dovevano, perché  il gregge era l’attività che generava la maggior parte del reddito famigliare. Il padre gli fece una tunica colorata come segno che sarebbe stato il leader in casa e nei campi.

R. Ya’aqov Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, New York) nel suo commento Emèt Le-Ya’aqov (p. 191) menziona che nella traduzione aramaica di Onkelos le parole “ben zequnim” non sono tradotte “figlio della sua vecchiaia” bensì “bar chakhim” che significa “intelligente, sapiente”, perché il figlio della sua vecchiaia era Binyamin(da cui è nata l’espressione “il beniamino della famiglia”). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento aggiunge che Ya’aqov aveva insegnato a Yosef “tutto quello che aveva imparato da Shem (Sem figlio di Noè) e da ‘Ever (figlio di Sem, da cui deriva la parola ebreo)”. R. Kamenetzky spiega che l’insegnamento di Shem e di ‘Ever era diverso da quello di Avraham e di Yitzchàq. Shem ed ‘Ever avevano insegnato come vivere tra persone malvage e saper ugualmente rimanere giusti e questo insegnamento era cruciale per l’esilio che era stato profetizzato ai discendenti di Avraham. L’insegnamento di Avraham e di Yitzchàq non sarebbe stato sufficiente perché essi vivevano appartati e non venivano influenzati dalla società circostante.

R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) commenta che Yosef era rimasto orfano a sei anni ed era cresciuto senza una madre e senza la compagnia di un fratello (Binyamin era appena nato). Egli non si sentiva a casa con i figli di Lea che erano di età maggiore della sua. Pertanto era cresciuto in compagnia dei figli delle ancelle, che nonostante fossero diventate mogli del padre a tutti gli effetti, non avevano mai perso il loro senso di inferiorità. Forse proprio per questo Yosef, il futuro leader, stava bene in compagnia con loro, che anche se più vecchi di lui gli erano inferiori nel rango. Nonostante la sua mancanza di maturità, Ya’aqov vedeva in Yosef, con la sua eccezionale personalità, il migliore dei suoi figli e il suo erede spirituale. Infatti nel suo primo sogno Yosef vide dei covoni nel campo “e quando il mio covone si alzava diritto i vostri covoni gli si facevano intorno e si prostravano al mio covone” (ibid., 7). R. Hirsch commenta che questo è un perfetto ritratto di un individuo isolato che è superiore a tutti i fratelli e si trova in quella situazione suo malgrado. È anche interessante notare che gli oggetti nel sogno di Yosef sono dei covoni di grano. L’agricoltura non era l’occupazione dei fratelli. Essi erano pastori. Il loro destino di diventare una nazione di agricoltori era ancora lontano. Se l’agricoltura era nei pensieri di Yosef tanto da sognare di essa, poteva essere solo perché suo padre gli aveva insegnato che il  futuro destino della famiglia era di diventare una nazione agricola in Eretz Israel.

Donato Grosser 


Servizi domiciliari, bando della Cooperativa Avodà

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

La Cooperativa Avodà Sociale, intende ampliare per il 2015 le proprie attività relative ai servizi domiciliari per anziani. A questo scopo intende inserire nel proprio organico  persone  interessate ad operare in questo settore

Cerchiamo pertanto persone con i seguenti requisiti:

Titolo di studio preferenziale: attestato O.S.S o Ota O Adest (con disponibilità a frequentare il corso integrativo per conseguire la qualifica di O.S.S.) In alternativa, Laura triennale in scienze sociali, psicologia, scienza dell’educazione

Esperienza nel settore , conoscenza usi e cultura  della tradizione Ebraica

Capacita di lavorare in un team, disponibilità, ed educazione

Età compresa tra i 25 e i 55 anni

Gli interessati possono presentare la domanda corredata di Cv ,inviandola alla email avodasociale@virgilio.it, entro e non oltre il 24/12/2014 con oggetto: ricerca assistenti domiciliari.


Parashà di Vaishlàkh: il giusto tributo alla vecchia nutrice

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

isaac-meeting-rebecca-by-friedrich-bouterwek

La parashà racconta le peripezie  del nostro patriarca Ya’aqòv nel suo viaggio di ritorno da Charàn, dopo aver concluso un patto di non aggressione con il suocero Lavan che lo aveva inseguito e raggiunto alle montagne di Gil’ad. Avvicinandosi ad Eretz Israel, la parashà racconta dell’incontro con il fratello Esaù, poi della disgrazia che avvenne a Shekhèm, quando la figlia Dina venne rapita e violentata dal figlio del Re, e della conseguente reazione dei fratelli di Dina per liberarla.

Un episodio trattato in un solo versetto è quello della morte e della sepoltura di Devorà (Debora), la nutrice di Rivqà, nel quale è scritto: “Devorà, nutrice di Rivqà, morì e fu seppellita a sud di Betel sotto l’altopiano e [Ya’aqov] lo chiamò Altopiano del Pianto” (Bereshìt – Genesi, 35:8).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento alla Torà si chiede come mai Devorà si trovasse con la famiglia di Ya’aqòv. Infatti, quando Rivqà era stata accompagnata da Eli’ezer, il fedele servo di Avraham, da Charàn a Beer Sheva’ come moglie destinata a Yizchàq, erano venute con lei anche la nutrice Devorà e le sue ancelle. Ci si sarebbe quindi aspettati di trovare Devorà a Chevròn insieme con Rivqà. Rashì, citando R. Moshè ha-Darshan, scrive che quando Rivqà aveva ordinato a Ya’aqòv di partire velocemente da casa e di andare da suo fratello Lavàn, gli aveva anche detto che quando l’ira del fratello Esaù sarebbe passata lei lo avrebbe mandato a prendere. Ed ora aveva mandato proprio Devorà a chiamarlo e questo è il motivo per cui Devorà si trovava con Ya’aqòv.

Il Nachmanide (Catalonia, 1194-1270, Acco) nel suo commento afferma di non capire per quale motivo questo versetto appaia tra quello che precede (“E Ya’aqòv chiamò il luogo El-Betel”) e quello che segue (“E Dio apparve ancora a Ya’aqòv”), che sono l’uno la continuazione dell’altro. Egli risponde che la spiegazione più ragionevole è quella dei Maestri che affermano che in questo versetto vi è un accenno alla morte di Rivqà. Il posto fu chiamato “Altopiano del Pianto” perché Ya’aqòv pianse quando in quel luogo gli arrivò la notizia della morte della madre Rivqà contemporaneamente alla morte di Devorà. Per questo Dio gli apparve e lo benedisse per consolarlo, come aveva fatto a suo padre Yitzchàq dopo la morte di Avrahàm. Se Rivqà fosse stata viva, la Torà avrebbe scritto che Ya’aqòv tornò da suo padre e da sua madre e invece viene solo menzionato il padre. Il motivo per cui la morte e il seppellimento di Rivqà non sono menzionati nella Tora è che non sarebbe stato decoroso per Rivqà menzionare il fatto che fu seppellita dai Hittiti che abitavano a Chevròn. Infatti il figlio Ya’aqòv era lontano, il marito Yizchàq era cieco e non usciva di casa ed Esaù non sarebbe venuto perché provava astio nei confronti della madre per avere aiutato Ya’aqòv a prendere il suo posto nel ricevere la benedizione paterna.

Il Nachmanide aggiunge che è poco probabile che Rivqà mandasse la sua vecchia nutrice a intraprendere il lungo viaggio da Chevròn fino a Charàn in Mesopotamia per chiamare Ya’aqòv e suggerisce invece che Devorà, dopo aver accompagnato la giovane sposa Rivqà in Eretz Israel novantacinque  anni prima, fosse ritornata a Charàn da Lavan. Ed ora che Ya’aqòv era partito da Charàn con mogli e figli per tornare a Chevròn dal padre Yitzchàq, egli aveva preso con sé la vecchia nutrice della madre per poter prendersi cura di lei in segno di riconoscenza per quello che lei aveva fatto per sua madre Rivqà.

Rav Eli’ezer Ashkenazi (1512-1585, Cracovia), che fu rav a Cremona, nel suo commento Ma’asè Hashem scrive che la Torà non menziona mai la morte delle donne eccetto nei casi connessi ad un altro avvenimento: la morte di Sara è menzionata per via dell’acquisto da parte di Avrahàm della grotta di Makhpellà; quella di Rachèl perché morì durante il parto e perché chiamò il figlio Ben Oni; la morte di Miriam viene menzionata perché il pozzo d’acqua che aveva accompagnato gli israeliti nel deserto scomparì dopo la sua morte; e la morte di Devorà viene menzionata perché l’altopiano venne chiamato “Altopiano del Pianto”.

Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) si chiede per quale motivo la morte di Devorà, nutrice di Rivqà, sia così importante da venire menzionata nella Torà quando la Torà non menziona neppure la morte di Rivqà stessa. Egli risponde (in Daròsh Daràsh Yosef, p. 62-63) che Devorà era stata la precettrice di Rivqà e aveva infuso in lei le superiori doti di carattere e i valori morali che avevano fatto di Rivqà la persona adatta a diventare moglie di Yizchàq. Non bisogna infatti dimenticare che Lavàn era un idolatra e così pure il resto della famiglia.

Rav Soloveitchik (Messoràt Harav, p. 260-1) aggiunge che Devorà abitava a Charàn, la città dalla quale il patriarca Avrahàm partì con i suoi seguaci che aveva convertito al monoteismo. Anche Devorà apparteneva al movimento monoteistico fondato da Avrahàm e di conseguenza Rivqà aveva assorbito da lei le idee di Avrahàm. Era stata proprio Devorà ad aver fatto di Rivqà la persona in grado di prendere il posto della matriarca Sara. Menzionarne la morte e il seppellimento era il giusto tributo alla vecchia nutrice.

Donato Grosser


Al Museo Ebraico il viaggio virtuale nell’antico Ghetto prima della demolizione

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

0702Il Museo Ebraico di Roma presenta la prima ricostruzione dell’antico Ghetto Ebraico della Capitale prima della sua demolizione. Da oggi i visitatori del Museo (Via Catalana) potranno utilizzare il tavolo interattivo che permette, per la prima volta,  di camminare nel quartiere ebraico della Capitale in un viaggio tridimensionale lontano 150 anni.

La ricostruzione tridimensionale di quello che era il Ghetto di Roma alla fine dell’Ottocento è stata realizzata sulla base di fonti documentarie e iconografiche di vario genere: acquerelli, dipinti, incisioni, fotografie d’epoca e documenti catastali e urbanistici reperiti in diversi archivi storici. La scelta del momento storico rappresentato deriva dall’intenzione di realizzare un’operazione di ricostruzione scientifica, fondata il più possibile su fonti certe, e la seconda metà dell’Ottocento si è rivelata essere il periodo del quale sono rintracciabili il maggior numero di informazioni documentarie necessarie a raggiungere tale obiettivo.

Il quartiere del Ghetto di Roma, istituito nel 1555, è stato demolito negli anni ’80 dell’Ottocento in attuazione delle previsioni del Piano Regolatore del 1883. Costituito da un tessuto medievale stratificatosi su preesistenze romane, per più di tre secoli il quartiere è stato costretto a svilupparsi in altezza, non potendo espandersi al di fuori dei confini stabiliti. La densità abitativa nel 1870 arrivava a 5000 abitanti e ovunque sorgevano superfetazioni e sopraelevazioni per accogliere la popolazione ebraica in continuo aumento. Il tessuto edilizio di fine Ottocento, osservabile dalle fotografie, si presenta come un vero e proprio palinsesto: strutture architettoniche antiche inglobate in edifici successivi, torri medievali con portali rinascimentali, prospetti scanditi da alte finestre rettangolari in seguito a ristrutturazioni ottocentesche.

Gli interventi di trasformazione urbanistica previsti dal piano regolatore consistevano nella demolizione totale di un’area così estesa che fu prevista la documentazione fotografica di tutte le zone interessate: la raccolta di positivi e negativi dell’Archivio Fotografico Comunale che mostrano la città prima e durante le demolizioni è conservata nel Fondo Fotografico Piano Regolatore 1883.

Il Ghetto di Roma e gli altri quartieri scomparsi in quegli anni sono rappresentati nel loro carattere pittoresco nella serie di acquerelli realizzati da Ettore Roesler Franz tra il 1878 e il 1896, non a caso intitolata “Roma Sparita”, che documenta scene di vita quotidiana dell’epoca fornisce utilissime informazioni sulle coloriture degli intonaci e degli elementi accessori degli edifici, non rilevabili dalle fotografie in bianco e nero.

La ricerca bibliografica e archivistica hanno consentito poi il reperimento dei documenti catastali e urbanistici necessari per una ricostruzione metrica accurata degli edifici, permettendo il proporzionamento di tutti gli elementi, compresi quelli osservabili esclusivamente dalle fotografie e nelle opere d’arte.

Tutto il materiale iconografico reperito è stato raccolto in un database consultabile attraverso vari criteri di ricerca (autore, data, tipologia di documento, edifici rappresentati, toponimi) e ogni immagine è stata geolocalizzata realizzando una mappatura definitiva di tutte le strade e i vicoli, facendo chiarezza anche su alcune ambiguità nella localizzazione fino ad oggi rimaste irrisolte.

Un ulteriore approfondimento dell’analisi del materiale iconografico ha permesso di arricchire la ricostruzione con i dettagli caratterizzanti il quartiere: targhe delle strade, numeri civici, insegne di botteghe, lampioni, inferriate, cancellate, pavimentazioni stradali, particolari che arricchiscono l’immagine della ricostruzione mantenendone l’oggettività scientifica. Nessun elemento presente nella ricostruzione è stato aggiunto arbitrariamente: persino le colature di ruggine sotto alle inferriate sono state rappresentate esattamente nella posizione in cui sono state osservate sulla documentazione fotografica. Il dilavamento degli intonaci, la caduta di porzioni di rivestimento che scoprono le murature in mattoni, le macchie dovute al periodico allagamento delle strade durante le piene del Tevere: tutti gli elementi sono stati rappresentati in modo oggettivo attraverso un rilievo architettonico e la sua traduzione in texture.

La modellazione tridimensionale si è svolta procedendo per isolati, le cui singole particelle sono state costruite virtualmente sulla base delle informazioni desunte dal materiale iconografico. Il software per la navigazione in realtime è stato sviluppato da Progetto KatatexiLux specificatamente per questa applicazione, implementando le diverse funzioni in relazione alle esigenze specifiche (museali, divulgative, rappresentative) sorte durante la realizzazione del progetto.

Il lavoro di ricostruzione tridimensionale è a tutti gli effetti un’operazione scientifica, poiché si fonda sulla ricerca storico-architettonica utilizzando documentazione di riconosciuta autenticità. L’analisi di tale documentazione, se eseguita con l’obiettivo di realizzarne una ricostruzione, conduce sempre a livelli di conoscenza e comprensione degli oggetti non ottenibili attraverso la sola raccolta e osservazione dei dati. La sistematizzazione delle informazioni nelle tre dimensioni permette inoltre di calare l’utente all’interno della spazialità ricostruita virtualmente, facendolo rendere conto in prima persona delle sensazioni date dalla percezione degli spazi.

Il tavolo interattivo, voluto dal Museo e realizzato grazie ad un finanziamento della Rothschild Foundation (Hanadiv) Europe del 2014, restituisce così l’immagine perduta di una porzione di Roma di fine Ottocento, costituendo al tempo stesso un’occasione di approfondimento della conoscenza della storia del Ghetto ebraico.


Addio Enzo Camerino, sopravvissuto ai campi di sterminio

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

“Si è spento questa mattina Enzo Camerino, sopravvissuto ai campi di sterminio. Dei 16 reduci del rastrellamento del 16 ottobre 1943 era uno degli ultimi due ancora in vita. Ne dà notizia il sito www.romaebraica.it. Il Presidente Riccardo Pacifici, il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e tutto il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma piangono la morte di Enzo. Proprio oggi era il giorno del suo compleanno, ci stringiamo tutti attorno alla sua famiglia che con lui viveva da anni in Canada. Camerino è passato a Roma poche settimane fa e aveva celebrato con noi la ricorrenza del 16 ottobre. Spesso era in Italia dove passava le sue vacanze. Per tutti noi è una perdita incolmabile, non solo per gli ebrei di tutto il mondo ma anche per tutti quei cittadini che da sempre lavorano per tenere viva la memoria della Shoah”.

Lo comunica il Portavoce della Comunità Ebraica Fabio Perugia.

Enzo Camerino nasce a Roma il 2 dicembre 1928 ed è il più piccolo di tre fratelli: la sorella maggiore Vanda era nata nel 1918 e il fratello Luciano era di due anni più grande. La madre si chiamava Giulia Di Cori ed era del 1894; il padre, Italo Camerino, aveva una fabbrica a Monza che si chiamava SAFE (società anonima forniture edili) e si occupava di costruire case smontabili in legno per l’Abissinia. La famiglia era benestante e viveva nel quartiere di Trastevere. Dopo l’emanazione delle Leggi razziali del 1938 le cose cambiano e il padre prende ad occuparsi della vendita di cioccolata all’ingrosso; Enzo che frequentava la scuola pubblica “Umberto Primo” è costretto a lasciare la sua classe e ad andare a scuola di pomeriggio, separato dai suoi compagni cattolici. Per aiutare la famiglia in questo momento difficile, lavora nel negozio di un barbiere; sfrutterà questa esperienza lavorativa proprio ad Auschwitz.

Il 16 ottobre 1943 Enzo vive in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati, ed è in casa assieme alla sua famiglia: i genitori, i fratelli e uno zio materno, Settimio Renato Di Cori. Alle cinque del mattino alla porta si presentano un tedesco e un fascista con un foglio su cui era scritto di prepararsi per il viaggio. Inizialmente credono di essere stati scoperti, poiché l’8 settembre la famiglia Camerino aveva aiutato dei carabinieri e dei militari che avevano abbandonato le loro divise. Enzo e Luciano scendono per primi e attendono il resto della famiglia. Vanda, che aveva 25 anni, scrive su un foglietto i numeri di telefono di uno zio e di altri parenti e li lascia ad un signore che abitava nel loro palazzo e che faceva il tramviere.

All’arrivo ad Auschwitz Enzo, i suoi due fratelli e i suoi genitori sono scelti per il lavoro; lo zio viene mandato direttamente alla morte. Dopo aver svolto alcuni lavori a Birkenau, tra cui anche quello di barbiere, Enzo viene mandato nel sottocampo di Jawischowitz, dove c’erano le miniere di carbone. Qui muore il padre, sfiancato dal lavoro massacrante. All’inizio del gennaio 1945 Enzo fa le “marcia della morte” e arriva a Buchenwald dove verrà liberato nell’aprile del 1945. Tornerà a Roma il 12 giugno 1945 e della sua famiglia riabbraccerà solo il fratello Luciano.

L’11 febbraio 1951 sposa Silvana Pontecorvo e il 13 aprile 1957 emigra a Montreal, in Canada, dove ha vissuto fino ad oggi giorno in cui ha lasciato questo mondo.


La tradizione degli urtisti a Roma. Martedì si inaugura la mostra

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

Nessun Commento

0 Urtisti al ColosseoMartedì 2 dicembre, alle ore 18.00 verrà inaugurata la mostra “Urtisti e Ricordari a Roma. Passato e presente di uno storico mestiere”. Per la prima volta lo storico mestiere degli urtisti viene raccontato in una manifestazione culturale che prevede l’esposizione di pannelli composti da un apparato critico e fotografico e da un video con le testimonianze dei protagonisti di ieri e di oggi. L’esposizione, patrocinata da Roma Capitale e promossa dal Dipartimento Beni e Attività Culturali e dal Centro di Cultura Ebraica della Comunità Ebraica di Roma, verrà ospitata nel Museo di Roma in Trastevere e aperta al pubblico dal 3 al 7 dicembre.
Per ritrovare le origini dell’attività degli urtisti bisogna tornare indietro fino ai tempi dell’antico Ghetto Ebraico. Infatti sono proprio gli ebrei, costretti a svolgere solo alcune attività, i primi urtisti. Qualcuno li chiama “ricordari”, altri “madonnari” o “peromanti”. Gli ebrei romani diventano ufficialmente urtisti con un editto pontificio di fine Ottocento che permette loro di vendere i rosari ai pellegrini cattolici. Durante il fascismo nasce il Sindacato Fascista Venditori Ambulanti: gli viene data una divisa e stampato sul berretto l’acronimo “SFVA”. Con le leggi razziali la situazione cambia, vengono ritirate le licenze ufficiali ma perfino con i nazisti in città, ormai abusivi, gli urtisti continuano a lavorare. Con l’arrivo dei turisti e dei pellegrini in visita ai Papi, da mestiere miserabile diventa una professione ambita. Il numero delle licenze è fissato a 63, tutti gli altri sono abusivi e nel svolgere l’attività rischiano multe, sequestri e perfino il carcere. Un gruppo di 52 abusivi, di religione ebraica, si scontra con i 63. Alla fine il Comune di Roma concede le licenze e i due gruppi si accordano su le postazioni: ai 63 rimangono le postazioni all’interno dei monumenti più importanti, incluso l’interno del Colosseo e San Pietro, agli altri i monumenti minori, le altre chiese e gli alberghi. Infatti, con una mancia ai portieri, riescono a intercettare le comitive. Negli anni Settanta chi ha la licenza riesce ad ottenere l’apertura di un banco. Non terminano però le aperture abusive. E’ con la crisi economica degli anni Duemila e con la scarsa attrazione per Papa Ratzinger che i peromanti toccano con mano la crisi. Nonostante tutto gli ebrei continuano a passare il mestiere di padre in figlio. Quelli più ricchi riescono ad aprire dei negozi, gli altri rimangono a lavorare sulla strada. Con Papa Francesco sono esponenzialmente aumentate le visite dei fedeli, ma nonostante questo il mercato “dei ricordi” vede una concorrenza spietata che mette in difficoltà gli urtisti. Quello del peromante è diventato un lavoro duro, destinato probabilmente ad essere spazzato via dalle multinazionali. La tradizione non è stata mai abbandonata e, nonostante i figli abbiano più possibilità dei padri e dei nonni di studiare, vogliono continuare a svolgere questo mestiere che nel tempo è diventato identificativo degli ebrei romani.