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Parashà Vaetchanàn: C’è chi non cambia nel bene e c’è chi non cambia nel male

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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In questa parashà Moshè insegna che alla fine dei giorni dopo aver ricevuto le punizioni che l’Eterno avrà mandato ai figli d’Israele, essi torneranno sulla retta strada, con queste parole: “Quando alla fine dei giorni ti troverai angustiato, essendoti capitate tutte queste vicende, tornerai all’Eterno tuo Dio e ascolterai la Sua voce” (Devarìm, 4:30).

R. David Meldola [Livorno, 1714-1818, Amsterdam] nel suo commento Darkè David, partendo da questo versetto analizza i motivi per i quali alcuni personaggi della Torà e delle Scritture restarono sulla retta via nonostante le difficoltà, e i motivi per i quali altri restarono sulla via sbagliata dall’inizio alla fine nonostante le opportunità di uscirne. R. Meldola cita il Midràsh Ester Rabbà dove è scritto: “Vi sono cinque persone riguardo alle quali è scritto “hu” (egli) per indicare che rimasero malvage dall’inizio alla fine: Nimròd sul quale è scritto “Egli fu un cacciatore insuperabile (Bereshìt, 10:9); Esau (“Egli è Esau padre degli Idumei”, ibid., 36:43), Datan e Aviram (“Egli è Datan e Aviram, leader della comunità”, Bemidbàr, 26:9), il re Achàz (“Egli è il re Achàz”) e il re Assuero (“Egli è Assuero che regnava dall’India a Kush”, Ester, 1:1). Vi sono anche cinque persone riguardo alle quali la parola “hu” (egli) viene a indicare che rimasero giusti dall’inizio alla fine: Avraham (“Avràm egli è Avrahàm”), Moshè (“Egli è Moshè e Aharon”), il re David (Egli è David il più giovane”), il re Chizkiyahu (“Egli è Chizkiyahu”) ed ‘Ezrà (“Egli è Ezrà che salì da Babilonia”, ‘Ezrà, 7:6). R. Berekhyà dice che esiste un esempio migliore: “Egli è l’Eterno nostro Dio la cui giustizia è in tutta la terra”. La parola “Egli” denota il fatto che L’Eterno è sempre lo stesso.
R. Meldola elenca cinque motivi per i quali un malvagio può tornare sulla retta strada:
1. Egli impara qualcosa di nuovo o osserva i miracoli dell’Eterno. Un esempio è quello di Yitrò che abbandonò l’idolatria quando fu informato dei miracoli dell’uscita dall’Egitto e disse: “Ora riconosco che l’Eterno è più grande di qualsiasi divinità” (Shemòt, 18:11). Il re Nimrod invece rimase malvagio nonostante avesse dato ordine di gettare Avraham nella fornace e lo avesse visto uscire miracolosamente illeso.
2. La vecchiaia è un altro motivo per cui una persona torna sulla retta strada, quando è arrivato il tempo di considerare quello che si è fatto nella vita e il corpo è più debole e non ha più le passioni della gioventù. Esau invece anche da vecchio rimase malvagio.
3. Il successo e la ricchezza sono altri motivi per cui l’uomo si rende conto di dover essere riconoscente al Creatore per quello che gli ha dato. Datan e Aviram che da pezzenti divennero capi del popolo, nonostante questo non cambiarono.
4. Le sofferenze possono fare riflettere e decidere di cambiare strada come nel versetto della nostra parashà. Le sofferenze non servirono invece per nulla al re Achàz.
5. I buoni compagni possono influire su una persona e far sì che segua la loro strada. L’esempio di chi sapeva fare tornare le persone sulla retta via è quello di Aharon sul quale nei Pirkè Avòt (Massime dei Padri) è detto che “Ama la pace, persegue la pace, ama le creature e le fa avvicinare alla Torà”. Per il re Assuero invece la compagnia di Ester non servì a nulla e rimase malvagio come prima.
R. Meldola aggiunge che come vi sono cinque motivi per cui delle persone tornano sulle retta via, vi sono altrettanti motivi per i quali ci sono persone che se ne allontanano:
1. Il timore e i pericoli di essere uccisi. Diversi giusti non riuscirono a resistere alla prova. Avraham invece passò tutte le prove e rimase giusto dall’inizio alla fine.
2. I dubbi sulla giustizia divina possono condurre una persona sulla strada sbagliata. Così avvenne a Giobbe, prima di rendersi conto del fatto che non possiamo sapere nulla della giustizia divina.
3. L’abbondanza può anche essere un motivo per abbandonare la retta strada. Il re David invece rimase lo stesso anche quando diventò re dopo aver pascolato il gregge del padre.
4. La povertà e le ristrettezze sono un altro motivo per abbandonare la retta strada. Il re Chizkiyahu invece rimase con la stessa fiducia nell’Eterno durante l’assedio di Gerusalemme da parte di Sancheriv nonostante la situazione fosse disperata.
5. Le cattive compagnie sono un altro motivo per fare traviare le persone. E invece ‘Ezrà il Kohen mantenne la propria rettitudine anche se quando venne da Babilonia portò con se molti altri Kohanim che non avevano protetto il proprio pedigree.
R. Meldola conclude: Ecco quindi cinque personaggi riguardo ai quali la parola “Egli” mostra che rimasero giusti dall’inizio alla fine a confronto con altri cinque che rimasero malvagi. E R. Berekhyà aggiunge che superiore a tutti è la parola “Egli” usata per l’Eterno che è immutabile.

Donato Grosser


Giornata Europea della Cultura Ebraica: il programma di Roma (17-18 settembre 2016)

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Si presenta ricchissimo di eventi (ingresso libero) il programma ideato, organizzato e promosso dall’Assessorato alla Cultura e ASCER della Comunità ebraica di Roma per la Giornata europea della cultura ebraica 2016 dal tema “Lingue e dialetti ebraici”

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Aspettando la Giornata Europea della Cultura Ebraica

Sabato 17 settembre

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71
Ore 21.00
Il linguaggio scientifico e il linguaggio poetico nel Talmud e nella Cabbalá con Prof. Giulio Busi e Rav Riccardo Di Segni
Modera: Prof.ssa Clelia Piperno

Ore 22.00
LINGUA MADRE
La musica ebraica fra lingue e culture diverse
Concerto spettacolo di Eyal Lerner

Proiezione delle micrografie del Codice di Barcellona (1325) di recente restaurato dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma
In collaborazione con Instituto Cervantes, Ufficio Culturale Ambasciata di Israele – Roma e Delet

LIBRERIA KIRYAT SEFER
Via del Tempio, 2
Ore 21.00 – 23.00
Apertura della libreria ebraica

Domenica 18 settembre

MUSEO EBRAICO DI ROMA
Via Catalana/Largo XVI ottobre
Visite guidate gratuite in italiano e in inglese al Museo, al Tempio Maggiore e al Tempio Spagnolo
Apertura Museo: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.15)
Apertura Tempio Maggiore: 10.00 – 15.00 (ultima visita guidata ore 14.30 in italiano e in inglese)
Apertura Tempio Spagnolo: 15.00 – 18.00 (ultima visita guidata alle 17.30 in italiano e in inglese)

ASSOCIAZIONE CULTURALE LE CINQUE SCOLE
Ore 10.00 – 18.00
Visite guidate in italiano e in inglese nell’area dell’ex Ghetto e di Trastevere (info presso Museo Ebraico di Roma)
TEMPIO DEI GIOVANI PANZIERI-FATUCCI
Piazza S. Bartolomeo all’Isola, 24
Ore 10.00 – 13.30
Visite guidate al Tempio dei Giovani
A cura del Benè Berith

SINAGOGA DI OSTIA ANTICA
Ore 12.30
Visita guidata alla Sinagoga di Ostia Anticacon Giacomo Moscati
Appuntamento davanti al cancello adiacente agli scavi (Via Guido Calza)
Per partecipare è richiesta la prenotazione obbligatoria al 324 6267350 entro domenica 11 settembre, indicando se si intende usufruire del servizio di pulmino (a pagamento) con partenza dal Tempio Maggiore (Lungotevere Cenci) alle ore 11.15

LIBRERIA KIRYAT SEFER
Via del Tempio, 2
Ore 10.00 – 22.00
Apertura della libreria ebraica

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71

Ore 10.00
La vita sotterranea della parola ebraica con Hora Aboaf

Ore 11.00
Come si studia una pagina di Talmud con Benedetto Carucci Viterbi

Ore 10.00 – 12.00
HAVIU ET HAYOM
Babele in Rime
Diffusione e distribuzione di testi di “poesia ebraica” (ebraico, giudaico-romanesco, yiddish, aramaico e ladino)

GALLERIA ANNA MARRA CONTEMPORANEA
Via Sant’Angelo in Pescheria, 32
Ore 12.00
IL RILIEVO DELLE PAROLE inaugurazione mostra di Irma Alonzo ed Ariela Bhom
La mostra rimarrà aperta fino al 25 settembre 2016

MUSEO EBRAICO DI ROMA
Ore 12.30
Inaugurazione mostra LIBRO APERTO. OPERE DI PAOLA LEVI MONTALCINI in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (dal 18 settembre al 31 ottobre)

GALLERIA SIMONE ALEANDRI
Piazza Costaguti, 12
Ore 13.00
Fuoco nero su fuoco bianco presentazione del libro di xilografie di Francesco Parisi
Dialogo tra l’autore e Georges de Canino

PALAZZO DELLA CULTURA
Via del Portico d’Ottavia, 71

Ore 17.30
LA FORMA DELLE PAROLE
Libri di letteratura israeliana rivisitati da artisti italiani, un progetto per IIFCA con David Palterer ideatore del progetto, Marco Tonelli e Alfredo Pirri
In collaborazione con la Fondazione Italia-Israele per la cultura e le arti, con la Comunità Ebraica di Mantova e con il Politecnico Milano 1863, Polo Territoriale di Mantova

Ore 17.30 – 19.00
HAVIU ET HAYOM
Babele in Rime
Diffusione e distribuzione di testi di “poesia ebraica” (ebraico, giudaico-romanesco, yiddish, aramaico e ladino)

Ore 19.00
IL GIUDAICO ROMANESCO: passato, presente e futuro di una antica “lingua”con Sabino Caronia, Simona Foà, Micaela Procaccia e Nicoletta Valente
Esposizione dei pannelli della mostra “È tutta ‘na commedia” a cura di Memoria srl
In collaborazione con ADEI WIZO, Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e Centro Romano di Studi sull’Ebraismo (CERSE)

Ore 20.30
Ce veniti a’ recita?
Spettacolo in giudaico romanesco con la Compagnia teatrale “Quasi stabile” di Alberto Pavoncello, la compagnia “Quelli del Giudaico – Romanesco” e Daniele Volterra. In collaborazione con ADEI WIZO

 

per informazioni: Centro di Cultura ebraica 065897589 – centrocultura@romaebraica.it


Lingue e dialetti ebraici, il tema della prossima Giornata europea della cultura ebraica

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Si svolgerà domenica 18 settembre 2016, in settantaquattro località in Italia, la Giornata europea della cultura ebraica, la manifestazione che invita a scoprire storia, luoghi e tradizioni degli ebrei attraverso centinaia di eventi tra visite guidate a sinagoghe, musei e quartieri ebraici, spettacoli, mostre, concerti, degustazioni kasher e altri appuntamenti culturali.
L’evento, giunto alla diciassettesima edizione, è coordinato e promosso nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, parte di un network internazionale al quale aderiscono quest’anno trentacinque Paesi europei.
“Siamo convinti che in un periodo storico estremamente complesso e difficile quale è quello che stiamo vivendo, sia importante continuare a proporre iniziative positive, che stimolino la costruzione di legami e ponti all’interno di una società inclusiva e attenta ai diritti di tutti”, ha scritto nella presentazione dell’iniziativa la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni.
Un tema comune, “Lingue e dialetti ebraici”, unirà idealmente tutti gli appuntamenti. Oltre all’ebraico, la lingua della Torah, il riferimento è allo Yiddish degli ebrei dell’est Europa, al Judeo-Espanol parlato dalle comunità ebraiche del bacino mediterraneo, ma anche ai diversi dialetti italiani, come il giudaico-romanesco, il bagitto livornese, il giudaico-veneziano e il giudaico-torinese. L’argomento sarà declinato in molti modi, dal teatro ai concerti, dai laboratori alle conferenze, con iniziative aperte e gratuite per tutta la cittadinanza e diffuse in quattordici Regioni.
A Milano, prescelta quale capofila della manifestazione in Italia, si darà il via simbolico agli eventi nel nostro Paese, nell’anno in cui la comunità ebraica milanese, parte viva e integrante del tessuto sociale e culturale della città, festeggia i centocinquant’anni dalla nascita.
La minoranza ebraica è presente in Italia da oltre due millenni, con testimonianze di vita e cultura diffuse sul territorio, dalle grandi città ai piccoli centri, da nord a sud alle isole.
Siti e percorsi tra i più belli d’Europa, che rendono l’edizione italiana, con circa cinquantamila presenze ogni anno, una delle più seguite, realizzando da sola più di un quarto dei visitatori complessivi dell’intero continente.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito internet www.giornatadellaculturaebraica.it
e sull’area Facebook dedicata alla Giornata della cultura ebraica.

In Italia la Giornata europea della cultura ebraica è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dal Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani. La manifestazione è inoltre riconosciuta dal Consiglio d’Europa.
Queste le settantaquattro località che aderiscono all’edizione 2016:
Calabria: Bova Marina, Cosenza, Reggio Calabria, Santa Maria del Cedro, Vibo Valentia –Campania: Napoli – Emilia Romagna: Bologna, Carpi, Cento, Correggio, Cortemaggiore, Ferrara, Finale Emilia, Fiorenzuola d’Arda, Lugo di Romagna, Modena, Reggio Emilia, Soragna – Friuli Venezia Giulia: Gorizia, Trieste, Udine – Lazio: Ferentino, Fiuggi, Fondi, Roma – Liguria: Genova – Lombardia: Bozzolo, Mantova, Milano, Ostiano, Pomponesco, Sabbioneta, Soncino, Viadana – Marche: Ancona, Fano, Pesaro, Senigallia, Urbino – Piemonte: Acqui Terme, Alessandria, Asti, Biella, Carmagnola, Casale Monferrato, Cherasco, Chieri, Cuneo, Ivrea, Moncalvo, Mondovì, Saluzzo, Torino, Trino Vercellese, Vercelli – Puglia: Brindisi, San Nicandro, Trani, Taranto – Sicilia: Palermo, Ragusa, Siracusa – Toscana: Firenze, Livorno, Monte San Savino, Pisa, Pitigliano, Siena, Viareggio – Trentino Alto Adige: Merano – Veneto: Padova, Venezia, Verona, Vicenza

I trentacinque Paesi europei che aderiscono sono:
Austria, Azerbaigian, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria.
I programmi dei singoli Paesi sono consultabili sul sito www.jewisheritage.org

 


Il nove di Av: Gerusalemme fu distrutta dalle “locuste”

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Il Bet Ha-Mikdàsh di Gerusalemme fu distrutto nel nono giorno del mese di Av. Nel trattato Ghittìn (55b-56a) del Talmud babilonese è scritto che Gerusalemme fu distrutta per colpa di Kamtza e di Bar-Kamtza. Un facoltoso personaggio di Gerusalemme fece un banchetto e disse al suo servitore di invitare il signor Kamtza. Per errore, il servitore invece di Kamtza invitò il signor Bar-Kamtza. Mentre Kamtza era un amico dell’ospite, Bar-Kamtza era un suo acerrimo nemico. Credendo che l’ospite volesse riappacificarsi con lui, Bar-Kamtza andò al banchetto. Quando il padrone di casa lo vide lo cacciò via in malo modo. Al banchetto erano stati invitati anche i saggi di Gerusalemme che, come commenta R. Yosef Chayim [Bagdad, 1835-1909] nell’opera Ben Yehoyadà, non videro cosa era successo. Bar-Kamtza, che era un poco di buono, convinto che i saggi non avessero protestato quando era stato cacciato dal banchetto anche se erano al corrente dell’accaduto, decise di vendicarsi. Andò dalle autorità romane e disse loro che gli ebrei si stavano ribellando contro di loro. Per convincerli, disse loro che se avessero inviato una giovenca come sacrificio per il Bet Ha-Mikdàsh, sarebbe stato rifiutato. Poi Bar-Kamtza fece un taglio alle labbra dell’animale rendendolo inadatto ad essere sacrificato. Il fatto che fosse respinto dimostrò erroneamente ai romani che gli ebrei, che avevano sempre sacrificato gli animali mandati dall’imperatore, si erano ribellati. Da qui derivò la distruzione di Gerusalemme da parte di Vespasiano e Tito.

Per quale motivo i maestri affermarono che Gerusalemme fu distrutta per colpa di Kamtza e di Bar-Kamtza. Che colpa aveva Kamtza? Egli non era neppure andato al banchetto! R. Zelik Halevi Epstein [Belarus, 1914-2009, New York] spiegò che Kamtza, come buon amico dell’ospite, non avrebbe dovuto fare l’offeso e restare a casa. Un buon amico se non riceve un invito verifica cosa sia successo. Se Kamtza avesse verificato, l’equivoco sarebbe stato scoperto e il successivo disastro nazionale sarebbe stato evitato.
Gerusalemme fu distrutta al termine di una guerra cruenta con i romani. Giuseppe Flavio racconta che la ribellione iniziò come reazione ai soprusi del procuratore romano Gessius Florus. Come è possibile attribuire la distruzione di Gerusalemme a un episodio come il banchetto descritto nel Talmud? R. Yechiel Ya’akov Weinberg [Polonia, 1884-1966, Montreux] nella sua opera Lifrakìm (pp. 69-74) cita una lezione del suo maestro R. Nosson Zvi Finkel [Lituania, 1949-1927, Gerusalemme], chiamato affettuosamente il saba (nonno) della yeshivà di Slabodka, uno dei grandi esponenti della scuola di Mussàr (etica). R. Weinberg spiega che i maestri dal Talmud non erano interessati a descrivere gli eventi storici. La loro responsabilità era quella di insegnare quale fosse il motivo alla base della tragedia nazionale; l’episodio di Kamtza e di Bar-Kamtza era sintomatico della sinàt chinàm, dell’odio gratuito, che aveva infettato la società nella terra d’Israele. La distruzione fisica era stata preceduta dalla distruzione sociale. I maestri, con la loro profonda conoscenza della psicologia umana, avevano visto cosa aveva avvelenato la società, aveva causato le guerre civili, la distruzione fisica e il successivo esilio.
Tuttavia è anche forse possibile cercare di dare una semplice spiegazione per riconciliare gli avvenimenti storici descritti da Giuseppe Flavio e l’insegnamento dei maestri del Talmud. All’inizio la ribellione era scoppiata come reazione spontanea ai soprusi del procuratore romano e, come afferma il Flavio, sfortunatamente i ribelli ebbero successo e pensarono di poter vincere la guerra. I Maestri erano invece contrari alla ribellione come dimostrato dal fatto che R. Yochanan ben Zakkai uscì con uno stratagemma dalla città assediata per andare da Vespasiano e salvare il salvabile cioè la yeshivà di Yavne e la famiglia dei capi del Sinedrio, discendenti di Hillel. In questo modo dopo la disfatta fu possibile iniziare la ricostruzione. Fino all’episodio di Kamtza e di Bar-Kamtza i maestri erano forse riusciti a convincere i romani che la ribellione era limitata a un gruppo di zeloti. Bar-Kamtza con la sua malvagità li convinse che i maestri e quindi tutto il popolo che li seguiva, erano con i ribelli e fu questo che portò alla distruzione.
Rashì [Francia, 1040-1105] nel suo commento al trattato Ghittìn scrive che Kamtza e Bar-Kamtza erano i nomi reali dei due responsabili della distruzione di Gerusalemme. Nomi veramente strani! Il proselita Onkelos [I sec E.V.] nella sua traduzione in lingua aramaica traduce la parola chagavìm (Bemidbàr, 13:33) che significa locuste, con l’aramaico “Kamtzin”. Come le locuste, Kamtza e Bar-Kamtza distrussero tutto.

Donato Grosser


Chavatzelet HaSharon

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In preparazione a Tish’à beAv, il significato di una qinnà speciale.

Ascolta il commento alla qinnà “Chavatzelet HaSharon”.

A cura di Rav Riccardo Di Segni


Parashà Mattòt: Perché non bisogna fare giuramenti

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La parashà comincia con queste parole: “Moshè parlò ai capi tribù dicendo: questa è la cosa che l’Eterno ha comandato. Chi farà un voto all’Eterno o pronuncerà un giuramento per sottoporsi a un divieto, non deve profanare la sua parola e dovrà fare quello che ha detto” (Bemidbàr, 30:2-3). L’importanza che la Torà attribuisce alla parola la si impara già nella prima parashà della Torà dove è scritto: “L’Eterno Dio formò l’uomo di polvere della terra, gli ispirò nelle narici il soffio vitale e l’uomo divenne essere vivente (Bereshìt, 2:7). Il proselita Onkelos (I secolo E.V.) che tradusse la Torà in aramaico sotto la guida dei tannaìm (maestri della Mishnà) R. Elì‘ezer e R. Yehoshùa’, traduce le parole “essere vivente” con l’espressione “Rùach memallelà” che significa “spirito parlante”. Con questo Onkelos voleva insegnare che la parola e il pensiero che la genera sono le principali caratteristiche che distinguono l’essere umano dagli animali che lo precedettero nella Creazione del Mondo.
Voti e giuramenti sono obblighi addizionali che una persona impone su di sé. La differenza tra un voto e un giuramento è che nel voto (nèder) una persona dichiara che una cosa è proibita a lui o a lei e il voto trova applicazione solo nelle cose materiali. Un esempio è quando qualcuno afferma che “questa frutta mi sia proibita per un mese se parto da Roma”. Alla persona non è proibito partire da Roma, ma se lo fa quella frutta gli diventa proibita per un mese. Nel caso di un giuramento se qualcuno dice: “giuro di non partire da Roma” la proibizione ricade su di lui o su di lei. I giuramenti possono essere sia per il futuro che per il passato: “giuro che farò o che non farò; giuro di aver fatto o di non aver fatto”. Giuramenti falsi sono quelli nei quali chi giura non afferma la verità; giuramenti vani sono quelli nei quali vengo affermate cose impossibili come per esempio: “giuro di aver visto un cammello volante” oppure “giuro che non mangerò per una settimana” (Shulchàn ‘Arùkh, YD, 236:4-5).
R. Mordekhai Hakohen [Safed, 1523 – 1598, Aleppo] nel suo commento Siftè Kohèn a questa parashà menziona che i maestri insegnano che non è solo doveroso stare attenti ai voti e ai giuramenti, ma anche alla parola data. Egli cita il trattato Bavà Mezi’à (48a) dal Talmud babilonese dove è detto che chi non mantiene la parola data nelle transazioni commerciali è persona di scarsa onestà.
R. Avraham Saba’ [Zamora, 1440-1508, Verona?] nella sua opera Tzeròr Hamòr scrive che la Torà insegna all’inizio di questa parashà le regole dei voti e dei giuramenti perché la parashà precedente, Pinechàs, termina con Sukkòt che è la più grande delle tre feste di pellegrinaggio (Pesàch, Shavu’òt e Sukkòt) perché cade nella stagione del raccolto. E quando si fa festa e si banchetta c’è sempre il pericolo che gli istinti naturali portino le persone a compiere degli eccessi. Questo era il motivo per cui Iyòv (Giobbe) portava degli olocausti per i suoi figli nel caso in cui avessero commesso dei peccati. Questo è anche il motivo per cui gli antichi saggi usavano rompere un prezioso bicchiere di cristallo durante i banchetti per delle occasioni felici. Con questo artificio i commensali perdevano la baldanza acquistata durante il banchetto ed entrava in loro il timore del Cielo. E per evitare di bere troppo e di perdere il proprio controllo gli antichi usavano fare dei voti dicendo: “Se berrò questa misura di vino darò questa somma in tzedakà (beneficienza)”.
Fare queste promesse è una mitzvà perché servono a migliorare il proprio comportamento. Tuttavia è proibito fare voti e giuramenti senza motivo anche se si dice la verità perché chi non mantiene voti e giuramenti compie una delle più gravi trasgressioni perché usa il nome dell’Eterno nel giuramento intendendo dire: “Così come l’Eterno è vero, è vero quello che dico o che prometto”.
Il Maimonide [Cordova, 1138-1204, Il Cairo] sottolinea la gravità dei giuramenti quando scrive che quando c’era il Bet Ha-Mikdàsh (il Santuario di Gerusalemme) anche se una persona non aveva fatto teshuvà (ritorno sulla retta strada) il capro espiatorio espiava tutti i peccati meno gravi ma non i peccati gravi. E tra i peccati gravi annoverava quelli passibili di pena capitale o di karèt (una punizione per mano del cielo) e i giuramenti in falso e invano (Hilkhòt Teshuvà, 1: 2-4).
Nel trattato talmudico di Shevu‘òt (39a) che tratta i giuramenti è insegnato che quando una persona veniva a giurare in tribunale gli si diceva: “Sappi che tutto il mondo tremò quando il Santo Benedetto disse sul Sinai: Non pronunciare il nome dell’Eterno tuo Dio invano”. E per tutte le trasgressioni della Torà è detto “nakè” (assolve) e qui è detto “lo yenakè” (non assolve); e per tutte le trasgressioni della Torà la punizione cade sulla persona che l’ha commessa, mentre nel caso dei giuramenti vani, ne soffre anche la famiglia”. Per questo motivo gli ebrei timorati evitano di giurare anche se la cosa risulta a loro detrimento.

Donato Grosser


Parashà Pinechas: Lo strano numero della tribù di Reuvèn

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Dopo la morte di ventiquattromila israeliti che avevano fornicato con le donne moabite “L’Eterno parlò a Moshè e ad El’azar figlio di Aharon il Kohen dicendo: contate tutta la congregazione d’Israele dai venti anni in su sulla base delle famiglie paterne, tutti coloro che sono atti al servizio militare” (Bemidbàr, 26: 1-2). Il censimento iniziò da Reuvèn, primogenito di Ya’akov, elencando le famiglie dei suoi figli Chanòkh, Palù, Chetzròn e Karmì. Il numero degli uomini atti al servizio militare era 43.730. Dopo avere dato questo numero il testo della Torà continua con le seguenti parole: “Dei figli di Palù c’era solo Eliàv. I figli di Eliàv erano Nemuèl, Datàn e Aviràm. Datàn e Aviràm erano i capi della comunità che condussero la ribellione contrò Moshe e contro Aharon nella congregazione di Korach quando furono parte della ribellione contro l’Eterno. E la terra aprì la sua bocca e li inghiottì insieme con Korach quando il gruppo dei ribelli morì e il fuoco divorò i duecentocinquanta uomini. Essi divennero un simbolo. Tuttavia i figli di Korach non morirono” (ibid., 8-11). Il testo della Torà continua con il censimento, tribù per tribù, senza però alcuna interruzione come nel caso della tribù di Reuven.
R. Ya’akov Kamenetzky [Lituania, 1891-1986, New York] in Emèt le-Ya’akòv si domanda per quale motivo dopo aver dato il numero della tribù di Reuvèn seguono dei versetti che raccontano della ribellione di Datàn e di Aviràm. Inoltre in tutti gli altri censimenti i numeri delle tribù terminavano in centinaia (e in un caso con una cinquantina) e qui invece il numero della tribù di Reuvèn termina con trenta uomini. Qual è il motivo del numero trenta? Nel libro di Shemòt (18:21) Yitrò, suocero di Moshè, gli disse che non poteva condurre il popolo da solo e gli consigliò di delegare parte dei suoi compiti nominando capi di migliaia, di centinaia, di cinquantine e di decine. R. Kamenetzky sulla base di quanto scritto in Isaia (Yesha’yà, 3:1-8) dove si parla del “capo di cinquantine” opina che per le questioni sacre, di kedushà, erano stati nominati capi di migliaia, centinaia e decine, mentre per le questioni militari erano stati nominati capi di migliaia e di cinquantine. E cosi pure nel libro di Samuele (1 Shemuèl, 8:12) è scritto che il Re prenderà i loro figli “come capi di migliaia e di cinquantine”. E anche nel libro dei Re (2 Melakhìm, 1:9) è scritto il re Achazià mandò dal profeta Elia un capitano con una compagnia di cinquanta uomini.
R. Kamenetzky aggiunge che nel libro di Giosuè (Yehoshu’à, 1:14) la parola “armati” è espressa con “Chamushìm” che ha la stessa radice della parola “Chamishìm” che significa “cinquanta”. Egli cita il R. Malbim (Volinia, 1809-1879, Kiev) che nel versetto 12 del quarto capitolo, spiega che prima di passare il fiume Giordano il popolo si organizzò in formazione militare, “chamushìm”, cioè con compagnie di cinquanta uomini. E così pure durante l’uscita dall’Egitto è scritto che i figli d’Israele uscirono “Chamushìm” (Shemòt, 13:18) e Rashì [Francia, 1040-1105] spiega che significa “armati”. Da qui si impara che tutte le compagnie erano composte da cinquanta militari. Inoltre quando Yosef interpretò il sogno del Faraone disse: “Il Faraone provveda a nominare dei sovraintendenti sul paese e armi (“ve-chimmèsh”) la terra d’Egitto durante i sette anni di abbondanza” (Bereshìt, 41:34). R. Avraham Ibn ‘Ezra [Spagna, 1089-1167] spiega questo versetto, affermando che Yosèf (Giuseppe) armò l’Egitto temendo che per via della carestia i paesi vicini avrebbero invaso il paese. Per questo, il Faraone nominando Yosèf viceré gli disse anche: “E il mio popolo prenderà le armi (“ishàk”) su tuo ordine” (ibid., 41:40).
Pertanto quando venne fatto il censimento degli uomini atti al servizio militare, essi vennero suddivisi in compagnie di cinquanta uomini ciascuna. Quando in qualche tribù avanzavano degli uomini perché il loro numero non era sufficiente per comporre una compagnia di cinquanta, essi venivano aggiunti, uno per compagnia, alle compagnie esistenti di cinquanta che diventavano di cinquantuno uomini. Oppure se una compagnia aveva solo quarantacinque uomini, ne aggiungevano uno ciascuno da altre compagnie che diventavano di quarantanove uomini. Poi nel conto finale le compagnie erano tutte calcolate con arrotondamento, di cinquanta uomini.
Nel caso della tribù di Reuven, dal momento che Datàn e Aviràm, i due capi dei ribelli contro Moshè, erano figli di Eliàv della famiglia di Palù, una compagnia fu lasciata di proposito con soli trenta uomini per ricordare il fatto che la ribellione era nata da questa famiglia.

Donato Grosser


BEN HAMETZARIM 5776-2016 Istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La  tradizione  ebraica  ha  stabilito  dei  periodi  speciali  dell‟anno  dedicati  alla  memoria  e  alla riflessione  su  tragici  eventi  della  storia  ebraica.  L‟idea  è  che  ci  deve  essere  un tempo  per piangere e un tempo per gioire. L‟identità ebraica è fatta di cose liete e cose      tristi, e non si possono dimenticare  né  le  une  né  le  altre.  Ma  la  memoria  delle  cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei  solo  perché  c‟è l‟antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all‟esterno del popolo   ebraico,   ricordano,   ammirano   e   compatiscono  gli  ebrei  solo  perché   sono   stati perseguitati,  identificano  gli  ebrei  con  i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un‟ossessione di tutto l‟anno.

Secondo l‟impostazione ebraica tradizionale il ricordo si mantiene non solo con un semplice atto del pensiero, ma con manifestazioni e atti concreti che lo sostengono e lo alimentano; quando questi atti sono regole che tutta la comunità rispetta insieme si crea, grazie ad essi, un senso di condivisione e di unità. È con questo spirito che vanno illustrate e comprese le regole  di questi giorni, che vengono chiamati Ben hametzarìm. L‟espressione significa “tra le ristrettezze”, ed è presa dal libro delle Lamentazioni di Geremia (1:3). È il periodo di tre settimane che va dal 17 di Tammuz  (quest‟anno  sabato  23  Luglio,  per  cui  il  periodo  inizia la domenica 24) al 9 di Av (quest‟anno sabato 13 Agosto, che fa slittare il digiuno all‟indomani,  domenica  14).  Durante questo  periodo,  che  culminerà  con  il  digiuno  del  9  di  Av,  sono  prescritti  alcuni  divieti  che creano un‟atmosfera di progressiva mestizia. I divieti si applicano con gradualità crescente e si distinguono per questo vari  momenti:

  • dal 17 di Tammuz (secondo molti già dalla sera che precede il digiuno).
  • dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Quest‟anno: la sera di giovedì 4 Agosto.
  • la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al
  • il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il Miqdash continuò a bruciare); quest‟anno è il giorno in cui facciamo il digiuno

Quest‟anno, come lo scorso, è un anno particolare perché il 9 di Av cade di sabato, ed il digiuno è rimandato alla domenica 14 Agosto. Questo fa sì che molti dei rigori che hanno effetto solo nella settimana del 9 di Av, secondo lo Shulchan „Arukh (ma altri non sono d‟accordo) non si applicano più. Questo vale per Sefardim e Italiani, meno per gli Ashkenazim che anticipano alcuni divieti al Rosh Chodesh o a tutto il periodo.

In generale sull‟applicazione delle regole esistono tradizioni e rigori diversi e gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi ed estensivi.

Essendo la materia molto complicata, presentiamo qui di seguito alcune linee orientative su alcuni divieti.

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo.

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e indifferibili sono permesse. Parimenti sono permesse costruzioni di mitzwà (quale  ad esempio un bet hakeneset).

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyànu: non si mangia in tutto  il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato. Alcuni sefarditi dissentono e non recitano shehecheyànu neppure di Sabato.

Vestiti ed oggetti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyànu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e  acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente). Se durante questo periodo viene consegnato un oggetto ordinato precedentemente (ad es. un automobile) non si deve rimandare la consegna. Se c‟è la possibilità di  acquistare oggetti per i quali si recita  shehecheyanu ad un prezzo molto vantaggioso si interpelli un Rabbino.

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

Manifestazioni di gioia, feste,  ascolto di musica: deve essere tutto ridotto a meno che non si  tratti di occasioni indifferibili in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.). È bene evitare i viaggi di piacere, a meno che non vi sia un‟effettiva necessità di riposo.

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim (e alcune comunità del nord Italia) proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av. Alcuni si radono e si tagliano i capelli il giorno 10; altri li tagliano nel pomeriggio del 10; qualcuno aspetta l‟11. Quest‟anno secondo tutti posso essere tagliati l‟11, ovvero l‟indomani del digiuno. Le donne in  età  da  matrimonio  e  già  sposate  si  possono  depilare,  tranne  che nella settimana del 9 di Av. Quest‟anno per i Sefardim e gli Italiani non vige il divieto, dato che come si è detto i rigori della settimana non si applicano; è opportuno comunque evitare di tagliarsi i capelli e farsi la barba la vigilia  di  Shabbat  Chazon,  bensì  farlo  qualche  giorno prima,  per arrivare al 9 di Av con un aspetto da lutto.

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (sabati esclusi). Alcuni vietano di tagliarsi le unghie nella settimana del 9 di Av. Le donne che devono fare la tevilà possono tagliare le unghie anche nella settimana del 9 di Av.

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà che l‟osservanza di questa regola pone con il clima caldo di questi giorni, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare,  di  indossarli  per  breve  tempo  (rav  Ovadia  Yosef  dice  un‟ora)  e  quindi  riporli  per riusarli quando serve nel corso dei giorni successivi. Molti sono  facilitanti riguardo  il lavaggio della biancheria intima e degli abiti dei bambini.

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne (in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di  Av);  agli  uomini  che  hanno  l‟abitudine  di  farla  alla  vigilia  del  Sabato  è  permessa  in  acqua calda, negli  altri  giorni  preferibilmente  in  acqua  fredda.  Il  bagno  in  mare  non  è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda. Sono permessi bagni a scopo terapeutico.

Pulizia della casa: c‟è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l‟opinione prevalente è di permetterla. Secondo l‟uso italiano e di alcuni sefarditi si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av. Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno esclude questo giorno dal divieto, non gli Ashkenaziti e gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Alcuni la vietano già dal 17 di Tamuz. Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabbatico secondo alcuni si può finire l‟indomani. Secondo un‟altra opinione si può consumare nel pasto immediatamente successivo all‟uscita dello Shabbàt, ed il resto si dà ai bambini. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. Parimenti è permesso consumare  cibi    che siano stati cucinati assieme a carne. Alcuni dissentono su questo punto, perché il sapore della carne è percepibile. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi deve per motivi di salute mangiare carne. Ciò si applica anche in caso di patologie non particolarmente gravi. Le donne che allattano possono essere facilitanti e consumare  carne  durante  tutto  il periodo. E‟ permesso inoltre mangiare carne per pasti di mitzwà (per una milà, un pidion ha- ben, o  un  bar  mitzwà).  La  mishmarà  che  precede  la milà non rientra in questa categoria,    e quindi non è consentito mangiare carne.

Vino e alcolici: c‟è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9, chi non  si  astiene  affatto  (alcuni  Sefardim);  altri  vietano  in  tutti  il  periodo.  Di  Sabato  il vino è permesso; il vino della Havdalà è permesso (alcuni usano farlo bere ad un minore, se presente). È permesso bere vino durante i pasti di mitzwà. Birra e alcolici sono comunque permessi.

Per la compilazione di questa nota sono stati consultati: Shulchan „Aruch Orach Chayym 551- 553 con commenti; Kitzur Meqor Chayym, cap. 96; Pisqè teshuvot al cap. 551:23; Yalqut Yosef pp. 661-668; Peninè Halachà, Avelut ha-churban. Per il Minhag Italiano si è fatto riferimento a Shibbolè haleqet cap. 263-264.

A cura di Riccardo Di Segni

Regole particolari per quest‟anno (9 di Av di Shabat: orari validi per Roma):

Durante il Sabato 13 Agosto, che è il giorno effettivo del 9 di Av, sono vietate manifestazioni pubbliche di lutto. Secondo alcuni non sono consentiti i rapporti coniugali e lo studio della Torà, ad eccezione della Parashà settimanale (così usano in genere gli Ashkenaziti), mentre i Sefardim e gli Italiani sono tendenzialmente più permissivi.

La sera del Sabato 13 Agosto si può mangiare e bere a volontà a Roma fino alle 20:11, senza alcuna delle limitazioni che si applicano quando la vigilia del 9 di Av capita di giorno feriale.

Le scarpe di cuoio si possono tenere fino a 20-30 minuti dal tramonto (20:31-20:41).

Shabbat finisce alle 20.56. Per facilitare l‟arrivo con i mezzi al Tempio Maggiore da posti lontani l‟inizio di Arvit è stato posticipato alle 21:30.

L‟havdalà si divide: sabato sera si recita la formula attà hivdalta nella „amidà e poi si   benedice solo sul lume. Chi deve fare qualche lavoro (esempio andare in macchina ecc.) e non  ha detto ancora la „amidà reciti la formula: Barùkh hamavdil ben qodesh lechol. Alla fine del  digiuno (ore 20:40 di Domenica sera) si benedice sul vino e con l‟ultima benedizione della havdalà. Gli ashkenazim che non bevono vino quella sera possono benedire su altra bevanda (come birra) o darlo da bere a un minore; se non c‟è un minore possono berlo gli adulti. Chi non può osservare il digiuno, dovrà fare la havdalà prima di mangiare, recitando tutte le berakhòt, tranne quella sui profumi.

Alla fine del digiuno gli Ashkenazim usano evitare carne e vino (ma solo la sera, in quanto posticipato), gli altri no.

2016-07-29_140510


Parashà Balàk: Bil’am il superbo

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Il re moabita Balàk aveva chiesto l’aiuto del mago Bil’am mandandogli questo messaggio: “Ecco un popolo uscito dall’Egitto ricopre la superficie del paese. Esso mi sta di fronte. Ora vieni, maledici per me questo popolo poiché esso è più forte di me. Forse potrò batterlo e scacciarlo dal paese giacché so che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto” (Bemidbàr, 22:5-7). Bil’am, in un primo momento rifiutò la richiesta e il re Balàk gli mandò a dire “Che ti farò grande onore e farò tutto quello che mi dirai. Ma vieni e maledicimi questo popolo” (ibid., 22:17). A questa seconda richiesta Bil’am rispose agli ambasciatori di Balàk: “Anche se Balàk mi desse la sua casa piena di argento e d’oro non potrò trasgredire l’ordine dell’Eterno mio Dio e fare cosa piccola o grande” (ibid., 22:18).

R.Yehudà Leib Halevi Edel (Polonia, 1757-1828) in Afikè Yehudà (p. 621) chiede per quale motivo se Bil’am poteva anche benedire, Balàk non gli chiese una benedizione per poter combattere contro gli israeliti e invece gli chiese di maledirli. Egli risponde che Balàk si rendeva conto che una persona corrotta come Bil’am avrebbe potuto solo fare del male e se avesse dato una benedizione, avrebbe potuto farlo solo per chi era già benedetto.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1465-1550, Bologna) commenta invece che Balàk aveva detto a Bil’am “che chi tu benedici è benedetto” solo per rispetto, per non sottintendere che lo considerava solo capace di fare del male.
R. Ya’akòv Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, New York) in Emèt Le-Ya’akòv paragona le parole di Bil’am che disse: “Anche se Balàk mi desse la sua casa piena di argento e d’oro…”, alla risposta di R’ Yosè ben Kismà nelle Massime dei Padri (Pirkè Avòt, 6:9). Nella mishnà è detto: “Disse R. Yosè ben Kismà: «una volta andavo per strada e mi fermò un uomo che mi salutò e ricambiai il saluto. Mi disse: rabbì, in quale città abiti? E risposi: in una grande città di saggi e di scribi. Egli mi disse: rabbì, vuoi venire ad abitare con noi e io ti darò mille migliaia di denari d’oro e pietre preziose e perle? Gli risposi: figlio mio, anche se mi dessi tutto l’argento e l’oro, pietre preziose e perle del mondo io non voglio abitare altro che in un posto dove c’è Torà. Perché quando una persona lascia questo mondo non porta con se né argento, né oro, né pietre preziose o perle, ma solo la Torà [che ha imparato] e le sue buone azioni»”.
La differenza tra le due risposte è che Bil’am (che era un uomo corrotto) aveva menzionato una quantità specifica nella sua risposta (“la sua casa piena di argento e d’oro”) e se Balàk gli avesse offerto, non una casa, ma due case piene di oro o d’argento o anche di più, Bil’am avrebbe fatto subito quello che Balak gli aveva chiesto. R. Yosè ben Kismà invece aveva risposto che non avrebbe acconsentito per nessuna cifra ad abitare in una città di gente ignorante.
R. Barùkh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) risponde alla stessa domanda posta da R. Kamenetzky in modo diverso. Egli spiega che c’è una grande differenza tra la risposta di Bil’am e quella di R. Yosè ben Kismà. Chi brama ricchezze, come Bil’am, lo fa per cose che è possibile ottenere in un modo o nell’altro; mentre chi non ha il desiderio di arricchirsi, come R. Yosè ben Kismà, indicando una cosa impossibile, come quando parlò di “tutto l’oro del mondo”, è evidente che lo fece solo per rifiutare un’offerta e non perché avesse interesse alle cose materiali. Inoltre R. Yosè ben Kismà rispose all’offerta con gli stessi termini in cui l’offerta gli era sta presentata. L’uomo gli aveva offerto tutto l’oro del mondo e R. Yosè ben Kismà aveva rifiutato tutto l’oro del mondo. Il dialogo tra Balàk e Bil’am era stato diverso: Balàk gli aveva detto “Ti farò grande onore” e non aveva specificato nessuna cifra come pagamento a Bil’am per i suoi servizi. Era stato Bil’am che invece di rispondere che l’onore non gli interessava aveva risposto a Balàk menzionando “La sua casa piena di oro e d’argento”. Era una risposta che non corrispondeva all’offerta e che rivelava che tipo di persona corrotta fosse Bil’am. Su che tipo di persona fosse Bil’am i maestri nei Pirkè Avòt (5:19) affermano che la personalità del malvagio Bil’am era contraddistinta da “invidia, ingordigia e superbia”.
Per questo motivo R. Moshè David Valle (Padova, 1697-1777) nel suo commento ai Salmi (Tehillìm, 148:20) scrive che Bil’am ebbe la profezia solo temporaneamente, affinché le maledizioni che voleva dare fossero trasformate in benedizioni. Subito dopo tornò ad essere il mago Bil’am perché a una persona impura come Bil’am lo spirito profetico fu dato solo in quell’occasione per il bene d’Israele.

Donato Grosser


Parashà Chukkàt: La bella morte di Aharon

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imageIn questa parashà la Torà tratta l’argomento della morte di Aharon con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè e ad Aharon presso il monte Hor, al confine della terra di Edom dicendo: Aharon si dovrà ricongiungere al suo popolo perché non verrà nella terra che ho dato ai figli d’Israele perché avete disobbedito al mio comando presso le acque della disputa. Prendi Aharon e suo figlio El’azàr e falli salire sul monte Hor. Togli ad Aharon i suoi vestimenti [di Kohèn Gadòl] e falli indossare a suo figlio El’azar; e Aharon si ricongiunga [ai suoi avi] e muoia…” […] e Aharon morì li sulla cima della montagna e Moshè ed El’azàr scesero dalla montagna. E tutta la congregazione vide che Aharon era morto e tutta la casa d’Israele pianse Aharon per trenta giorni (Bemidbàr, 20: 23-29).  R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] cita il navì (profeta) Mikhà che dice: “Popolo mio, che t’ho io fatto? In che t’ho io travagliato? Testimonia pure contro di me! Poiché io ti trassi fuori dal paese d’Egitto, ti redensi dalla casa di schiavitù, mandai davanti a te Moshè, Aharon e Miriam (Michea, 6:3-4) e conclude dicendo: “O uomo, egli t’ha fatto conoscere ciò ch’è bene; e che altro richiede da te l’Eterno, se non che tu pratichi ciò ch’è giusto, che tu ami la misericordia, e cammini col tuo Dio senza metterti in mostra?” (Ibid. 6:8). R. Hirsch osserva che questi tre elementi della nostra missione morale caratterizzano l’opera dei nostri tre leader. La giustizia era la missione primaria di Moshè; la benevolenza era quella di Aharon; e la modestia era quella di Miriam. Nei Pirkè Avòt (1:12) è detto che Aharon amava la pace, perseguiva la pace e metteva pace tra le persone. Per questo quando morì Moshè è scritto che i figli d’Israele [gli uomini] piansero per la morte di Moshè (Devarìm, 34:8), mentre quando morì Aharon è scritto “L’intera casa d’Israele [uomini e donne] pianse per Aharon per trenta giorni” (Bemidbàr, 20:29). Rashi [Francia, 1040-1104] nel suo commento alla Torà scrive che l’Eterno disse a Moshè di parlare ad Aharon con parole di consolazione dicendogli: “sii felice che vedrai che la tua corona viene data a tuo figlio, al contrario di quello che avverrà con me”. R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin [Belarus, 1816-1893, Varsavia] detto il Natziv dalle sue iniziali, nel commento Ha’amèk Davàr, scrive che tutti videro la scena incredibile dei tre grandi della generazione che salivano sul monte senza sapere il motivo e a maggior ragione furono sorpresi nel vedere Aharon che andava con i vestimenti del Kohèn Gadòl (sommo sacerdote) sapendo che possono essere indossati solo nel Mishkàn (Tabernacolo) e capirono che stava avvenendo qualcosa di importante. E quando videro che erano tornati solo Moshè ed El’azàr, quest’ultimo con i vestimenti del Kohèn Gadòl, si resero conto che Aharon era morto.

Rashi, citando il Midràsh Tanchumà descrive come morì Aharon: Moshè gli disse: “Entra nella caverna ed egli entrò. Sali sul letto ed egli salì. Stendi le tue braccia ed egli le stese. Chiudi la bocca ed egli la chiuse. Chiudi gli occhi ed egli li chiuse”. Così morì Aharon.
R. Ya’akov Kamenetzky [Lituania, 1891-1886, New York] in Emet Le-Ya’akov cita i Maestri nel trattato talmudico Berakhòt (8a) dove affermano che vi sono novecentocinque modi di morire. La morte più dura è quella per strangolamento, la più lieve è quella denominata “morte con un bacio” come la morte di Aharon, la morte dei grandi giusti. La morte con un bacio è lieve come quando si toglie un capello dal latte e il latte rimane completo. Nello stesso modo quando un giusto muore l’anima rimane completa. Quando un uomo muore con sofferenze il corpo e l’anima sono in conflitto: l’anima vuole staccarsi completamente dal corpo, mentre il corpo non vuole permetterlo. Per questo quando una persona muore, nel Talmud viene usata l’espressione “nach nafshè” con il significato che l’anima ha cessato di lottare con il corpo.
R. Tzaddok Hakohen [Kreisburg, 1823-1900, Lublino] in Resisè Laila (cap. 56, p. 155, Lublino, 1903) spiega che quando più una persona è attaccata alle cose di questo mondo, tanto più è difficile staccarsi dalla vita terrena. Per coloro che erano totalmente attaccati alla materialità i Maestri nel trattato Berakhòt (8a) paragonarono il trapasso dalla vita alla morte come l’estrazione di un fiore spinoso dalla lana di una pecora per cui è impossibile che le spine non portino via della lana. Per i giusti della statura di Moshè e di Aharon le cui anime erano rimaste pure come quando erano arrivate sulla terra, quando l’anima viene riunita al Creatore, il passaggio avviene senza sforzo, senza rimpianti e senza sofferenza. Questa è la morte più bella.

Donato Grosser