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Parashà di Ki Tavò: sulla concorrenza sleale

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Mappa con territori delle tribu

Il concetto di Hassagàt Ghevùl, cioè di spostare il confine a scapito del prossimo, trattato in questa parashà trova, come vedremo, un’applicazione anche nelle attività commerciali a proposito della questione della concorrenza sleale.

La proibizione di spostare il confine appare per la prima volta nella parashà di Shoftim dove è scritto: “Non spostare il confine (“lo tassig ghevul”) del tuo prossimo che fu stabilito dai primi che ricevettero come proprietà ereditaria la terra che l’Eterno tuo Dio ti dà in possesso” (Devarìm – Deuteronomio, 19:14). In questa parashà viene aggiunta una maledizione per chi trasgredisce dodici mitzvòt e il divieto di spostare il confine fa parte del gruppo (Devarìm – Deuteronomio, 27:11-26). Il motivo per cui era necessario inserire delle maledizioni per coloro che avrebbero trasgredito queste dodici mitzvòt viene spiegato da diversi commentatori della Torà.

R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) scrive che i dodici peccati qui elencati sono commessi di nascosto e la società non ha modo di impedirli. Coloro che li avessero commessi dovevano quindi sapere che anche se, agendo di nascosto, avrebbero potuto evitare la punizione umana, sarebbero comunque rimasti esposti alla punizione divina. La terza di queste maledizioni viene pronunciata nei confronti di colui che, non visto, sposta il confine del suo vicino per allargare la sua proprietà.

R. Yitzchàq ‘Arama (Spagna, 1420-1494, Napoli) nella sua opera ‘Aqedàt Yitzchàq scrive che dal momento che la Torà ha comandato di riservare tre città-rifugio dal territorio delle tribù, si sarebbe potuto pensare che per il bene pubblico fosse permesso confiscare proprietà private per necessità pubbliche. Per questo motivo la Torà proibisce di spostare i confini delle proprietà private. Nel Midràsh Sifrè i Maestri insegnano che da questo versetto si impara che se si spostano i confini dei territori delle tribù si trasgredisce una mitzvà. Da qui si vede che la Torà si rivolge al Re o al governo comandando proprio a loro di non spostare i confini, perché un cittadino comune non avrebbe la possibilità di farlo. Nello stesso passo del Midràsh è scritto che da questo versetto si impara anche che è proibito vendere il cimitero dove sono seppelliti gli antenati e così pure che è proibito cambiare gli insegnamenti dei Maestri, anche se si cambia solo il nome del chakhàm cha ha dato quell’insegnamento con un altro chakhàm.

R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) nel suo commento Siftè Cohen alla Torà, commentando le parole “che fu stabilito dai primi”, scrive che non bisogna variare le regole (taqanòt) e le misure preventive (seyaghìm) stabilite dai Maestri. Egli aggiunge che da questo versetto si impara anche la proibizione di commettere plagio e afferma che bisogna sempre citare le fonti e non fare come fece un chakhàm, citato nel trattato Berakhòt (47b) del Talmud babilonese, che morì perché citava la Halakhà come se fosse stata enunciata da lui senza menzionare la fonte originale.

L’applicazione del concetto di Hassagàt Ghevùl alle attività commerciali appare nel trattato Bavà Batrà (21b) del Talmud babilonese, dove viene chiesto se sia permesso aprire un negozio vicino a un negozio già esistente. La conclusione è che se il nuovo negozio è di un nuovo arrivato in città, se costui paga le tasse, i cittadini non gli possono  impedire di aprire un secondo negozio. Tuttavia, le Tosafòt aggiungono che gli abitanti del vicolo dove vi è già il primo negozio lo possono impedire. R. Moshè Isserles detto il Remà (Cracovia, 1525?-1572) nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 156:5) concorda con le Tosafòt.

Al Remà stesso fu chiesto di decidere su un caso di concorrenza sleale che ebbe luogo a Venezia. R. Meir Katzenellenbogen (nato a Katzenelnbogen, cittadina tedesca tra Koblenz e Wiesbaden, attorno all’anno  1482 e morto nel 1565 a Padova), noto come il Maharam di Padova, nel 1551 aveva curato un’edizione del Mishnè Torà del Maimonide stampata a Venezia in società con la casa editrice Bragadin. Un concorrente di Bragadin, Marco Giustiniani, scontento del fatto che il Maraham non avesse scelto lui come socio per la pubblicazione dell’opera, ne pubblicò poco dopo una sua edizione vendendola a un prezzo più basso. Il Maharam si rivolse al Remà (responso n. 10), il quale decise a favore del Maharam e proibì l’acquisto dei libri di Giustiniani fino all’esaurimento di tutti i libri di Bragadin, perché altrimenti ne avrebbe rovinato l’intero investimento.

R. Moshè Schreiber (Francoforte, 1762-1838, Pressburg) nella sua opera di responsi Chatàm Sofèr (Chòshen Mishpàt, 118) scrive che la concorrenza è proibita se elimina totalmente la possibilità del primo negoziante di guadagnarsi da vivere. Non tutti i decisori halakhici successivi furono della stessa opinione del Chatàm Sofèr. Tuttavia uno di più autorevoli decisori halakhici contemporanei, R. Moshè Feinstein (Russia, 1895-1986, New York), nella sua opera Iggheròt Moshè (I, Chòshen Mishpàt, 1:38, che tratta il caso specifico di una nuova sinagoga che avrebbe impedito a una esistente di continuare a operare) concorda con il Chatàm Sofèr e scrive che non si può aprire un negozio concorrente se la cosa impedirebbe al padrone del primo negozio di guadagnarsi da vivere al suo livello socioeconomico.

Va notato, tuttavia, che nel campo dell’insegnamento della Torà tutti sono concordi che debba vigere un regime di libera concorrenza perché, come insegnano i Maestri nel trattato talmudico Bavà Batrà (21b-22a) “la concorrenza tra i maestri aumenta la conoscenza”.


Donato Grosser


Delibera del Consiglio della Comunità Ebraica sul Museo della Shoah a Roma

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Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma riunito in seduta straordinaria, dopo ampia e attenta discussione e preso anche atto della petizione consegnata al presidente, ribadisce la necessità che la città di Roma si doti di un Museo della Shoah il cui valore universale è indiscutibile.

La realizzazione dello stesso deve garantire:

a)Tempi rapidi di attuazione

b)Bilancio contenuto in considerazione della difficoltà economica in cui versa il Paese

c)Decoro e dignità della struttura

In ragione di quanto sopra invita i rappresentanti del Collegio dei Soci Fondatori e del Cda della Fondazione Museo della Shoah a considerare qualsiasi proposta concreta e immediata che rispetti queste inderogabili esigenze.

 

La delibera è stata votata dall’assemblea all’unanimità.

 


Il presidente del Maccabi: “Dopo il successo con i giovani leader ora puntiamo alle Maccabiadi 2015″

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vittorio maccabi

vittorio.gilon

vittorio.marinoVittorio Pavoncello, presidente del Maccabi Italia, sono stati tre giorni speciali quelli che ci siamo lasciati alle spalle nello scorso week end. I giovani leader del Maccabi si sono riuniti nella Capitale: come è partita questa iniziativa che ha visto Roma protagonista?

Ai primi di luglio ho ricevuto una telefonata da Robert Coen, Sport director EMC, mi chiedeva della possibilità di organizzare a Roma il Seminario con i giovani leader europei Maccabi, 35 ragazzi tra i 18 e i 35 anni, da tutta Europa, USA e Israele. ​Ero molto perplesso se accettare, la prossimità delle vacanze, la prima settimana di settembre, sarebbe stata una grande sfida col rischio di fallire l’appuntamento. Mia figlia Sara la prima a credere nel progetto mi ha fatto accettare al buio. Poi Angelo Della Rocca e’ stato bravissimo, un vero giovane leader, capace, umile, competente.
Noi tre, insieme, abbiamo iniziato a progettarla, ci abbiamo creduto, e’ stato un grande successo.

Cosa hanno fatto i ragazzi qui a Roma?

Il sindaco Marino, grazie alle intercessioni di Tommaso Giuntella, Presidente PD Roma, e di Carla Di Veroli, del Gabinetto del Sindaco di Roma, ci hanno fatto assegnare la prestigiosa Sala del Carroccio in Campidoglio, dove si sono svolti i lavori. Il primo pomeriggio prima dell’inizio dei lavori, ci hanno ascoltato, l’ambasciatore di Israele, Naor Gilon, Tommaso Giuntella, il messaggio del sindaco e di Zingaretti e il mio. Poi sinagoga per lo Shabat e una fantastica cena alla scuola ebraica offerta dalla CER. Lo Shabat liberi fino a sera dove i giovani ebrei romani, oltr 500, hanno accolto i loro fratelli europei ad un Pool Party allo Sporting Villa York. ​La domenica chiusura dei lavori col botto, la deputata Laura Coccia e il sindaco Marino, per poi concludere con la visita al Museo ebraico di Roma.

Può raccontarci qualcosa in più degli incontri con l’ambasciatore e con il sindaco Marino?

Vorrei parlare, invece, dello splendido incontro con Laura Coccia. Un’atleta paralimpica, giovanissima, protagonista di una storia straordinaria, di volontà , di sport, di vita. Parole commoventi, di coraggio, di sfide impossibili, ma fino ad ora, contro ogni previsione, vittoriose. ​L’ambasciatore ha parlato della crisi in Israele e non poteva essere altrimenti, ha fornito elementi in più, per contrastare il mare di bugie e di false informazioni che per molti sono diventate verità e quella con i giovani leader era, di sicuro, la sede adatta. Il sindaco ha voluto sincerarsi con chi avesse a che fare, ha ascoltato e poi ha fatto un buon discorso rivolto a giovani dalle future responsabilità, molto disponibile e’ poi tornato tra noi e, dopo averci aperto la Sala Giulio Cesare, dove si riunisce il Consiglio comunale, dalla fotografa ufficiale ha immortalato il nostro convegno.

Chi sono questi giovani leader del Maccabi? E perché dovremmo vederli come una speranza per il futuro?

Sono giovani da tutta Europa, parecchi figli d’arte, quindi con la giusta esperienza, sono giovani molto preparati, ebrei e sionisti convinti, educatori dalla grande preparazione, a loro, come da mio discorso, affidiamo il nostro testimone.

Intanto si riapre la stagione sportiva, quali sono le sfide del Maccabi Italia quest’anno?

La sfida principale sono i Giochi Europei Maccabi di Berlino del 2015, una sfida importante e difficile, noi, forti dei successi conseguiti alla ultima Maccabiade in Israele cercheremo di farci valere, certo, se avessimo un minimo di attenzione in più da parte delle Istituzioni ebraiche, potremmo guardare a Berlino con ottimismo, anche perché per il periodo di crisi che stiamo attraversando, difficile ottenere aiuti dalle Istituzioni locali, ma come sempre cercheremo di perpetuare il miracolo. ​Voglio chiudere ringraziando ancora una volta tutti coloro i quali hanno permesso che questo convegno fosse un successo, prima di tutti Angelo Della Rocca, poi suo padre Fabrizio, Presidente Maccabi Roma, Tommaso Giuntella, la CER, Ugei, Delet e mia figlia Sara, senza la quale avrei detto subito no.


I giovani di Delet a bordo piscina con i leader mondiali del Maccabi

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In occasione del Maccabi Young Leadership Seminar, sabato 6 settembre è andato in scena l’International Party nella splendida cornice dello Sporting Club di Villa York. Il party a bordo piscina è stato organizzato da Delet Assessorato alle Politiche Giovanili, l’UGEI, e il Maccabi Italia.
L’estate è ormai giunta al termine, ma ciò non significa che non si possa festeggiare. E allora, quale modo migliore per ritrovarsi al rientro delle vacanze se non questo? Daniel Perugia, Consigliere UGEI e Giordana Moscati, l’Assessore alle Politiche Giovanili hanno spiegato: “L’idea che ci ha uniti è stata quella di racchiudere realtà giovanili in una serata, per accogliere i ragazzi del Maccabi provenienti da tutta Europa e da Israele. Ci riteniamo davvero soddisfatti, è stata una serata ricca e movimentata”. Oltre 350 ragazzi della Comunità ebraica hanno preso parte all’evento, con la voglia di riunirsi e passare una serata tra le note musicali che evocavano le ultime hit dell’estate 2014. Tra questi, erano presenti 40 ragazzi provenienti da altri Paesi europei e da Israele in rappresentanza del Maccabi. Alla luce del successo aggregativo, gli organizzatori hanno già in mente altri progetti per un nuovo anno ricco di eventi e incontri di vario tipo.

 

Sarah Shirley Di Veroli


Anno scolastico 5775: il messaggio del Rabbino Capo agli studenti

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riccardo-di-segnidi RAV RICCARDO DI SEGNI

E’ il momento della riapertura delle scuole, di ritorno alla normalità dopo le vacanze, con tutte le emozioni, preoccupazioni, progetti e impegni che la ripresa degli studi mette in movimento. Lo studio per noi non è una attività marginale, qualcosa a cui si possa rinunciare o mettere da parte. L’ebreo è, o dovrebbe essere, uno studente a vita. Lo studio di cui si parla non è quello di una qualsiasi materia, ma della Torà. Nelle nostre scuole studiamo Torà e altre materie. Le altre materie servono per maturarci, prepararci alla vita sociale e al lavoro. La Torà serve a farci crescere spiritualmente, a capire e dare senso alla nostra esistenza, ad affinare l’intelletto, a rinnovare in ogni pagina che si studia il rapporto con le nostre origini e il nostro futuro. Riprendere gli studi nelle nostre scuole significa avere a disposizione un’opportunità unica per la nostra crescita. Cerchiamo di sfruttarla al meglio. Che sia un anno di buon lavoro per tutti, di successi e di soddisfazioni.


Sabato riparte il Festival della Letteratura Ebraica con la Notte della Cabbalà

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CABBALA_2014_VERS1Dal 13 al 17 settembre 2014 torna nella Capitale il Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica, promosso dalla Comunità Ebraica di Roma e curato da Ariela Piattelli, Raffaella Spizzichino e Shulim Vogelmann. Giunto alla settima edizione, il festival inaugura sabato 13 settembre con La Notte della Cabbalà, per proseguire fino al 17 settembre con numerose iniziative culturali ad ingresso gratuito, tra musica, arte, incontri, libri, danza, teatro, cucina, che animeranno l’antico quartiere ebraico della città, celebrando lo storico sodalizio della con la città di Roma, che vanta una presenza ebraica da oltre duemila anni.

What’s up Family? Cosa succede famiglia? è il tema centrale della settima edizione del Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica. Il punto di partenza è la famiglia nella tradizione ebraica, per poi attraversare le suggestioni letterarie, la fotografia, e arrivare alle nuove frontiere della bioetica, per comprendere come nel corso dei secoli è cambiato, se è cambiato, il concetto di famiglia nella società. Un confronto culturale nello spirito del Festival, che si propone di trovare nuove risposte sui temi universali in un mondo in continuo mutamento – come sulla famiglia che, al di là delle diversità, è terreno comune per tutti, e sui cui destini, oggi più che mai, è importante confrontarsi.

Il festival aprirà sabato 13 settembre con La Notte della Cabbalà. Una vera e propria maratona serale di eventi culturali dedicata alla mistica ebraica, con incontri letterari, lezioni, mostre, degustazioni, concerti, che si alterneranno dalle ore 21 alle 2 del mattino nella zona del Vecchio Ghetto Demolito, tra il lungotevere De’ Cenci e via del portico D’Ottavia e tra via Arenula e il Teatro di Marcello.

Numerosi gli appuntamenti in programma.

Il Palazzo della Cultura ospiterà alle ore 20.45 l’inaugurazione della mostra fotografica “Vita di famiglia: la memoria delle immagini”, che raccoglie alcune immagini provenienti dall’archivio della Deputazione Ebraica di Assistenza e Servizio Sociale che raccontano l’iconografia della famiglia ebraica nella sua vita quotidiana: il tempo libero, lo studio, l’osservanza delle feste religiose e il lavoro. Alle ore 21 avrà luogo l’incontro “Tutto su mio padre – La discendenza delle parole” tra la scrittrice e traduttrice Elena Loewenthal e la storica e scrittrice Fania Oz-Salzberger, figlia di Amos Oz; alle 22.45 l’incontro “Quale padre? Quale madre?” tra l’autore e giornalista Antonio Monda e il Capo Rabbino della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Di Segni, in cui si affronterà il tema attualissimo della bioetica; e alle ore 24 la lezione “Cabbalà e famiglia: istruzioni per l’uso” tenuta dall’autrice Yarona Pinhas, tra le più importanti studiose di mistica ebraica. La Galleria Ermanno Tedeschi ospiterà alle ore 22 l’incontro con l’artista Tobia Ravà su “Arte e Cabbalà”. Anche la musica sarà protagonista della Notte della Cabbalà con il concerto “Piano Concert & Guests” della popstar israeliana della world music Idan Raichel, che dalle ore 22 in Largo 16 Ottobre 1943 presenterà in anteprima italiana il suo nuovo progetto musicale. Il Museo Ebraico di Roma e la Grande Sinagoga saranno straordinariamente aperti dalle ore 22 per visite guidate. La Notte della Cabbalà è promossa dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, con il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Nelle successive giornate del festival sono previsti incontri letterari, con importanti intellettuali, scrittori e artisti di rilevanza nazionale e internazionale. Per la prima volta il Festival partecipa alla Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Domenica 14 settembre (Giornata Europea della Cultura Ebraica) alle ore 12 presso il Palazzo della Cultura si svolge “Mangiare in famiglia”, conversazioni sulla cucina ebraica con la chef Laura Ravaioli e il giornalista Luca Zanini. Alle ore 17.00 alla Casa dei Teatri sarà presentato il libro Critica del Teatro Puro di Alessandro Fersen, con Paolo Ruffini, Ariela Fajrajzen, Clemente Tafuri, Davide Beronio, Ferruccio Marotti e Paola Bertolone. Alle ore 21.00 il Palazzo della Cultura ospita, per INCONTRI AMERICANI, l’incontro tra l’autore e giornalista Antonio Monda con la scrittrice Elizabeth Strout sul tema “Il futuro del passato”.

Lunedì 15 Settembre alle ore 17.00 il festival propone al Palazzo della Cultura l’evento “Raccontare dall’isola della rugiada divina. Ebraismo e letteratura italiana” con gli autori Alessandro Piperno, Andrea Minuz, Filippo La Porta, Rino Caputo, Simona Foà. Modera Marina Formica. Alle ore 18.30 sarà inaugurata presso i Giardini del Tempio Maggiore la mostra “Il teatro di Alessandro Fersen”, a cura di Gian Domenico Ricaldone. Con letture di Giuseppe Marini, Cristina Noci e Dino Ruggiero. La mostra ripercorre le varie tappe della carriera artistica di Alessandro Fersen (Łódź 1911 – Roma 2001) tramite documenti originali, tra cui carte e agende personali, lettere, copioni, fotografie, bozzetti e figurini di Lele Luzzati, manifesti, programmi di sala, ritagli stampa, volumi e un inedito ritratto di Fersen dipinto da Mario Mafai nel 1943. Il festival prosegue con due importanti appuntamenti serali al Palazzo della Cultura. Alle 19.30 Carmen Llera Moravia conversa con l’autrice Lia Levi sul tema “L’amicizia che salva”, con letture di Massimo De Rossi. Alle ore 21.00 Antonio Monda conversa con Ennio Morricone nell’ambito dell’incontro “C’era una volta in America”, durante il quale il grande Maestro, attraverso la proiezione di alcune sequenze del film, svelerà alcuni aspetti inediti della celebre pellicola di Sergio Leone.

Martedì 16 settembre si inizierà alle ore 19.00 presso il Palazzo della Cultura con l’incontro “La Famiglia nella tradizione ebraica e cristiana” tra il Rabbino Roberto Colombo e il teologo ed esegeta Piero Stefani. Alle ore 21, per INCONTRI AMERICANI, la giornalista Lara Crinò converserà con l’autrice Jami Attenberg nell’incontro “Fino all’ultimo boccone…”.

Il festival chiude mercoledì 17 settembre con due appuntamenti dedicati alla danza presso il Palazzo della Cultura. Alle ore 19.00 l’autore e critico Paolo Ruffini conversa con il coreografo israeliano Yossi Berg su “La danza contemporanea israeliana”. Alle ore 22.00 i coreografi Oded Graf e Yossi Berg presenteranno la performance “Heroes”, su musiche di Ohad Fishof e David Bowie, vincitrice del premio internazionale di coreografia Burgos-New York e selezionata tra le cinque migliori performance di danza del 2008 dalla critica israeliana. In contemporanea con il Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica di Roma segnaliamo lo svolgimento a Milano, dal 13 al 16 settembre, del Festival Internazionale di Cultura Ebraica JEWISH AND THE CITY, il cui tema centrale dell’edizione di quest’anno – Pesach – sarà trattato attraverso incontri, mostre, spettacoli, concerti, lectiones magistrales, maratone di pensiero, laboratori per bambini. Per maggiori informazioni http://www.jewishandthecity.it/

Il Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica è promosso da Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma, Comunità Ebraica di Roma, Ambasciata d’Israele in Italia. La produzione dell’evento è di Golda International Events e di Artix in collaborazione con Arsial, Inail Direzione Regionale Lazio, Consultinvest, Finmeccanica, Zètema Progetto Cultura, EL AL, con la partecipazione del Museo Ebraico di Roma e della libreria Kiryat Sefer. Media partner Shalom. Inserito nella programmazione ESTATE ROMANA 2014, il Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica è realizzato con il sostegno di Roma Capitale in collaborazione con Acea e Siae.


Parashà di Ki Tetzè: la bella prigioniera di guerra e lo spirito della legge

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Nel mezzo della parashà è scritto: “Quando in guerra ti accamperai contro i tuoi nemici dovrai evitare ogni atto malvagio” (Devarìm-Deuteronomio, 23:10).

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nel suo commento scrive che la Torà avverte di stare particolarmente attenti a come comportarsi in questa situazione perché si presta a molte trasgressioni ed “è noto che i soldati che vanno in guerra mangiano qualunque cibo disgustoso, rubano e fanno violenze senza alcuna vergogna, perfino atti sessuali proibiti e altri atti infami; anche la persona più retta diventa feroce e piena di furore quando va a combattere contro il nemico. Per questo la Scrittura avverte di evitare ogni atto malvagio [...] e di non comportarsi senza alcun freno come fanno i soldati dei gentili”.

L’etica di guerra del soldato israelita comprende anche il comportamento con le prigioniere di guerra. All’inizio della parashà è scritto: “Quando andrai in guerra contro il tuo nemico e l’Eterno tuo Dio lo darà in tua mano e prenderai dei prigionieri; e vedrai tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e la desiderai e la prenderai per moglie; la porterai a casa tua e si raderà i capelli e si farà le unghie; si toglierà il vestito che aveva quando era stata presa prigioniera e abiterà nella tua casa e piangerà per un mese suo padre e sua madre. Solo dopo questo periodo potrai sposarla e far sì che diventi tua moglie. E nel caso in cui non ti piacesse più la dovrai lasciare libera e non la potrai vendere come schiava dopo che l’hai presa per moglie” (ibid., 21:10-14).

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin, detto Natziv dalle sue iniziali (Belarus, 1816-1893), nel suo commento Ha’amèq Davàr spiega che in antichità presso le nazioni del mondo, quando i giovani combattenti andavano in guerra nelle battaglie campali, venivano al seguito molte belle giovani ragazze di età matrimoniale ben attillate, pronte ad andare a prendere per sé i migliori combattenti. Per questo la Torà parla del vestito che aveva quando era stata presa prigioniera, perché queste ragazze facevano di tutto per farsi notare dai giovani più coraggiosi. La Torà avverte il combattente israelita che è proibito violentare le donne prese prigioniere e per poterle sposare  le devono far diventare ebree. Nel riassumere le regole relative alla prigioniera di guerra, l’autore anonimo del Sèfer Ha Chinùkh scrive che dopo la conversione la prigioniera di guerra viene sposata da chi l’ha presa prigioniera e ha gli stessi diritti di ogni altra moglie ebrea. Se non è disposta a convertirsi entro dodici mesi, deve essere lasciata libera.

R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà afferma che questa parashà “proclama l’inviolabilità della femmina contro il flagrante abuso delle passioni del maschio. [...] Tutti questi doveri servono a porre degli obblighi alla coscienza dell’ebreo anche in condizioni al di fuori del normale”.

Dopo questo brano ne segue un altro che tratta del figlio traviato e ribelle che non dà retta ai genitori. Rashì (Francia, 1040-1104), citando i Maestri nel trattato talmudico Qiddushìn (21b), scrive che la Torà ha permesso di sposare la prigioniera di guerra perché altrimenti il combattente l’avrebbe presa ugualmente commettendo una trasgressione. Tuttavia, il fatto che nella Torà gli argomenti della prigioniera di guerra, della moglie non amata e del figlio ribelle siano scritti uno dopo l’altro insegna che se il combattente sposerà questa donna alla fine la odierà e avrà da lei un figlio traviato e ribelle.

La Torà non approva matrimoni del genere. R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Haggadà scrive: “Nella Torà vi è la legge ma anche lo spirito della legge. La Torà permette sì di sposare la bella prigioniera dopo averla convertita, però questo atto è contrario allo spirito della Torà. Non mancano certo belle ragazze israelite e non è affatto necessario andare a prendere per moglie una prigioniera di guerra. Tuttavia, a un combattente che è disposto a trascurare la propria immagine divina e a trasgredire tutte le mitzvòt la Torà  permette di prendere una prigioniera per moglie”. La Torà glielo permette, ma egli deve sapere che quello che ha fatto è un atto contrario allo spirito della Torà.

R. Elyashiv cita R. Israel Salanter (Lituania, 1810-1883), il fondatore del movimento Mussàr che poneva l’accento sull’etica ebraica, il quale disse che se un ebreo vuole può trovare una scappatoia legale per rendersi esente in modo permanente dallo studio della Torà e dalla tefillà (preghiera) andando in luoghi puzzolenti dove è proibito pensare a cose sacre. Tuttavia, se una persona scegliesse come dimora un luogo simile rimarrebbe sciocco per tutta la vita e sarebbe colpa sua, perché chi gli ha detto di andare in un posto simile? R. Elyashiv conclude che chi si è trovato nella situazione di non poter resistere alle proprie passioni ha trovato una scappatoia legale nella Torà che gli ha permesso di sposare una bella prigioniera; deve però sapere che “si trova in un luogo puzzolente” e non ha agito secondo lo spirito della Torà. E poi chissà che figli potrà avere da questa donna.

Donato Grosser


Non lasciare indietro nessuno Corsi per docenti sul DSA

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dureghello

E’ stato presentato questo pomeriggio presso il Liceo Renzo Levi il corso per i professori sui disturbi specifici di apprendimento (DSA) che possono riguardare alcuni studenti in età adolescenziale. Durante le lezioni che si divideranno in 4 moduli (per un totale di 14 ore, fino al 10 settembre) verranno esaminati dei casi reali di studio da analizzare per discutere insieme le soluzioni adottate nei piani didattici. Il corso è stato realizzato su iniziativa di Celeste Piperno Pavoncello, madre di una ex alunna dell’Istituto. L’Assessore alla Scuola Ruth Dureghello ha sottolineato l’importanza del progetto:”Abbiamo voluto realizzare questo corso per capire le sensibilità di ogni studente – ha detto Dureghello – perché nessuno deve rimanere indietro e alcuni tipi di disturbi degli alunni vanno approcciati in maniera professionale e con strumenti adeguati. Abbiamo dei professionisti a disposizione che possono aiutare a migliorare il lavoro degli insegnanti – ha spiegato rivolgendosi ai professori – perché sono convinta che la mancanza di interesse di uno studente che presenta difficoltà di apprendimento sia prima di tutto una sconfitta del professore stesso”.


Messaggio del Rabbino Capo in occasione della Partita per la Pace

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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La partita interreligiosa per la pace manda proprio in questi giorni tormentati un messaggio controcorrente. In un’ampia fascia geografica dall’Africa al vicino Oriente la religione sta assumendo il ruolo di cemento unificante di movimenti violenti e intolleranti che portano morte e distruzione. La religione deve essere invece strumento di vita e costruzione di una società e di un mondo migliore. Le diversità religiose devono poter significare ricchezza di valori. Mentre vediamo tutto questo calpestato e offeso, è una consolazione vedere un evento simbolico, come questa partita, mandare segnali opposti. Che persino questo sia difficile da realizzare e sollevi opposizione, l’abbiamo purtroppo visto nei giorni scorsi. Ma questo deve dare forza per andare avanti piuttosto che recedere. Ringrazio pertanto tutti gli organizzatori e i giocatori e auguro pieno successo alla manifestazione.

RAV RICCARDO DI SEGNI


Parashà di Shoftìm: Corruzione e conflitto di interesse

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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moneta Bar CochbaNel secondo versetto della parashà è scritto: “Non torcerai la giustizia, non mostrerai favoritismi e non accetterai pagamenti illeciti (shòchad, in inglese “bribery”), perché i pagamenti illeciti accecano gli occhi dei saggi e rendono instabili le parole dei giusti”. L’argomento dello “shòchad”, ossia la proibizione ai dayanìm (giudici) di accettare pagamenti da persone in giudizio, è trattato nel Talmùd babilonese Kettubòt (105a-b). La domanda “qual è il motivo dello shòchad?” è così spiegata da Rashì (Francia, 1040-1105): “Per quale motivo è proibito ricevere pagamenti anche per dare ragione a chi ha ragione?” La risposta del Talmùd è che “dal momento che [un dayàn] riceve un pagamento da qualcuno, diventa ben disposto nei suoi confronti e nello stesso modo in cui una persona non si rende conto dei propri torti, così pure avviene nei confronti di chi lo ha pagato”. R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla parashà di Mishpatìm (Shemòt-Esodo, 23:8) scrive che i pagamenti illeciti ai dayanìm ne minano la vitalità spirituale e morale. La forza spirituale che rende adatta una persona a fare il dayàn è espressa dalla radice ebraica PQCH che indica la capacità di vedere in modo chiaro e di percepire i fatti e le leggi rilevanti nel modo giusto. I pagamenti illeciti accecano una persona senza che se ne renda conto e fanno sì che non possa più essere obiettiva. Da quanto scritto sopra è chiaro che la parola shòchad non significa solo ricevere pagamenti per favorire la parte in torto, ma consiste nella proibizione di ricevere qualunque pagamento quando si deve giudicare. Nel Talmùd (ibid.) vengono portati esempi di Maestri che rifiutarono di giudicare quando una delle parti portò loro dei piccoli regali o fece loro dei piccoli favori. Un esempio citato dal Talmùd è quello di R. Yishma’el figlio di R. Yossè. Un suo mezzadro usava portargli ogni venerdì un cesto di fichi dalla piantagione appartenente a R. Yishma’el. Un giorno glielo portò di giovedì [i tribunali erano in sessione lunedì e giovedì]. R. Yishma’el (che era il dayàn) gli chiese: “Come mai proprio oggi?” [Il suo mezzadro rispose] “Ho una causa legale e ho pensato che già che ci sono porto al signore [il solito cesto di frutta]”. [R.Yishma’el] non accettò, gli disse che non poteva più giudicare il suo caso e nominò altri dayanìm al suo posto (nelle cause monetarie sono necessari tre dayanìm). R. Yishma’el restò a seguire il processo e durante le discussioni pensava a cosa avrebbe potuto dire il suo mezzadro per vincere la causa. Rendendosi conto di quello che stava pensando, R. Yishma’el disse: “Siano senza speranza coloro che accettano pagamenti. Se io che non ho accettato nulla e se lo avessi fatto avrei accettato qualcosa che mi apparteneva [penso in questo modo], a maggior ragione coloro che ricevono pagamenti”. Le Tosafòt (105b, “Lo lemaan”) affermano che R. Yishma’el si comportò in modo molto scrupoloso, ma in casi del genere un dayàn non deve necessariamente esimersi. La decisione dello Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 9:2) concorda con le Tosafòt e limita la proibizione a regali ricevuti dal giudice alla presenza della parte avversa. In ogni modo ai dayanìm è sempre proibito farsi pagare per giudicare a meno che non abbiano una professione, un mestiere o un’attività che devono interrompere. In tali casi è permesso farsi rimborsare una cifra pari a quella che avrebbero percepito durante il periodo di tempo nel quale si devono assentare dalla loro occupazione abituale. Il Talmùd (ibid.) porta alcuni esempi. Il dayàn Qarna veniva pagato a giornata facendo l’annusatore nelle cantine di vino. Il suo lavoro consisteva nell’indicare i vini che si sarebbero inaciditi dopo poco tempo e che quindi era opportuno che i vinificatori vendessero prima degli altri. Quando doveva assentarsi per fare il giudice era permesso a Qarna di farsi pagare la parcella giornaliera di annusatore perché la perdita che avrebbe subito era evidente. Un altro esempio è quello di R. Huna che accettò di fungere da dayàn a condizione che le parti in causa pagassero, dividendosi le spese a metà, una persona per sostituirlo ad irrigare il suo campo. Negli altri casi in cui un dayàn si facesse pagare per giudicare, le sue decisioni verrebbero invalidate (Talmùd, ibid., e Shulchàn ‘Arùkh, 9:5). Per evitare problemi del genere, nello Shulchan ‘Arùkh (ibid. 9:3) è scritto che si usa dare ai dayanìm uno stipendio regolare da fondi pubblici ed “è obbligo di tutto Israele sostenere i dayanìm e i chakhamìm”. R. Avraham Yeshayà’hu Karelitz (Lituania, 1878-1953, Bnei Beràq), chiamato Hazòn Ish dal titolo della sua famosa opera halakhica, scrive (in Emunà U-Bitachòn, 30) che la proibizione dello shòchad fa parte dei chuqìm (mitzvòt al di là della nostra comprensione) e non dei mishpatìm (mitzvòt razionali) della Torà. Infatti la Torà non proibisce a un talmìd chakhàm di decidere se un animale di sua proprietà sia kashèr o tarèf anche se è suo interesse che sia kashèr per poterlo consumare; chi pensa che lo faccia per interesse personale trasgredisce la proibizione di sospettare di una persona per bene. Per un vero talmìd chakhàm (cioè chi conosce la Halakhà, la legge, e ha timore del Cielo) nessun interesse personale è così forte da fargli pervertire la giustizia, perché la verità fa parte integrale della sua personalità e fare il contrario, sporcando la propria anima, gli farebbe più male di ogni ferita corporea. Lo shòchad, conclude R. Karelitz, è proibito perché la Torà ha dato forza allo shochàd di far perdere la capacità di vedere in modo obiettivo.

Donato Grosser