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Parashà di Mishpatìm: Gli “Anussìm” possono testimoniare?

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Judíos conversos

La mitzvà della Torà che squalifica tutta una serie di persone dal ruolo di testimone, deriva dal versetto della nostra parashà dove è scritto “Non essere complice di (lett.: non mettere le tue mani con) un malfattore fungendo da “‘Ed Chamàs” (ingiusto testimone)” (Shemòt, 23:1). Rashi [Francia, 1040-1105] spiega così: “non promettere di testimoniare a favore di colui che fa un falso reclamo in una causa legale”.

R. ‘Ovadià Sforno da Cesena [1475-1550] spiega che il versetto avverte di non firmare un documento insieme ad un malfattore (perché la sua testimonianza non è valida) e cita il Talmud Sanhedrin (23a) dove i Maestri menzionano che gli antichi abitanti di Gerusalemme non firmavano nulla se non sapevano chi era l’altro firmatario. Dal momento che la Torà prescrive che sono necessari due uomini incensurati per rendere accettabile una testimonianza, se un testimone non è valido, un giudice darà ragione al reclamante  sulla base di un solo testimone, cosa che è contraria alla legge della Torà che richiede due testimoni validi.

L’autore anonimo del Sèfer Hachinùkh [Barcellona, XIII secolo E.V.] intitola questa mitzvà  “Che un trasgressore non sia testimone” e scrive che non dobbiamo accettare la testimonianza di un peccatore. Egli afferma inoltre che il motivo della mitzvà è evidente perché colui che non ha riguardo di se stesso e non si astiene da commettere malefatte non avrà riguardo degli altri e pertanto non avrà credibilità come testimone. La Torà squalifica dieci categorie di persone che non possono essere accettate come testimoni. Tra questi vi sono i peccatori, alcuni parenti e le persone incapaci di intendere e di volere.

Nello Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 24:1), R. Yosef Caro [Toledo, 1488-1575, Safed] scrive così: “Un rashà’ (malfattore o malvagio) è squalificato dalla Torà dall’essere testimone […]. Chi è definito rashà’?  Ogni persona che ha commesso una trasgressione per la quale si è passibili della pena delle percosse e non c’è bisogno di dire di coloro che sono passibili della pena di morte e non c’è differenza che abbia trasgredito per proprio beneficio o per disprezzo della legge”.

Oltre alle persone  che sono squalificate dalla Torà, I Maestri hanno aggiunto altre categorie di persone la cui testimonianza non è accettabile, trattandosi di persone venali o poco affidabili.  La Mishnà (3:3) nel trattato Sanhedrin elenca queste persone dicendo: “Questi sono i [testimoni] squalificati: il giocatore di dadi [lo stesso vale per altri giochi d’azzardo], il prestatore a interesse [o anche chi prende a prestito a interesse, anche in certi casi in cui la Torà non lo proibisce], coloro che fanno volare i colombi [per attrarre altri colombi e derubare le colombaie dei vicini] e quelli che  commerciano con prodotti del settimo anno [che devono essere lasciati gratuitamente a tutti]”.

R. ‘Ovadià da Bertinoro [1445-1515, Gerusalemme] nel suo commento alla Mishnà, citando i Maestri del Talmud, scrive che chi gioca a dadi [e non fa null’altro] è squalificato dall’essere testimone “perché non si occupa di attività che contribuiscono al bene pubblico”; e aggiunge “che è proibito occuparsi di altre cose che non siano Torà, atti di benevolenza, commercio, artigianato o qualche altro lavoro che contribuisca al bene pubblico”. Tra le altre persone squalificate vi sono i “Chamsanìm”, ossia coloro che forzano chi non vuole vendere dei beni, a cederli anche se ne pagano il prezzo.

R. Yitzchàk ben Sheshet [Valencia, 1326-1408, Algeri] detto Rivash dalle sue iniziali, in alcuni suoi responsi (n. 11, 14, 310) tratta l’argomento della validità delle testimonianze degli “Anussim” (lett., forzati a compiere delle trasgressioni) come erano chiamati gli ebrei che in Spagna durante le persecuzioni nel 1391 erano stati convertiti contro la loro volontà.  Nel primo responso egli scrive che chi ha forzatamente trasgredito una mitzvà della Torà, anche se si tratta di una mitzvà la cui trasgressione è punibile con la pena di morte, è accettato come valido testimone. Questo vale anche nel caso in cui si sia reso colpevole di ‘Avodà Zarà sotto la minaccia di morte e anche se a priori avrebbe dovuto sacrificare la propria vita piuttosto che farlo. La testimonianza degli “Anussìm” è valida se quando essi si trovano in luoghi dove non vengono visti dai persecutori stanno attenti a non trasgredire in ogni modo possibile le mitzvòt della Torà. Se però in situazioni del genere commettono ugualmente trasgressioni come, per esempio, quella di mangiare cibo non cascer, sono squalificati dal testimoniare. Il Rivash afferma che sono anche squalificati dal testimoniare coloro che in città come Valencia e Barcellona avevano avuto la possibilità di fuggire e andare in posti dove avrebbero potuto osservare liberamente le mitzvòt e non l’hanno fatto. Per osservare la Torà bisogna fare il sacrificio di abbandonare tutto quello che si ha e andare dove vi è libertà.

[L’illustrazione è dal sito www.aurora-israel.co.il/articulos/israel/Titular/67648/].

Donato Grosser


Visita delegazione CSM alla CER

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Questa mattina il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello hanno ricevuto una delegazione del Consiglio Superiore della Magistratura guidata dal VicePresidente Giovanni Legnini.

Erano inoltre presenti il Primo Presidente della Cassazione Giovanni Canzio, la consigliera Paola Balducci, i consiglieri Luca Palamara e Lorenzo Pontecorvo e la Dr. Paola Piraccini, Segretario Generale del CSM.

L’incontro, che si è svolto presso gli uffici del Tempio Maggiore di Roma, ha permesso di svolgere una riflessione condivisa su alcuni temi di interesse comune. Tra questi la lotta a ogni forma di antisemitismo e discriminazione, la promozione della cultura della legalità e il contrasto all’odio razziale sul web e sui social network.

Al colloquio privato, ha fatto seguito una visita al Museo Ebraico e alla Sinagoga.


Parashà di Yitrò: Quali nomi si danno ai neonati?

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Yitrò, suocero di Moshè, dopo aver avuto la notizia dell’uscita degli israeliti dall’Egitto venne a incontrare Moshè nel deserto portando con sé la figlia Tzipporà e i due nipoti. Il nome del primo era Ghershòm, così chiamato da Moshè per ricordare il fatto che era stato forestiero (Gher) in terra straniera. Il secondo figlio era stato chiamato Eli’ezer per ricordare che l’Eterno, Dio (E-li) di suo padre gli era stato di aiuto (‘Ezer) e lo aveva salvato dalla spada del Faraone (18:3-4).

R. Aaron Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Keshet Aharòn, osserva che i tre figli di Levi, il bisnonno di Moshè, erano chiamati Ghershòn, Kehàt e Merarì, e fa notare che Ghershòn e Ghershòm sono due nomi diversi. A riprova di questa affermazione egli cita lo Shulchàn ‘Arùkh, Even Ha’ezer (129:21) dove è scritto: “Se nel ghet [documento di divorzio] di un uomo di nome Ghershòm viene scritto Ghershòn o viceversa, il ghet non è valido”.

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin detto il Natziv (Belarus, 1816-1893), chiede per quale motivo Moshè chiamò il primo figlio Gershòm e non Eli’ezer e non fece come Yosef che chiamò il primo figlio Menascè per commemorare la sua salvezza. La sua risposta è che non si benedice l’Eterno per un miracolo fino a quando si è scampato il pericolo. Moshè, quando nacque il primo figlio, era ancora perseguito dal Faraone e non sarebbe ancora potuto tornare in Egitto. Per questo motivo non ringraziò l’Eterno chiamando il figlio Eli’ezer fino a quando non venne a sapere che coloro che lo volevano uccidere e il Faraone stesso erano morti (Shemòt, 4:19).

R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panìm la-Torà afferma che Yitrò menzionò i nomi di Gershòm ed Eli’ezer affinché Moshè ricordasse che quando era fuggito dall’Egitto a Midian era stato accolto a casa sua con benevolenza.

R. Mordekhai Ha-Kohen di Aleppo (XVII secolo E.V) chiede perché Moshè chiamò il primo figlio Gershòm con la motivazione “che era stato forestiero in terra straniera”! Forse che l’Egitto per un israelita come Moshè non era anche terra straniera?  La sua spiegazione è che Moshè chiamo il figlio Gershòm perché fu costretto a prendere per moglie una donna straniera che non era parte della sua famiglia.

R. Ya’akov Farbstein in Aholè Ya’akòv (Shemòt, p. 264) nel trattare l’argomento di quando si dà il nome al neonato, scrive che è minhàg (uso) di dare il nome ai maschi durante la milà (circoncisione) e cita il Sèfer Ha-Minhaghìm (Tirna, Chòdesh Tevèt) dove è scritto che la fonte del minhàg è dal patriarca Avraham che fu così chiamato (prima si chiamava Avram) proprio quando si circoncise. Così pure è scritto nel siddùr tefillà (libro di preghiera) del Rokeach. E il motivo per cui viene dato il nome al neonato proprio dopo la milà è che con la milà il suo corpo viene reso completo mentre fino alla milà è considerato incompleto.  Alla femmine invece il nome può essere dato subito dopo la nascita perché non manca loro nulla. Il minhàg è di dare il nome delle femmine nel primo giorno della settimana che segue la nascita quando si legge la Torà (lunedì, giovedì o shabbàt). Il motivo per cui si dà il nome alle femmine nei giorni in cui si legge la Torà è che in quell’occasione si dà una benedizione (mi-sheberàkh) alla madre augurandole una pronta guarigione.  R. Yechiel Michel  Epstein (Lituania, 1829-1908), l’autore del ‘Arukh Ha- Shulchàn, aggiunge che la lettura della Torà è un momento adatto per chiedere la misericordia divina. Inoltre, così come per un maschio si fa la milà alla presenza di un minian (di dieci uomini), anche per la femmina si dà il nome quando si legge la Torà e ci sono dieci uomini.

Dal fatto che Yehudà diede il nome al primo figlio e sua moglie al secondo (Bereshìt, 38:1-4), il commento Da’at Zekenìm alla Torà deduce che il diritto di dare il nome al primo nato era del padre e quello del secondo della madre e così via in modo alternato.

Un’altra usanza è quella di dare ai neonati i nomi degli antenati. La fonte è nel Midràsh (Bereshìt Rabbà, Nòach, 37:7) dove è scritto: “R. Yossè dice: le prime generazioni [da Adàm a Nòach] che conoscevano i loro antenati davano nomi [ai loro figli] sulla base di qualche avvenimento; noi invece che non conosciamo i nostri antenati  chiamiamo [i nostri figli] con i nomi dei nostri padri. Rabbàn Shim’òn ben Gamliel dice: “Le prime generazioni [davano i nomi ai figli] sulla base dei qualche avvenimento perché erano dotati di spirito profetico, noi invece che non abbiamo spirito profetico usiamo i nomi dei nostri padri”.

Nel dare i nomi dei nonni ai figli si fa anche una mitzwà nell’onorare i genitori sia che siano vivi (è questo è l’uso presso i sefarditi) sia che non sia più in vita (come usano gli ashkenaziti) perché l’obbligo di onorare i genitori continua anche dopo la loro morte.

[Il quadro di Moshè e Yitrò è opera di Jan Victors (Amsterdam, 1619 –1679)].

Donato Grosser


Delibera della Giunta riguardo la visita del leader iraniano Rouhani in Italia

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La Giunta della Comunità Ebraica di Roma, riunitasi in data odierna, esprime il suo disappunto per la visita del leader iraniano Rouhani e mette in rilievo la coincidenza temporale di questa visita con la concomitante celebrazione della Giornata della Memoria nel corso della quale verranno ricordati i milioni di morti e lo sterminio del popolo ebraico nella Shoah.

Le posizioni di Rouhani di stampo negazionista e revisionista della Storia sono evidenziate da costanti affermazioni del Presidente iraniano ai media e da manifestazioni come il concorso per vignette antisemite e revisioniste della Shoah che si tiene a Teheran in queste ore ed è alla seconda edizione ed il costante richiamo alla distruzione dello Stato di Israele, cosa inaudita e reiterata da questo leader e dai leaders iraniani precedenti. A tutto questo si sommano il mancato rispetto dei diritti civili, il costante aumento delle pene capitali in Iran, le restrizioni alla libertà di stampa, elementi che ci fanno ritenere la presenza di Rouhani in visita ufficiale a Roma non gradita.


Parashà di Beshalàkh: il santuario dev’essere dentro di noi

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Bet Ha-Mikdash

La Shiràt Ha-Yam (Il cantico del mare) che Moshè e i figli d’Israele intonarono in lode e ringraziamento all’Eterno che li aveva salvati dall’esercito egiziano inizia con queste parole: “Canterò all’Eterno per la Sua grande vittoria, cavallo e cavaliere precipitò nel mare. L’Eterno è la mia forza e il mio canto, a Lui devo la salvezza. Questo è il mio Dio e Lo glorificherò…” (15:1-2). Quello che in italiano viene tradotto con le parole “Lo glorificherò” nel testo della Torà è scritto con “We-Anwèhu”.  Su questa espressione si soffermano i Maestri nel Midràsh e, dopo di loro, i commentatori della Torà.

Onkelos [I secolo E.V.], il traduttore della Torà in lingua aramaica, traduce “We-Anwèhu” con queste parole: “E Gli costruirò un Mikdàsh (Santuario)”. Rashì [Francia, 1040-1105] nel suo commento spiega che Onkelos ha voluto indicare che l’espressione “We-Anwèhu” deriva dalla parola “Newè” che significa “Abitazione” come “Newè Shaanàn”, ossia “abitazione pacifica” (Yesha’yà, 33:20), espressione usata dal profeta per la città di Gerusalemme. Una seconda spiegazione di Rashì è che l’espressione “We-Anwèhu” deriva dalla parola “Noy” che significa bellezza, e quindi viene a dire che “Racconterò la Sua bellezza e le sue lodi a coloro che vengono al mondo come scritto nel Shir Ha-Shirìm (Cantico dei Cantici, 5:10) “Il mio amato è bianco e vermiglio e si distingue tra diecimila”.

Nel Midràsh Mekhiltà, R. Ishma’el dice: “Come è possibile abbellire il Padrone del mondo? [la parola We-Anwèhu non significa abbellire l’Eterno] ma piuttosto «Mi farò bello davanti a Lui osservando le mitzwòt: farò un bel Lulav, una bella Sukkà, un bel Tzitzit, dei bei Tefillin»”.  Abba Shaul dice [che la parola We-Anwèhu significa]: “Cerchiamo di assomigliare a Lui: così come Lui è misericordioso e magnanimo anche tu sii misericordioso e magnanimo”. R. Yossè Ha- Ghelilì dice [che il significato è]: “Fate bello e lodate il Santo Benedetto davanti alle nazioni del mondo”. R. Yossè figlio della damaschita dice [che il significato è]: “Farò davanti a lui un bel (Naè) Mikdàsh (Santuario), infatti la parola “naè” si riferisce al Bet Ha-Mikdàsh (Il Santuario di Gerusalemme) perché è scritto (Tehillìm, 79:7) «E hanno reso desolata la Sua abitazione (Nawèhu)»”.

R. Joseph Dov Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] scrive (in Messoras Harav, p. 122) che questo versetto fornisce i due motivi per i quali  nonostante la nostra inadeguatezza ci è permesso lodare l’Eterno. Il primo deriva dalla parola “We-Anwèhu” che può essere compresa come composta dalle parole “Ani We-Hu”, ossia “io e Lui”, da dove impariamo che abbiamo l’obbligo per quanto possibile di imitare le azioni dell’Eterno. Offrendo a Lui le lodi appropriate impariamo ad apprezzare i Suoi attributi. L’obbligo di seguire le vie dell’Eterno, dettagliato nel trattato talmudico Sotà (14b), lo si realizza tramite atti di benevolenza nei confronti del prossimo, come è insegnato: «Cosi come Egli veste gli ignudi, anche tu devi vestire gli ignudi; così come Egli visita i malati, anche tu devi visitare i malati». Questo obbligo di “imitare le azioni del’Eterno” va al di là di queste specifiche azioni. L’imperativo “We-Anwèhu” richiede che l’uomo si comporti in modo tale da poter essere chiamato con gli stessi aggettivi, “misericordioso, retto e benevolente” con i quali  viene chiamato l’Eterno.  Il secondo motivo per cui ci è permesso lodare l’Eterno è che le lodi all’Eterno non sono inventate da noi, ma sono basate su quello che abbiamo imparato dai nostri antenati, come è scritto nello stesso versetto: “Egli è il Dio di mio padre e lo esalterò”.

R. Barukh Halevi Epstein [Belarus, 1860-1941] in Torà Temimà si sofferma su quanto insegnato da Abba Shaul nel Midràsh. Egli afferma che Abba Shaul non dissente dai maestri che lo precedono e che affermano che “We-Anwèhu” significa “fatti bello davanti a Lui con le mitzwòt”. Abba Shaul vuole aggiungere che non è sufficiente abbellirsi con le mitzwòt che l’uomo deve osservare nei confronti dell’Onnipresente, ma deve anche abbellirsi nelle mitzwòt nei confronti del prossimo perché senza comportarsi con doti personali stellari nei confronti del prossimo si causa una profanazione del Nome dell’Eterno perché la gente dice male di lui. Al  contrario chi ha delle doti personali stellari che usa nel trattare con il prossimo viene ammirato da tutti e in questo modo dà gloria al Cielo.

R. Shimshon Refael Hirsch [Germania, 1808-1888] nel suo commento alla Torà scrive che “We-Anwèhu” significa: “Offrirò me stesso a Lui come dimora; tutta la mia essenza e tutta la mia vita diventerà un tempio per glorificarLo, un luogo per la rivelazione della Sua Presenza”.

Il santuario dev’essere dentro di noi.

Donato Grosser


Parashà di Vaerà: L’importanza di scegliere una moglie di buona famiglia

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Dopo aver iniziato la descrizione della missione di Moshè e di Aharon presso il Faraone per fare uscire i figli d’Israele dall’Egitto, il racconto della Torà viene interrotto da una serie di dati genealogici sulle prime tribù d’Israele.

R. Shimshòn Refaèl Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] spiega che a questo punto nel racconto della Torà inizia la missione trionfale di Moshè e di Aharòn con un successo mai prima ottenuto e che non sarà mai più ottenuto da nessun altro mortale. Per questo era importante presentare il loro albero genealogico per attestare che la loro origine era normale e quindi erano normali esseri umani. Questo per evitare che essi, come grandi benefattori del popolo, dopo la loro morte venissero deificati, come avvenne in altri casi tra le nazioni del mondo.

Nel mezzo di questo elenco viene raccontato che “Aharòn prese in moglie Elishèva’ (da cui deriva il nome Elisabetta) figlia di ‘Aminadàv e sorella di Nachshòn e lei partorì Nadàv, Avihù, El’azàr e Itamàr” (Shemòt, 6:23).

Chi erano ‘Aminadàv e suo figlio Nachshòn i cui nomi appaiono nella Torà? ‘Aminadav era pronipote di Peretz, figlio di Yehudà (Bereshìt, 38:29). Nel libro di Rut è infatti scritto: “Pèretz ebbe come figlio Chetzròn; Chetzròn ebbe Ram, Ram ebbe ‘Aminadàv; ‘Aminadàv ebbe Nachshòn; Nachshòn ebbe Salmà; Salmòn ebbe Bo’az; Bo’az ebbe ‘Ovèd, ‘Ovèd ebbe Ishày e Ishày ebbe David” (Rut, 4:18-22).

Nel libro delle Cronache dei Re di Yehudà vi è un dettaglio addizionale: “Ram ebbe come figlio ‘Aminadàv e ‘Aminadàv ebbe Nachshòn, capo della tribú di Yehudà” (I, Divrè Ha-Yamìm, 2:10). Aharòn aveva quindi preso in moglie la sorella del capo della tribú di Yehudà.

Il Nachmanide [Gerona,1194-1270, Acco ] nel suo commento alla Torà spiega che viene menzionata la moglie di Aharon per insegnarci che la madre dei Kohanìm era di una famiglia distinta e di stirpe reale, ed era la sorella del più grande capo tribù. Egli aggiunge che è uso delle Scritture menzionare le madri dei Re, come per esempio, “E il nome di sua madre era Ma’akhà figlia di Avishalòm” (I Melakhìm, 15:2 e 10). Ma’akhà fu madre di due fratelli, Aviàm e Assà, che furono uno dopo l’altro Re del regno di Yehudà. Rashì [Francia, 1040-1105] nel commento alla Torà scrive: “Da qui [i Maestri] impararono che chi prende moglie deve verificare il fratello di lei” (Shemòt, 6:23). Rashì nel suo commento ha citato in modo parziale un insegnamento dei Maestri nel trattato talmudico Bavà Batrà (110a) dove è scritto: “Rava disse: chi prende moglie deve verificare suo fratello, come è detto: “E Aharòn prese in moglie Elishèva’ figlia di ‘Aminadàv, sorella di Nachshòn. Dal fatto che ella era figlia di ‘Aminadàv, non possiamo forse già sapere che era sorella di Nachshòn? Cosa ci vuole quindi insegnare l’espressione “Sorella di Nachshòn”? Che chi prende moglie deve verificarne il fratello”.

E per quale motivo è cosi importante verificare il carattere del fratello della prospettiva moglie? Questo viene spiegato nel trattato Sofrìm (15:10) dove è scritto: “La maggior parte dei figli assomiglia ai fratelli della moglie”.

R. Barùkh Halevi Epstein [Belarus, 1860-1941] in Torà Temimà (p. 54) commenta che questo insegnamento non ha nulla a che fare con il fatto che la famiglia sia appropriata o meno (specialmente per dei Kohanìm) la cui verifica è obbligatoria e non è un di più. In questo versetto viene sottolineata  l’importanza di scegliere una moglie di buona famiglia come detto nel trattato Pesachìm (49b) del Talmud Babilonese. L’insegnamento in quel trattato è citato come normativo nello Shulchàn ‘Arùkh (Even Ha-’Ezer, 2:6) dove è scritto: “Bisogna sempre cercare di sposare la figlia di un talmìd chakhàm (saggio di Torà) e di fare sposare la figlia a un talmìd chakhàm. Se non ha trovato la figlia di un talmìd chakhàm, sposi la figlia di persone giuste e che fanno del bene; se non ha trovato tra questi, sposi la figlia di dirigenti comunitari; se non ha trovato tra questi, sposi la figlia di chi fa raccolte per  beneficenza; se non ha trovato tra questi, sposi la figlia di un insegnante di Torà ai bambini e non sposi la figlia di un ignorante”.

Alla fine della parashà di Toledòt al versetto “E Yitzchàk congedò Ya’akòv ed egli si recò a Padàn Aràm da Lavàn […] fratello di Rivkà, madre di Ya’akòv e di Esau (Bereshìt, 28:5), Rashì commentando le parole “Madre di Ya’akòv e di Esau” scrive: “Non so cosa ci insegna”. R. David Pardo [Venezia, 1710-1792, Gerusalemme] nel suo commento a Rashì, scrive che Rashì vuole insegnare che Yitzchàk aveva detto a Ya’akov che non sapeva quale fosse il carattere di Lavan. Perché se è vero che la maggior parte dei figli assomigliano al fratello della madre, Rivkà aveva solo due figli, Ya’akov, che era virtuoso, ed Esau che non lo era. Non c’era quindi una maggioranza di figli per poter trarre qualche conclusione sul carattere di Lavan!

Donato Grosser 


Parashà di Shemòt: I giusti tra le nazioni

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Moshe e le figlie di Yitro (36)

Dopo aver ucciso l’egiziano che stava percuotendo a morte uno schiavo israelita, Moshè fuggí e dopo varie peripezie arrivò a Midian. Li era seduto vicino al pozzo. “Lo sceicco di Midian aveva sette figlie che vennero al pozzo per attingere acqua. Quando stavano iniziando a riempire gli abbeveratoi per dare da bere al gregge del padre, vennero degli altri pastori che cercarono di mandarle via. Moshè si alzò e venne in loro aiuto e poi abbeverò il loro gregge. Quando tornarono dal loro padre Re’uel (un altro nome di Yitrò) egli chiese loro: “Com’è che oggi siete tornate così presto?’”. Esse risposero: “Uno straniero egiziano ci ha salvato dai pastori; ha anche attinto l’acqua e abbeverato il nostro gregge”.  E dov’è ora? Chiese alle figlie? Perché avete abbandonato lo straniero? Chiamatelo e che venga a mangiare qualcosa. Moshè accettò di abitare con quell’uomo e gli diede sua figlia Tzipporà in moglie” (Shemòt, 2:16-21).

R. Aharon Shurin [Lituania, 1912-2012, Brooklyn] in Keshet Aharon (p. 150) osserva che Yitrò, sceicco di Midian, era una personalità di grande importanza e Moshè era un uomo in fuga. Per quale motivo gli diede la figlia Tzipporà in moglie? R. Ya’akov Kamenetzky [Lituania, 1891-1986, New York ] in Emet Le-Ya’akov (p. 251) pone una domanda opposta: chi era questo Yitrò che meritò di avere come genero una persona senza pari? Per capire chi era Yitrò bisogna prendere nota di quello che disse alle figlie. Perché lo avete lasciato li? Siete cosi ingrate? Andatelo a chiamare. Nel Midràsh (Shemòt Rabbà, 1:8) si racconta che Yitrò era uno dei consiglieri del Faraone e quando gli egiziani decisero di asservire gli israeliti, Yitrò diede le dimissioni piuttosto che essere partecipe di una decisione del genere; e questo perché dopo che gli israeliti, cioè Yosef, avevano salvato l’Egitto dalla fame, sarebbe stato un imperdonabile gesto di ingratitudine trattarli male. R. Kamenetzky osserva che fu proprio questo genuino sentimento di Yitrò che fece di lui un grande uomo.

Quanto a Moshè perché fu scelto come leader per il popolo d’Israele? R. Kamenetzky scrive che è opportuno studiare la sua personalità da quello che fece prima che arrivasse alla profezia. La prima azione di Moshè, figlio adottivo della figlia del Faraone, appena uscito dal palazzo reale fu quello di salvare l’oppresso dall’oppressore, cioè di fare giustizia. Il giorno successivo quando vide due israeliti che altercavano, si rivolse immediatamente all’aggressore chiedendo perché voleva percuotere il prossimo. Quando arrivò a Midian, contrariamente al comportamento dei fuggitivi e degli stranieri che per non mettersi in pericolo pensano solo al proprio interesse, intervenne per salvare le figlie di Yitrò dalla prepotenza dei pastori. Moshè non si aspettava nessuna ricompensa e disse loro che era intervenuto in loro aiuto perché in lui era innato l’istinto di non sopportare l’ingiustizia e già altre volte si era comportato in modo simile e proprio per questo aveva dovuto fuggire dall’Egitto. Avendo sentito quello che le figlie gli avevano raccontato su Moshè, Yitrò disse loro di invitarlo. La decisione di prenderlo come genero era ben più che un atto di riconoscenza. Era un dimostrazione che Yitrò aveva capito immediatamente che tipo di persona era Moshè.

Nel Midràsh i Maestri raccontano che le figlie di Yitrò venivano maltrattate dai pastori perché Yitrò, guida religiosa di Midian, era stato boicottato dai suoi concittadini. Dopo aver adorato tutti gli dei si rese conto che non valevano nulla. Disse quindi ai Midianiti che era diventato vecchio e che non poteva più fungere da capo spirituale per loro. Quando Moshè arrivò, Yitrò si era già liberato di tutti gli idoli che aveva in casa e per questo era stato boicottato. Aveva quindi già molto in comune con Moshè.

R. Mordekhai Hakohen di Aleppo [XVII secolo] nella sua opera Siftè Kohen (p. 257) cita il Midràsh Yalkut Shim’onì (169) nel quale R. Simon disse che Yitrò non fu compensato dal Santo Benedetto per l’atto di benevolenza nei confronti di Moshè. La ricompensa la ricevettero molti anni dopo i suoi discendenti durante il regno di re Shaul. Prima di combattere contro gli Amaleciti, Shaul disse ai Keniti discendenti di Yitrò: “Voi avete fatto del bene con tutto Israele” (I Shemuel, 15:6) e disse loro di allontanarsi dagli Amaleciti per non diventare vittime civili di guerra. R. Simon osserva che Yitrò non aveva fatto bene a tutto Israele ma solo a Moshè; il fatto che Shaul disse che i Keniti avevano fatto bene a tutto Israele ci insegna che chi fa del bene anche a un solo israelita viene considerato dalla Scrittura come se avesse fatto del bene a tutto Israele. E a maggior ragione, se viene ricompensato chi fa del bene a qualcuno per riconoscenza, quanto maggiore è la ricompensa per coloro che fanno del bene alle persone alle quali non devono nulla. Dal Midràsh impariamo quindi chi sono i giusti tra le nazioni.

(L’illustrazione di Moshè e le figlie di Yitrò è tratta dal volume I delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, Firenze, V. Batelli e Figli, 1831. Dalla collezione di mio padre z’l).

Donato Grosser 


Parashà di Vayechì: Seppellitemi dove è sepolta la mia altra metà

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Machpella

Il nostro patriarca Ya’akov quando si accorse che la sua vita si avvicinava alla fine, chiamò il figlio Yosef, che era viceré d’Egitto, e gli fece giurare di non seppellirlo in Egitto ma nella terra di Canaan dove erano sepolti i suoi padri Avraham e Yitzchàk (Bereshìt, 47:28-31). Nell’ultimo giorno di vita Ya’akov radunò i suoi dodici figli, diede ad ognuno di loro la sua benedizione e ordini precisi sulla sepoltura: “…seppellitemi presso i miei padri nella grotta che è nel campo di Makhpellà di fronte a Mamrè nella terra di Canaan, nel campo di cui Avraham acquistò la proprietà ad uso di sepoltura dal chitteo Efron. Là è dove furono sepolti  Avraham e sua moglie Sara, dove furono sepolti Yitzchàk e sua moglie Rivkà e la è dove ho sepolto [mia moglie] Lea. L’acquisto del campo e della grotta che in esso si trova avvenne presenti i Chittei»” (ibid., 49:29-33).

R. Naftali Tzvi Yehuda Berlin detto il Natziv (Mir, 1816-1893, Varsavia) nel suo commento Ha’amek Davar spiega per quale motivo il patriarca Ya’akov diede tutti questi particolari ai figli, dal momento che essi certamente sapevano dov’erano le tombe di famiglia. Egli spiega che Ya’akov voleva insegnare ai figli tre cose: a) la grotta che era situata nel campo di Makhpellà era un posto speciale per la sepoltura e da lì si impara l’importanza di essere seppelliti in Eretz Israel. b) È importante farsi seppellire in un posto che è stato acquistato e non ricevuto in regalo. In questo caso l’acquisto era stato fatto con il consenso di tutti i Chittei e pertanto nessuno avrebbe potuto reclamare. c) In quel luogo erano già stati sepolti i suoi padri e anche Ya’akov voleva farsi seppellire nella tomba di famiglia e con le persone con le quali era vissuto.

R. Yechiel Mikhal Tukchinsky (Lechevitz, 1872-1955, Gerusalemme) nella sua opera Ghesher ha-Chayim (27:9) scrive che è un grande merito essere sepolti in Eretz Israel e “Felice colui che ha il merito di vivere in Eretz Israel dove la sua anima lascia il corpo in un luogo puro di fronte alla porta del cielo”.

R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà scrive che Ya’akov aveva notato la forte influenza che l’Egitto aveva nei confronti dei suoi discendenti. Si rese conto che avevano cominciato a considerare il Nilo come se fosse il Giordano e avevano cessato di considerare l’Egitto come terra d’esilio. Questo era un motivo sufficiente per la solenne richiesta di non essere sepolto in Egitto e per dare il messaggio che “Voi potete sperare e desiderare di vivere in Egitto; io però non voglio neppure esservi sepolto”. Per questo motivo quando Ya’akov fece questa richiesta al figlio Yosef è scritto: “Quando si avvicinò il giorno della morte di Israel, egli chiamò il figlio Yosef” (ibid., 47:29). Questa richiesta non fu fatta con il nome privato Ya’akov, ma come Israel, il nome che porta con sé il destino nazionale, come direzione per il futuro ai suoi discendenti.

R. Meir Simcha di Dvinsk (Lituania, 1843-1926, Estonia) nel suo Meshekh Chokhmà (Vaykrà, 26:44) scrive che il primo a indicare la strada ai suoi discendenti su come evitare l’assimilazione fu il patriarca Ya’akov che si rese conto  che se egli e i suoi discendenti fossero stati sepolti in Egitto avrebbero perso il legame con Eretz Israel, si sarebbero stabiliti in modo permanente in Egitto e la discendenza di Avraham sarebbe diventata parte del popolo egiziano. Facendosi seppellire in Eretz Israel, Ya’akov inculcò nei figli il legame e il desiderio naturale per la terra dei loro padri e la consapevolezza di essere stranieri. “Non come oggi” scrive R. Meir Simcha “quando si pensa che Berlino sia Gerusalemme”.

R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) oltre a citare i Maestri che nel Midràsh insegnano che Ya’akov non voleva essere sepolto in Egitto affinché gli egiziani non facessero di lui un culto idolatra, aggiunge che egli voleva insegnare che l’Egitto non era il loro luogo e in questo modo sarebbe rimasta per sempre con loro la memoria della terra di Canaan. Inoltre questo era un messaggio di non perdere speranza di ritornare alla propria terra anche se il solo legame con Eretz Israel erano le tombe degli antenati. Grazie a queste tombe è rimasto l’amore e il desiderio per la terra per centinaia di anni.

R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (XVII secolo) in Siftè Kohen (p. 225) scrive che con le parole “Là ho sepolto Lea”, Ya’akov disse: “Metà del mio corpo è sepolto là ed è appropriato che anche l’altra metà venga sepolta nello stesso posto”.

Donato Grosser 


SUONA ANCORA. Il coraggio dei figli e nipoti della Shoah è stato quello di vivere.

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In occasione del Giorno della Memoria 2016, martedì 12 gennaio ci sarà la proiezione del documentario “SUONA ANCORA. Il coraggio dei figli e nipoti della Shoah è stato quello di vivere”. Soggetto e sceneggiatura di Israel Cesare Moscati e regia di Beppe Tufarulo. Il ricavato andrà a costituire un fondo per la Scuola Ebraica per finanziare le rette scolastiche per le famiglie in difficoltà economiche. Offerta minima: € 10.00.

Cinema Barberini, Piazza Barberini 24/26 – Ore 20.15

Prenotazione obbligatoria entro giovedì 7 gennaio 2015
Tel: 065897589 – E-mail: centrocultura@romaebraica.it


Parashà di Vaigàsh: “Solo il disegno dell’Eterno resta saldo”

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Yosef raccoglia il grano Venezia S Marco

Alla fine della parashà  la Torà  descrive ciò che avvenne durante la carestia che aveva colpito l’Egitto. Yosef aveva immagazzinato il grano nei setti anni delle vacche grasse, cosicché quando arrivarono  gli anni della carestia ve ne era a sufficienza per sfamare il popolo. Il grano non era gratis. Dopo che gli agricoltori esaurirono i loro mezzi economici per acquistare grano vennero da Yosef dicendo: “Perché dovremmo perire sotto i tuoi occhi noi e con noi le nostre terre? Acquista noi e le nostre terre in cambio di viveri e passeremo al servizio del Faraone. Dacci della semente così che possiamo vivere e non morire e i campi non rimangano improduttivi. Così Yosef acquistò per il Faraone tutti i campi d’Egitto perché ognuno vendette il suo, oppressi com’erano dalla fame e la terra divenne proprietà del Faraone. Trasferì la popolazione da una citta all’altra dall’una all’altra estremità del territorio egiziano” (Bereshìt, 47:19-21).

R. Meir Simcha di Dvinsk [Lituania, 1843-1926, Lettonia] in Meshekh Chokhmà scrive che gli egiziani avevano offerto a Yosef di diventare schiavi del Faraone pur di poter rimanere in vita, tuttavia Yosef non accettò la loro offerta. Egli acquistò le terre ma non le persone. Al fine di dimostrare che le loro terre appartenevano ora al Faraone, trasferì le popolazioni da una città all’altra.

R. Shimshon Refael Hirsch [Amburgo, 1808-1888, Francoforte] nel suo commento alla Torà afferma che i trasferimenti vennero fatti città per città. In ognuno dei casi tutta la popolazione di una città venne trasferita in un’altra città. Le terre erano diventate proprietà dello stato, tuttavia la saggezza di Yosef mitigò le conseguenze dell’editto di trasferimento perché i residenti di ogni città rimasero tutti insieme seppure in un’altra città. In questo modo le strutture sociali e comunitarie rimasero essenzialmente le stesse. I Maestri nel trattato talmudico Cholìn (60b) insegnano che uno dei benefici derivati di questa politica fu che anche la famiglia di Ya’akov, recentemente arrivata in Egitto, non fu trattata come spesso vengono trattati gli immigranti.

Gli egiziani divennero così dipendenti del Faraone con l’obbligo di coltivarne le terre. Tuttavia anche in questo Yosef mostrò di essere sensibile alle necessità del popolo. I contadini poterono tenere per sé i quattro quinti del raccolto e solo un quinto sarebbe stato dovuto al tesoro del Faraone. R. Joseph Dov Soloveitchik [Belarus, 1903-1993, Boston] scrive che in simili circostanze qualunque altro regime avrebbe approfittato della carestia per fare salire i prezzi. Yosef invece convinse il Faraone che giustizia e carità dovevano prevalere. Egli fece dell’Egitto l’ultima risorsa di viveri sia per gli egiziani che per i forestieri che venivano in Egitto ad acquistare grano.

Il Nachmanide [Gerona, 1194-1270, Acco], nel suo commento alla Torà scrive che la Torà si è  dilungata nel descrivere i dettagli di come Yosef acquistò per il Faraone campi e bestiame degli egiziani “per farci sapere quanto saggio e intelligente fosse Yosef e quanto fosse onesto nel consegnare tutto il denaro al tesoro del Faraone senza tenere nulla per sé” come è detto: “Yosef raccolse tutto il denaro che si trovava in Egitto e in Canaan per i viveri che compravano e lo consegnò al tesoro del Faraone” (ibid., 14).

R. Menachem Genack in Birkhàt Yitzchàk (p. 67) in un suo commento alla parashà suggerisce che vi possa essere un altro motivo per cui la Torà si è dilungata nei dettagli dell’acquisto delle terre da parte di Yosef. Yosef fu la causa della discesa dei figli d’Israele in Egitto e della successiva schiavitù e per mezzo suo si avverò la profezia ad Avraham che “I tuoi discendenti dimoreranno stranieri per quattrocento anni in un paese non loro dove verranno asserviti e oppressi” (Bereshìt, 16:13). Le riforme economiche di Yosef resero  possibile per il Faraone asservire anche un popolo numeroso come quello dei figli d’Israele che quando uscirono dall’Egitto erano oltre tre milioni di persone. Prima degli anni di carestia l’Egitto era un paese di liberi agricoltori e con varie classi sociali. Yosef con le sue riforme accentrò tutto il potere economico e quindi anche politico nelle mani del Faraone. Il trasferimento delle intere popolazioni da una città all’altra rafforzò in grande misura il potere del Faraone e il suo controllo del paese. Nonostante che le intenzioni di Yosef fossero state totalmente oneste e la sua riforma fu il mezzo più efficiente per salvare il paese dalla fame, la Provvidenza fece sì che il rafforzamento del potere del Faraone servisse per avverare la profezia ad Avraham e generare il successivo asservimento dei figli d’Israele. Come dice re Salomone nei Proverbi: “Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno dell’Eterno resta saldo” (Mishlè,19:21).

[L’illustrazione è di un mosaico del XIII secolo a S. Marco a Venezia che mostra Yosef che raccoglie il grano).

Donato Grosser