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Il “Violinista sul tetto” a Roma

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Locandina Roma

Il 7 Dicembre 2014 alle ore 20.30, presso il Teatro Orione a Roma, andrà in scena

“IL VIOLINISTA SUL TETTO”

Il musical, basato sui racconti di Sholem Aleichem per concessione speciale di Arnold Perl e interpretato interamente in italiano dalla compagnia genovese “Gli Amici di Jachy”, sarà l’appuntamento annuale di raccolta fondi del KKL Italia Onlus.

Parcheggio gratuito limitato.

Per info e prenotazione:

KKL Italia Onlus
tel. 06.8075653

ufficiostampa.kkl@gmail.com
www.kklitalia.it


Parashà di Nòach: Quand’è permesso il suicidio?

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Noach - ChernobylNella Torà è scritto che dopo il Diluvio “Dio benedisse Nòach (Noè) e i suoi figli e disse loro: «Prolificate e moltiplicatevi e riempite la terra [...] potrete cibarvi di ogni vivente che si muove [perché] vi ho dato tutto come se fosse verdura. Nonostante ciò non potete cibarvi della carne di una creatura mentre il sangue scorre nelle sue vene. Così pure chiederò conto del vostro sangue, della vostra vita [...]»” (Bereshìt-Genesi, 9:1-5).

R. Meir Leibush (Volinia, 1809-1979) detto Malbim dalle sue iniziali, nel suo commento alla Torà scrive che il mondo dopo il Diluvio era cambiato in modo sostanziale: “Ai tempi di Adamo il fisico umano era molto forte, la frutta non aveva ancora perso le caratteristiche nutritive originali e aveva la facoltà di fornire nutrimento all’uomo come la carne. Dopo il Diluvio queste proprietà nutritive vennero meno, l’uomo andò ad abitare in terre lontane dove il clima non era temperato come in origine ed ebbe bisogno di carne per ottenere lo stesso nutrimento dal cibo”.

R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) nel suo commento alla Torà scrive che il cambiamanto di clima avvenne durante il Diluvio, prima del quale l’asse terrestre non era inclinata e gli abitanti della terra non erano soggetti a cambiamenti di temperature stagionali.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) nel suo commento alla Torà scrive che il Creatore diede a Nòach il permesso di cibarsi di carne animale, mentre ad Adamo era stato permesso solo di cibarsi di frutta, per due motivi: se non fosse stato per Nòach il mondo sarebbe stato distrutto e Nòach si era occupato degli animali nell’arca.

Il Malbim aggiunge che prima del Diluvio gli animali erano erbivori e gli esseri umani potevano cibarsi di frutta. Ora avrebbero potuto cibarsi anche di carne purché l’animale venisse prima ucciso. Cibarsi della carne di un animale vivo tagliando un arto era ed è tuttora proibito (e fa parte anche delle sette mitzvòt dei Noachidi). Tuttavia, spiega il Malbim, anche se il Creatore ha permesso l’uccisione di animali per cibarsene, non ha permesso l’uccisione di altri essere umani e per questo è scritto “chiederò conto del vostro sangue”.

I Maestri insegnano che dal versetto “chiederò conto del vostro sangue” si impara anche la proibizione del suicidio. Infatti Rashì (Francia, 1040-1105), che cita fedelmente le fonti della Torà she-be’al pe (la tradizione orale), nel suo commento alla Torà scrive: “Nonostante vi abbia permesso di togliere la vita agli animali, chiederò conto del vostro sangue, cioè di chi versa il proprio sangue”.

Rav Ya’aqòv Farbstein nella sua recente opera Aholè Ya’aqov analizza il concetto del suicidio e in quali casi una persona che si toglie la vita è colpevole di suicidio. Infatti vi sono vari episodi nei quali coloro che si tolsero la vita non furono considerati colpevoli di suicidio. Un esempio è quello di re Shaul (Saul) durante la disfatta del’esercito d’Israele sul monte Ghilboa’ per mano dei Filistei. Quando i suoi tre figli erano già caduti in battaglia, per timore di essere torturato dai Filistei, re Shaul si buttò sulla sua spada (Shemuel I, 31:4).

R. Farbstein cita a questo proposito R. Yosef Shaul Nathansohn (Galizia austriaca, 1810-1875), che nella sua opera di responsi Shoel U-Meshiv (I:172) scrive che il motivo per cui chi si suicida non ha parte nel Mondo Futuro è che la vita è un pegno che il Creatore ha dato agli esseri umani per un periodo determinato e chi non custodisce questo pegno ha trasgredito un ordine divino. Re Shaul sarebbe morto in ogni caso per mano dei nemici e pertanto quando si tolse la vita non commise una trasgressione.

Un altro esempio è quello riportato nel trattato Ghittìn (57b) del Talmud babilonese dove si racconta che dopo la distruzione del Bet ha-Miqdàsh da parte di Tito, quattrocento ragazzi e ragazze furono presi prigionieri e trasportati in nave. Quando si accorsero che la loro sorte sarebbe stata quella di dover subire violenza carnale, le ragazze si buttarono a mare. I ragazzi dissero che se così avevano fatto le ragazze, che sarebbero state soggette a una sorte “naturale”, a maggior ragione avrebbero dovuto fare loro che sarebbero stati soggetti a violenze “contro natura” e anch’essi si buttarono a mare.

Riguardo al suicidio di questi giovani, l’autore delle Tosafòt (Ghittìn, 57b, “Qaftzu”) giustifica il suicidio, nonostante la proibizione di togliersi la vita “che può togliere solo Colui che l’ha data”, spiegando che questi giovani temevano che non sarebbero stati in grado di resistere alle torture. Da qui si impara, afferma R. Farbstein, che quando si teme di essere forzati a commettere un peccato capitale (come idolatria, versamento di sangue altrui e relazioni proibite) previa tortura è permesso togliersi la vita ed anzi è cosa meritoria.

R. Farbstein cita a questo proposito R. Yitzchaq Zeev Soloveichik (Belarus,1886-1959, Gerusalemme), Rav di Brisk, che commenta la tefillà (preghiera) “Avìnu malkènu” (Nostro Padre, Nostro Re) che si recita nei giorni da Rosh Hashanà a Kippur e nei cinque giorni di digiuno per le disgrazie del popolo d’Israele. In questa tefillà gli ashkenaziti aggiungono: “Nostro Padre, Nostro Re, fallo per coloro che furono trucidati proclamando la Tua Unità” [che diedero la vita piuttosto che convertirsi al cristianesimo trinitario] e anche “Nostro Padre, Nostro Re, fallo per coloro che andarono nell’acqua e nel fuoco per santificare il Tuo Nome”. R. Soloveitchik spiega che questa seconda implorazione si riferisce ai quattrocento giovani che si buttarono a mare e che santificarono il Nome dell’Eterno piuttosto che assoggettarsi alle sevizie dei romani.

Riguardo a loro, il Talmud cita il passo dei Tehillìm (Salmi, 44:23) dove è scritto: “Anzi per te uccisi siamo tutto giorno, siam riputati qual gregge da macello” (trad. di R. Lelio Della Torre, Vienna, Schmid, 1845).

Donato Grosser


Nuovo servizio della Deputazione Ebraica

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“Chi ti ama chiama, chi si ama chiama”. E’ il nuovo sevizio proposto dalla Deputazione Ebraica che prevede l’apertura di un Centro di Ascolto Telefonico per persone che soffrono di dipendenze da alcol, droga e gioco d’azzardo.

Il Centro di Ascolto opera nella totale riservatezza ed è attivo al numero

347 5615081

dal lunedì al mercoledì dalle 9:30 alle 18:00

e il venerdì dalle 9:00 alle 13:00.

Tale servizio mira a fornire un aiuto concreto non solo alla persona a rischio di dipendenza, ma anche ai suoi familiari che si trovano a vivere un problema difficile da gestire.


Burocrazia e Torah al Museo Ebraico

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Il Museo Ebraico di Roma e l’Assessorato alle Politiche Giovanili vi invitano a partecipare a “Burocrazia e Torah”. Dal romanzo di Alfonso Celotto “Il Dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale” una riflessione sul labirinto delle leggi e l’approccio dell’ebraismo. Martedì 28 ottobre 2014 ore 19.00. Cocktail con visita guidata al Museo. 


Una camminata silenziosa per il 16 ottobre

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Il 23 ottobre si terrà la “Camminata Silenziosa” in ricordo della retata del 16 ottobre 1943. Durante la cerimonia saranno nominati tutti i deportati romani di quel drammatico periodo. Partirà da Largo Stefano Gaj Taché per arrivare all’interno del Tempio Maggiore dove interverranno il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Elvira Di Cave e Marcello Pezzetti. Si terminerà con i canti del coro accompagnato dai ragazzi della Scuola Ebraica.


Parashà di Vezòt Haberakhà: “Il padre che non insegna Torà al figlio è come se lo seppellisse”

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La lettura annuale della Torà si conclude con la parashà che comprende le benedizioni che Moshè diede alle Tribù d’Israele. I primi cinque versetti sono l’introduzione alle benedizioni. Nel terzo versetto è scritto: “La Torà che ci ha dato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov” (Devarìm-Deuteronomio, 33:4). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive: “L’abbiamo presa e non la abbandoneremo”. Questo versetto viene citato nel trattato Sukkà (42a) del Talmud babilonese dove i Maestri insegnano: “Se un bambino [...] ha imparato a parlare, il padre gli insegna Torà e la lettura dello Shema’. Che cosa si intende per “Torà” [che il padre deve insegnare al bambino]? R. Himnuna disse: è il versetto «La Torà che ci ha insegnato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov». Riguardo alla lettura dello Shema’ si intende [che bisogna insegnare al bambino] il primo versetto [le cui parole sono: «Ascolta, Israele, l’Eterno nostro Dio, l’Eterno è unico»]”. Rav Ya’aqov Farbstein, figlio del Rosh Ha-Yeshivà della Yeshivat Hevron di Gerusalemme, nella sua opera Aholè Ya’aqov alla Torà, commentando questa parashà ha scritto un lungo saggio sulla mitzvà del padre di insegnare Torà ai figli, iniziando la trattazione proprio da questo versetto. Le citazioni che seguono prendono spunto da questo saggio. L’obbligo del padre di insegnare Torà al figlio è una delle mitzvòt della Torà, come è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (Devarìm-Deuteronomio, 11:19). Rashì nel suo commento a questo versetto scrive: “Quando il figlio è in grado di parlare insegnagli [il versetto] «La Torà che ci ha insegnato Moshè…», in modo che impari a parlare con queste parole. Da qui [i Maestri] hanno insegnato che quando un bambino è in grado di parlare il padre si esprime con lui nella lingua sacra [la lingua ebraica] e gli insegna Torà; se non lo fa è come se lo seppellisse”. R. Menachem Meiri (Francia, 1249-1315) scrive che l’obbligo d’insegnare al bambino quando ha imparato a parlare è di origine rabbinica e fa parte dell’obbligo generale di educare i figli e non rientra nella mitzvà di insegnare Torà ai figli. L’obbligo del padre di insegnare Torà ai figli inizia quando i figli raggiungono l’età di andare a scuola e sono in grado di capire quello che studiano. Nel trattato Bavà Batrà (21a) del Talmud babilonese viene insegnato che Yehoshua’ figlio di Gamla, che fu Cohen Gadol (sommo sacerdote) nel primo secolo E.V., istituì un sistema scolastico nazionale della Terra d’Israele. Questa istituzione avvenne in modo graduale. Infatti nel Talmud è scritto: “Sia ricordato per il bene Yehoshua’ figlio di Gamla perché se non fosse stato per lui la Torà sarebbe stata dimenticata da Israele. Originariamente chi aveva un padre imparava Torà da lui e chi non aveva padre non imparava la Torà. [...] Furono pertanto assunti insegnanti per i bambini a Gerusalemme, perché è scritto «Che la Torà uscirà da Zion e la parola dell’Eterno da Gerusalemme (Yeshaya’-Isaia, 2:3)». Chi aveva un padre veniva mandato da quest’ultimo [a Gerusalemme] e chi non aveva padre non vi andava. Pertanto furono assunti insegnanti per i bambini in ogni regione e li mandavano a studiare all’età di 16 o 17 anni. Tuttavia [essendo già adulti] se il maestro di adirava con loro, abbandonavano la scuola. Infine venne Yehoshua’ figlio di Gamla ed istituì che venissero assunti insegnanti per i bambini in ogni provincia e in ogni città dove mandavano i bambini a studiare all’età di sei o sette anni”. Anche R. Tzidqiyà Anav di Roma (XIII secolo E.V.), autore dell’opera Shibbolè Hallèqet (5:208), scrive che l’obbligo principale di insegnare Torà ai figli che si impara dal versetto “E le insegnerete ai vostri figli” inizia quando il bambino ha sei anni. Il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Talmud Torà, 1:1) scrive che il padre è obbligato a insegnare Torà al bambino e R. Meir Hacohen (Germania, 1230?-1298), autore del commento Hagahòt Maimoniòt al Mishnè Torà, aggiunge a nome del suo maestro R. Meir Rothenburg (Germania, 1220?-1293) che il padre può venire obbligato dalla comunità a insegnare Torà al figlio o ad assumere un insegnante. L’obbligo di insegnare Torà al figlio continua anche quando quest’ultimo raggiunge l’età di tredici anni ed è considerato adulto. Tuttavia da tredici anni in poi, se il padre non gli ha insegnato Torà, il figlio, in quanto adulto, ha l’obbligo di imparare da sé (Hilkhòt Talmud Torà, 1:3). R. Moshè Alshekh (1508-1593, Safed) nella sua opera Toràt Moshè alla Torà si sofferma sul fatto che il versetto “E metterete queste Mie parole sul vostro cuore e sulla vostra anima” (Devarìm-Deuteronomio, 11:18) precede immediatamente quello in cui è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (ibid., 11:19). R. Alshekh scrive che “è cosa risaputa [...] che ogni lezione o ammonizione fa impressione nei confronti di chi studia o di chi ascolta a seconda del livello di chi ammonisce. Se le parole di chi ammonisce vengono dal fondo del suo cuore e della sua anima penetreranno anche nel cuore di chi ascolta. Se invece quello che viene detto sono solo parole, rimarranno solo parole anche per chi ascolta e non penetreranno né nel cuore né nell’anima”. R. Alshekh conclude: “Questa introduzione servirà anche nell’educazione dei vostri figli, perché se insegnerete loro senza che queste parole siano nel vostro cuore e nella vostra anima il vostro insegnamento non avrà presa sui vostri figli. Se invece le vostre parole verranno dal profondo del vostro cuore, il vostro insegnamento entrerà così bene nel loro cuore e nella loro anima che loro stessi da soli inizieranno a parlare di esse anche senza che voi lo chiediate”.

Donato Grosser


Parashà di Bereshìt: qualche cenno sulla creazione del mondo

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“All’inizio Dio creò il cielo e la terra” (Bereshìt-Genesi, 1:1). Così inizia la Torà. R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) commenta che “All’inizio” significa l’inizio del tempo perché il tempo non esisteva prima di quel momento. R. Raphael Pelcovitz (1922-), che tradusse il commento di R. Sforno in inglese, nota che R. Sforno segue in questo il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) che nel Morè Nevuchìm (“Guida degli Smarriti”, II:30) afferma che il mondo non fu creato in un inizio temporale perché il tempo stesso è parte della creazione. Questa opinione è contraria a quella dei filosofi greci, tra i quali Aristotele, che ritenevano che il tempo esistesse prima della creazione del mondo. La dottrina dell’eternità del mondo è rifiutata dal Maimonide, il quale sostiene che nello stesso modo in cui l’Onnipotente creò il mondo dal nulla, così pure non esisteva il concetto di tempo prima della creazione. Per questo R. Sforno spiega che “Bereshìt” significa “All’inizio del tempo”, cioè nel primo istante e non in un punto del tempo distinto da quello che esisteva prima. Questa è l’idea alla quale si riferisce R. Sforno quando spiega la parola “barà” (“creò”) che significa creazione dal nulla. Il Maimonide aggiunge che il fondamento di tutta la Torà è che Dio ha creato l’universo dal nulla.

Il Maimonide elabora questo concetto in un altro capitolo del Morè Nevukhìm (II:13), dove scrive che riguardo all’argomento della creazione del mondo vi sono tre opinioni.

La prima è quella di coloro che sono fedeli agli insegnamenti di Moshè Rabbenu (il nostro maestro Moshè) che il mondo nel suo complesso, cioè ogni esistenza eccetto il Signore, è stato creato dal Signore dal nulla assoluto. Egli creò tutto dal nulla. Il tempo stesso fa parte di ciò che esiste, perché il tempo dipende dal movimento e il movimento è un effetto di qualcosa che si muove, ossia di qualcosa che è stato creato. E quando diciamo che Dio esisteva prima della creazione dell’universo, anche se la parola “esistere” apparentemente implica la nozione del tempo perché Egli esisteva in uno spazio infinito di tempo prima della creazione del mondo, non intendiamo usare la parola tempo nel suo vero significato.

La seconda opinione è quella dei filosofi, che sostengono l’impossibilità che il Creatore crei qualcosa dal nulla e che quindi esisteva una materia eterna come il Creatore.

La terza opinione è quella di Aristotele e dei suoi seguaci che un oggetto corporeo non può essere prodotto senza l’esistenza di una sostanza corporea. In questo concorda con la seconda opinione. Aristotele aggiunge che i cieli sono indistruttibili e che l’universo nella sua totalità non è mai stato differente né mai cambierà. Oltre a queste opinioni che accettano l’esistenza di Dio come Causa Prima dell’universo, vi sono anche le opinioni di coloro che non riconoscono l’esistenza di Dio ma credono che lo stato delle cose sia il risultato di combinazioni e separazioni accidentali degli elementi e che l’universo non abbia un “Dirigente”. Questa è la teoria di Epicuro e della sua scuola.

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nella derashà (sermone) Toràt Hashem Temimà (“La Torà dell’Eterno è perfetta”), dopo aver respinto le teorie dell’eternità del mondo adducendo varie prove, scrive che la Torà ci ha rivelato il mistero della creazione e che i filosofi non sanno della creazione quello che sa l’ultimo tra gli israeliti. Costui ne sa di più sulla creazione perché dalla Torà ha imparato cosa fu creato nel primo e nel secondo giorno. E se vorrà approfondire le sue conoscenze da un Maestro che conosce la tradizione, imparerà che ogni elemento della creazione è più effimero di quello che segue e che ne è un’emanazione. E che all’inizio Dio creò la materia (tohu in ebraico, hyle in greco) dal nulla assoluto, iniziando con la creazione di entità più piccole di un granello di senape, una costituente la materia prima dalla quale si sviluppò il cielo e un’altra dal quale si sviluppò la terra. Da quel momento non fu creato più nulla e il Creatore generò il resto da quello che era stato creato nel primo istante. Per questo la parola “barà” (“creò”) appare all’inizio e non è usata per il resto della creazione. È invece seguita dalle espressioni “Ci sia il firmamento”(Bereshìt, 1:6) , “Si raccolgano le acque” (ibid., 1:9), “Ci siano astri illuminanti” (ibid., 1:14). La forma delle cose create varia ma la materia è quella dell’inizio della creazione. L’uso della parola “barà” nel caso dell’uomo si riferisce alla creazione dell’anima che non appartiene né al cielo né  alla terra. E riguardo alla creazione dell’uomo è scritto che fu creato “a Nostra immagine e somiglianza” (ibid., 1:26), perché il corpo assomiglia alla terra in quanto è caduco e l’anima assomiglia al Supremo in quanto non è corporea e non è soggetta a disgregazione, come spiegò R. Yosef Qimchi (Spagna, 1105-1170, Provenza). Fin qui la spiegazione del Nachmanide.

Riguardo all’espressione “Ci sia luce”(ibid., 1:3), R. Sforno scrive che si tratta di quella luce (forse è sinonimo di “energia”) che operò nei sette giorni della creazione e che fu emanata allo scopo di generare la crescita senza il beneficio di semi. Questo fenomeno ricorrerà anche alla fine dei giorni con l’avvento del Mashìach quando, come insegnano i nostri Maestri (nel trattato Shabbàt, 30b e Kettubot, 111b del Talmud babilonese), questa luce verrà usata per far sì che “la terra produca torte e abiti di lana” senza usare sementi. A questo proposito R. Yehudà Loew detto il Maharal di Praga (Poznan, 1520-1609, Praga) scrisse che dal momento che gli esseri umani saranno tutti dei giusti, anche la Terrasanta darà i suoi frutti come all’inizio della creazione (Netzach Israel, cap. 50).

Donato Grosser


Museo della Shoah, Pacifici ritira le dimissioni dagli organi della Fondazione

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“Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma esprime apprezzamento per la proposta operativa del sindaco di Roma Capitale Ignazio Marino per la realizzazione del Museo della Shoah e gratitudine per la disponibilità della Casina dei Vallati quale sede della Fondazione. Ribadisce la necessità che Roma si doti in tempi rapidi di un Museo della Shoah il cui valore universale è indiscutibile per l’intero Paese. Invita il presidente della Cer a ritirare le dimissioni dagli organi della Fondazione. Esorta i componenti del collegio dei Soci Fondatori e del Cda ad operare affinché il museo veda la luce nelle modalità e nei tempi previsti”.

A conclusione della riunione di Consiglio il Presidente della Comunità Ebriaca di Roma, Riccardo Pacifici, preso atto della delibera votata a maggioranza dal Consiglio Cer accoglie per senso di responsabilità la richiesta di ritirare le dimissioni impegnandosi a farsi portavoce dentro il Collegio dei Fondatori della Fondazione Museo della Shoah delle indicazioni scaturite dal dibattito costruttivo tra le parti.

Lo comunica in una nota il Portavoce della Cer 


Una camminata silenziosa per il 16 ottobre

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Il 23 ottobre si terrà la “Camminata Silenziosa” in ricordo della retata del 16 ottobre 1943. Durante la cerimonia saranno nominati tutti i deportati romani di quel drammatico periodo. Partirà da Largo Stefano Gaj Taché per arrivare all’interno del Tempio Maggiore dove interverranno il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Elvira Di Cave e Marcello Pezzetti. Si terminerà con  i canti del coro accompagnato dai ragazzi della Scuola Ebraica.


In ricordo di Stefano Gaj Tachè

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Si è svolta al liceo Renzo Levi per il terzo anno di seguito e per espressa volontà della famiglia Tachè la commemorazione del piccolo Stefano, ucciso nell’attentato del 9 ottobre ‘82 davanti al Tempio Maggiore. Il preside Rav Carucci Viterbi ha evidenziato le analogie tra questo periodo, dopo l’operazione Margine Protettivo della scorsa estate, e l’atmosfera dell’82 che ha portato all’assalto alla Sinagoga. In quel periodo, infatti, la stampa, i commentatori (ad eccezione di alcuni, tra cui Battista del Corriere) e la società civile, con le enormi responsabilità dei politici e quella della Cgil in particolare, contribuirono a creare un clima di tensione e di odio nei confronti del popolo ebraico, confuso, per ignoranza o per comodo, con gli israeliani. Le azioni dello Stato di Israele in Libano e l’episodio di Chabra e Chatila, ricaddero così sulle comunità ebraiche con l’epilogo tragico della morte di Stefano Gaj Tachè. Il presidente della Comunità Riccardo Pacifici ha condiviso questa preoccupazione ma ha anche riscontrato come ora la stampa sia meno sfavorevole agli ebrei e agli israeliani, mentre l’allarme vero e proprio proviene dai social network e dai blog (a partire – ha detto Pacifici- da quello di Gad Lerner che ospita commenti molto gravi e parallelismi indecenti tra israeliani e nazisti). “E’ molto importante – ha detto – che il ricordo di Stefano si svolga qui a scuola tra i ragazzi perché è con voi giovani, attraverso la vostra abilità su internet, che possiamo combattere gli stereotipi, i pregiudizi e le accuse a noi ebrei. Avete questa grande responsabilità e il vostro ruolo è prioritario per cui vi chiedo impegno in questa partita che si gioca anche sui network”.
Gli studenti di terzo e quarto hanno presentato il loro progetto in memoria del piccolo Stefano, un progetto fatto di diapositive, di immagini, di sonori su quanto accadde quel giorno perché, come ha chiesto Gady Tachè, il fratello maggiore, il miglior modo per ricordare Stefano è capire cosa sia accaduto e come sia potuto accadere. E, in pieno accordo con Pacifici, ha evidenziato anche lui il clima non positivo che si respira anche a causa della crisi economica che, come da copione, spinge a ricercare un capro espiatorio. 
“Non vorremmo essere noi ebrei il capro espiatorio per cui chiedo a voi ragazzi di tenere alta la guardia sui social network, di rispondere alle offese e cercare di spiegare che siamo parte integrante della società a chi non sa neppure cosa voglia dire essere ebreo”.  L’assessore alla scuola Ruth Dureghello ha chiuso la commemorazione osservando come il desiderio dalla famiglia di Stefano sia stato esaudito: “C’è stato un lavoro dei ragazzi sul giorno dell’attentato – ha detto – si sono confrontati ed ora devono continuare a farlo sul come agire contro il pregiudizio e il razzismo. Non si risolvono le cose scontrandosi fisicamente con chi insulta, ma tramite il confronto, il dialogo e la presenza puntuale sui vari facebook e twitter per rispondere alle falsità che ancora purtroppo si leggono su noi ebrei”. “Fermo restando – ha sottolineato l’assessore – che ora sentiamo le Istituzioni molto più vicine rispetto al 1982”.