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Burocrazia e Torah al Museo Ebraico

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Il Museo Ebraico di Roma e l’Assessorato alle Politiche Giovanili vi invitano a partecipare a “Burocrazia e Torah”. Dal romanzo di Alfonso Celotto “Il Dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale” una riflessione sul labirinto delle leggi e l’approccio dell’ebraismo. Martedì 28 ottobre 2014 ore 19.00. Cocktail con visita guidata al Museo. 


Una camminata silenziosa per il 16 ottobre

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Il 23 ottobre si terrà la “Camminata Silenziosa” in ricordo della retata del 16 ottobre 1943. Durante la cerimonia saranno nominati tutti i deportati romani di quel drammatico periodo. Partirà da Largo Stefano Gaj Taché per arrivare all’interno del Tempio Maggiore dove interverranno il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Elvira Di Cave e Marcello Pezzetti. Si terminerà con i canti del coro accompagnato dai ragazzi della Scuola Ebraica.


Parashà di Vezòt Haberakhà: “Il padre che non insegna Torà al figlio è come se lo seppellisse”

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La lettura annuale della Torà si conclude con la parashà che comprende le benedizioni che Moshè diede alle Tribù d’Israele. I primi cinque versetti sono l’introduzione alle benedizioni. Nel terzo versetto è scritto: “La Torà che ci ha dato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov” (Devarìm-Deuteronomio, 33:4). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive: “L’abbiamo presa e non la abbandoneremo”. Questo versetto viene citato nel trattato Sukkà (42a) del Talmud babilonese dove i Maestri insegnano: “Se un bambino [...] ha imparato a parlare, il padre gli insegna Torà e la lettura dello Shema’. Che cosa si intende per “Torà” [che il padre deve insegnare al bambino]? R. Himnuna disse: è il versetto «La Torà che ci ha insegnato Moshè è un’eredità per la comunità di Ya’aqov». Riguardo alla lettura dello Shema’ si intende [che bisogna insegnare al bambino] il primo versetto [le cui parole sono: «Ascolta, Israele, l’Eterno nostro Dio, l’Eterno è unico»]”. Rav Ya’aqov Farbstein, figlio del Rosh Ha-Yeshivà della Yeshivat Hevron di Gerusalemme, nella sua opera Aholè Ya’aqov alla Torà, commentando questa parashà ha scritto un lungo saggio sulla mitzvà del padre di insegnare Torà ai figli, iniziando la trattazione proprio da questo versetto. Le citazioni che seguono prendono spunto da questo saggio. L’obbligo del padre di insegnare Torà al figlio è una delle mitzvòt della Torà, come è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (Devarìm-Deuteronomio, 11:19). Rashì nel suo commento a questo versetto scrive: “Quando il figlio è in grado di parlare insegnagli [il versetto] «La Torà che ci ha insegnato Moshè…», in modo che impari a parlare con queste parole. Da qui [i Maestri] hanno insegnato che quando un bambino è in grado di parlare il padre si esprime con lui nella lingua sacra [la lingua ebraica] e gli insegna Torà; se non lo fa è come se lo seppellisse”. R. Menachem Meiri (Francia, 1249-1315) scrive che l’obbligo d’insegnare al bambino quando ha imparato a parlare è di origine rabbinica e fa parte dell’obbligo generale di educare i figli e non rientra nella mitzvà di insegnare Torà ai figli. L’obbligo del padre di insegnare Torà ai figli inizia quando i figli raggiungono l’età di andare a scuola e sono in grado di capire quello che studiano. Nel trattato Bavà Batrà (21a) del Talmud babilonese viene insegnato che Yehoshua’ figlio di Gamla, che fu Cohen Gadol (sommo sacerdote) nel primo secolo E.V., istituì un sistema scolastico nazionale della Terra d’Israele. Questa istituzione avvenne in modo graduale. Infatti nel Talmud è scritto: “Sia ricordato per il bene Yehoshua’ figlio di Gamla perché se non fosse stato per lui la Torà sarebbe stata dimenticata da Israele. Originariamente chi aveva un padre imparava Torà da lui e chi non aveva padre non imparava la Torà. [...] Furono pertanto assunti insegnanti per i bambini a Gerusalemme, perché è scritto «Che la Torà uscirà da Zion e la parola dell’Eterno da Gerusalemme (Yeshaya’-Isaia, 2:3)». Chi aveva un padre veniva mandato da quest’ultimo [a Gerusalemme] e chi non aveva padre non vi andava. Pertanto furono assunti insegnanti per i bambini in ogni regione e li mandavano a studiare all’età di 16 o 17 anni. Tuttavia [essendo già adulti] se il maestro di adirava con loro, abbandonavano la scuola. Infine venne Yehoshua’ figlio di Gamla ed istituì che venissero assunti insegnanti per i bambini in ogni provincia e in ogni città dove mandavano i bambini a studiare all’età di sei o sette anni”. Anche R. Tzidqiyà Anav di Roma (XIII secolo E.V.), autore dell’opera Shibbolè Hallèqet (5:208), scrive che l’obbligo principale di insegnare Torà ai figli che si impara dal versetto “E le insegnerete ai vostri figli” inizia quando il bambino ha sei anni. Il Maimonide nel Mishnè Torà (Hilkhòt Talmud Torà, 1:1) scrive che il padre è obbligato a insegnare Torà al bambino e R. Meir Hacohen (Germania, 1230?-1298), autore del commento Hagahòt Maimoniòt al Mishnè Torà, aggiunge a nome del suo maestro R. Meir Rothenburg (Germania, 1220?-1293) che il padre può venire obbligato dalla comunità a insegnare Torà al figlio o ad assumere un insegnante. L’obbligo di insegnare Torà al figlio continua anche quando quest’ultimo raggiunge l’età di tredici anni ed è considerato adulto. Tuttavia da tredici anni in poi, se il padre non gli ha insegnato Torà, il figlio, in quanto adulto, ha l’obbligo di imparare da sé (Hilkhòt Talmud Torà, 1:3). R. Moshè Alshekh (1508-1593, Safed) nella sua opera Toràt Moshè alla Torà si sofferma sul fatto che il versetto “E metterete queste Mie parole sul vostro cuore e sulla vostra anima” (Devarìm-Deuteronomio, 11:18) precede immediatamente quello in cui è scritto “E le insegnerete ai vostri figli per parlare di esse” (ibid., 11:19). R. Alshekh scrive che “è cosa risaputa [...] che ogni lezione o ammonizione fa impressione nei confronti di chi studia o di chi ascolta a seconda del livello di chi ammonisce. Se le parole di chi ammonisce vengono dal fondo del suo cuore e della sua anima penetreranno anche nel cuore di chi ascolta. Se invece quello che viene detto sono solo parole, rimarranno solo parole anche per chi ascolta e non penetreranno né nel cuore né nell’anima”. R. Alshekh conclude: “Questa introduzione servirà anche nell’educazione dei vostri figli, perché se insegnerete loro senza che queste parole siano nel vostro cuore e nella vostra anima il vostro insegnamento non avrà presa sui vostri figli. Se invece le vostre parole verranno dal profondo del vostro cuore, il vostro insegnamento entrerà così bene nel loro cuore e nella loro anima che loro stessi da soli inizieranno a parlare di esse anche senza che voi lo chiediate”.

Donato Grosser


Parashà di Bereshìt: qualche cenno sulla creazione del mondo

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“All’inizio Dio creò il cielo e la terra” (Bereshìt-Genesi, 1:1). Così inizia la Torà. R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1475-1550) commenta che “All’inizio” significa l’inizio del tempo perché il tempo non esisteva prima di quel momento. R. Raphael Pelcovitz (1922-), che tradusse il commento di R. Sforno in inglese, nota che R. Sforno segue in questo il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) che nel Morè Nevuchìm (“Guida degli Smarriti”, II:30) afferma che il mondo non fu creato in un inizio temporale perché il tempo stesso è parte della creazione. Questa opinione è contraria a quella dei filosofi greci, tra i quali Aristotele, che ritenevano che il tempo esistesse prima della creazione del mondo. La dottrina dell’eternità del mondo è rifiutata dal Maimonide, il quale sostiene che nello stesso modo in cui l’Onnipotente creò il mondo dal nulla, così pure non esisteva il concetto di tempo prima della creazione. Per questo R. Sforno spiega che “Bereshìt” significa “All’inizio del tempo”, cioè nel primo istante e non in un punto del tempo distinto da quello che esisteva prima. Questa è l’idea alla quale si riferisce R. Sforno quando spiega la parola “barà” (“creò”) che significa creazione dal nulla. Il Maimonide aggiunge che il fondamento di tutta la Torà è che Dio ha creato l’universo dal nulla.

Il Maimonide elabora questo concetto in un altro capitolo del Morè Nevukhìm (II:13), dove scrive che riguardo all’argomento della creazione del mondo vi sono tre opinioni.

La prima è quella di coloro che sono fedeli agli insegnamenti di Moshè Rabbenu (il nostro maestro Moshè) che il mondo nel suo complesso, cioè ogni esistenza eccetto il Signore, è stato creato dal Signore dal nulla assoluto. Egli creò tutto dal nulla. Il tempo stesso fa parte di ciò che esiste, perché il tempo dipende dal movimento e il movimento è un effetto di qualcosa che si muove, ossia di qualcosa che è stato creato. E quando diciamo che Dio esisteva prima della creazione dell’universo, anche se la parola “esistere” apparentemente implica la nozione del tempo perché Egli esisteva in uno spazio infinito di tempo prima della creazione del mondo, non intendiamo usare la parola tempo nel suo vero significato.

La seconda opinione è quella dei filosofi, che sostengono l’impossibilità che il Creatore crei qualcosa dal nulla e che quindi esisteva una materia eterna come il Creatore.

La terza opinione è quella di Aristotele e dei suoi seguaci che un oggetto corporeo non può essere prodotto senza l’esistenza di una sostanza corporea. In questo concorda con la seconda opinione. Aristotele aggiunge che i cieli sono indistruttibili e che l’universo nella sua totalità non è mai stato differente né mai cambierà. Oltre a queste opinioni che accettano l’esistenza di Dio come Causa Prima dell’universo, vi sono anche le opinioni di coloro che non riconoscono l’esistenza di Dio ma credono che lo stato delle cose sia il risultato di combinazioni e separazioni accidentali degli elementi e che l’universo non abbia un “Dirigente”. Questa è la teoria di Epicuro e della sua scuola.

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nella derashà (sermone) Toràt Hashem Temimà (“La Torà dell’Eterno è perfetta”), dopo aver respinto le teorie dell’eternità del mondo adducendo varie prove, scrive che la Torà ci ha rivelato il mistero della creazione e che i filosofi non sanno della creazione quello che sa l’ultimo tra gli israeliti. Costui ne sa di più sulla creazione perché dalla Torà ha imparato cosa fu creato nel primo e nel secondo giorno. E se vorrà approfondire le sue conoscenze da un Maestro che conosce la tradizione, imparerà che ogni elemento della creazione è più effimero di quello che segue e che ne è un’emanazione. E che all’inizio Dio creò la materia (tohu in ebraico, hyle in greco) dal nulla assoluto, iniziando con la creazione di entità più piccole di un granello di senape, una costituente la materia prima dalla quale si sviluppò il cielo e un’altra dal quale si sviluppò la terra. Da quel momento non fu creato più nulla e il Creatore generò il resto da quello che era stato creato nel primo istante. Per questo la parola “barà” (“creò”) appare all’inizio e non è usata per il resto della creazione. È invece seguita dalle espressioni “Ci sia il firmamento”(Bereshìt, 1:6) , “Si raccolgano le acque” (ibid., 1:9), “Ci siano astri illuminanti” (ibid., 1:14). La forma delle cose create varia ma la materia è quella dell’inizio della creazione. L’uso della parola “barà” nel caso dell’uomo si riferisce alla creazione dell’anima che non appartiene né al cielo né  alla terra. E riguardo alla creazione dell’uomo è scritto che fu creato “a Nostra immagine e somiglianza” (ibid., 1:26), perché il corpo assomiglia alla terra in quanto è caduco e l’anima assomiglia al Supremo in quanto non è corporea e non è soggetta a disgregazione, come spiegò R. Yosef Qimchi (Spagna, 1105-1170, Provenza). Fin qui la spiegazione del Nachmanide.

Riguardo all’espressione “Ci sia luce”(ibid., 1:3), R. Sforno scrive che si tratta di quella luce (forse è sinonimo di “energia”) che operò nei sette giorni della creazione e che fu emanata allo scopo di generare la crescita senza il beneficio di semi. Questo fenomeno ricorrerà anche alla fine dei giorni con l’avvento del Mashìach quando, come insegnano i nostri Maestri (nel trattato Shabbàt, 30b e Kettubot, 111b del Talmud babilonese), questa luce verrà usata per far sì che “la terra produca torte e abiti di lana” senza usare sementi. A questo proposito R. Yehudà Loew detto il Maharal di Praga (Poznan, 1520-1609, Praga) scrisse che dal momento che gli esseri umani saranno tutti dei giusti, anche la Terrasanta darà i suoi frutti come all’inizio della creazione (Netzach Israel, cap. 50).

Donato Grosser


Museo della Shoah, Pacifici ritira le dimissioni dagli organi della Fondazione

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“Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma esprime apprezzamento per la proposta operativa del sindaco di Roma Capitale Ignazio Marino per la realizzazione del Museo della Shoah e gratitudine per la disponibilità della Casina dei Vallati quale sede della Fondazione. Ribadisce la necessità che Roma si doti in tempi rapidi di un Museo della Shoah il cui valore universale è indiscutibile per l’intero Paese. Invita il presidente della Cer a ritirare le dimissioni dagli organi della Fondazione. Esorta i componenti del collegio dei Soci Fondatori e del Cda ad operare affinché il museo veda la luce nelle modalità e nei tempi previsti”.

A conclusione della riunione di Consiglio il Presidente della Comunità Ebriaca di Roma, Riccardo Pacifici, preso atto della delibera votata a maggioranza dal Consiglio Cer accoglie per senso di responsabilità la richiesta di ritirare le dimissioni impegnandosi a farsi portavoce dentro il Collegio dei Fondatori della Fondazione Museo della Shoah delle indicazioni scaturite dal dibattito costruttivo tra le parti.

Lo comunica in una nota il Portavoce della Cer 


Una camminata silenziosa per il 16 ottobre

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Il 23 ottobre si terrà la “Camminata Silenziosa” in ricordo della retata del 16 ottobre 1943. Durante la cerimonia saranno nominati tutti i deportati romani di quel drammatico periodo. Partirà da Largo Stefano Gaj Taché per arrivare all’interno del Tempio Maggiore dove interverranno il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Elvira Di Cave e Marcello Pezzetti. Si terminerà con  i canti del coro accompagnato dai ragazzi della Scuola Ebraica.


In ricordo di Stefano Gaj Tachè

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Si è svolta al liceo Renzo Levi per il terzo anno di seguito e per espressa volontà della famiglia Tachè la commemorazione del piccolo Stefano, ucciso nell’attentato del 9 ottobre ‘82 davanti al Tempio Maggiore. Il preside Rav Carucci Viterbi ha evidenziato le analogie tra questo periodo, dopo l’operazione Margine Protettivo della scorsa estate, e l’atmosfera dell’82 che ha portato all’assalto alla Sinagoga. In quel periodo, infatti, la stampa, i commentatori (ad eccezione di alcuni, tra cui Battista del Corriere) e la società civile, con le enormi responsabilità dei politici e quella della Cgil in particolare, contribuirono a creare un clima di tensione e di odio nei confronti del popolo ebraico, confuso, per ignoranza o per comodo, con gli israeliani. Le azioni dello Stato di Israele in Libano e l’episodio di Chabra e Chatila, ricaddero così sulle comunità ebraiche con l’epilogo tragico della morte di Stefano Gaj Tachè. Il presidente della Comunità Riccardo Pacifici ha condiviso questa preoccupazione ma ha anche riscontrato come ora la stampa sia meno sfavorevole agli ebrei e agli israeliani, mentre l’allarme vero e proprio proviene dai social network e dai blog (a partire – ha detto Pacifici- da quello di Gad Lerner che ospita commenti molto gravi e parallelismi indecenti tra israeliani e nazisti). “E’ molto importante – ha detto – che il ricordo di Stefano si svolga qui a scuola tra i ragazzi perché è con voi giovani, attraverso la vostra abilità su internet, che possiamo combattere gli stereotipi, i pregiudizi e le accuse a noi ebrei. Avete questa grande responsabilità e il vostro ruolo è prioritario per cui vi chiedo impegno in questa partita che si gioca anche sui network”.
Gli studenti di terzo e quarto hanno presentato il loro progetto in memoria del piccolo Stefano, un progetto fatto di diapositive, di immagini, di sonori su quanto accadde quel giorno perché, come ha chiesto Gady Tachè, il fratello maggiore, il miglior modo per ricordare Stefano è capire cosa sia accaduto e come sia potuto accadere. E, in pieno accordo con Pacifici, ha evidenziato anche lui il clima non positivo che si respira anche a causa della crisi economica che, come da copione, spinge a ricercare un capro espiatorio. 
“Non vorremmo essere noi ebrei il capro espiatorio per cui chiedo a voi ragazzi di tenere alta la guardia sui social network, di rispondere alle offese e cercare di spiegare che siamo parte integrante della società a chi non sa neppure cosa voglia dire essere ebreo”.  L’assessore alla scuola Ruth Dureghello ha chiuso la commemorazione osservando come il desiderio dalla famiglia di Stefano sia stato esaudito: “C’è stato un lavoro dei ragazzi sul giorno dell’attentato – ha detto – si sono confrontati ed ora devono continuare a farlo sul come agire contro il pregiudizio e il razzismo. Non si risolvono le cose scontrandosi fisicamente con chi insulta, ma tramite il confronto, il dialogo e la presenza puntuale sui vari facebook e twitter per rispondere alle falsità che ancora purtroppo si leggono su noi ebrei”. “Fermo restando – ha sottolineato l’assessore – che ora sentiamo le Istituzioni molto più vicine rispetto al 1982”.

L’ultimo eroe del Ghetto di Varsavia incontra gli studenti romani nel Tempio Maggiore

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Simha Rotem

Questa mattina il Tempio Maggiore di Roma ha accolto a braccia aperte uno degli ultimi eroi del Novecento. Simha Rotem è l’unico ebreo ancora invita che può raccontare la rivolta del Ghetto di Varsavia. Una testimonianza straordinaria, tenuta davanti ai ragazzi delle scuole di Roma Capitale che tra pochi giorni partiranno per il Viaggio della Memoria ad Auschwitz organizzato dal Comune. Proprio per questo, per prepararli a un’esperienza che segnerà per sempre le loro vite, nel Tempio erano presenti anche i sopravvissuti alla Shoah Piero Terracina, Alberto Mieli, Sami Modiano ed Enzo Camerini arrivato in Italia dal Canada, dove vive da anni. Ad accompagnare i ragazzi l’Assessore alla Scuola di Roma Capitale, Alessandra Cattoi. La Comunità Ebraica di Roma con il Presidente Riccardo Pacifici ha spiegato agli studenti quale importante compito avranno per i prossimi: a loro vengono consegnate le chiavi della Memoria. Presenti anche il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, il Presidente della Fondazione Museo della Shoah, Leone Paserman, e il Direttore scientifico della Fondazione, Marcello Pezzetti. Ad organizzare l’incontro la delegate del Sindaco per la politiche della Memoria, Carla Di Veroli, che ha lavorato duramente a questo incontro vedendolo realizzato con soddisfazione.


Kippur 5775, il discorso del Rabbino Capo

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Gli avvenimenti di guerra che ci hanno tenuto con il fiato sospeso durante questa estate sembrano ormai lontani, anche se in realtà è passato solo poco più di un mese dal 26 agosto, il giorno in cui è stata annunciata la tregua tra Israele e Gaza. Durante la guerra migliaia di razzi sono stati lanciati verso Israele. Il sistema di scudo difensivo è riuscito a intercettare praticamente tutti i razzi che minacciavano i centri abitati. Possiamo immaginare cosa sarebbe potuto succedere se il sistema non avesse funzionato. Rimaniamo ammirati dalla tecnologia e dall’organizzazione. Di solito i sistemi quanto più sono complessi, tanto più rischiano di collassare. Nel nostro caso hanno funzionato quasi perfettamente. E’ stata un’eccezionale prova di successo tecnologico mirato alla salvezza di vite umane. Sembra un’enorme dimostrazione di forza. Ma se la consideriamo da un’altra prospettiva è stata anche un’enorme dimostrazione di precarietà. La dimostrazione di come la vita del popolo ebraico e degli ebrei, da una parte all’altra del mondo, ancora ai nostri giorni, sia sospesa perennemente a un filo. Questa volta piangiamo le giovani vittime cadute sul campo di battaglia, e sgomenti per le vittime dell’altra parte. Ma poteva andare molto peggio. Come molto peggio è andata nei decenni e nei secoli scorsi. E quella che si è raggiunta è solo una tregua, una sospensione temporanea. Il rischio militare su quel fronte e altri vicini non è certo finito, mentre l’ostilità essenziale e radicale verso gli ebrei, e non solo i sionisti, l’abbiamo vista ricomparire in tutti i modi. Perché queste osservazioni risultino pertinenti proprio qui e ora, in uno dei momenti più sacri e partecipati dell’anno, lo vedremo subito.

A bbiamo cominciato il ciclo a Rosh haShanà a ricordare che tutta l’umanità in quel giorno passa davanti a Lui כבני מרון kivnè meron; come le pecore di un gregge contate dal pastore, spiegava un Maestro, mentre un altro diceva che è come il sentiero che sale a Meron, un sentiero stretto, in cima a un colle, tra due precipizi, che lascia passare una persona alla volta, oppure, diceva un terzo Maestro, come i soldati del re David che venivano censiti uno a uno. Come per dire che siamo ora delle pecore, ora dei soldati, e che la nostra strada è molto stretta con pericoli da una parte e dall’altra. Questa sera chiudiamo il ciclo con le parole della tefillà (a pag. 572 del nuovo siddur italiano)

?מה אנו, מה חיינו, מה חסדנו, מה כחנו, מה גבורתנו לפניך

“cosa siamo noi, cosa è la nostra vita, cosa è la nostra bontà, cosa è la nostra giustizia, cosa è la nostra forza, cosa è la nostra potenza davanti a Te?”

Questo è il momento in cui ci si ritrova insieme a riflettere sul paradosso della nostra grandezza e limitatezza, come singoli e come popolo. Il momento in cui dobbiamo prendere atto del miracolo della nostra esistenza, che si rinnova con continua e prodigiosa vitalità malgrado le debolezze umane, esprimere gratitudine per questo e cercare di meritare con il nostro comportamento חן וחסד ורחמים “grazia, amore e misericordia” dall’Alto e dalle persone.

Il ritorno, la teshuvà, è il tema centrale di questi giorni e raggiunge il culmine in queste ore; è un invito a mettere in discussione tutto quello che facciamo, come singoli e come istituzioni. Facciamo qualche esempio. Ci lamentiamo in continuazione e ci indigniamo, giustamente, per l’antisemitismo. Ma cerchiamo di capire perché ci lamentiamo: perché non ci consentono di essere ebrei o perché non ci consentono di confonderci e sparire in mezzo agli altri? E ancora: Ricordiamo con angoscia le persecuzioni del passato. La memoria del passato è doverosa ed essenziale, ma non sufficiente; l’attenzione al futuro non è meno importante; cosa facciamo per il nostro futuro ebraico? La ricetta è tanto semplice quanto trascurata: studiare, educare, mantenere le tradizioni e trasmetterle, costruire nuove famiglie. E ancora: Siamo capaci di attirare dall’esterno con le nostre iniziative migliaia di persone curiose e assetate di ebraismo, ci fa giustamente piacere e ci investiamo risorse; ma quanto tempo, risorse e interesse dedichiamo noi alla conoscenza del nostro patrimonio? Se si mettono 10 euro su un museo o su un festival bisogna metterne 100 su una scuola. Senza questo investimento, che immagine costruiamo e diamo di noi stessi che non sia di pura apparenza e di folklore? E come ci garantiamo il futuro? Tra qualche giorno, sabato 25 ottobre, aderiremo ad un’iniziativa internazionale che coinvolge tutto il mondo ebraico per celebrare e festeggiare insieme il sabato e riscoprirne il significato. Lo shabat non è certo una cosa da ricordare in una giornata internazionale, va celebrato ogni settimana. Ma purtroppo c’è bisogno di una giornata speciale ogni tanto per rimettere al centro dell’attenzione un pilastro fondamentale della nostra esistenza, la nostra prima testimonianza al mondo, che invece consideriamo come cosa secondaria, accessoria, opzionale. Liberandoci da cose che consideriamo strane, antiquate e inadeguate ai tempi pensiamo di esprimere la nostra libertà, genialità e modernità. Stiamo solo gettando via, sotto influssi esterni, la nostra ricchezza, la nostra vera libertà e la nostra dignità. Questo è il momento giusto per ripensare al costo di queste scelte e ai danni che ci procurano. Possiamo trasformare un’identità passiva di angoscia e di facciata in un’identità di gioia e di valori positivi.

In questo momento con le Sinagoghe gremite, abbiamo a disposizione alcuni strumenti formidabili: la forza della preghiera, la forza del pubblico riunito e spiritualmente unito, la forza del giorno di Kippur. Se ci aggiungiamo la forza della teshuvà, che ciascuno di noi può mettere in movimento con qualche domanda dentro di sé, la combinazione diventa irresistibile. Che sia questo il momento in cui tutte le nostre buone richieste siano esaudite e si venga definitivamente iscritti nel libro della vita, dei meriti, delle salvezze e delle consolazioni, del sostentamento dignitoso e del perdono.

חתימה טובה, תזכו לשנים רבות

Riccardo Shemuel Di Segni


Kippur: giorno di purificazione dai peccati

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Nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, 2:7) il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) scrive: “Il giorno di Kippur è il tempo della Teshuvà per tutti, sia per gli individui che per la collettività. Pertanto tutti sono obbligati a fare Teshuvà e a confessare [i propri peccati all’Eterno] nel giorno di Kippur. In cosa consiste la Teshuvà? “Il peccatore deve abbandonare il suo peccato e rimuoverlo dalla sua mente; deve ripromettersi di non commetterlo più [...] e deve confessare ed esprimere con le sua labbra quello che si è ripromesso” (ibid., 2:2).

Rav Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Daròsh Daràsh Yosef (p. 258) afferma che le feste ebraiche non vengono definite dalle date nelle quali esse cadono ma dalle mitzvòt (precetti) specifiche che le caratterizzano. Di Kippur la mitzvà del giorno è la Teshuvà, che letteralmente significa “ritorno” sulla retta strada. Nella Torà il giorno di Kippur è espresso nella forma plurale: Yom Ha-Kippurìm, il giorno delle espiazioni, perché ci sono modi diversi nei quali possiamo fare Teshuvà. La Teshuvà può essere motivata sia dall’amore sia dal timore nei confronti dell’Eterno.

R.  Yehuda Moscato (Osimo, 1530?-1590, Mantova) nella sua opera omiletica Nefutzòt Yehudà (Derùsh 38) cita il trattato talmudico Yomà (86b) dove è scritto: “R. Shim’òn figlio di Laqìsh disse: la Teshuvà è grande perché con essa i peccati volontari vengono trasformati in peccati involontari [...]. Il Talmud obietta che lo stesso R. Shim’òn figlio di Laqìsh disse: “Grande è la Teshuvà perché con essa i peccati volontari vengono trasformati in meriti”. I Maestri spiegano che se la Teshuvà è motivata dal timore nei confronti dell’Eterno i peccati volontari vengono trasformati in peccati involontari; se invece la Teshuvà è motivata dall’amore nei confronti dell’Eterno i peccati volontari vengono trasformati addirittura in meriti.

R.  Moscato cita il trattato talmudico di Berakhòt (34b) dove viene posta la domanda se sia preferibile un Ba’al Teshuvà (penitente) oppure una persona che non ha mai peccato. R. Chiyà affermava: “Tutti i neviìm (profeti) hanno profetizzato riguardo ai Ba’alè Teshuvà (penitenti), ma riguardo ai giusti «nessun occhio ha visto al di fuori di Dio» (Yeshayà’- Isaia, 64:3). R. Abbahu dissentiva affermando che “nel luogo in cui stanno i Ba’alè Teshuvà (penitenti) perfino coloro che sono totalmente giusti non vi possono stare”. R. Moscato spiega che il dissenso tra i due Maestri riguarda solo i Ba’alè Teshuvà (penitenti) che tornano sulla retta strada per timore dell’Eterno. In questo caso colui che non mai commesso peccati è certamente superiore a chi ha peccato ed ha fatto Teshuvà. Tuttavia chi fa una Teshuvà motivata dall’amore nei confronti dell’Eterno è senza dubbio secondo tutte le opinioni a un livello superiore a quello del giusto che non ha peccato.

Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p.446) afferma che gli israeliti dovevano andare tre volte all’anno a Gerusalemme, nel luogo più qadòsh (sacro) della nazione, per le feste di Pèsach, di Shavu’òt e di Sukkòt (delle capanne). Proprio nel giorno più qadòsh (sacro) dell’anno, il giorno di Kippur, potevano restare a pregare nelle proprie città. Rav Elyashiv spiega che vi sono ricorrenze nelle quali il luogo deve avere un effetto ed altre nel quale l’effetto, l’assorbimento della qedushà, viene generato dal tempo. I Maestri insegnarono nel trattato talmudico di Ta’anìt (30b) che “Non vi erano giorni festivi in Israele come Yom Ha-Kippurìm” perché in questo giorno vengono perdonati i peccati. Allora la felicità insita nel giorno di Kippur era palpabile. Ci si rendeva conto che il peccato separa l’uomo dal Creatore come un cortina di ferro. Se non fosse possibile purificarsi dal peccato, un peccato ne porterebbe un altro fino a quando gli uomini affonderebbero in un mare d’impurità. Quando l’ebreo usciva dal Bet Ha-Kenèsset (sinagoga) alla fine del giorno di Kippur si sentiva puro e pulito. La mitzvà di essere specialmente felici durante la festa successiva di Sukkòt ha le sue basi nel giorno di Kippur. Infatti i Maestri insegnano che di Sukkòt durante le celebrazioni festive nel Bet Ha-Miqdash (il Santuario di Gerusalemme) i chassidìm (le persone pie) e anshè ma’asè (gli uomini d’azione, le persone caritatevoli) ballavano dicendo: “Felice la nostra giovinezza che non ci ha imbarazzato nella nostra vecchiaia”. I Ba’alè Teshuvà (i penitenti che erano tornati sulla retta via) ballavano dicendo: “Felice la nostra vecchiaia che ha espiato la nostra giovinezza”. Entrambi i gruppi dicevano: “Felici coloro che non hanno peccato”.

Rav Beniamino Artom (Asti, 1835-1879, Londra) che fu rabbino della comunità sefardita di Londra concluse una sua derashà (sermone) di Kippur con queste parole (tradotte dall’inglese): “[...] Qui termina la nostra confessione. E quali sentimenti possiamo avere ora se non quelli di vergogna? Se nessuno di noi può essere cosi malvagio dall’aver commesso tutti questi peccati, pur tuttavia ognuno di noi ha fatto la sua parte [...] Sopportare dure privazioni fisiche per venticinque ore, dedicare tutta la giornata in preghiera e meditazioni religiose [...] è certamente obbedienza alla legge. Ma se tutte queste cerimonie e tutta questa religiosità non sono seguite da penitenza e riparazione, esse sono inutili, sono una beffa [...] Solo quando abbiamo asciugato le lacrime che abbiamo causato, abbiamo restituito quello che abbiamo usurpato, ricostruito quello che abbiamo distrutto, consolato quelli che abbiamo addolorato e guarito coloro che abbiamo ferito e reso puro quello che avevamo reso impuro, solo allora [...] “In quel giorno avrete espiazione dei vostri peccati per purificarvi così che sarete puri al cospetto dell’Eterno” (Vayqrà-Levitico, 16:30).


Donato Grosser