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Parashà di Yitrò: Come si è presentato l’Eterno al Sinai

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Quando Israele fu davanti al Monte Sinai per ricevere la Torà, l’Eterno si presentò a loro con queste parole: “Io sono l’Eterno tuo Dio che ti ha tratto fuori dalla terra d’Egitto dalla casa di schiavitù” (Shemòt, 20:2).

R. Avraham ibn ‘Ezrà (Spagna, 1089-1167) nel suo commento alla Torà dedica parecchie pagine al primo dei dieci comandamenti. In un passo di stile unico egli scrive: “R. Yehudà Halevi, che riposi con onore, mi aveva chiesto perché nel presentarsi al popolo d’Israele durante la rivelazione del Sinai, l’Eterno disse «Io sono l’Eterno tuo Dio che ti ho tratto fuori dalla terra d’Egitto» e non disse «che ho fatto il cielo e la terra e Io ti ho fatto».  R. Ibn ‘Ezra rispose che tra coloro che credono nell’Eterno ci sono diversi livelli di fede. La maggior parte delle persone crede a quello che ha imparato dai loro maestri. Le persone più erudite credono sulla base di quello che hanno letto nella Torà che fu data da Dio a Moshè.

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Parashà di Beshallàkh: I tre cantici dei figli d’Israele

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R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divré Aggadà (p. 166) cita un midràsh (Shemòt Rabbà, 23:4) dove è detto: “Dal giorno in cui il Santo Benedetto creò il mondo fino a quando gli israeliti si fermarono dopo aver passato il Mar Rosso, non abbiamo trovato nessun essere umano che abbia intonato un cantico al Santo Benedetto altro che Israele. Egli creò il primo uomo e non intonò un cantico. Egli salvò Avraham dalla fornace infuocata [nella quale era stato gettato dal re Nimrod perché aveva propagandato il monoteismo] e dai [quattro] re [venuti dalla Mesopotamia che inseguì fino al nord delle terra d’Israele e sbaragliò con soli 318 uomini dopo che i re avevano sconfitto i cinque re della valle del Giordano] e non intonò un cantico. Così pure Yitzchàk [fu salvato] dal coltello [quando stava per essere sacrificato sul monte Morià] e non intonò un cantico. Anche Ya’akov [fu salvato] dall’angelo, da Esau e dagli uomini di Shekhém e non intonò un cantico.  Quando invece gli israeliti passarono il mare che si era aperto di fronte a loro [e aveva invece ingoiato l’esercito egiziano] intonarono immediatamente un cantico al Santo Benedetto, come è detto: “Allora cantò Moshè e i figli d’Israele”.

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Parashà di Bo: Per la libertà bisogna aver coraggio e saper soffrire

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A mezzanotte del quattordicesimo giorno del mese di Nissàn avvenne la morte dei primogeniti, l’ultima delle dieci piaghe d’Egitto. Gli israeliti avevano ricevuto l’ordine di prendere un agnello o un capretto il decimo giorno del mese e di sacrificarlo nel pomeriggio del quattordicesimo giorno. Questi animali erano adorati come divinità dagli egiziani; prenderli per sacrificarli era un esplicito atto di ribellione. Infatti solo pochi mesi prima il faraone aveva detto a Moshè e ad Aharon: “Andate e sacrificate al vostro Dio nel paese”. Con questo il faraone voleva dire loro che non avevano bisogno di andare nel deserto per servire l’Eterno come avevano chiesto. Moshè aveva risposto: “Non è appropriato fare così, perché noi sacrificheremo le divinità degli egiziani all’Eterno nostro Dio. E se sacrificheremo le divinità degli egiziani di fronte ai loro occhi non ci prenderanno a sassate?” (Shemòt, 8:21-22). Ora dopo mesi di piaghe, di fronte alla ribellione in massa degli israeliti, gli egiziani non reagirono.

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Parashà di Vaerà: l’ebraismo non è una religione

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L’Eterno disse a Moshè: “Parla così ai figli d’Israele [a nome Mio]: Io sono l’Eterno; vi sottrarrò dai lavori forzati dell’Egitto, vi salverò dalla loro servitù, vi libererò con braccio disteso e con severi castighi. Vi prenderò per Me quale popolo e sarò il vostro Dio. Così riconoscerete che Io sono l’Eterno Dio vostro che vi ha liberato dal giogo egiziano” (Shemòt, 6:6-7).

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Parashà di Shemòt: Il primo delatore

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Moshè fu tratto dalle acque dalla figlia del faraone che lo adottò. Egli crebbe da principe nella reggia  sapendo chi erano i suoi genitori perché era stato allattato dalla madre Yokhèved. Poi “In questo periodo di tempo avvenne che Moshè, cresciuto in età, si recò presso i suoi fratelli. Notò i loro lavori pesanti e vide un egiziano che stava per uccidere di botte un suo fratello ebreo. Volto lo sguardo intorno e visto che non c’era alcuno, uccise l’egiziano e nascose il cadavere nella sabbia. Recatosi il giorno seguente presso i suoi fratelli vide due ebrei nitzìm [litiganti che erano passati ai fatti] e rivoltosi a quello che aveva torto, gli disse: perché batti il tuo compagno?  E quegli rispose: chi ti ha delegato capo e giudice su di noi? Penseresti forse di uccidermi come hai ucciso quell’egiziano? Moshè allora ebbe paura pensando che l’incidente era diventato noto. Quando la notizia giunse al faraone si propose di uccidere Moshè. Moshè fuggì dal faraone e stette nella terra di Midian…” (Shemòt, 2:11-15).

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Parashà di Wayechì: Yosef perdonò i suoi fratelli oppure no?

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Yosef si rivelò ai suoi fratelli dicendo: “Io sono Yosef; mio padre è ancora vivo?” “I fratelli erano rimasti così spaventati che non gli poterono rispondere” (Bereshìt, 45:3). Poi Yosef cercò di calmarli dicendo loro di avvicinarsi e disse: “Non addoloratevi per avermi venduto qui; Dio mi ha mandato qui prima di voi per salvare vite, perché già da due anni c’è carestia nel paese e per altri cinque anni non vi saranno aratura e mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio, ed Egli mi ha messo qui come consigliere al faraone, direttore del suo palazzo e governatore di tutto il paese d’Egitto” (ibid., 5-8).

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Parashà di Waigàsh: Gerusalemme sarà chiamata la città della verità

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In questa parashà Yosef finalmente si rivela ai fratelli. Yosef dice loro che è cruciale che la famiglia si trasferisca in Egitto perché  “Già da due anni c’è carestia nel paese e per altri cinque anni non ci sarà aratura né mietitura” (Bereshìt, 45:6).  I fratelli “partirono dall’Egitto e arrivarono in terra di Canaan dal loro padre Ya’akov. Gli parlarono dicendo che Yosef era ancora vivo e che governava su tutta la terra d’Egitto, me egli rimase insensibile perché non credeva a loro (Ibid., 25-26).

Nel trentesimo capitolo del trattato Avòt de-Rabbi Natan, che per certi aspetti è parallelo al trattato di Avòt (Massime dei padri) viene citato r. Shim’on che dice: Anche quando un bugiardo dice la verità nessuno gli crede; è questa è la sua punizione. Questo avvenne ai figli di Ya’akov che avevano ingannato il padre. All’inizio egli credette a quello che dissero, come è detto: “[I fratelli] presero la tunica di Yosef. Poi scannarono un capretto e intinsero la tunica  nel sangue […] [Ya’akov] la riconobbe e disse: è la tunica di mio figlio; è stato sbranato da una bestia feroce (Bereshìt, 37:31-33). Ma alla fine anche se gli dissero la verità non credette a loro”.

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Parashà di Mikètz – Chanuccà: Cosa vengono a commemorare i lumi di Chanuccà?

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Nel Talmud babilonese (Shabbàt, 21b) è scritto: “Qual è [la ragione di] Chanuccà?  E i maestri risposero: il venticinquesimo giorno di Kislèv [iniziano] i giorni di Chanuccà. Sono otto giorni nei quali sono proibiti digiuni e lamenti per i  morti. Questo perché  quando i Greci entrarono nel Bet Ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme), contaminarono tutti gli oli ivi contenuti e quando gli Asmonei prevalsero e li sconfissero, trovarono solo un contenitore di olio che giaceva con il sigillo del Kohen Gadol (il sommo sacerdote), ma che conteneva una quantità sufficiente per illuminare solo per un giorno; eppure avvenne un miracolo e la menorà (la lampada a sette braccia) rimase accesa per otto giorni. L’anno seguente questi [giorni] furono dichiarati festivi con la recitazione del Hallèl (salmi di lode)”.

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Parashà di Vayèshev: Le regole della maldicenza valgono anche in famiglia

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La parashà racconta che Yosef (Giuseppe) a diciassette anni pascolava il gregge della famiglia con i suoi fratelli e portava al padre Ya’akov rapporti negativi su di loro (Bereshìt, 37: 1-2).

R. ‘Ovadyà Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta che Yosef guidava e istruiva i fratelli nei metodi di curare il gregge. Poiché era molto giovane e senza esperienza, Yosef peccò nel raccontare al padre quello che facevano i fratelli e non poteva prevedere cosa avrebbe causato agendo in questo modo. È vero che Yosef era molto intelligente e dopo pochi anni avrebbe consigliato gli anziani dell’Egitto, ma come dicono i nostri maestri “I giovani non hanno giudizio” (T.B. Shabbàt, 89b). Yosef accusava i fratelli di  trascurare il gregge e di non occuparsene in modo appropriato mentre il gregge era la maggior fonte di reddito e di ricchezza della famiglia.

I Maestri insegnano che la Torà si presta a quattro modi di interpretazione; quella semplice (peshàt), quella morale (deràsh), quella allegorica (rèmez) e quella recondita (sod). R. Sforno spiega il testo della Scrittura secondo il “peshàt” in modo semplice e comprensibile.

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Parashà di Vayshlàkh: “E sul monte Sion vi sarà la salvezza”

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Arrivato al confine di Eretz Israel, il patriarca Ya’akov (Giacobbe) mandò dei messaggeri al fratello gemello Esau al paese di Se’ir per informarlo che dopo essere vissuto per tanti anni presso il suocero Lavan stava ritornando a casa (Bereshìt, 32:4-6). 

Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nel suo commento scrive che in questa parashà c’è un’allusione alla storia del popolo d’Israele, perché quello che avvenne a Ya’akov con il fratello Esau è un esempio di quello che capiterà sempre ad Israele con i discendenti di Esau. Pertanto è opportuno usare la stessa strategia di Ya’akov che si preparò all’incontro con il fratello con la preghiera, con regali e pronto a combattere. I Maestri osservarono che Ya’akov non avrebbe dovuto informare Esau del suo arrivo. Così facendo Ya’akov “Svegliò il can che dorme” perché Esau non aveva affatto pensato di andargli incontro. Un errore simile fu commesso dgli Asmonei che fecero un patto con Roma. Questa decisione causò più tardi la caduta del regno d’Israele nelle mani dell’impero romano.

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