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I costi della Kasherut in Italia

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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La carne Kasher costa troppo!” è una delle frasi più comuni che da anni si sentono tra gli iscritti alla nostra Comunità. L’attuale crisi economica ha purtroppo aggravato il problema e reso ancora più urgente trovare una soluzione. Eppure la missione di permettere a tutti gli ebrei di mangiare carne kasher dovrebbe essere un dovere, oseremmo dire una mitzvà. Sarebbe inaccettabile infatti, se il rispetto delle regole ebraiche fosse subordinato al reddito. Tanto più che mangiare secondo le regole halachiche è uno dei più importanti elementi che caratterizzano l’identità ebraica.

Prendiamo come esempio il pezzo di carne preferito dalle nostre genitrici (yiddish mame, sefardite himaot o italiche mammà) per i loro mai abbastanza adorati figlioli: le bistecche di vitello. Per questo taglio a Milano il prezzo si situa in una forchetta -termine mai come in questo caso appropriato-, tra i 25,9 e i 29,9 euro al kg a seconda dei negozi. Un listino prezzi perfetto, per fare dimagrire i nostri portafogli. Ma perché questa benedetta/maledetta carne costa tanto? C’è qualcuno che fa il furbo? Oppure è semplicemente la legge del mercato che a fronte di una scarsa domanda non permette di avere prezzi più vantaggiosi?

Prima di tutto è necessario spiegare che tra il dire e il kasherizzare c’è di mezzo un mare (di costosi passaggi). Pochi sanno, per esempio, che la carne di vitello certificata dal Rabbinato milanese viene macellata a Modena -in Lombardia non c’è macello disposto a sobbarcarsi un tale impegno-, presso il gruppo Cremonini, leader europeo nel settore della carne. E’ proprio lì che lungo tutto il corso dell’anno deve recarsi ogni due settimane una specie di “task force della Kasherut”, composta da ben sei persone. Costoro provvedono a tutto: dall’uccisione dell’animale fatta con un coltello speciale e affilatissimo, arrotato con una pietra particolare (e non invece con la pistola; l’uso del coltello quadruplica i tempi di occupazione del macello e incide a sua volta sui costi), fino al seguire le bestie per le tante fasi della lavorazione. Senza andare troppo nel dettaglio, il procedimento prevede il lavaggio e lo svuotamento delle interiora, oltre che il controllo della buona salute dell’animale al fine di definirne il livello di kasherut (raghil, glatt, hallak, bet-youssef). Per non parlare della salatura, la pezzatura, l’impacchettamento e la spedizione.

Aggiunge Nouri Mohaddeb, indicatoci come proprietario dal gestore della macelleria Mister Meat di via Montecuccoli 21: “E non dimenticate che su 100-120 bestie solo 30-35 si rivelano adatte alla kasherizzazione, e su di noi pesano anche i costi degli animali abbattuti e rivelatisi a posteriori non-kasher”. Considerate le spese del macello, aggiungete quelle di viaggio e di soggiorno per i sei componenti della task force e il costo della loro manodopera applicato a decine di vitelli alla volta, ed ecco che troverete uno -ma non certo l’unico-, dei motivi dell’alto costo della carne kasher.

Ma non sarebbe più semplice importare la carne kasher dall’estero?”, chiederebbe il tipico israeliano pragmatico di passaggio a Milano. “No caro chaver” -gli dovremmo rispondere-, “non è così semplice. Nella halachà infatti viene consigliato di acquistare la carne nel luogo più vicino a dove avviene la shechità”. Una conferma di come anche la recente scoperta del “chilometro zero” per l’acquisto degli alimenti sia tutt’altro che una novità, almeno per la legge ebraica. L’amico israeliano, sentita la nostra risposta, a questo punto mi guarderebbe strano, aggrotterebbe le sopracciglia -come a dire: “ma come siete strani voi galuthì, voi della diaspora!”- e se ne andrebbe scuotendo la testa verso il reparto macelleria dell’Esselunga… Leggi tutto l’articolo


A Elie Wiesel il premio “Guardian of Jerusalem”

in: Anti-Semitismo, Eventi, Interviste, Politica Internazionale | Scritto da: Redazione

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Non si può certo dire che non siano state due giornate intense quelle vissute in occasione del World Jewish Congress Governing Board che si è appena concluso a Gerusalemme. Il presidente del WJC, Ronald Lauder, ha ringraziato ciascuno dei 14 agenti di polizia che partiranno la prossima settimana per Haiti per entrare a far parte di una missione delle Nazioni Unite rappresentando per la prima volta lo stato di Israele. Non è stato possibile trattenere la commozione quando è stato proiettato un video con le immagini di tutto ciò che Israele ha già fatto per la popolazione di Haiti.

Subito dopo è stato il momento dei giovani per la prima volta presenti in qualità di delegati grazie al lavoro svolto dal World Jewish Diplomatic Corps. Il vero riconoscimento è arrivato la sera in una delle cornici più suggestive del paese, nei giardini del Jerusalem Museum è stato conferito a Elie Wiesel il premio “Guardian of Jerusalem” istituito qest’anno dal WJC. Il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, che ha sottolineato quanto sia importante l’unità di Gerusalemme e ha ringraziato il Premio Nobel per tutto ciò che ha fatto e continua a fare per il popolo ebraico, per lo stato di Israele e per la città di cui è primo cittadino. Wiesel ha preso la parola solo alla fine della cena con un discorso toccante e propositivo. “Io non sono il guardiano di Gerusalemme ma è Gerusalemme il mio guardiano”. Dopo aver sottolineato la svolta che c’è stata con l’unità di Gerusalemme del 1967. In quell’anno tutti hanno iniziato a parlare di questa città ed è iniziata una immigrazione eterogenea dai religiosi ai laici dell’Hasmoer Hatzair.
“Oggi che la città non è più composta di vicoli dissestati ma di grandi piazze ben curate non posso che essere orgoglioso del premio che sto ricevendo per il senso della memoria e della storia di questa città”.
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Obiettivo puntato sull’arte per la Giornata della Cultura Ebraica

in: Anti-Semitismo, Cultura, Eventi, Interviste, Israele, Politica Internazionale, Politica Italiana | Scritto da: Redazione

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Ricco il cartellone degli eventi in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, con il coordinamento generale di Claudio Procaccia direttore del Dipartimento di Cultura Ebraica e di Miriam Haiun direttrice del Centro di Cultura della Comunità Ebraica di Roma.

Il 5 settembre in 28 paesi europei e 62 città italiane le comunità ebraiche apriranno le porte delle proprie sinagoghe e dei propri musei in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica giunta alla sua undicesima edizione che vede come città capofila Livorno ed è dedicata quest’anno ad ‘Arte ed ebraismo’ “un binomio particolarmente interessante, perché è noto il complesso rapporto che c’è tra rappresentazione figurativa e normativa ebraica” come sottolinea il presidente Ucei, Renzo Gattegna, ma anche “un’occasione per saperne di più e per sfatare qualche luogo comune”.

Nella Capitale, fin dal mattino sarà possibile partecipare a visite guidate nel cuore del ghetto, al Museo ebraico e al Tempio Maggiore dove nel pomeriggio si svolgerà la celebrazione di un matrimonio (alle 17.30) e in serata (alle 21) un concerto di musiche liturgiche della tradizione romana del coro del Tempio Maggiore, diretto dal maestro Claudio Di Segni. Con la partecipazione del rav Alberto Funaro, del maestro Angelo Spizzichino e del professor Pasquale Troia.
La novità di quest’anno è rappresentata dall’apertura al pubblico della sinagoga di via Balbo, nel quartiere Esquilino, dove alle 12, Georges de Canino illustra e descive “Le vetrate” di Aldo Di Castro (z.l.).

Indossando abbigliamento comodo e scarpe sportive gli amanti dell’archeologia potranno visitare le catacombe di villa Torlonia. Le visite si svolgeranno ogni ora a partire dalle 9 del mattino e fino alle 17, in piccoli gruppi organizzati. La prenotazione è obbligatoria. Molti gli eventi organizzati nella Sala Margana, in Piazza Margana 41, dove a partire dalle 11 del mattino la dottoressa Elsa Laurenzi parlerà delle catacombe ebraiche di Villa Randanini, Adachiara Zevi di “Musei ebraici: per quale arte?” e Cesare Terracina “ Evoluzione dell’arte ebraica: dal simbolo al segno”. Nel pomeriggio a partire dalle 16 Yedidià Sergio Terracina interverrà su “Il Santuario nel deserto: verità e bellezza”. A seguire Roy Doliner presenterà un suo testo sui segreti della Sistina e sul messaggio proibito di Michelangelo. Sempre nel pomeriggio, alle 18.30 alla Discoteca di Stato in via Caetani 32 gli amanti della musica potranno ascoltare il coro femminile dell’Associazione Coro Ha Kol che si esibirà in un concerto dal titolo “… e Miriam cantò. Musiche della tradizione ebraica”.

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Angelo Pezzana : ” Il Libano mostra i muscoli sapendo di avere alle spalle Hezbollah “

in: Israele | Scritto da: Redazione

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Riportiamo da LIBERO di oggi, 05/08/2010, a pag. 19, l’articolo di Angelo Pezzana dal titolo ” Il Libano mostra i muscoli sapendo di avere alle spalle Hezbollah “

L’opinione prevalente in Israele è che l’incidente al confine nord con il Libano non avrà conseguenze militari in tempi brevi, anche se il ministro della Difesa Ehud Barak ha dichiarato che Israele sarà «al fianco di cittadini e soldati in caso di attacco ». Ma negli ambienti militari, pur giudicandolo un’imboscata, lo si valuta un caso isolato. I soldati libanesi avevano bisogno di una scusa per attaccare Israele, dimostrare che l’esercito ha i muscoli bene allenati, e poco male se sottomano non hanno trovato niente di meglio della potatura di albero, definendola addirittura una violazione della risoluzione 1701 dell’Onu che aveva sancito il cessate il fuoco nel 2006 alla fine della cosiddetta seconda guerra del Libano. Peccato che Unifil abbia dichiarato ieri ufficialmente che l’esercito israeliano non ha sconfinato in Libano, facendo miseramente crollare la tesi libanese.

BASSO PROFILO TEHERAN
È stato alla fine uno scontro a fuoco di piccole proporzioni, per ricordare agli organismi internazionali che Hezbollah non solo è pronto a una nuova guerra contro Israele, ma che le forze armate di Beirut, al 60% sciite, sono ormai sotto il suo controllo e alle strette dipendenze del padrone iraniano. Che in questo momento ha però altro di cui preoccuparsi, sanzioni e voci di un possibile attacco ai suoi siti nucleari, e che quindi ha interesse a che Hezbollah continui a mantenere un basso profilo. Non a caso la risposta di Onu, Unifil & C. è consistita nel raccomandare a Libano e Israele la massima calma, senza valutare quanto l’incidente sia stato una provocazione programmata, altro che la potatura di un albero, che tanto è piaciuta ieri ai commentatori occidentali. Ieri c’è stata a Nakoura (Libano) una riunione a tre, Unifil, Tzahal e esercito libanese, per analizzare quali misure possono essere intraprese per evitare il ripetersi incidenti simili. In Israele la reazione è stata composta senza bisogno di raccomandazioni internazionali, anche sequestemorti adopera di cecchini ben programmati non hanno alcuna giustificazione. Gli israeliani hanno imparato a tenere i nervi saldi, sanno che questa non sarà l’ultima delle imboscate, come non si illudono sulla finalità degli enormi arsenali di armi di Hezbollah. Israele, come tutte le democrazie, usa altri strumenti, per esempio sta lanciando una campagna diplomatica per convincere Usa e Francia a non fornire più assistenza militare al Libano, visto che ormai non c’è più differenza fra esercito regolare e Hezbollah.

GLI STRUMENTI DI ISRAELE
Negli ultimi anni l’America ha finanziato il Libano con 400 milioni di dollari per l’acquisto di armi, malgrado Israele avesse avvertito quale uso ne avrebbe fatto. Lostesso vale per la Francia,chehainviato ingenti quantità di armamenti, inclusi i missili anticarro di ultima generazione. Ma la via diplomatica, che Israele sempre percorre prima di ogni altra, non viene mai ricordata, dato che potrebbe rendere meno credibile l’etichetta di Stato guerrafondaio, che tantospessogli viene attribuita. Nemmeno il razzo che la settimana scorsa ha colpito vicino a Eilat, e partito dal vicino Sinai, ne ha interrotto le attività balneari, così come lo scontro a fuoco dell’altro giorno non ha costretto gli abitanti di Kiriat Shmona, vicinissima al confine, a cercare protezione nei rifugi sotterranei. Il nord, quanto il sud, sono meta di vacanze estive, l’invito è stato di continuare a godersele senza timore. Un segno che la situazione è sotto controllo, se anche il turismo straniero è in grande crescita, registrando nei primi sei mesi dell’anno 1,6 milioni di presenze in più, il 39% in più dell’anno precedente. Questo non significa che gli scenari intorno allo Stato ebraico siano tranquillizzanti, diciamo che non sono più preoccupanti del solito. Un risultato non disprezzabile.

Angelo Pezzana


Rav Riccardo Di Segni ai giornalisti: “Lavorare per un’informazione coraggiosa e responsabile”

in: Cultura | Scritto da: Redazione

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Un’informazione efficace è come la ricetta di una torta: il risultato non può essere appetibile se si utilizza un solo ingrediente

Il rabbino capo di Roma Rav Riccardo Di Segni accetta volentieri la provocazione del direttore della redazione Guido Vitale. E rilancia mettendo in campo il mistero della formula che rendeva unico l’aroma dell’incenso bruciato nel Beth Hamiqdash (il Tempio di Gerusalemme). “La mistura, rinomata per il profumo straordinariamente inebriante, comprendeva tra i suoi ingredienti una resina che, da sola, emanava una odore apparentemente sgradevole. Solo la sapienza della nostra Tradizione consentiva la giusta combinazione delle diverse componenti”.

Così anche il lavoro del giornalista, se deve raggiungere il lettore con un messaggio chiaro e mettere in evidenza i valori dell’identità ebraica, non può limitarsi a insistere solo su una specifica prospettiva, ma proprio per dare risalto ai valori autentici, deve accettare la sfida di descrivere una realtà complessa e contraddittoria. A un anno dal primo incontro la redazione del Portale dell’ebraismo italiano torna a confrontarsi con una delle voci più autorevoli dei suoi collaboratori. In un colloquio aperto agli iscritti della Comunità di Trieste, alla presenza del presidente della Comunità giuliana Andrea Mariani, rav Di Segni ha intrattenuto una vivace discussione con i praticanti giornalisti intorno a molti temi scottanti dell’attualità del mondo ebraico italiano contemporaneo. Il filo conduttore della discussione ha riguardato il ruolo che sta avendo – e quello che dovrebbe avere – la stampa ebraica nelle questioni con cui si confrontano gli ebrei italiani e i loro leader.

Il rav Di Segni ha invitato i giornalisti a fare approfondimenti e inchieste, a sviscerare pubblicamente i problemi e le loro cause, senza timore di trattare argomenti scomodi, senza imbarazzi, né inibizioni. I problemi della kasherut, gli impedimenti a una distribuzione capillare di prodotti alimentari controllati, di qualità e a prezzi accessibili, provengono sì dall’interno, ma soprattutto dall’esterno.

“Stiamo portando avanti una battaglia politica – ha spiegato rav Di Segni – nella sede del Parlamento europeo: corriamo il rischio che alcuni gruppi di pressione, formati da alleanza politiche trasversali, riescano a ottenere la proibizione della macellazione rituale, facendo leva su malintesi e pregiudizi che si nascondono dietro slogan animalisti”. Anche su questo tema il rabbino ha auspicato una forte attenzione da parte della stampa.
In merito all’intricata situazione dell’ufficio rabbinico torinese, in seguito alla revoca del rav Alberto Somekh dall’incarico gerarchico di rabbino capo e alla nomina del rav Elyahu Birnbaum, il rav Di Segni ha suggerito ai giornalisti una puntuale ricostruzione delle vicende che hanno portato all’attuale situazione, con l’obiettivo di fornire ai lettori una prospettiva completa e informata sulle considerazioni che sono alla base del caso specifico.

Il dibattito si è poi spostato sulla questione dei rapporti tra le istituzioni dell’ebraismo ortodosso, cui appartiene quello italiano, con i movimenti riformati. In quale misura vanno riconosciuti come una componente con la quale dialogare? Quali limiti deve avere tale confronto? Questi gli interrogativi che si deve porre il rabbinato. Assisterlo e stimolarlo in questo senso può costituire un aiuto importante che solo una stampa coraggiosa e responsabile è in grado di offrire.

[di Manuel Di Segni su Moked.it]


Giornata della Cultura Ebraica, “L’iniziativa è il frutto del rapporto tra ebraismo e società”

in: Cultura | Scritto da: Redazione

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“Non mi stanco di ripetere che la Giornata Europea della Cultura Ebraica è il frutto della grande evoluzione dei rapporti tra ebraismo e società”

Così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, ieri, alla conferenza stampa di presentazione della Giornata, tenutasi al Ministero per i Beni e le attività culturali. Un rapporto che migliora anno dopo anno, stando ai numeri della manifestazione, dalle poche centinaia di presenze dei primissimi anni alle oltre sessantamila dell’anno scorso, con una crescita esponenziale anche di località aderenti (per dare un’idea, la prima edizione della Giornata si festeggiò solo a Casale Monferrato, nel 2005 le adesioni arrivarono a quaranta, quest’anno sono sessantadue i luoghi dove si svolgono le manifestazioni.)

L’ “appeal” della Giornata Europea della Cultura Ebraica sta proprio nel presentare un programma di eventi (dalle visite guidate alle mostre, dai concerti alle degustazioni, dal teatro alle conferenze ad altri innumerevoli modi di ‘fare cultura’) incentrato sull’ebraismo, cultura plurimillenaria di cui molto si parla, sebbene talvolta non proprio a proposito; e di farlo in maniera diffusa sul territorio, coinvolgendo (e facendosi coinvolgere) dagli enti locali, in un perfetto esempio di integrazione, di collaborazione, di scambio. In particolar modo nei luoghi dove non esiste più una vita ebraica attiva e organizzata, e dove l’interesse per l’ebraismo parte direttamente dalle amministrazioni o dai cittadini, che decidono di valorizzare le ‘tracce di ebraismo’ presenti sul loro territorio, piccole o grandi che siano. Fil rouge delle manifestazioni di quest’anno, il tema “Arte ed ebraismo”: un binomio affascinate, visto anche il rapporto complesso tra cultura ebraica e rappresentazione figurativa.

La Giornata Europea è inoltre un modo per parlare di beni culturali ebraici. Un patrimonio grande e importante, che va preservato, curato, valorizzato perché parte integrante della storia e della cultura d’Italia. Lo ha ricordato ieri anche il sottosegretario Francesco Maria Giro, parlando dell’impegno del Governo in tale direzione. “Noi sappiamo che l’ebraismo ha lasciato vestigia e memorie sin dai tempi antichi. Abbiamo il dovere di conservare questo patrimonio e di valorizzarlo. Talvolta il Governo ha disatteso queste promesse, e la Giornata Europea della Cultura Ebraica è una sorta di ‘memento’ per non dimenticarci di quest’impegno”. Un pensiero condiviso anche da Alain Elkann, che ha ricordato come

l’Italia è la capitale dell’arte e della bellezza, e la cultura ebraica italiana fa parte di questo straordinario patrimonio

Insomma, gli ebrei in Italia sono presenti da oltre due millenni, in un continuo processo di integrazione e (purtroppo non raramente) di esclusione dalla vita sociale e pubblica; ma quando è stato loro permesso di partecipare, hanno sempre dato un importante contributo civile, culturale, spirituale.
Livorno ne è l’esempio perfetto: città aperta, rifugio degli ebrei sefarditi cacciati dalla penisola iberica, esempio ideale di accoglienza e integrazione (tanto che oggi il suo assessorato alla Cultura è declinato al plurale: si chiama infatti assessorato alle Culture), la città portuale toscana ha dato i natali a importantissimi rabbini, cabalisti, studiosi, stampatori, artisti.

Forse anche perché, come ha ricordato il consigliere UCEI delegato alla Giornata, Yoram Ortona, “il mare è sempre stato il punto di partenza verso luoghi di salvezza, un simbolo di libertà.” Ma sicuramente, di questa integrazione positiva e plurisecolare, gli ebrei livornesi hanno colto nei secoli le grandi opportunità. “E se noi siamo stati sempre bene accolti – ha detto ieri Samuele Zarrough, presidente della Comunità Ebraica di Livorno – il 5 settembre saremo noi ad accogliere la cittadinanza alle nostre iniziative, che spazieranno dalla cultura all’arte, all’enogastronomia, a molto altro”.

L’appuntamento, dunque, è per il 5 settembre, da Livorno al resto d’Italia alla scoperta della cultura ebraica. O, per chi volesse, negli altri ventotto Paesi d’Europa che aderiscono all’iniziativa.

[di Marco Di Porto su Moked.it]