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ROMA RICORDA MIREILLE KNOLL

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Si è tenuta questa mattina al Campidoglio la cerimonia per l’esposizione della foto di Mireille Knoll. La donna, ebrea, era sopravvissuta al rastrellamento del Vélodrome d’Hiver nel 1942, la più grande retata di ebrei condotta sul suolo francese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ stata assassinata nel suo appartamento, a Parigi, il 23 marzo scorso da due uomini per odio antisemita.
La commemorazione ha visto la partecipazione delle autorità, tra cui la Sindaca di Roma Virginia Raggi, il Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, l’Ambasciatore d’Israele in Italia Ofer Sachs e l’Ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Non poteva mancare la presenza dei ragazzi, provenienti dal liceo Renzo Levi, dalla scuola media di Via Cortina e dalla scuola Media di via Corradini, a cui il figlio di Mireille, Daniel, arrivato nella Capitale da Parigi per l’occasione, ha rivolto un monito per la memoria e la preservazione dei valori di amore, tolleranza e uguaglianza che caratterizzano la nostra società.


Parashà di Shelàkh Lekhà: Peccato di pensiero e peccato d’azione

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In questa parashà viene raccontato che gli esploratori convinsero
il popolo che la conquista della terra di Canaan era impossibile a
causa delle fortificazioni delle città e della forza degli abitanti. A
seguito di questo incidente l’Eterno decretò che tutta questa
generazione di uomini senza fede e coraggio sarebbe morta nel
deserto. Dopodiché, come se niente fosse accaduto, la Torà
ritorna a dare istruzioni agli israeliti per quando abiteranno nella
terra promessa. Una di queste mitzvòt è quella della separazione
della challà. Poi, verso la fine della parashà vi sono dei versetti
che insegnano cosa fare nel caso avvenisse una trasgressione che
dal testo non appare molto chiara: “Se cadrete in errore e non
eseguirete tutte queste mitzvòt che l’Eterno ha comandato a
Moshè, […]. Se l’errore sarà stato commesso dalla comunità,
allora tutta la comunità porterà un torello come sacrificio di ‘olà
(olocausto) […] e un capro come sacrificio di chattàt (espiazione)”
(Bemidbàr, 15:22-24).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive che a prima
vista questo passo è incomprensibile perché da una lettura
superficiale sembra che chi per errore non abbia eseguito quello
che l’Eterno ha comandato debba portare un sacrificio. E questo è
assurdo perché se così fosse ci sarebbe l’obbligo di portare
sacrifici per ogni mitzvà prescrittiva [che comanda di fare
qualcosa] della Torà qualora una persona avesse errato nel non
osservarne una sola. Per questo motivo i Maestri hanno spiegato
che questo passo nel quale è scritto “tutte queste mitzvòt” si
riferisce alla trasgressione dell’idolatria commessa per errore
(shoghèg). Egli aggiunge che questo passo è stato inserito dopo
quello degli esploratori perché essi si erano ribellati all’Eterno
pensando di nominare un capo, di ritornare in Egitto e di abitare
colà come prima senza Torà e senza mitzvòt.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) citando i
Tehillìm (Salmi, 106:27) commenta che una trasgressione del
genere sarebbe potuta capitare poiché dopo l’episodio degli
esploratori era stato decretato che i loro discendenti sarebbero
stati esiliati tra le nazioni e non sarebbe stato infrequente errare
[per ignoranza] nell’idolatria al ritorno nella terra d’Israele. R.
Sforno aggiunge che chi commette la trasgressione d’idolatria,
anche se tecnicamente osserva tutte le altre mitzvòt, non ha
osservato i precetti che l’Eterno ha comandato a Moshè perché
una condizione per osservare propriamente i precetti è quella di
riconoscere che Dio è uno ed unico. Infatti i Maestri nel Midràsh

Sifrè insegnano “che ci accetta l’idolatria è pari a colui che nega
l’intera Torà”.
R. Shelomò Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga)
nel suo commento Kelì Yakàr si sofferma sui versetti dove è scritto
che per espiare questa trasgressione commessa per errore,
bisogna portare come primo sacrificio una ‘olà (olocausto) e come
secondo un chattàt (sacrificio di espiazione). Egli osserva che in
tutti gli altri casi nei quali una persona deve portare un chattàt e
una ‘olà, il chattàt precede la ‘olà. In questo caso l’ordine è
inverso e la ‘olà precede il chattàt. R. Luntzchitz spiega che ogni
peccato comporta un procedimento mentale seguito da
un’azione. Se qualcuno commette una trasgressione senza
pensarci e senza alcuna intenzione, la trasgressione non richiede
nessuna espiazione perché è considerata commessa per forza
maggiore. La trasgressione di cui tratta la Torà in questo passo è
quella commessa per errore, come quando chi la commette
ignora che l’atto costituisce idolatria o che l’atto idolatrico sia
proibito. In genere quando viene commessa una trasgressione
anche se l’azione è preceduta dal pensiero, la trasgressione ha
luogo solo quando si commette l’azione che è la parte principale
della trasgressione. Per questo motivo per tutte le trasgressioni
commesse per ignoranza, chi ne ha commessa una che richiede
l’offerta di questi due sacrifici deve portare prima il chattàt per
l’azione commessa e poi la ‘olà per il pensiero. Quando però si
commette per errore un atto idolatrico bisogna portare prima una
‘olà perché nell’idolatria il pensiero è peccato principale. A tale
prova egli cita R. Moshè di Coucy (1200-1260) che nel Sèfer
Mitzvòt Gadòl scrive che non bisogna neppure pensare che vi sia
un altro dio.

Donato Grosser


Parashà di Behaalotekhà: Per fare del bene bisogna affrettarsi

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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La prima festa di Pèsach, come quella che festeggiamo ogni anno con matzà (azzima) e maròr
(erba amara), ebbe luogo nell’anniversario dell’uscita dall’Egitto come è scritto: “L’Eterno
parlò a Moshè nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro uscita
dall’Egitto dicendo: facciano i figli d’Israele il [sacrificio di] Pèsach al tempo stabilito. Il tempo
stabilito per la sua preparazione sarà il quattordicesimo giorno di questo mese nel
pomeriggio. Lo dovranno preparare in modo conforme ai suoi statuti e alle sue prescrizioni”
(Bemidbàr, 9:1-3).
Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che questa fu la prima volta nella quale il
sacrificio di Pèsach fu portato sul mizbèach e gli israeliti osservarono sette giorni nei quali
mangiarono solo matzòt. In questa occasione la Torà racconta che “Vi fu, che degli uomini
erano venuti a contatto con un morto, ed essendo affetti da impurità non potevano
preparare l’offerta del Pèsach in quel giorno. Durante il giorno si rivolsero a Moshè e ad
Aharòn […] e dissero […] perché dobbiamo perdere questa occasione e non possiamo
presentare l’offerta all’Eterno al tempo stabilito insieme con gli altri israeliti? Moshè disse
loro: aspettate e sentirò quali ordini darà l’Eterno riguardo al vostro caso ”(ibid., 6-8).
L’Eterno rispose che in questi casi coloro che non potevano offrire il sacrificio di Pèsach nel
quattordicesimo giorno del primo mese (di Nissàn) avrebbero potuto portarlo nel
quattordicesimo giorno del secondo mese (di Yar).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Panìm la-Torà commenta che nella
Torà è scritto “vi fu” al singolare per accennare al fatto che quando la maggioranza del
popolo è affetto da impurità si può portare ugualmente il sacrificio di Pèsach. Solo quando
l’impurità è di alcuni singoli, essi devono portare il sacrificio un mese dopo a Pèsach Shenì.
R. Aharon Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharòn cita R. Joseph Dov
Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) che disse che quando vi furono degli israeliti che
erano in pena ed erano imbarazzati per non poter fare Pèsach insieme con gli altri, Moshè
non perse tempo e si rivolse immediatamente all’Eterno per poter trovare una soluzione.
Una situazione simile avvenne quando le figlie di Tzelofchàd chiesero di poter avere in
eredità la porzione della terra d’Israele destinata al defunto padre che non aveva avuto figli
maschi. Anche in quel caso, di fronte a delle giovani angustiate, Moshè si rivolse
immediatamente all’Eterno (Bemidbàr, 27:5). Al contrario, nei casi in cui era necessario
sapere quale pena dare a un israelita che aveva commesso una trasgressione, Moshè non
ebbe alcuna fretta nel chiedere cosa fare. Per fare del bene bisogna affrettarsi; in altri casi
c’è sempre tempo.
In questa occasione riguardo al normale sacrificio di Pèsach la Torà insegna che
“Quando abiterà tra di voi un proselita e farà il sacrifico di Pèsach all’Eterno, lo farà secondo
le stesse regole e le stesse leggi [perché] per voi vi è una sola stessa legge per il cittadino e
per il proselita” (Bemidbàr, 9:14). Perché questo insegnamento era necessario?
R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (1523-1598) commenta che era necessario insegnare
che era proibito dire a un proselita che il sacrificio di Pèsach era in ricordo dell’uscita
dall’Egitto e loro, i proseliti, non erano usciti dall’Egitto. Per questo è scritto “per voi e per il
proselita” perché “non sapete se l’anima di questo proselita era un’anima israelita che si era
dispersa e che tornava”.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) in Or Ha-Chayìm offre una
spiegazione analoga. Se qualcuno pensasse erroneamente che un proselita non deva portare
il sacrificio di Pèsach perché né lui né i suoi antenati erano in Egitto, la Torà viene a insegnare
che anche il proselita che era uscito dall’Egitto deve portare il sacrificio di Pèsach come tutti
gli altri. Questo perchè anche se questo proselita si è aggregato di recente, l’uscita dall’Egitto
è avvenuta anche per l’anima del proselita perché la radice della kedushà è unica.

Donato Grosser


Parashà di Nassò: Il nazireo, santo o peccatore?

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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L’Eterno disse a Moshè: “Parla agli Israeliti e riferisci loro: quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi all’Eterno, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti…” (Bemidbàr, 6:1-3.  Il nazireo doveva astenersi anche da uva e derivati e non poteva tagliarsi i capelli. Inoltre gli era proibito rendersi  impuro venendo a contatto con dei cadaveri come era la regola per il Kohèn Gadòl.  Nel caso in cui qualcuno morisse all’improvviso vicino al nazireo, che diventava così impuro, il nazireo doveva interrompere il suo nazireato, rasarsi la testa e portare due tortore o due colombe come sacrificio, una come olocausto e l’altra come sacrificio di espiazione “per la colpa nella quale era incorso” (ibid., 11).

Rashì (Francia, 1140-1105) nel suo commento scrive che la sua colpa era che “Non era stato attento dal rendersi impuro con un morto”. E citando il Talmud babilonese (Nazìr,19a)  aggiunge: “R. El’azar il Kappar dice: perché si afflisse astenendosi dal vino”. Da questa affermazione appare che il nazireo abbia commesso una colpa nell’astenersi dal vino. Altri commentatori offrono invece delle spiegazioni che sottolineano la kedushà del nazireo e non la sua colpa.

Il Nachmanide (Girona, 1192-1270, Acco) nel suo commento scrive che il motivo per cui il nazireo deve portare un sacrificio di espiazione è che dopo essersi elevato [a un livello di kedushà superiore] egli torna a rendersi impuro con i desideri mondani invece di rimanere a un alto livello di kedushà per il resto della sua vita.

  1. Yosèf di Trani (Safed, 1568-1639, Costantinopoli) in un responso (Responsi Maharit, I:53-54) al suo contemporaneo  R. Yechièl Bassan afferma che il nazireo facendo questo voto adotta un livello di kedushà che non è compatibile con le attività che gli sono proibite.
  2. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà si sofferma su quello che il nazireo deve fare al termine del nazireato.  Nella Torà è scritto: “Questa è la legge del nazireato; quando i giorni del suo nazireato saranno compiuti, egli porterà se stesso [iavì otò] all’ingresso della tenda del convegno…” (Ibid., 13) dove il nazireo doveva portare dei sacrifici e rasarsi definitivamente la testa.  Sulla espressione “egli porterà se stesso”  R. Sforno afferma che in genere quando si conduce una persona presso qualcuno che lo introduce a qualcosa di nuovo, quest’ultimo è di rango più elevato. Per esempio, colui che è affetto da‘tazara’atper purificarsi viene condotto dal Kohèn; il servo che rinuncia a essere liberato dopo sette anni viene condotto dai giudici. Tuttavia nel caso del nazireo alla conclusione del periodo di nazireato, non vi è nessuno più onorato di lui che lo possa scortare e pertanto la Torà scrive che il nazireo “deve portare se stesso”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (III:33) tocca l’argomento del nazireo scrivendo: “Similmente una delle intenzioni della Torà è la purità e la kedushà.   “[…] e rinunciare a bere vino costituisce kedushà come è detto riguardo al nazireo «Egli sarà kadòsh”. Tuttavia il Maimonide stesso nel Mishnè Torà (Hilkhòt De’òt, 3:1) toccando l’argomento del nazireo ne dà un descrizione diversa: “Se qualcuno dicesse che invidia, desiderio ed onore e cose simili sono cattive strade che portano l’uomo la di fuori dal mondo, e che pertanto ci si deve allontanare  da esse del tutto e andare all’estremo opposto evitando di cibarsi di carne, di bere vino, di prendere moglie, di abitare in una bella casa e di vestirsi bene, ma invece di vestirsi di sacco e di lana di bassa qualità e cose simili come fanno i sacerdoti idolatri, anche questa è una pessima strada.  È proibito comportarsi in questo modo e chi lo fa è chiamato peccatore. [La prova di questo] è che la Torà dice del nazireo «E chiederà espiazione per la colpa in cui era incorso». I Maestri dissero che se un nazireo che si è solo astenuto dal vino necessita espiazione, a maggior ragione [è colpevole] chi si astiene da ogni cosa”. In conclusione, essere santi non è facile perché coloro che rinunciano in modo eccessivo alle cose del mondo possono diventare dei peccatori.

Donato Grosser

 


Parashà di Bemidbàr: I due esclusi dal censimento degli israeliti

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Il quarto libro della Torà, Bemidbàr, che significa “Nel deserto” prende il nome dalla prima parola
dopo l’introduzione “L’Eterno parlò a Moshè dicendo…”. In latino questo libro è chiamato Numeri in
considerazione del fatto che è proprio all’inizio di questa parashà che Moshè ricevette l’ordine di
censire i figli d’Israele.
Il numero totale degli uomini abili alla guerra da venti a sessanta anni, delle dodici tribù di
Reuvèn, Shim’òn, Gad, Yehudà, Issakhàr, Zevulùn, Efràim, Menashè, Binyamìn, Dan, Ashèr e Naftalì
risultò di 603.550 (Bemidbàr, 2:32).
I leviti, che non erano destinati a ricevere nessun territorio in Eretz Israel, furono contati
separatamente non dall’età di venti a sessanta anni, ma da un mese in su. In tutto furono censiti
22.000 leviti (Bemidbàr, 3:39).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive: “Ed ecco che la tribù del leviti non era come le
altre tribù perche non arano altro che ventidue mila contati dall’età di un mese in su. E quelli contati
da trenta anni in su non erano altro che ottomila tanto che quelli da venti anni in su non arrivavano
neppure ad essere la metà del numero della tribù meno numerosa [quella di Menashè che contava
32.200 uomini] […]. E come è possibile che i pii servi dell’Eterno non fossero stati benedetti [con molti
figli] come il resto del popolo? Io credo che questo fatto confermi quello che dissero i Maestri [nel
Midràsh Tanchumà, Vaerà, 6) che la tribù di Levi non fu soggetta alla schiavitù ed ai duri lavori. Gli
israeliti ai quali gli egiziani amareggiarono la vita con il duro lavoro per far sì che non crescessero in
numero, ricevettero una benedizione dall’Eterno che li fece moltiplicare [in modo eccezionale] a
dispetto delle persecuzioni […] ma la tribù di Levi si moltiplicò in modo normale. Tuttavia forse il
motivo [del basso numero di leviti] fu il fatto che il patriarca Ya’akòv si era adirato con il figlio Levi
[per aver attaccato la città di Shekhèm contro la sua volontà].
R. Chaim Dov Chavel (Polonia, 1906-1982, New York) il commentatore del Nachmanide, in una
nota suggerisce che il Nachmanide non era del tutto soddisfatto della prima spiegazione, perché usciti
dall’Egitto il numero dei leviti nel deserto sarebbe dovuto aumentare; e invece quando entrarono in
Eretz Israel dopo quaranta anni erano solo ventitremila (Bemidbàr, 26:62).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panìm La-Torà cita il
Nachmanide e le sue due spiegazioni. Egli suggerisce un’altra spiegazione e afferma che il motivo del
basso numero della tribù di Levi è che i Leviti seguirono l’esempio di ‘Amràm, padre di Moshè. Infatti
quando il Faraone decretò di gettare tutti i nati maschi nel Nilo, ‘Amràm si separò dalla moglie perché
non riteneva opportuno fare figli che sarebbero stati uccisi dagli egiziani e gli altri Leviti fecero lo
stesso. R. Benamozegh aggiunge che non essendo i Leviti soggetti alla schiavitù non soffrirono come
gli altri israeliti che per reazione si moltiplicarono […].
R. Chaim Yosef David Azulai (Gerusalemme, 1724-1806. Livorno) nel suo commento Penè
David, cita il commento Or Ha-Chayìm nel quale R. Chayìm ibn ‘Attar (Marocco, 1696-1743,
Gerusalemme) sostiene che quando ‘Amràm, padre di Moshè, si separò dalla moglie Yokhèved, tutti
gli uomini della tribù di Levi fecero lo stesso. Poi ‘Amràm si riunì nuovamente con sua moglie per via
della profezia di Miriam, sorella maggiore di Aharòn e Moshè, che aveva detto ai genitori che
avrebbero avuto un figlio che avrebbe salvato il popolo d’Israele e che la decisione del padre era stata
più drastica di quella del faraone. Infatti il faraone aveva decretato la morte del maschi; Aharòn nel
separarsi dalla moglie non avrebbe avuto neppure delle figlie. Gli altri leviti non avendo ricevuto la
stessa profezia, continuarono a rimanere separati dalle rispettive mogli e questo fu il motivo del loro
scarso numero.

R. Yehuda Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) in Nefutzòt Yehudà (Derùsh 49) cita il Talmud
babilonese (Bekhoròt, 4a) dove i Maestri fanno notare che nel versetto della Torà “Tutti i censiti dei
Leviti che contò Moshè insieme con Aharòn” (Bemidbàr, 3:39) vi sono dei puntini sopra il nome di
Aharòn perché Aharòn non venne contato in quanto egli era il Kohen Gadol superiore a tutti gli altri
Leviti ed era come una specie diversa. E R. Moscato aggiunge che, a maggior ragione, anche Moshè
non fu censito perché come è scritto nel Midràsh Mekhiltà (Shemòt, 15:1) egli valeva (shakùl) quanto
tutto il resto del popolo d’Israele.

 

Donato Grosser


Parashà di Behàr Sinai-Bechukkotai: Sulla proibizione di defraudare il prossimo

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Nella parashà di Behàr Sinai la Torà ci comanda di comportarci con onestà nei rapporti di commercio
con queste parole: “Quando venderete al vostro prossimo o comprerete dal vostro prossimo, nessuno
commetta frode (onaà) nei confronti del suo fratello (Vaykrà, 25:14).
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà, cita un
insegnamento nel Talmud Babilonese (Bavà Metzià’, 60a) dove i Maestri affermano che non è
permesso al venditore prendere del grano di qualità inferiore che si trova in cima al cesto e mischiarlo
con il grano di qualità superiore che è nel fondo perché si tratta di una pratica evidentemente
ingannevole. Egli aggiunge che per lo stesso motivo la Torà ammonisce il compratore di non
approfittare dell’ignoranza del venditore riguardo al valore della merce che vende.
Mentre alcune pratiche commerciali sono chiaramente fraudolente, non è evidente cosa
costituisca frode quando, per esempio, il venditore vende della merce a un prezzo superiore al prezzo
di mercato.
R. Eli’ezer di Metz (m. 1175) uno dei tosafisti francesi, scrive nel Sèfer Yereìm (Simàn 259) che la
Torà non ha specificato quale sia una pratica fraudolenta. Sono stati i Maestri che hanno specificato
che frode nelle vendite dipende da quello che le persone considerano pratica disonesta.
R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà
riassume le regole relative alle frodi contenute nel Talmud. La proibizione della Torà si riferisce ad
ogni tipo di frode, per qualunque ammontare e qualunque tipo di merce (Shulchàn ‘Arùkh, C.M.,
227:6). Per quanto riguarda la validità di una transazione, nel caso sia stata perpetrata una frode, la
halakhà (la regola) varia a seconda della natura della merce e della transazione. Una frode che
dipende dal tipo della merce risulta in ogni caso nella invalidità della transazione. La parte lesa ha il
diritto di chiedere la cancellazione della transazione o per lo meno di farsi compensare per il danno
subito.
Nella trattato Bavà Batrà (capitolo 5, mishnà 6) vi sono degli esempi di situazioni nelle quali è
avvenuta frode nel tipo della merce per cui, a seconda dei casi, quando è stato fatto un atto
d’acquisto, il compratore o il venditore hanno il diritto di ritrattare: “Ci sono quattro regole nelle
vendite: se una persona ha venduto del grano come grano di qualità superiore ed è stato appurato
che il grano era di qualità inferiore, il compratore ha il diritto di ritrattare. Se è stato venduto come
grano di qualità inferiore ed è stato appurato che era di qualità superiore, il venditore ha il diritto di
ritrattare. Se invece il grano è stato venduto come grano di qualità inferiore ed è stato appurato che
era di qualità inferiore, oppure se è stato venduto come grano di qualità superiore ed è stato
appurato che era di qualità superiore, nessuno dei due può ritrattare.
Nel caso di sovrapprezzo o, al contrario, di pagamento inferiore al valore di mercato della
merce, i Maestri avevano stipulato che se la differenza era superiore a un sesto del valore della
merce, la vendita non era valida; se invece era inferiore al prezzo di mercato della merce la
transazione era valida, perché si trattava di una differenza limitata (Bavà Metzià’, 50b). Queste regole
valevano dove le derrate alimentari e altre merci avevano un prezzo di mercato fisso e riguardavano
solo i beni mobili e non i beni immobili.
R. Menachem Recanati (Recanati, 1223-1290) in una delle sue decisioni di halakhà (Piskè
Recanati, 384) afferma che queste regole valgono nelle transazioni tra commercianti. Non valgono
quando il veditore è un privato che può vendere a prezzo superiore (perché si distacca malvolentieri
dalle proprie cose) e in questi casi l’acquirente accetta di pagare quanto richiesto.
Qual è la regola quando un antiquario acquista degli oggetti antichi da un privato? In questi casi
trattandosi di oggetti di una certa rarità non vi sono prezzi di mercato.

R. Zelik Epstein (Slonim, 1912-2009, New York) al quale venne posto il quesito rispose che non
esistendo un prezzo di mercato, l’antiquario può offrire il pagare quello che ritiene opportuno, purchè
informi il venditore privato che si tratta di un oggetto antico (che lui potrebbe vendere a un prezzo
ben superiore).

 

Donato Grosser


10 maggio: evento commemorativo per la fine della II Guerra Mondiale

in: Blog/News | di: ralph

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L’8 e il 9 maggio sono le date in cui le nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale festeggiano la fine del conflitto in Europa nel 1945. La Comunità Ebraica di Roma commemorerà l’evento giovedì 10 maggio alle ore 19 nell’Oratorio Di Castro a via Balbo, la Sinagoga che fu il riferimento e mantiene la memoria storica della Brigata ebraica a Roma

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25 aprile 2018: il comunicato della Comunità Ebraica di Roma

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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La Comunità Ebraica di Roma comunica che per il 25 aprile si recherà alle ore 9.30 alle Fosse Ardeatine e successivamente alle ore 10.00 a Via Tasso per un momento pubblico di raccoglimento per ricordare la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

L’Anpi, nonostante gli accordi, non ha voluto prendere una posizione ufficiale e definitiva in merito a presenze organizzate di associazioni palestinesi e filopalestinesi con simboli estranei allo spirito del 25 aprile. Non basta una nota ambigua in cui si invitano tutti a partecipare, perché in questa giornata bisogna portare rispetto alla Storia e ai suoi protagonisti. L’equidistanza tra i simboli di chi combatteva con i nazisti e quelli della Brigata Ebraica è inaccettabile e antistorica e se l’Anpi non ha la forza e la volontà di delegittimare la presenza di questi gruppi viene meno il senso di una manifestazione unitaria.

Siamo grati alla Sindaca di Roma Virginia Raggi per l’impegno profuso in questi mesi nel tentativo di favorire un corteo unitario in occasione di questa Festa e ci rammarichiamo che, nonostante l’impegno dell’amministrazione, non sia stato possibile tornare a corteo unitario, ma purtroppo non ci sono le condizioni.

Lo comunica in una nota l’ufficio stampa della Comunità Ebraica.


Israel 70. Conferenza stampa di presentazione

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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In occasione dei festeggiamenti che si terranno il 18 aprile nella zona di Portico d’Ottavia per il 70esimo anniversario dell’Indipendenza dello Stato d’Israele, si è tenuta oggi presso i giardini del Tempio Maggiore la conferenza stampa di presentazione dell’evento. Sono intervenuti l’Ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello e il giornalista e conduttore televisivo David Parenzo, in qualità di presentatore della serata. 
 
Durante la conferenza è stato presentato il programma della celebrazione, e i numerosi giornalisti presenti hanno rivolto le loro domande all’Ambasciatore e alla Presidente.
 
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”Zikaron Ba Salon”- Il salotto della Memoria

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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In occasione della commemorazione della Shoah (Yom Ha Shoah), i nostri sopravvissuti hanno aderito all’iniziativa ”Zikaron Ba Salon”, nata nel 2010 in Israele e organizzata a Roma dal Centro di Cultura Ebraica avente lo scopo di rendere maggiormente consapevoli quante più persone possibili della Shoah attraverso un incontro con un sopravvissuto nel salotto di una persona volontaria, detta ”host”, appunto.
Alberto Sed, Sami Modiano, Piero Terracina, Edith Bruck e Marika Venezia(moglie del sopravvissuto Shlomò Venezia) hanno infatti presenziato in cinque salotti di Roma, raccontando ognuno la propria storia. L’evento ha visto la partecipazione interessata di molti studenti romani, che avranno il compito di tramandare quanto avranno ascoltato alle generazioni a venire, preservando una Memoria troppo importante per essere dimenticata.
Yom Ha Shoah si è infine concluso con una cerimonia serale al Tempio Maggiore.