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Parashà di Chayè Sarà: La continuità d’Israele è nelle mani delle madri

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Dopo la morte di Sara, il patriarca Avraham decise che era tempo che il figlio Yitzchàk (Isacco) prendesse moglie. Così egli incaricò il fedele servitore Eli’ezer di andare a Haràn (Carrhae, dove nel 53 a.E.V. ebbe luogo la battaglia tra romani e parti dove Crasso fu ucciso) in Mesopotamia, la città del fratello Nachòr, a cercare una moglie per il figlio. Arrivato a Haràn, Eli’ezer fece inginocchiare i cammelli alla fonte al di fuori della città e attese che le ragazze venissero ad attingere acqua. Quando chiese a Rivkà, nipote di Nachòr, di dargli da bere, essa fece molto di più di quanto richiesto, diede da bere anche ai cammelli e offrì ospitalità per uomini e animali nella vasa paterna.

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Parashà di Vayerà: Non guardare indietro!

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La città di Sodoma era stata condannata alla distruzione. I soli sopravvissuti furono Lot, nipote di Avraham, sua moglie e le due figlie. Nella Torà è scritto (Bereshìt: 19:-15-17): “Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci; non vuoi morire per via del peccato della città». Egli esitava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un atto di misericordia dell’Eterno verso di lui, lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non morire!». E più in là (ibid., 23-26): “Il sole era spuntato sulla terra quando Lot era arrivato a Zo’ar.  L’Eterno fece piovere sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco. Vennero giù dal cielo mandate dall’Eterno.  Egli distrusse queste città insieme con tutta la pianura distruggendo tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Sua moglie guardò indietro e divenne una statua di sale”.

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Parashà di Lekh Lekhà: gli indistruttibili discendenti di Abramo

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Dopo la vittoria di Abramo con i quattro re, quelli venuti dalla Mesopotamia che avevano sconfitto i re di Sodoma e dintorni, ed avere liberato il nipote Lot e gli altri abitanti presi prigionieri, l’Eterno apparse ad Abramo in una visione profetica e gli disse: “Non avere timore Abramo, Io ti sono scudo; la ricompensa che riceverai sarà grandissima” (Bereshìt, 15:1). Abramo rispose: “Cosa mi darai? Io vado vivendo senza figli e il provveditore della mia casa è Eli’ezer di Damasco. Ed Abramo disse: “Non mi hai dato discendenti e l’uomo che dirige la mia casa mi erediterà” (ibid., 2-3). “Ed ecco che venne a lui la parola dell’Eterno che disse: costui non ti erediterà ma piuttosto colui che uscirà dalle tue viscere. E lo fece uscire all’aperto e gli disse: ti prego di osservare [“habèt- na”] il cielo e conta le stelle, se puoi contarle. Così numerosa sarà la tua discendenza” (ibid., 4-5).

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Parashà di Bereshìt: L’inizio della Torà nella Septuaginta

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La Torà inizia con le parole: “Bereshìt barà E-lo-him et ha-shamàim ve-et ha-Aretz” (“In principio creò Dio il cielo e la terra”).  Nel Talmud Yerushalmi (Chaghigà, 2:5) i maestri chiedono: Perché il mondo è stato creato con la Bet (di Bereshìt, la seconda lettera dell’alfabeto) e non con la Alef (di E-lo-him, la prima lettera dell’alfabeto)? E risposero: la Bet è una lettera che esprime berakhà (benedizione) mentre la Alef esprime  arirà (maledizione)…”.

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Parashà di Vezòt Habberakhà: Il forte braccio e le azioni straordinarie di Moshè

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Le ultime parole della parashà e della Torà sono una descrizione di Moshè e delle grandi cose che fece: “E non sorse  mai più profeta in Israele come Moshè, col quale l’Eterno aveva trattato faccia a faccia, per tutti i prodigi e i miracoli che l’Eterno lo incaricò di fare in Egitto al faraone, a tutti i suoi servi e a tutto il suo paese; e per tutte le dimostrazioni di forza [lett.: il forte braccio] e per tutte le grandi e straordinarie [lett.: spaventevoli] azioni che Moshè operò di fronte a tutto Israele” (Devarìm, 34:10-12).

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Parashà di Haazìnu: “La Rocca d’Israele” nella dichiarazione d’indipendenza

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Nella precedente parashà  di Vayèlekh l’Eterno disse a Moshè: “”Quando gli [al popolo d’Israele] capiteranno grandi mali e disgrazie, questo cantico deporrà come testimone contro di lui perché non verrà dimenticato neanche dalla sua progenie, perché  conosco la sua indole e ciò che egli è per fare ancor prima che Io lo conduca alla terra che giurai di dargli”.  “Moshè dunque scrisse questo cantico in quel giorno [l’ultimo giorno della sua vita], e lo insegnò ai figli d’Israele” (Devarìm, 31:21-22).  Il cantico di cui si tratta è la parashà di Haazìnu.

Nel quarto versetto della parashà è scritto: “La Rocca (in ebraico “tzur”) la cui opera è perfetta, poiché  tutte le sue azioni sono giuste; è un Dio fedele senza iniquità, giusto e retto egli è” (ibid., 32:4).

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I registri del giorno di Kippur

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Nel giorno di Kippur (12 ottobre 1872) alla Bevis Marks Synagogue di Londra, R. Beniamino Artom (Asti, 1843-1879, Londra) rabbino della comunità sefardita della città, esordì dicendo che i nostri maestri rivestirono i loro insegnamenti con parabole e metafore. Qui di seguito riassumiamo in piccola parte il contenuto della sua derashà.

In una di queste parabole i maestri descrissero l’Onnipotente come un giudice seduto sul suo trono adamantino con il pubblico ministero alla sua destra e tre registri di fronte a sé. Egli li apre e, avendo visto il comportamento di tutti gli esseri umani con un solo sguardo e deciso il verdetto di ognuno di essi, scrive in un registro i nomi di coloro che sono assolutamente malvagi e destinati a morire. Nel secondo registro Egli scrive i nomi di coloro che sono assolutamente virtuosi e destinata a vivere. Nel terzo registro, i nomi di coloro che sono ancora sull’orlo dell’abisso e con una penitenza sincera possono scampare la mala sorte della miseria e della morte.

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Vayèlekh: La Torà orale precede la Torà scritta

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Una delle due mitzvòt di questa parashà  è quella della lettura pubblica della Torà una volta ogni sette anni. Nella Torà è scritto: “Moshè diede loro quest’ordine: Alla fine d’ogni settennio, al tempo dell’anno di remissione dei debiti, durante la festa di Succòt  quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti all’Eterno tuo Dio, nel luogo che avrà scelto, leggerai questa legge dinanzi a tutto Israele, in modo che essi la odano. Convocherai il popolo, uomini, donne, bambini, con lo straniero che abita nelle tue città, affinché ascoltino, imparino a temere l’Eterno,  vostro Dio, e abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge” (Devarìm, 31:10-120.)

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Rosh Ha-Shanà: a chi si addice il titolo di ba’al teshuvà (penitente)?

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Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, 2:6) scrive: “Nonostante che la teshuvà (il pentimento, letteralmente “il ritorno”) e la preghiera siano valide  in qualunque momento, nei dieci giorni tra Rosh Ha-Shanà e il giorno di Kippur sono ancor più valide e vengono accettate immediatamente”.  Il Maimonide spiega che la teshuvà consiste nell’abbandonare il peccato, toglierselo dalla mente e impegnarsi a non commetterlo più; pentirsi di quello che si ha commesso nel passato e manifestare il pentimento verbalmente nella confessione [all’Eterno] (ibid., 2:2). La teshuvà più completa è quella che occorre quando una persona si trova nella stessa situazione nella quale aveva commesso il peccato e si astiene dal commetterlo perché ha fatto teshuvà e non per qualche altro motivo (ibid., 2:1).

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Parashà di Nitzavìm-Vayèlekh: Cosa sono le selichòt?

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Elùl è l’ultimo mese dell’anno ebraico e con la fine dell’anno si avvicina il momento di fare i conti con se stessi, di esaminare quello che abbiamo fatto durante l’anno passato e di fare teshuvà. I Maestri insegnano che di Rosh Ha-Shanà il Santo Benedetto giudica tutti gli esseri umani, passandoli in esame ad uno ad uno come fa un pastore con il suo gregge. Nel giorno di Rosh Ha-Shanà viene deciso se l’anno entrante sarà un anno di benedizione o meno.  Le nostre tefillòt (preghiere) e il nostro pentimento nel mese di Elùl possono servire a cambiare il decreto divino. Pertanto in questo mese ci si prepara al giorno del giudizio con tefillòt speciali e atti di tzedaqà (beneficenza).  Questa è l’introduzione di un articolo sulle selichòt di R. Shmuel Singer in Segulat Israel (n. 10, anno 5774). Le due parashòt di Nitzavìm e Vayèlekh vengono normalmente lette nelle sinagoghe nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà ed è proprio nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà che il minhàg di ashkenaziti e italiani comprende le selichòt.

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