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1555804800<=1378425600

BEN HAMETZARIM 5778-2018 Istruzioni per l’uso

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

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Parashà di Balàk: Rabbi Akivà e Bar Kokhbà

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Balàk re di Moàv aveva ingaggiato inutilmente il mago Bil’àm affinché con le sue maledizioni gli levasse di torno quella che lui percepiva la minaccia degli israeliti. In effetti il popolo d’Israele, dopo avere sconfitto i potenti re Sichòn e ‘Og, non aveva nessuna intenzione di invadere il territorio dei moabiti seguendo gli ordini dell’Eterno che aveva comandato loro di rispettare i territori dei moabiti e degli ammoniti loro cugini in quanto discendenti di Lot, nipote di Avrahàm. L’Eterno non permise a Bil’àm di pronunciare maledizioni e costui poté pronunciare solo benedizioni. Nel congedarsi dal re Balàk, Bil’àm gli disse: “Ora sto per tornare al mio popolo; ebbene vieni: ti predirò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni.”

Egli pronunciò il suo oracolo e disse: ”Questa è la parola di Bil’àm figlio di Be’òr, la parola dell’uomo dall’occhio penetrante. È la parola di chi ode le parole di Dio e conosce la volontà dell’Altissimo; di chi vede la visione dell’Onnipotente, mentre cade [nel ricevere la profezia] con visione mistica. Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non nel prossimo futuro: Una stella spunterà da Ya’akòv (Giacobbe) e uno scettro sorgerà da Israele, che schiaccerà tutti i principi di Moàv e dominerà tutti i discendenti di Set. Edòm sarà demolito e il suo nemico Se’ìr verrà distrutto e Israele sarà trionfante. E da Ya’akòv verrà un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” (Bemidbàr, 24:14-19).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita la traduzione aramaica di Onkelos (I secolo e.v.) che traduce la frase “Spunterà una stella da Ya’akòv” con le parole “Sorgerà un Re da Ya’akòv”. Poi riguardo alle parole “schiaccerà tutti i principi di Moàv”, Rashì commenta che si riferisce a re Davide che sconfisse Moàv, come scritto nel libro del profeta Samuele (II Shemuèl, 8:2). Riguardo alle parole “un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” Rashì commenta che si riferisce al futuro Re d’Israele che metterà fine all’esilio.

Nel Talmud di Eretz Israel (Trattato Ta’anìt, 21a) è raccontato: “R. Shim’òn figlio di Yochài insegnò che Rabbi ‘Akivà interpretava le parole “Spunterà una stella (in ebraico kokhàv) da Ya’akòv” dicendo “Spunterà Kozivà da Ya’akòv”. R. ‘Akivà si riferiva a Shim’on bar [figlio di] Kozivà, chiamato Bar Kokhbà, figlio della stella, che nell’anno 132 e.v. iniziò la grande rivolta per liberare la terra d’Israele dal dominio romano, sostenendo che quest’ultimo era il futuro Re
menzionato nella profezia di Bil’àm. Tuttavia nella stessa pagina è scritto che un collega di R. ‘Akivà, R. Yochanàn figlio di Tortà disse a R. ‘Akivà: “‘Akivà, l’erba crescerà sulle tue guance senza che arrivi il [re] discendente di re Davide”.
La rivolta scoppiò quando l’imperatore Adriano proibì agli ebrei di eseguire le circoncisioni. Egli nominò il feroce Tinneio Rufo governatore della Giudea e intorno al 132 C.E., Adriano cominciò a stabilire una città a Gerusalemme chiamata Aelia Capitolina, il cui nome era una combinazione del suo nome Aelius e quello del dio romano Giove Capitolino, iniziando a costruire un tempio a Giove al posto del Bet Ha-Mikdàsh. All’inizio la rivolta ebbe successo con la sconfitta e la distruzione di intere legioni romane tanto che Adriano non inviò il suo solito messaggio al Senato che ”Io e il mio esercito stavamo bene”.
Il Talmud racconta che tale era la forza di Bar Kokhbà e del suo esercito che costui diceva che avrebbe vinto la guerra naturalmente senza aiuto dal Cielo purché l’Eterno non lo ostacolasse. Tuttavia dopo un lungo assedio la fortezza di Betàr venne conquistata dai romani che fecero una strage dei combattenti e degli abitanti. I maestri dissero che dopo la questa disfatta “la forza d’Israele fu stroncata”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, Cap. 11), in modo simile a Rashì, scrive che i versetti della parashà si riferiscono a re Davide a al suo discendente il re mashìach (in italiano “messia” che significa “unto”, perché la nomina dei re veniva fatta mettendo olio sulla testa). Il Maimonide aggiunge che non bisogna pensare che il futuro re messia deva fare miracoli perché R. ‘Akivà sostenne la causa del re Bar Kozivà affermando che era il re mashìach, fino a quando quest’ultimo fu ucciso per via di peccati. [Le foto allegate mostrano il diritto e il rovescio di una moneta d’argento coniata da Bar Kokhbà con le parole in ebraico corsivo “Shim’on” e “Per la liberazione di Gerusalemme”].

Donato Grosser


Parashà di Chukkàt: Perché c’è chi digiuna il venerdì della parashà di Chukkàt?

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La mishnà nel trattato Ta’anìt (4:6) elenca le cinque disgrazie che
ebbero luogo nel mese di Tammùz: “Cinque eventi (devarìm)
capitarono ai nostri padri il 17 di Tamùz. Furono rotte le prime
tavole della legge [da Moshè quando vide il vitello d’oro]; il
sacrificio quotidiano fu interrotto [durante l’assedio dei
babilonesi]; nella città [di Gerusalemme] venne aperta una breccia
[durante la guerra contro i romani]; Postumus bruciò la Torà e fu
posto un idolo nel Bet Ha-Mikdàsh.
R. Zvi Ryzman in Raz Ka-Zvi osserva che vi furono anche
eventi felici nel mese di Tamùz: Noè quando mandò il corvo e la
colomba fuori dall’arca venne a sapere che la terra aveva
cominciato a prosciugarsi dopo il Diluvio. E ancora, nel terzo
giorno del mese di Tammùz, ebbe luogo il miracolo del sole che
continuò a illuminare il giorno a Ghiv’on per permettere a
Yehoshua’ (Giosuè) di finire di sbaragliare i nemici.
Cosa hanno in comune questi eventi? R. Ryzman commenta
che gli eventi felici ebbero luogo quando gli uomini fecero il loro
dovere, mentre le disgrazie ebbero luogo quando avvenne il
contrario. La missione della colomba che venne a portare a Noè la
notizia che la terra era ritornata come prima, mise in evidenza che
Noè aveva fatto tutto quello che poteva e doveva per ricostruire a
nuovo il mondo. Lo stesso si può dire per Yehoshua’. Dopo
quaranta anni nel deserto la nuova generazione di uomini forti
fisicamente e spiritualmente, quando dovettero combattere lo
fecero senza paura, e seguendo gli ordini, continuarono a
combattere anche quando calava la sera. Quando l’uomo fa il suo
dovere, il resto viene dal Cielo.
Le disgrazie del mese di Tammùz avvennero per il motivo
contrario. La rottura delle tavole della legge avvenne perché le
moltitudini che si erano aggregate ai figli d’Israele durante l’uscita
dall’Egitto adorarono il vitello e gli israeliti non lo impedirono. La
mancanza fu quella di non prendere l’iniziativa, di agire e di
opporsi. Incidentalmente R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550,
Bologna) commenta che quando i leviti chiamati da Moshè
istituirono dei tribunali di guerra per punire i colpevoli di idolatria,
la mancanza di reazione da parte del popolo servì da espiazione
per la mancanza di azione quando i colpevoli adorarono il vitello.
La mancanza di iniziativa fu anche la causa delle altre disgrazie che
avvennero nel mese di Tammùz.
Nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 580) R. Yosef Caro (Toledo,
1488-1575, Safed) elenca i giorni nei quali per via delle disgrazie

che capitarono ai nostri antenati è opportuno (raui) digiunare. Nel
primo giorno di Nissàn morirono i [due] figli di Aharon [perchè
avevano portato degli incensieri per bruciare del profumo nel
Mishkàn, il tabernacolo mobile nel deserto, senza averne ricevuto
l’autorizzazione]; nel decimo giorno di Nissàn mori Miriàm [sorella
maggiore di di Aharòn e di Moshè] e la fonte che portava l’acqua
ai figli d’Israele [per merito di Miriàm] si prosciugò. Il ventisei del
mese mori Yehoshua’. Nel decimo giorno del mese di Yiàr morì Eli
[il kohèn gadòl quando ricevette la notizia che i suoi due figli
erano morti in guerra contro i filistei e l’aròn hakòdesh, l’arca
santa, era stata presa dai nemici]. Nel ventottesimo giorno del
mese morì il profeta, Shemuèl (Samuele). La lista prosegue fino al
settimo giorno del mese di Adàr quando mori Moshè. In pratica
oggi sono pochi coloro che usano digiunare in questi giorni.
In una nota nel commento Mishnà Berurà viene citata
l’opera Shibbolè Ha-Lèket di R. Chizkiyà Anau (1210-1280) di
Roma dove egli scrive che si digiuna anche il venerdì che precede
lo shabbàt nel quale si legge la parashà di Chukkàt , che cade nel
mese di Tammùz, “in ricordo di quello che avvenne nei nostri
giorni, per via dei nostri numerosi peccati, quando fu bruciata la
Torà nell’anno 5004 dalla creazione (1244 dell’era volgare). Il
venerdì della settimana della parashà di Chukkàt furono messi al
rogo [in Francia] ventiquattro vagoni pieni di volumi del Talmud,
di halakhòt e di aggadòt. […] E da quel giorno in poi, fu deciso che
i volontari digiunano ogni anno nel venerdì della parashà di
Chukkàt e non nel giorno del mese, come è la consuetudine negli
altri digiuni. R. Anau conclude con l’augurio che dopo queste
disgrazie l’Eterno “ci mandi il bene e le consolazioni che ha
promesso tramite i nostri profeti di fare ritornare gli esiliati nella
nostra terra”.

Donato Grosser


Parashà di Koràch: Hillèl e Shammài

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Kòrach era figlio di Yizhàr e nipote di Kehàt. Moshè e Aharon
erano figli di ‘Amràm e nipoti di Kehàt. Moshè e Kehàt erano
quindi cugini. In questa parashà è raccontato che la ribellione era
nata per via di un dissidio famigliare.
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive:
“Perché Kòrach decise di ribellarsi a Moshè?” Kòrach era invidioso
del fatto che a capo del clan del nonno Kehàt fosse stato
nominato suo cugino Elitzafàn figlio di ‘Uzièl e anche lui nipote di
Kehàt. Kòrach era amareggiato. Il nonno Kehàt aveva quattro
figli: il primogenito era ‘Amràm e i suoi figli Moshè ed Aharon
erano diventati rispettivamente Re e Kohen Gadol; il
secondogenito era Yizhàr, il terzo Chevròn e il quarto ‘Uzièl.
Kòrach riteneva che in quanto figlio del secondogenito di Kehàt
era lui che avrebbe dovuto essere nominato a capo della famiglia.
La rivolta finì in un disastro per Kòrach e per i suoi seguaci:
alcuni furono divorati dalla terra, altri morirono bruciati. In tutte
gli altri episodi nei quali gli israeliti commisero dei peccati, come
nel caso del vitello d’oro, Moshè si diede da fare per far sì che
fossero perdonati. In questo caso invece Moshè chiese all’Eterno:
“Non accettare la loro offerta. Io non ho mai preso l’asino di
nessuno di loro, né ho mai fatto male ad alcuni di essi” (Bemidbàr,
16:15).
R. Moshè Alshich (Adrianopoli, 1508-1593, Safed)
commenta che questo comportamento di Moshè viene spiegato
dalla necessità di impedire che la ribellione si propagasse. Moshè
aveva nominato Elitzafàn su ordine divino e la ribellione di Kòrach
era di fatto un rifiuto di accettare i comandamenti dell’Eterno.
Gli incensieri di rame dei ribelli furono poi usati come
rivestimento del mizbèach (altare) per essere da “Ricordo per i
figli d’Israele affinché un estraneo che non è discendente di
Aharon si avvicini a fare ardere il profumo davanti all’Eterno e non
si comporti come Kòrach e la sua gente…” (Ibid, 17:15). Questo
versetto è oggetto di diversi commenti. In ogni modo, il messaggio
è la proibizione di generare divisioni.
Nei Pirkè Avòt (Massime dei padri (5:17) i maestri
insegnano: “Ogni disputa che avvenga per fini onesti (le-shem
Shamàim) finisce col mantenersi; non così invece delle discussioni
che non avvengono per onesti fini. Quale esempio si può citare
del primo tipo? Le discussioni di Hillèl e Shammài. E del secondo
tipo? Quelle di Kòrach e di tutto il suo seguito” (Ed. R. Carabba,
1931).
R. Yoseph Colombo (Livorno, 1897-1975, Milano) che
tradusse il testo, in una sua nota scrive di Hillèl e Shammài: “Le

loro scuole avevano, in fatto di rito e di procedura religiosa,
opinioni opposte, più facilitante quella del primo, più rigorosa
l’altra; ma in ambedue con un’indiscutibile onestà di indirizzo”.
R. ‘Ovadià Bertinoro (1455-1516, Gerusalemme) nel suo
commento a questa mishnà scrive che [“finisce per mantenersi]
significa che le parti della disputa rimangono in vita e non
muoiono, come la disputa tra le scuole di Hillèl e Shammài nella
quale non morirono né i discepoli di Shammài né quelli di Hillèl. R.
Bertinoro aggiunge un altro commento: se lo scopo della
discussione è di cercare la verità, lo scopo viene raggiunto, perché
grazie alla discussione viene fuori la verità. Nel caso di Hillèl e di
Shammài la halakhà venne decisa secondo la scuola di Hillel.
Quando invece lo scopo della disputa non è per fini onesti, ma per
il desiderio di potere, lo scopo non viene raggiunto come avvenne
con Korach”.
R. Eli’ezer Nachman Foà (Reggio Emilia, m.1659) commenta
che “finisce col mantenersi” significa che all’inizio vi è discussione
e alla fine tutti si mettono d’accordo. Infatti alla fine i discepoli di
Shammài accettarono la decisione di maggioranza della scuola di
Hillèl (Talmud babilonese, Betzà, 20a). Il contrario avviene nel
caso di una disputa per fini disonesti nella quale all’inizio i ribelli
sono concordi e poi finiscono invece di litigare tra di loro.
R. Yitzchàk Berekhià Da Fano (Ferrara, 1583-1668, Lugo) nel
commento Chanòkh la-Nà’ar scrive che “finisce per mantenersi”
significa che la discussione rimane totalmente valida, perché
come insegnano i maestri nel Talmud ‘Eruvìn (13b): «Sia queste
che quelle sono parole divine»”.

Donato Grosser


Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

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Gli studenti del Liceo Socrate incontrano le sorelle Bucci

Dopo il recente episodio dei saluti romani di alcuni studenti di un liceo della capitale, la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello ha incontrato i ragazzi del Liceo Socrate. Scopo dell’incontro di oggi quello di intraprendere con loro un dialogo costruttivo che li sensibilizzi al tema, impegno imprescindibile affinché la memoria non venga svilita. Leggi tutto l’articolo


Gianni Zarfati premiato dalla Polizia di Stato

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Questa mattina, presso la Sala Europa dell´Ufficio Coordinamento e Pianificazione delle Forze di Polizia del Ministero dell´Interno, il responsabile della Sicurezza della Comunità Ebraica di Roma, Gianni Zarfati, ha ricevuto dal Capo della Polizia e Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, il Prefetto Franco Gabrielli, la pubblica Benemerenza dell´Amministrazione per il contributo dato nell’ambito della prevenzione e della gestione dell’ordine pubblico durante gli eventi che hanno visto la presenza comunitaria, attiva o partecipativa.

“Gianni Zarfati è sempre stato per noi un punto di riferimento fondamentale per la sua saggezza e per la sua capacità – dichiara Gabrielli . E’ stato una persona di grande equilibrio che ha trasmesso tranquillità e serenità anche nelle questioni di ordine pubblico che vivono di particolari sensibilità e equilibri.”

La dedizione che Zarfati ha dimostrato dal 1982 nella gestione dei servizi di protezione degli ambienti ebraici ha portato,attraverso un lavoro di cooperazione con i referenti delle Istituzioni e, tra queste, con le Forze di Polizia, alla crescita del Gruppo Ebraico Volontari, che da cinquant’anni svolge un importante lavoro di collaborazione con la forza pubblica per garantire la sicurezza delle attività comunitarie che vengono quotidianamente intraprese.

“Siamo orgogliosi – afferma il presidente della Comunità Ruth Dureghello –  per l’onorificenza di cui viene insignito oggi Gianni Zarfati, che rende merito alla sua professionalità ed alla passione con la quale per quaranta anni ha coordinato gli aspetti di sicurezza della Comunità Ebraica di Roma. Ha saputo interpretare e corrispondere alla nostra visione che ci vede da sempre dialogare con le istituzioni e le Forze di Polizia per garantire la più ampia collaborazione, mettendoci sempre al servizio del bene comune.”


ROMA RICORDA MIREILLE KNOLL

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Si è tenuta questa mattina al Campidoglio la cerimonia per l’esposizione della foto di Mireille Knoll. La donna, ebrea, era sopravvissuta al rastrellamento del Vélodrome d’Hiver nel 1942, la più grande retata di ebrei condotta sul suolo francese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ stata assassinata nel suo appartamento, a Parigi, il 23 marzo scorso da due uomini per odio antisemita.
La commemorazione ha visto la partecipazione delle autorità, tra cui la Sindaca di Roma Virginia Raggi, il Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, l’Ambasciatore d’Israele in Italia Ofer Sachs e l’Ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Non poteva mancare la presenza dei ragazzi, provenienti dal liceo Renzo Levi, dalla scuola media di Via Cortina e dalla scuola Media di via Corradini, a cui il figlio di Mireille, Daniel, arrivato nella Capitale da Parigi per l’occasione, ha rivolto un monito per la memoria e la preservazione dei valori di amore, tolleranza e uguaglianza che caratterizzano la nostra società.


Parashà di Shelàkh Lekhà: Peccato di pensiero e peccato d’azione

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In questa parashà viene raccontato che gli esploratori convinsero
il popolo che la conquista della terra di Canaan era impossibile a
causa delle fortificazioni delle città e della forza degli abitanti. A
seguito di questo incidente l’Eterno decretò che tutta questa
generazione di uomini senza fede e coraggio sarebbe morta nel
deserto. Dopodiché, come se niente fosse accaduto, la Torà
ritorna a dare istruzioni agli israeliti per quando abiteranno nella
terra promessa. Una di queste mitzvòt è quella della separazione
della challà. Poi, verso la fine della parashà vi sono dei versetti
che insegnano cosa fare nel caso avvenisse una trasgressione che
dal testo non appare molto chiara: “Se cadrete in errore e non
eseguirete tutte queste mitzvòt che l’Eterno ha comandato a
Moshè, […]. Se l’errore sarà stato commesso dalla comunità,
allora tutta la comunità porterà un torello come sacrificio di ‘olà
(olocausto) […] e un capro come sacrificio di chattàt (espiazione)”
(Bemidbàr, 15:22-24).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive che a prima
vista questo passo è incomprensibile perché da una lettura
superficiale sembra che chi per errore non abbia eseguito quello
che l’Eterno ha comandato debba portare un sacrificio. E questo è
assurdo perché se così fosse ci sarebbe l’obbligo di portare
sacrifici per ogni mitzvà prescrittiva [che comanda di fare
qualcosa] della Torà qualora una persona avesse errato nel non
osservarne una sola. Per questo motivo i Maestri hanno spiegato
che questo passo nel quale è scritto “tutte queste mitzvòt” si
riferisce alla trasgressione dell’idolatria commessa per errore
(shoghèg). Egli aggiunge che questo passo è stato inserito dopo
quello degli esploratori perché essi si erano ribellati all’Eterno
pensando di nominare un capo, di ritornare in Egitto e di abitare
colà come prima senza Torà e senza mitzvòt.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) citando i
Tehillìm (Salmi, 106:27) commenta che una trasgressione del
genere sarebbe potuta capitare poiché dopo l’episodio degli
esploratori era stato decretato che i loro discendenti sarebbero
stati esiliati tra le nazioni e non sarebbe stato infrequente errare
[per ignoranza] nell’idolatria al ritorno nella terra d’Israele. R.
Sforno aggiunge che chi commette la trasgressione d’idolatria,
anche se tecnicamente osserva tutte le altre mitzvòt, non ha
osservato i precetti che l’Eterno ha comandato a Moshè perché
una condizione per osservare propriamente i precetti è quella di
riconoscere che Dio è uno ed unico. Infatti i Maestri nel Midràsh

Sifrè insegnano “che ci accetta l’idolatria è pari a colui che nega
l’intera Torà”.
R. Shelomò Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga)
nel suo commento Kelì Yakàr si sofferma sui versetti dove è scritto
che per espiare questa trasgressione commessa per errore,
bisogna portare come primo sacrificio una ‘olà (olocausto) e come
secondo un chattàt (sacrificio di espiazione). Egli osserva che in
tutti gli altri casi nei quali una persona deve portare un chattàt e
una ‘olà, il chattàt precede la ‘olà. In questo caso l’ordine è
inverso e la ‘olà precede il chattàt. R. Luntzchitz spiega che ogni
peccato comporta un procedimento mentale seguito da
un’azione. Se qualcuno commette una trasgressione senza
pensarci e senza alcuna intenzione, la trasgressione non richiede
nessuna espiazione perché è considerata commessa per forza
maggiore. La trasgressione di cui tratta la Torà in questo passo è
quella commessa per errore, come quando chi la commette
ignora che l’atto costituisce idolatria o che l’atto idolatrico sia
proibito. In genere quando viene commessa una trasgressione
anche se l’azione è preceduta dal pensiero, la trasgressione ha
luogo solo quando si commette l’azione che è la parte principale
della trasgressione. Per questo motivo per tutte le trasgressioni
commesse per ignoranza, chi ne ha commessa una che richiede
l’offerta di questi due sacrifici deve portare prima il chattàt per
l’azione commessa e poi la ‘olà per il pensiero. Quando però si
commette per errore un atto idolatrico bisogna portare prima una
‘olà perché nell’idolatria il pensiero è peccato principale. A tale
prova egli cita R. Moshè di Coucy (1200-1260) che nel Sèfer
Mitzvòt Gadòl scrive che non bisogna neppure pensare che vi sia
un altro dio.

Donato Grosser


Parashà di Behaalotekhà: Per fare del bene bisogna affrettarsi

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La prima festa di Pèsach, come quella che festeggiamo ogni anno con matzà (azzima) e maròr
(erba amara), ebbe luogo nell’anniversario dell’uscita dall’Egitto come è scritto: “L’Eterno
parlò a Moshè nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro uscita
dall’Egitto dicendo: facciano i figli d’Israele il [sacrificio di] Pèsach al tempo stabilito. Il tempo
stabilito per la sua preparazione sarà il quattordicesimo giorno di questo mese nel
pomeriggio. Lo dovranno preparare in modo conforme ai suoi statuti e alle sue prescrizioni”
(Bemidbàr, 9:1-3).
Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che questa fu la prima volta nella quale il
sacrificio di Pèsach fu portato sul mizbèach e gli israeliti osservarono sette giorni nei quali
mangiarono solo matzòt. In questa occasione la Torà racconta che “Vi fu, che degli uomini
erano venuti a contatto con un morto, ed essendo affetti da impurità non potevano
preparare l’offerta del Pèsach in quel giorno. Durante il giorno si rivolsero a Moshè e ad
Aharòn […] e dissero […] perché dobbiamo perdere questa occasione e non possiamo
presentare l’offerta all’Eterno al tempo stabilito insieme con gli altri israeliti? Moshè disse
loro: aspettate e sentirò quali ordini darà l’Eterno riguardo al vostro caso ”(ibid., 6-8).
L’Eterno rispose che in questi casi coloro che non potevano offrire il sacrificio di Pèsach nel
quattordicesimo giorno del primo mese (di Nissàn) avrebbero potuto portarlo nel
quattordicesimo giorno del secondo mese (di Yar).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Panìm la-Torà commenta che nella
Torà è scritto “vi fu” al singolare per accennare al fatto che quando la maggioranza del
popolo è affetto da impurità si può portare ugualmente il sacrificio di Pèsach. Solo quando
l’impurità è di alcuni singoli, essi devono portare il sacrificio un mese dopo a Pèsach Shenì.
R. Aharon Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharòn cita R. Joseph Dov
Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) che disse che quando vi furono degli israeliti che
erano in pena ed erano imbarazzati per non poter fare Pèsach insieme con gli altri, Moshè
non perse tempo e si rivolse immediatamente all’Eterno per poter trovare una soluzione.
Una situazione simile avvenne quando le figlie di Tzelofchàd chiesero di poter avere in
eredità la porzione della terra d’Israele destinata al defunto padre che non aveva avuto figli
maschi. Anche in quel caso, di fronte a delle giovani angustiate, Moshè si rivolse
immediatamente all’Eterno (Bemidbàr, 27:5). Al contrario, nei casi in cui era necessario
sapere quale pena dare a un israelita che aveva commesso una trasgressione, Moshè non
ebbe alcuna fretta nel chiedere cosa fare. Per fare del bene bisogna affrettarsi; in altri casi
c’è sempre tempo.
In questa occasione riguardo al normale sacrificio di Pèsach la Torà insegna che
“Quando abiterà tra di voi un proselita e farà il sacrifico di Pèsach all’Eterno, lo farà secondo
le stesse regole e le stesse leggi [perché] per voi vi è una sola stessa legge per il cittadino e
per il proselita” (Bemidbàr, 9:14). Perché questo insegnamento era necessario?
R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (1523-1598) commenta che era necessario insegnare
che era proibito dire a un proselita che il sacrificio di Pèsach era in ricordo dell’uscita
dall’Egitto e loro, i proseliti, non erano usciti dall’Egitto. Per questo è scritto “per voi e per il
proselita” perché “non sapete se l’anima di questo proselita era un’anima israelita che si era
dispersa e che tornava”.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) in Or Ha-Chayìm offre una
spiegazione analoga. Se qualcuno pensasse erroneamente che un proselita non deva portare
il sacrificio di Pèsach perché né lui né i suoi antenati erano in Egitto, la Torà viene a insegnare
che anche il proselita che era uscito dall’Egitto deve portare il sacrificio di Pèsach come tutti
gli altri. Questo perchè anche se questo proselita si è aggregato di recente, l’uscita dall’Egitto
è avvenuta anche per l’anima del proselita perché la radice della kedushà è unica.

Donato Grosser


Parashà di Nassò: Il nazireo, santo o peccatore?

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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L’Eterno disse a Moshè: “Parla agli Israeliti e riferisci loro: quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi all’Eterno, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti…” (Bemidbàr, 6:1-3.  Il nazireo doveva astenersi anche da uva e derivati e non poteva tagliarsi i capelli. Inoltre gli era proibito rendersi  impuro venendo a contatto con dei cadaveri come era la regola per il Kohèn Gadòl.  Nel caso in cui qualcuno morisse all’improvviso vicino al nazireo, che diventava così impuro, il nazireo doveva interrompere il suo nazireato, rasarsi la testa e portare due tortore o due colombe come sacrificio, una come olocausto e l’altra come sacrificio di espiazione “per la colpa nella quale era incorso” (ibid., 11).

Rashì (Francia, 1140-1105) nel suo commento scrive che la sua colpa era che “Non era stato attento dal rendersi impuro con un morto”. E citando il Talmud babilonese (Nazìr,19a)  aggiunge: “R. El’azar il Kappar dice: perché si afflisse astenendosi dal vino”. Da questa affermazione appare che il nazireo abbia commesso una colpa nell’astenersi dal vino. Altri commentatori offrono invece delle spiegazioni che sottolineano la kedushà del nazireo e non la sua colpa.

Il Nachmanide (Girona, 1192-1270, Acco) nel suo commento scrive che il motivo per cui il nazireo deve portare un sacrificio di espiazione è che dopo essersi elevato [a un livello di kedushà superiore] egli torna a rendersi impuro con i desideri mondani invece di rimanere a un alto livello di kedushà per il resto della sua vita.

  1. Yosèf di Trani (Safed, 1568-1639, Costantinopoli) in un responso (Responsi Maharit, I:53-54) al suo contemporaneo  R. Yechièl Bassan afferma che il nazireo facendo questo voto adotta un livello di kedushà che non è compatibile con le attività che gli sono proibite.
  2. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà si sofferma su quello che il nazireo deve fare al termine del nazireato.  Nella Torà è scritto: “Questa è la legge del nazireato; quando i giorni del suo nazireato saranno compiuti, egli porterà se stesso [iavì otò] all’ingresso della tenda del convegno…” (Ibid., 13) dove il nazireo doveva portare dei sacrifici e rasarsi definitivamente la testa.  Sulla espressione “egli porterà se stesso”  R. Sforno afferma che in genere quando si conduce una persona presso qualcuno che lo introduce a qualcosa di nuovo, quest’ultimo è di rango più elevato. Per esempio, colui che è affetto da‘tazara’atper purificarsi viene condotto dal Kohèn; il servo che rinuncia a essere liberato dopo sette anni viene condotto dai giudici. Tuttavia nel caso del nazireo alla conclusione del periodo di nazireato, non vi è nessuno più onorato di lui che lo possa scortare e pertanto la Torà scrive che il nazireo “deve portare se stesso”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (III:33) tocca l’argomento del nazireo scrivendo: “Similmente una delle intenzioni della Torà è la purità e la kedushà.   “[…] e rinunciare a bere vino costituisce kedushà come è detto riguardo al nazireo «Egli sarà kadòsh”. Tuttavia il Maimonide stesso nel Mishnè Torà (Hilkhòt De’òt, 3:1) toccando l’argomento del nazireo ne dà un descrizione diversa: “Se qualcuno dicesse che invidia, desiderio ed onore e cose simili sono cattive strade che portano l’uomo la di fuori dal mondo, e che pertanto ci si deve allontanare  da esse del tutto e andare all’estremo opposto evitando di cibarsi di carne, di bere vino, di prendere moglie, di abitare in una bella casa e di vestirsi bene, ma invece di vestirsi di sacco e di lana di bassa qualità e cose simili come fanno i sacerdoti idolatri, anche questa è una pessima strada.  È proibito comportarsi in questo modo e chi lo fa è chiamato peccatore. [La prova di questo] è che la Torà dice del nazireo «E chiederà espiazione per la colpa in cui era incorso». I Maestri dissero che se un nazireo che si è solo astenuto dal vino necessita espiazione, a maggior ragione [è colpevole] chi si astiene da ogni cosa”. In conclusione, essere santi non è facile perché coloro che rinunciano in modo eccessivo alle cose del mondo possono diventare dei peccatori.

Donato Grosser