1561420800<=1347580800
1561420800<=1348185600
1561420800<=1348790400
1561420800<=1349395200
1561420800<=1350000000
1561420800<=1350604800
1561420800<=1351209600
1561420800<=1351814400
1561420800<=1352419200
1561420800<=1353024000
1561420800<=1353628800
1561420800<=1354233600
1561420800<=1354838400
1561420800<=1355443200
1561420800<=1356048000
1561420800<=1356652800
1561420800<=1357257600
1561420800<=1357862400
1561420800<=1358467200
1561420800<=1359072000
1561420800<=1359676800
1561420800<=1360281600
1561420800<=1360886400
1561420800<=1361491200
1561420800<=1362096000
1561420800<=1362700800
1561420800<=1363305600
1561420800<=1363910400
1561420800<=1364515200
1561420800<=1365120000
1561420800<=1365724800
1561420800<=1303171200
1561420800<=1366934400
1561420800<=1367539200
1561420800<=1368144000
1561420800<=1368748800
1561420800<=1369353600
1561420800<=1369958400
1561420800<=1370563200
1561420800<=1371168000
1561420800<=1371772800
1561420800<=1372377600
1561420800<=1372982400
1561420800<=1373587200
1561420800<=1374192000
1561420800<=1374796800
1561420800<=1375401600
1561420800<=1376006400
1561420800<=1376611200
1561420800<=1377216000
1561420800<=1377820800
1561420800<=1378425600

Parashà di Ki Tavò: Non si può fuggire dalla benedizione divina

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Questa parashà comprende alcune delle più belle benedizioni promesse al popolo d’Israele se osserveranno le mitzvòt che l’Eterno ha comandato loro. Nella Torà è scritto: “Se ascolterai la voce dell’Eterno tuo Dio, osservando ed eseguendo tutte le Sue mitzvòt che io [Moshè] ti comando oggi, l’Eterno tuo Dio ti porrà al di sopra di tutte le nazioni della terra. Verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni se avrai dato ascolto alla voce dell’Eterno tuo Dio. Sarai benedetto in città e in campagna; sarà benedetto il frutto del tuo ventre, il prodotto della terra e il frutto del tuo bestiame; il parto delle tue mucche e gli agnelli del tuo gregge. Sarà benedetto il tuo cesto e la tua madia…” (Devarìm, 28-1-5).

Leggi tutto l’articolo


Parashà di Ki Tetzè: Quando la roba è di chi la trova (“Finders are keepers”)

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Una delle mitzvòt della Torà è quella di restituire ai proprietari gli oggetti smarriti. Nella parashà  è scritto: “Quando vedrai il toro o l’agnello del tuo fratello smarriti non dovrai ignorarli; li dovrai invece restituire al tuo fratello. E se il tuo fratello non sta vicino a te o tu non lo conosci, li dovrai portare a casa tua e staranno presso di te fintanto che il tuo fratello ne faccia ricerca e allora glieli dovrai restituire.  Così farai anche del suo asino, del suo vestito e non potrai ignorare ogni cosa di tuo fratello che è stata da lui perduta e tu hai trovato (Devarìm: 22-1-3).

L’autore catalano del Sèfer Ha-Chinùch (XIII secolo) spiega che in questi versetti  vi sono due mitzvòt: una è quella che prescrive di restituire quello che il prossimo ha perduto (hashavàt avedà) e l’altra è quella che proibisce di ignorare quello che è stato perduto e di abbandonarlo. Egli aggiunge che lo scopo di questa mitzvà e di fare sì che “animali e oggetti smarriti siano al sicuro in qualunque parte nella nostra sacra terra, come se fossero in possesso dei proprietari”.

Mordekhài Hakohèn (Safed,1523-1598, Aleppo) in Siftè Kohèn, cita un midràsh dove è scritto che “se anche tu potessi ignorare gli uomini, non potrai ignorare il Santo Benedetto che conosce tutti i segreti”.

Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 358) menziona che quando vi era il Bet Ha-Mikdàsh e gli israeliti venivano a Gerusalemme tre volte all’anno per le feste di Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt, vi era un “ufficio oggetti smarriti” chiamato Even Ha-To’en. Da quando il Bet Ha-Mikdàsh è stato distrutto, i maestri stabilirono che gli annunci sugli oggetti smarriti venissero fatti nelle sinagoghe e nelle case di studio (Talmud babilonese, Bavà Metzià, 28b).

Leggi tutto l’articolo


Parashà di Shofetìm: Non è l’abito che fa il giudice

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Questa parashà si apre con la mitzvà di organizzare un sistema giudiziario con queste parole: “Nominerai giudici e polizia per le tue tribù in tutte le porte [delle città] che l’Eterno, tuo Dio, ti dà, assicurando che amministreranno la giustizia del popolo in modo onesto. Non dovrai alterare il diritto, mostrare favoritismi e farti corrompere perché la corruzione acceca gli occhi dei saggi e falsifica le parole dei giusti. Cerca la vera giustizia affinché tu viva e occupi il paese che l’Eterno, tuo Dio, ti dà. Non pianterai alcuna Asherà o qualunque altro albero, al lato dell’altare che edificherai per l’Eterno tuo Dio” (Devarìm, 16:18-22).

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida degli Smarriti (3:35) scrive che l’utilità di nominare giudici è evidente, perché se i criminali non venissero puniti sarebbe impossibile evitare i crimini e non vi sarebbe alcun deterrente al crimine.

Leggi tutto l’articolo


Parashà di Reè: La necessità e il costo umano di sradicare il male

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Nelle parashà è scritto: [Questo è  ciò che dovrai fare] “Se riguardo a una delle tue città che l’Eterno tuo Dio ti ha dato per abitarvi, ricevessi un rapporto che alcuni uomini scellerati tra di voi sono riusciti a sviare gli abitanti della loro città dicendo loro: “Andiamo, adoriamo altri dei per avere una nuova esperienza religiosa”. Dovrai indagare, fare un’inchiesta e interrogare per bene. Se è vero, se la cosa è esatta che una simile abominazione ha avuto luogo in mezzo a te, dovrai uccidere tutti gli abitanti di quella città a fil di spada. Distruggerai la città e tutte le proprietà […] [La città} dovrà rimanere per sempre un mucchio di rovine e non dovrà più essere ricostruita. Niente di ciò che è destinato alla distruzione dovrà rimanere in tuo possesso. L’Eterno avrà poi misericordia ti te, ritrarrà la Sua ira. Ti darà misericordia e ti moltiplicherà come ha giurato ai tuoi padri  (Devarìm, 13: 13-18). Terribile! 

Eccetto che nel Talmud babilonese (Sanhedrin, 71a), è insegnato: “R. Eli’èzer afferma: una città nella quale vi è anche una sola mezuzà non può venire condannata alla distruzione.

Leggi tutto l’articolo


Parashà di ‘Ekev: L’idolatria moderna

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

La seconda porzione dello Shemà‘ appare alla fine di questa parashà ed inizia con questa parole: “Se voi ubbidirete ai miei comandamenti, che vi comando oggi, amando l’Eterno vostro Dio e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, [l’Eterno ha fatto questa promessa]: darò al vostro paese la sua pioggia al suo tempo, la pioggia autunnale e primaverile, e raccoglierete in abbondanza frumento, mosto e olio. Farò crescere foraggio nei vostri campi per il vostro bestiame e mangerete e sarete sazi. Guardate bene però che il vostro cuore non venga sedotto (iftè levavhkèm), e vi sviate servendo e prostrandovi a dei stranieri…” (Devarìm, 11:13-16).   

Rashì (Francia, 10040-1105) nel suo commento scrive: Poiché mangerete e sarete soddisfatti, guardatevi di non ribellarvi perché non ci si ribella al Santo Benedetto altro che quando si è sazi, come è scritto: “Affinché mangiando e saziandoti […] e aumentando il tuo bestiame”[…] il tuo cuore si insuperbirà e dimenticherai l’Eterno tuo Dio […]”, vi svierete e vi separerete dalla Torà e il risultato sarà che servirete divinità straniere, perché quando ci si separa dalla Torà ci si associa all’idolatria.

Leggi tutto l’articolo


Parashà di Vaetchanàn: L’educazione è creatività per eccellenza

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

Il passo della Torà più conosciuto, recitato due volte al giorno e quindi facilmente imparato a memoria, è lo Shemà’ dove viene insegnato che l’Eterno è uno ed unico. In questo passo viene elencata la mitzvà di insegnare la Torà ai nostri figli con queste parole: “Queste parole che io ti comando oggi devono rimanere sul tuo cuore; insegnale ai tuoi figli e parlane con loro stando nella tua casa, camminando per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai (Devarìm, 6:6-7). R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta: “Insegnale ai tuoi figli”
Insegna loro in modo continuo e con acume perché con la continua ripetizione le ricorderete per sempre”. L’autore catalano del Sèfer Ha-Chinùkh (XIII secolo e.v.) che elenca le 613 mitzvòt della Torà scrive: “È una mitzvà prescrittiva (cioè una cosa da fare) quella di studiare la sapienza della Torà e di insegnarla” […] perché studiandola le persone conosceranno le vie dell’Eterno senza le quali rimarrebbero senza conoscenza e senza comprensione e considerati alla stregua di animali…”. (Si sente l’eco di queste parole nelle rime dantesche scritte qualche decennio più tardi: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento, citando i maestri nel Midrash Sifrè, scrive: “Ai tuoi figli” significa “ai tuoi discepoli”; infatti troviamo che i discepoli vengono chiamati ovunque “figli”, come per esempio “voi siete figli dell’Eterno vostro Dio”; in modo analogo il maestro viene chiamato “padre”, come è detto riguardo al navì (profeta) Elia che venne
chiamato dal suo discepolo Elishà’ (Eliseo) “Padre mio, padre mio, carro d’Israele e suo cavaliere” (I Melakhìm, 2:12). Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Talmud Torà, 1:2)
scrive che è obbligo insegnare Torà ai figli, ai nipoti e anche ai figli degli altri perché appunto quando la Torà usa la parola “figli” intende anche i discepoli. I figli tuttavia hanno la precedenza nei confronti dei nipoti e dei figli degli altri. R. Moshè Feinstein (Belarus, 1895-1986, New York) in Daràsh Moshè si domanda per
quale motivo la Torà usa la parola “padre” per definire il maestro. A questo proposito egli cita il Talmud babilonese (Trattato Bavà Metzià, 33a) dove è insegnato che il grado del maestro di Torà è superiore a quello del padre “perché il padre lo ha portato a questo mondo, mentre il maestro che gli insegnato la sapienza [della Torà] gli ha aperto il mondo futuro”. Se il maestro è più importante del padre, per quale motivo viene chiamato “padre” e non “maestro”? R. Feinstein spiega che il padre conferisce naturalmente al figlio bellezza, forza, ricchezza e
intelligenza. La Torà ci insegna che il maestro deve far si che i suoi discepoli diventino come lui, in modo analogo come avviene tra padre e figlio, solo che in questo caso il maestro deve influenzare il carattere e il comportamento dei discepoli. Rav Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993) in Mesoras Harav (Devarìm, p. 57)
scrive che l’educazione è “creatività per eccellenza”. Con l’educazione un bambino “senza forma e senza direzione” viene trasformato in un saggio di Torà. Un bambino senza disciplina e senza identità, un mondo vuoto e desolato (tohu va-vohu), viene gradualmente trasformato in una personalità spirituale. Introducendo un bambino ai racconti di Avrahàm e di Sara e poi man mano alle trattazioni talmudiche si foggia un’anima, e non vi è opera di creazione superiore a questa. L’educazione di Torà è la dimensione spirituale della paternità, ed è simile alla creazione divina perché anche l’Eterno è chiamato “L’insegnante del Suo popolo Israele”.

Donato Grosser


Parashà di Mass’è: La mitzvà di risiedere in Eretz Israel

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

La parashà di Mass’è è l’ultima del Sèfer Bemidbàr (Numeri). In essa è scritto che l’Eterno comandò agli israeliti di cacciare gli abitanti della terra di Cana’an, di prenderne possesso e di insediarsi in essa con queste parole: “L’Eterno parlò con Moshè nella pianura di Moav vicino al [fiume] Giordano in prossimità [della città] di Gerico dicendo: Parla con i figli d’Israele e dì loro che quando attraverseranno il Giordano [entrando] nella terra di Cana’an dovranno scacciare tutti gli abitanti del paese davanti a loro e distruggere tutte le pietre effigiate, tutte le loro immagini di getto e tutti i loro luoghi consacrati. Dovrete scacciare gli abitanti di quella terra e abitarla voi poiché a voi ho destinato quel paese qual possesso” (Bemidbàr, 33:50-53). Shalom Haggiag in Segulat Israel (n.3, 5755) scrisse un articolo sull’argomento che riassumiamo in parte.
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) commentando l’ultimo versetto, afferma che “Risiedere nella terra e prenderne possesso è una mitzvà prescrittiva, perché [gli israeliti] non devono disprezzare quello che il Signore ha dato loro. E se venisse loro in mente di conquistare la terra di Shin’ar o l’Assiria o altre terre per risiedervi, trasgredirebbero la mitzvà del Signore […] e non dobbiamo lasciare la terra [d’Israele] nelle mani dei canaaniti o di altri in nessuna generazione […] perciò è una mitzvà prescrittiva per [tutte] le generazioni e ognuno di noi è obbligato [a metter in atto questa mitzvà] persino durante [il periodo del] l’esilio come è noto da molti passi del Talmud…”. Va notato tuttavia che il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Sèfer Ha-Mitzvòt, che elenca tutte le 613 mitzvòt della Torà, non include la mitzvà di risiedere in Eretz Israel nel conto. Tuttavia nel Mishnè Torà, che è la sua grande opera di halakhà, egli scrive: “Bisogna sempre [cercare] di abitare in Èretz Israel, perfino in una città abitata da una maggioranza di gentili piuttosto che abitare al di fuori della terra [d’Israele] perfino in una città abitata da una maggioranza di israeliti […] e come è proibito uscire dalla terra [d’Israele] per andare in altri
paesi, così pure è proibito uscire dalla Babilonia per andare in altri paesi […] (Hilkhòt Melakhìm, 5:12). Il Maimonide permette di uscire da Eretz Israel solo per sposarsi, per studiare Torà, per recuperare dei debiti dai gentili e scopo di affari. I commentatori del Maimonide hanno offerto varie spiegazioni alla mancata inclusione di questa mitzvà nel conto delle 613 mitzvòt della Torà. R. Yitzchàk Leon ibn Tzur (Spagna, XVI secolo e.v) che fu rav ad Ancona tra gli anni 1535 e 1546, nella sua opera Meghillàt Ester, scritta in difesa del Maimonide, scrive: “La mitzvà di prendere possesso della terra e di risiedervi fu in vigore solo nei giorni di Moshè, Yehoshùa’ e
Davìd e per tutto il periodo in cui non furono esiliati. Tuttavia, una volta esiliati dalla loro terra, questa mitzvà non è in vigore per tutte le generazioni fino all’arrivo del Mashìach …”. Il tosafista R. Chayìm Kohen (Kettubòt 110b), afferma che ”al giorno d’oggi la mitzvà di risiedere in Èretz Yisrael non è in vigore per via dei pericoli del viaggio”(le crociate) e ”perché ci sono diverse mitzvòt legate alla terra d’Israele che non saremmo in grado di osservare
pienamente” Tuttavia R. Yosef di Trani (Safed, 1568-1639, Costantinopoli) detto il Maharit, e
considerato il più grande dei decisori halakhici dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna, obietta alle ultime affermazioni di R. Chayìm Kohen e scrive che la mitzvà di risiedere in Èretz Yisrael è indipendente dalle mitzvòt agricole e scrive “… la mitzvà di risiedervi vale anche oggi anche se [la terra] è desolata, come ha scritto il Nachmanide” (responsi Maharit, Y.D. II, 28). Il Maharit inoltre afferma che la seconda parte delle affermazioni di R. Chayìm Kohen è un’aggiunta apocrifa di qualche studente. Secondo il Maharit, R. Chayyìm Kohen afferma solo che la mitzvà non è in vigore quando il viaggio è pericoloso. R. Moshè Feinstein (Belarus, 1895-1886, New York) scrive che la maggior parte dei posqìm sostiene che questa mitzvà sia in vigore anche oggi: si compie una mitzvà andando ad abitare in Èretz. Non è però obbligatorio risiedervi, altrimenti il Maimonide avrebbe scritto che è proibito abitare nella Diaspora e non che è proibito uscire da Èretz Israel (Even ha-‘Èzer, I, 102).

Donato Grosser


Parashà di Pinechàs: La ricchezza non basta per mantenere l’onore

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

 

Questa parashà è la continuazione di quella precedente dove è scritto che Pinechàs, rischiando la vita, prese l’iniziativa di uccidere Zimrì, un capo della tribù di Shim’òn e la sua amante, la principessa midianita Cozbì.
Il testo che descrive quello che avvenne inizia così: “Israele si accampò a Shittìm e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moàb. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei. Israele aderì al culto di Ba’a Pe’or e l’ira dell’Eterno si accese contro Israele […]. Mosè disse ai giudici d’Israele: Ognuno di voi uccida dei suoi uomini coloro che hanno aderito al culto di Ba’al Pe’or. Ed ecco uno degli Israeliti venne e presentò ai suoi fratelli una donna midianita, sotto gli occhi di Mosè e di tutta la comunità degli Israeliti […]. Vedendo ciò, Pinechàs figlio di El’azar, figlio del kohèn Aharon, si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la donna […]. L’Eterno disse a Mosè: Pinechàs, figlio di El’azàr, figlio del kohèn Aharòn, ha allontanato la mia ira dagli Israeliti, perché egli è stato animato dal Mio zelo fra di loro […]. Ora l’uomo d’Israele, ucciso con la donna midianita, si chiamava Zimrì, figlio di Salù, capo di un casato paterno dei simeoniti. La donna midianita uccisa, si chiamava Cozbì, figlia di Tzur, capo della gente di un casato in Midiàn” (Bemidbàr, 25-1-15).
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita il Midràsh Tanchumà dove è scritto: “Il motivo per cui il Santo Benedetto vide la necessità di menzionare la genealogia di Pinechàs, è che dopo che Zimrì fu trafitto [da Pinechàs] insieme a Cozbì le tribù dissero: guardate questo nipote di Puti [uno dei nomi di Yitrò] il nonno [materno] che aveva ingrassato vitelli alla ‘avodà zarà [idolatria] che ha ucciso un principe di una tribù d’Israele! Pertanto la Scrittura ha visto la necessità di menzionare che Pinechàs era figlio di El’azar e nipote di Aharòn” per mettere in evidenza che Pinechàs non aveva agito come un idolatra, ma con le stesse motivazioni del nonno paterno Aharòn che era un uomo di pace. Il Midràsh Tanchumà ha qualcosa da dire anche in relazione a Zimrì. Nella Torà è scritto: “E il nome dell’israelita ucciso insieme con la midianita era Zimrì figlio di Salù, il capo di un casato dei simeoniti” (Bemidbàr, 25:14). Il Midràsh afferma: “Il Santo Benedetto fa pubblicamente le lodi dei giusti, e così pure biasima pubblicamente i malvagi. Pinechàs fu lodato e Zimrì biasimato. […]. E per quale motivo è scritto “Zimrì, figlio di Salù, capo di una casato? [menzionando i suoi padri]. Perché chi danneggia la propria reputazione danneggia
anche quella della famiglia […]. Il suo antenato Shim’òn mostrò il suo zelo contro l’immoralità quando “I due figli di Ya’akòv [Shim’òn e Levi vendicarono il ratto della sorella Dina a Shekhèm]” mentre costui ha fatto il contrario.
Una simile affermazione viene fatta riguardo alla principessa midianita quando è scritto “Il nome della donna midianita uccisa era Cozbì, figlia di Tzur, capo del popolo di un casato di Midiàn” (Bemidbàr, 25:15). E tutto questo, afferma il Midràsh, per farci sapere fino a che punto arrivava l’odio dei midianiti [nei confronti degli israeliti], che furono disposti e prostituire la figlia di un re. Tzur era uno dei cinque re di Midiàn; egli era il più importante di
tutti e quando mandò la figlia a prostituirsi tutti lo seguirono. E poiché si comportò in modo vergognoso la Scrittura lo elencò al terzo posto, come è scritto: “E [gli israeliti] uccisero con il resto dei morti i re di Midiàn: Evi, Rekem, Tzur, Chur e Revà, i cinque re di Midiàn” (Bemidbàr, 1:8).
R. Shimshòn Nachmani (Modena, 1706-1778, Reggio Emilia) nel suo commento Zera’ Shimshòn si chiede per quale motivo se il re Tzur era il più importante di tutti la Scrittura lo elencò al terzo posto poiché si comportò in modo vergognoso. Se i midianiti stessi lo avessero fatto retrocedere la cosa sarebbe comprensibile, ma in effetti Tzur non aveva perso la sua posizione di primo re dei midianiti. R. Shimshòn spiega che un uomo arriva a regnare grazie a tre requisiti: se viene da famiglia reale; oppure se ha grande sapienza o una grande ricchezza come il re Assuero. Chi diventa re grazie ai suoi soldi e non per altro motivo è il meno onorato. E Tzur all’inizio primeggiava in tutto. Tuttavia quando mandò la figlia a prostituirsi perse l’onore e la sapienza e rimase re solo grazie alla sua ricchezza. Per questo la Scrittura lo elenca al terzo posto.

Donato Grosser


BEN HAMETZARIM 5778-2018 Istruzioni per l’uso

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace” (Zaccaria 8, 19).

La tradizione ebraica ha stabilito dei periodi speciali dell’anno dedicati alla memoria e alla riflessione su tragici eventi della storia ebraica. L’idea è che ci deve essere un tempo per piangere e un tempo per gioire. L’identità ebraica è fatta di cose liete e cose tristi, e non si possono dimenticare né le une né le altre. Ma la memoria delle cose negative non deve prevalere e non ci deve sopraffare. Non ci si può ricordare di essere ebrei solo perché c’è l’antisemitismo o si è perseguitati. Ne risulta un modo alterato di porsi nella realtà, che rischia di essere ossessivo, lamentoso, autocommiserativo. Non dimentichiamoci che molti, all’esterno del popolo ebraico, ricordano, ammirano e compatiscono gli ebrei solo perché sono stati perseguitati, identificano gli ebrei con i campi di sterminio. La nostra realtà è ben diversa, dobbiamo malgrado tutto guardare con speranza e ottimismo alla storia e alla nostra identità collettiva. Proprio per questo appare con tutta evidenza la saggezza dei nostri Maestri che hanno voluto concentrare la riflessione sul negativo della nostra storia in alcuni giorni, evitando di trasformare questi ricordi in un’ossessione di tutto l’anno.

Leggi tutto l’articolo


Parashà di Balàk: Rabbi Akivà e Bar Kokhbà

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Balàk re di Moàv aveva ingaggiato inutilmente il mago Bil’àm affinché con le sue maledizioni gli levasse di torno quella che lui percepiva la minaccia degli israeliti. In effetti il popolo d’Israele, dopo avere sconfitto i potenti re Sichòn e ‘Og, non aveva nessuna intenzione di invadere il territorio dei moabiti seguendo gli ordini dell’Eterno che aveva comandato loro di rispettare i territori dei moabiti e degli ammoniti loro cugini in quanto discendenti di Lot, nipote di Avrahàm. L’Eterno non permise a Bil’àm di pronunciare maledizioni e costui poté pronunciare solo benedizioni. Nel congedarsi dal re Balàk, Bil’àm gli disse: “Ora sto per tornare al mio popolo; ebbene vieni: ti predirò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni.”

Egli pronunciò il suo oracolo e disse: ”Questa è la parola di Bil’àm figlio di Be’òr, la parola dell’uomo dall’occhio penetrante. È la parola di chi ode le parole di Dio e conosce la volontà dell’Altissimo; di chi vede la visione dell’Onnipotente, mentre cade [nel ricevere la profezia] con visione mistica. Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non nel prossimo futuro: Una stella spunterà da Ya’akòv (Giacobbe) e uno scettro sorgerà da Israele, che schiaccerà tutti i principi di Moàv e dominerà tutti i discendenti di Set. Edòm sarà demolito e il suo nemico Se’ìr verrà distrutto e Israele sarà trionfante. E da Ya’akòv verrà un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” (Bemidbàr, 24:14-19).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita la traduzione aramaica di Onkelos (I secolo e.v.) che traduce la frase “Spunterà una stella da Ya’akòv” con le parole “Sorgerà un Re da Ya’akòv”. Poi riguardo alle parole “schiaccerà tutti i principi di Moàv”, Rashì commenta che si riferisce a re Davide che sconfisse Moàv, come scritto nel libro del profeta Samuele (II Shemuèl, 8:2). Riguardo alle parole “un sovrano che distruggerà quello che avanza della città” Rashì commenta che si riferisce al futuro Re d’Israele che metterà fine all’esilio.

Nel Talmud di Eretz Israel (Trattato Ta’anìt, 21a) è raccontato: “R. Shim’òn figlio di Yochài insegnò che Rabbi ‘Akivà interpretava le parole “Spunterà una stella (in ebraico kokhàv) da Ya’akòv” dicendo “Spunterà Kozivà da Ya’akòv”. R. ‘Akivà si riferiva a Shim’on bar [figlio di] Kozivà, chiamato Bar Kokhbà, figlio della stella, che nell’anno 132 e.v. iniziò la grande rivolta per liberare la terra d’Israele dal dominio romano, sostenendo che quest’ultimo era il futuro Re
menzionato nella profezia di Bil’àm. Tuttavia nella stessa pagina è scritto che un collega di R. ‘Akivà, R. Yochanàn figlio di Tortà disse a R. ‘Akivà: “‘Akivà, l’erba crescerà sulle tue guance senza che arrivi il [re] discendente di re Davide”.
La rivolta scoppiò quando l’imperatore Adriano proibì agli ebrei di eseguire le circoncisioni. Egli nominò il feroce Tinneio Rufo governatore della Giudea e intorno al 132 C.E., Adriano cominciò a stabilire una città a Gerusalemme chiamata Aelia Capitolina, il cui nome era una combinazione del suo nome Aelius e quello del dio romano Giove Capitolino, iniziando a costruire un tempio a Giove al posto del Bet Ha-Mikdàsh. All’inizio la rivolta ebbe successo con la sconfitta e la distruzione di intere legioni romane tanto che Adriano non inviò il suo solito messaggio al Senato che ”Io e il mio esercito stavamo bene”.
Il Talmud racconta che tale era la forza di Bar Kokhbà e del suo esercito che costui diceva che avrebbe vinto la guerra naturalmente senza aiuto dal Cielo purché l’Eterno non lo ostacolasse. Tuttavia dopo un lungo assedio la fortezza di Betàr venne conquistata dai romani che fecero una strage dei combattenti e degli abitanti. I maestri dissero che dopo la questa disfatta “la forza d’Israele fu stroncata”.

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Melakhìm, Cap. 11), in modo simile a Rashì, scrive che i versetti della parashà si riferiscono a re Davide a al suo discendente il re mashìach (in italiano “messia” che significa “unto”, perché la nomina dei re veniva fatta mettendo olio sulla testa). Il Maimonide aggiunge che non bisogna pensare che il futuro re messia deva fare miracoli perché R. ‘Akivà sostenne la causa del re Bar Kozivà affermando che era il re mashìach, fino a quando quest’ultimo fu ucciso per via di peccati. [Le foto allegate mostrano il diritto e il rovescio di una moneta d’argento coniata da Bar Kokhbà con le parole in ebraico corsivo “Shim’on” e “Per la liberazione di Gerusalemme”].

Donato Grosser