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Parashà di Vaykrà: Giustizia e diritto sono le basi trono celeste

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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All’inizio del terzo libro della Torà, Moshè ricevette l’ordine di parlare ai figli d’Israele e dire loro: “Quando un uomo (Adam) tra di voi presenterà un’offerta di un animale all’Eterno, presenterete la vostra offerta di bovini o di ovini” (Vaykrà, 1:2).

Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che in queste versetto la Torà si riferisce alle offerte volontarie (nedavòt) e non a quelle obbligatorie presentate per espiare dei peccati. Poi fa notare che la Torà usa il termine “Adam” e spiega che viene usato questa parola per insegnare che come Adamo portò delle offerte che appartenevano a lui perché era l’unico uomo al mondo, così pure quando qualcuno porta un’offerta all’Eterno deve portare del suo e non cose rubate.

R. Shimshon Nachmani (Modena, 1707-1779, Reggio Emilia) nella sua opera Zera’ Shimshòn dedicata a commentare il Midràsh, chiede per quale motivo era necessario imparare da Adamo che è proibito presentare offerte rubate. Infatti più avanti in questa stessa parashà è scritto: “Se la sua offerta (korbanò) è un ovino” (Ibid., 10). E su questo versetto i Maestri nel Midrash Sifrà precisano che la Torà ha usato l’espressione “la sua offerta” per indicare che non può essere un animale rubato.

R. Nachmani aggiunge che la proibizione di presentare offerte all’Eterno da animali rubati è ancora più esplicita in un passo del profeta Yesha’yà dove è scritto: “Poiché io, l’Eterno, amo la giustizia, odio il furto nell’olocausto… ” (Isaia, 61:8).

R. Nachmani spiega che il commento di Rashì, che la Torà ha usato il termine “Adam” per sottolineare che Adamo non presentò offerte da animali rubati, è un’interpretazione del versetto del profeta Yesha’yà dove è scritto: “Odio il furto nell’olocausto”.

Portare un’offerta di un animale rubato è già proibito dall’espressione “la sua offerta” (korbanò). R. Nachmani commenta che dal versetto del profeta Yesha’yà si impara che è proibito presentare un’offerta perfino nel caso di un animale la cui proprietà sia in dubbio. Il caso riportato nel Talmud (Bavà Metzià, 100a) è il seguente: se due persone concordano di scambiare l’asino dell’uno con la vacca dell’altro, dal momento in cui il padrone della vacca prende l’asino ha ceduto la vacca in proprietà all’altro, anche se la vacca è ancora nella sua stalla. Se nel frattempo la vacca ha partorito un vitello e non si sa se il vitello sia nato prima dello scambio o dopo, il vitello rimane di proprietà del padrone precedente fino a quando il nuovo padrone della vacca porti prove che il vitello è nato dopo la transazione. Questa è anche la decisione legale nello Shulchàn ‘Arùkh (C.M., 223:1). R. Nachmani afferma che se il padrone precedente della vacca portasse il vitello come offerta, non avrebbe rubato nulla. Tuttavia permane il dubbio se il vitello sia nato prima o dopo la transazione e pertanto il padrone della vacca pur essendo il proprietario legale del vitello non lo può portare come offerta obbligatoria (come nel caso in cui desideri portare un sacrificio per espiare un peccato).

R. Nachmani aggiunge che Il citato versetto del profeta Yesha’yà viene a proibire anche le offerte volontarie di animali la cui proprietà sia rimasta nel dubbio. Per questo è necessario che la Torà usi il termine “Adam”. Anche se a posteriori se qualcuno ha portato un sacrificio di questo tipo il sacrificio è accettato, dal momento che esiste il dubbio che non sia suo, l’Eterno lo odia.

R. Israel Meir Kagan (Belarus, 1839-1933, Polonia), detto il Chafetz Chayim dalla sua opera più famosa, trasse un altro insegnamento dal fatto che la Torà usi il termine “Adam” e anche lui cita a questo proposito il versetto del profeta Yesha’yà che l’Eterno “odia il furto nell’olocausto”. Il Chafetz Chayim porta l’esempio di due ricchi uomini d’affari che hanno accumulato le rispettive ricchezze in modo disonesto. Il primo non pensa altro che a continuare ad arricchirsi e a dare lustro al casato. Il secondo invece, dopo essersi arricchito in modo disonesto è diventato un filantropo, ha costruito un Bet Hakenesset, ha donato un Sefer Torà e mantiene una yeshivà. Potremmo quasi dire che in qualche misura ha espiato i suoi peccati. La gente lo guarda con indulgenza e perfino lo tratta con onore. Il Chafetz Chayim sostiene che questo modo di pensare comune è contrario all’insegnamento della Torà e dei profeti. L’Eterno odia i sacrifici che sono il risultato di ruberie perché il danno generato da questo “filantropo” è superiore a quello generato dall’altro. Questo perché con questa filantropia rende in qualche modo “kasher” agli occhi della gente la sua disonestà e in questo modo distrugge il grande principio: “Giustizia e diritto sono le basi del Tuo trono…” (Salmi, 89:15).

Donato Grosser


”Siamo qui, siamo vivi”: la presentazione alla Camera

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“Ricordare può essere doloroso, ma indispensabile se si vuole costruire un futuro migliore per le generazioni che verranno.”

Queste parole hanno introdotto l’incontro di presentazione del libro di Alfredo Sarano e Roberto Mazzoli “Siamo qui, siamo vivi”, diario della famiglia Sarano, scampata alla Shoah, e racconto delle azioni eroiche di Alfredo, un ebreo milanese che ebbe il merito di salvare migliaia di vite nascondendo gli elenchi della Comunità ebraica della propria città.

L’evento è stato organizzato dall’Editore San Paolo e alla presenza dell’On. Antonio Distaso e Don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana Grazia Ruggiero, dirigente scolastico del Liceo “F. De Sanctis” di Trani, Pietro Polieri, docente dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli e la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, la quale è intervenuta durante la conferenza ribadendo l’importanza della convivenza pacifica e della cooperazione interreligiosa:

“Le recrudescenze del razzismo e dell’antisemitismo sono fenomeni attuali che non possono essere sottovalutati: bisogna abbattere le barriere dell’odio per le diversità. La nostra Comunità ha un forte senso nazionale e un grande desiderio di dare il proprio contributo all’Italia, così come hanno fatto tanto Alfredo Sarano quanto tutti i giusti che durante il periodo delle leggi razziali hanno compreso come la giustizia non fosse la legge del regime, ma la legge dei valori assoluti dell’uomo, portatore di diritti che sono inviolabili.”


Il Comandante Generale dei Carabinieri in visita alla Comunità Ebraica di Roma

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Vivere serenamente, ma in sicurezza. Questo il filo conduttore del primo incontro tra il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri ed i vertici della Comunità Ebraica di Roma.
Il Comandante Generale Nistri prima di recarsi in visita al Tempio Maggiore e al Museo ebraico, ha incontrato il Rabbino Capo Riccardo Di Segni e la presidente Ruth Dureghello per un colloquio privato.
Diversi i temi discussi come l’importanza della presenza ebraica a Roma e la proficua collaborazione tra l’Arma dei Carabinieri e la Comunità Ebraica. Il Rabbino Capo Di Segni e la presidente Dureghello hanno poi rivolto al Comandante Generale Nistri gli auguri per il prestigioso incarico assegnatogli ed hanno ribadito la riconoscenza delle istituzioni ebraiche verso l’Arma dei Carabinieri che garantisce la sicurezza dei luoghi di culto ebraici, suggellando così un rapporto di proficua collaborazione che permane negli anni.


Parashà di Vayaqhèl: Un santuario nel tempo e uno nello spazio

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Stampa del Tabernacolo con gli oggetti sacri

 

La parashà di Vayaqhèl inizia con le parole: Moshè (Mosè) fece riunire l’intera adunanza dei figli d’Israele
e disse loro: queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare; si potrà lavorare per sei giorni e nel
settimo giorno vi sarà per voi un periodo di santificazione (Qòdesh), una totale cessazione (Shabbàt
Shabbatòn) per il Signore. Chiunque faccia qualche lavoro in questo giorno sarà fatto morire. Non
accendete fuoco in qualunque luogo abitiate nel giorno di Shabbàt (Shemòt, 35:1-3).
Rabbenu Bahaye (Spagna, XIII-XIV secolo) spiega che questo passo della Torà insegna di non
fare melakhòt (attività creative) di Shabbàt, cioè quelle attività (le 39 melakhòt) che furono necessarie
per la costruzione del Mishkàn, il Santuario che accompagnò i figli d’Israele nel deserto.
R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) aggiunge che la Torà ha specificato la
proibizione di accendere il fuoco per insegnare che è proibito fare alcuna melakhà, perchè tutte le altre
trentotto melakhòt hanno bisogno di fuoco. Per esempio, per costruire un aratro e poter lavorare la
terra è necessario fare uso del fuoco. Egli aggiunge che i Maestri hanno istituito la berakhà
(benedizione) sul fuoco (Borè Meorè Ha-Esh) nella havdalà che si fa all’uscita dello Shabbàt appunto
perchè grazie al fuoco furono rese possibili le melakhòt necessarie per la costruzione del Mishkàn.
Dopo questa introduzione la Torà descrive come avvenne la raccolta delle donazioni di materiali
per la costruzione del Mishkàn. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in una delle
sue derashòt (sermoni) sulla Torà (raccolte da Rav Avishai David nel volume Daròsh Daràsh Yosef, p. 196-
9), osserva che la forma al plurale “queste sono le cose” indica che l’espressione introduce due
argomenti: il Sabato e il Mishkàn.
Rav Soloveitchik fa notare che l’accoppiamento dello Shabbàt al Mishkàn appare in altri tre
passi della Torà: nella parashà di Ki-Tissà dopo la presentazione di Betzalèl e Aholiav, i due artigiani
principali incaricati alla costruzione del Mishkàn, la Torà ritorna all’argomento del Mishkàn con le parole
“Tuttavia voi osserverete i miei Sabati” (Shemòt, 31:13). L’accoppiamento tra il Mishkàn e lo Shabbàt è
lo stesso; la sola differenza è nell’ordine: in Ki-Tissà il Mishkàn precede lo Shabbàt mentre in Vayaqhèl
lo Shabbàt precede il Mishkàn. In questo passo i Maestri hano insegnato che la parola “Tuttavia” (akh)
significa che nonostante l’entusiasmo popolare per la costruzione del Mishkàn, questa costruzione non è
permessa di Shabbàt. Nella parashà di Qedoshìm appare nuovamente lo stesso accoppiamento:
“Osserverete il mio Shabbàt e avrete riverenza del mio Miqdàsh (santuario)” (Vayqrà, 19:30). Anche da
qui i Maestri insegnano che è proibito costruire il santuario di Shabbàt. Infine nella parashà di Behàr
Sinai, il passo della Torà termina con le Parole: “Osserverete i miei sabati e avrete riverenza del mio
santuario, Io sono il Signore”.
Il motivo di questo accoppiamento tra il sabato e il santuario, spiega rav Soloveitchik, è che sia
lo Shabbàt sia il Mishkàn sono dei santuari. Lo Shabbàt è un santuario nel tempo, mentre il Mishkàn è
un santuario nello spazio. La presenza divina (Shekhinà), se così si può dire, ha stabilito una residenza
terrena prima nel Mishkàn nel deserto e più tardi nel Bet Ha-Miqdàsh sul Har Hamorià a Gerusalemme.
Il venerdì sera al tramonto, quando inizia lo Shabbàt, cantiamo Lekhà Dodì e ci asteniamo dal lavoro,
invitiamo la presenza divina nelle nostre case. Non siamo noi a visitare il Signore nel Suo Miqdàsh; è il
Signore che, se cosi si può dire, viene invitato a visitare le nostre case.

Donato Grosser


Una Meghillà per Stefano Gay Taché Z.L.

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Una Meghillà di Purim dedicata a Stefano Gay Taché Z.L., bambino di due anni ucciso nell’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982, è stata donata oggi alle scuole ebraiche di Roma. Il testo racconta la storia degli ebrei in Persia durante il regno di Achashverosh e il tentativo non riuscito di Aman di ucciderli  grazie all’intervento divino attraverso la regina Ester e Mordechai.

Durante la festa di Purim i bambini usano mascherarsi in ricordo del sovvertimento delle sorti e dell’identità nascosta di Ester che rivelerà solo per salvare il suo popolo.

Dopo la lettura della Meghillà, che è stata donata da Alberto e Giorgia Mieli in occasione dei dieci anni del loro matrimonio, i bambini della scuola hanno cantato e ballato suggellando la festa che è tra le più gioiose del calendario ebraico.


Or Lamishpachot: una luce di speranza per i genitori delle vittime.

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Ieri sera presso il Tempio Maggiore la Comunità Ebraica di Roma ha accolto ”Or Lamishpachot”, associazione che raccoglie i genitori israeliani che hanno perso i propri figli durante il servizio militare o in guerra.

La presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello ha dato il proprio benvenuto ai genitori delle vittime, esprimendo loro parole di supporto e vicinanza:

‘’Non c’è sacrificio peggiore del sacrificio che avete subito. Nonostante il freddo i nostri cuori sono caldi e sempre pronti ad accogliervi.’’

Sono poi intervenuti alcuni famigliari a rappresentanza dell’associazione, ringraziando la Comunità per l’accoglienza. L’evento si è concluso con le parole di Rav Alberto Funaro, che ha spiegato l’importanza della menorah come luce di speranza.

La visita a Roma nasce con lo scopo di garantire ai membri di Or Lamishpachot dei giorni di spensieratezza e tranquillità, e di fornire loro il sostegno necessario per poter tornare alla propria vita di tutti i giorni nonostante la perdita dei propri figli.


La Comunità Ebraica di Roma dedica degli alberi alla memoria del Giusto Bruno Fantera

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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Il 16 ottobre 1943, giorno della retata nazifascista al Ghetto di Portico d’Ottavia, la famiglia Moscati riesce a sfuggire al rastrellamento. Gino, dopo aver sistemato le figlie femmine presso il convento al Foro Romano, bussa con sua moglie e i figli Mino e Renato alla porta di casa di Bruno Fantera e sua madre a San Saba. Questi non esitano ad accoglierli: i Moscati si accampano in una stanza e i Fantera nell’altra. Vivranno in questo modo per i restanti nove mesi di occupazione, fino al 4 giugno 1944, l’entrata degli alleati a Roma. Da quel giorno, il silenzio per 65 anni. Nel 2007, Mino, il più grande dei fratelli Moscati, invita Bruno a testimoniare quanto accaduto. Viene riconosciuto come Giusto tra le Nazioni e lo Stato di Israele gli consegna l’onorificenza.

Il Signor Fantera ci ha lasciati lo scorso 23 giugno. La Comunità Ebraica di Roma ieri ha voluto rinnovare la sua gratitudine e suggellare ulteriormente il riconoscimento di quest’uomo come Giusto, consegnando al figlio Fabrizio Leggi tutto l’articolo


Giacoma Limentani. Il cordoglio della Comunità Ebraica di Roma.

in: Blog/News | di: Ufficio Stampa

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È scomparsa, ieri, la scrittrice Giacoma Limentani(1927-2018).

Studiosa appassionata dell’ebraismo, ha tradotto dall’ebraico diversi testi biblici e ha partecipato per molti anni a gruppi di studio rivolti all’interpretazione dei Midrashim. Attraverso le sue opere e le collaborazioni con riviste e giornali, inoltre, Giacoma ha concorso alla diffusione della cultura ebraica, ed ha dato un contributo importante alla memoria della Shoah.

Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo ‘’La spirale della tigre’’ (2003), il dramma teatrale ‘’Nachman racconta’’ (1993) e il saggio ‘’Il midrash: come i maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia’’ (1996).  

La Comunità Ebraica di Roma esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza alla famiglia.

Possa il suo ricordo essere di benedizione.

 


‘’Leonard Bernstein at 100’’: presentati all’Auditorium attività e programmi

in: Cultura, Eventi, Foto gallery | di: Ufficio Stampa

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Ieri si è tenuta all’Auditorum Parco della Musica la conferenza stampa di presentazione di ‘’Leonard Bernstein at 100’’, una serie di concerti e una mostra dedicati al compositore e direttore d’orchestra, in occasione dei cento anni dalla sua nascita organizzati dall’Accademia Nazionale Santa Cecilia. Alla presentazione dell’evento, insieme al presidente di Santa Cecilia Michele Dall’Ongaro, al direttore musicale dell’Accademia Antonio Pappano, al Ministro consigliere per la stampa e gli affari culturali dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America Gloria Barbena, è intervenuta la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, che ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa, ricordando l’importante ruolo ricoperto da Bernstein nella storia della musica e il suo legame con la cultura ebraica, spesso presente nelle sue composizioni. La conferenza ha visto, inoltre, la partecipazione del compositore e musicista Nicola Piovani, vincitore del premio Oscar per le musiche del film ‘’La vita è bella’’.

 

 


Parashà di Vayechì: perché Ya’akov volle essere sepolto in Eretz Israel

in: Blog/News | di: Micol Mieli

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Il patriarca Ya’akov visse nel paese d’Egitto diciassette anni e morì all’età di cento quarantasette anni. Prima di morire fece giurare il figlio Yosef e gli disse: “Non seppellirmi in Egitto!” (Bereshìt, 47:-29). 

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