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C’è un tempo per la gioia e un tempo per il dolore

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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“Così dice il Signore degli eserciti: il digiuno del quarto mese (il 17 di Tammuz) e il digiuno del quinto mese (il 9 di Av) e il digiuno del settimo mese (il digiuno di Ghedalià) e il digiuno del decimo mese (il 10 di Tevet) diverranno per la casa di Giuda fonte di gioia e di allegria e ricorrenze buone; ma amate la verità e la pace.” (Zaccaria 8, 19).

“Quando inizia il mese di Av si diminuisce la gioia”: che riflesso pratico ha questa affermazione?

Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la tentazione di ridurre gli spazi per la gioia era molto forte: il dolore per la tragedia aveva spinto la gente ad assumere comportamenti autolesionisti. Qual era la giusta misura da applicare alle manifestazioni di dolore? Vediamo cosa dice in proposito il Talmud:

“Hanno insegnato i Maestri: quando fu distrutto per la seconda volta il Santuario, si moltiplicarono in Israele gli asceti che non mangiavano carne e non bevevano vino. Rabbi Yehoshùa si imbatté in alcuni di loro e chiese loro. “Figlioli, perché non mangiate carne e non bevete vino?” Gli risposero: “Potremmo forse mangiare la carne che veniva presentata sull’altare, ma ora è venuta meno? Potremmo bere del vino, che veniva versato sull’altare, ma ora è venuto meno?”. Disse loro: “Allora, non dovremmo mangiare il pane perché sono state annullate lemenachòth (le offerte di farina); voi potreste dire, ‘allora mangeremo della frutta’, al che voi potreste affermare: ‘Non potremmo mangiare della frutta perché veniva presentata come primizie’. Potreste rispondere: ‘potremmo mangiare dell’altra frutta’ (quella che non veniva presentata come primizie). ‘Non potremmo bere dell’acqua perché è venuta meno la libagione dell’acqua’ (che si faceva a Sukkoth). Rimasero senza parole. Rabbi Yehoshua disse loro: “Figlioli, venite e vi dico cosa fare: non fare alcuna manifestazione di lutto è impossibile, in quanto la disgrazia è già stata sancita, ma eccedere nel lutto è inopportuno ecc”. (Bavà Batrà 60b).

Pur nel rispetto delle norme fondamentali, le Comunità ebraiche seguono usi diversi nel manifestare il lutto in ricordo dei momenti più tristi della storia ebraica: si sono così formati variminhaghìm, alcuni più e altri meno rigorosi. La domanda è naturalmente cosa significa rigore e su quale aspetto della vita esso si applica e si manifesta. Gioia e dolore sono due manifestazioni antitetiche e la domanda è su quale delle due si debba esprimere maggior rigore: sulla gioia o sul dolore? Per una coincidenza che non è casuale, i Maestri usano la stessa radice – samàch, gioire – per indicare sia le feste gioiose – mo’adim lesimchà – che i momenti di lutto – Hilkkhòt semachòt – espressione che significa norme per le gioie, ma che in realtà per un gioco eufemistico di parole significa norme per i lutti.

minhaghìm vanno da quelli in cui viene applicato il massimo rigore nel lutto a quelli in cui si ha la massima attenzione per la gioia: da una parte chi – inizia le manifestazioni di lutto dal 17 di Tamuz e le aumenta progressivamente fino al giorno del 9 Av (Ashkenaziti), dall’altra chi basandosi sul minhag talmudico, limita il lutto alla sola se’udà mafseket, il pasto che precede il digiuno di Tishà beav (Yemeniti).

I Maestri del Talmud, che erano più vicini agli eventi luttuosi, limitavano al massimo le manifestazioni di dolore, forse perché nutrivano ancora la speranza che “presto sarebbe stato ricostruito il Santuario”, mentre le generazioni successive che sarebbero state continuo oggetto di persecuzioni e discriminazioni (sia nel mondo cristiano che in quello musulmano) avrebbero certamente perso gradualmente l’ottimismo iniziale dei Maestri del Talmud. Alla luce della rinascita ebraica in Erez Israel, ma anche dei continui atti di delegittimazione cui è oggetto lo Stato d’Israele, è lecito chiedersi quale sia oggi l’atteggiamento più opportuno.

La ricerca del giusto equilibrio nell’applicazione di una norma, attraversa tutta la Torà: l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi, il precetto ‘Ricorda il sabato’ (Zakhòr) e ‘Osserva il sabato’ (Shamòr) e così via: compito di ogni ebreo e di chi deve di volta in volta prendere delle decisioni, è quello di cercare il giusto equilibrio nell’applicazione della Halakhà, caso per caso, persona per persona e applicare il rigore ai vari aspetti del problema, che sono spesso antinomici.

Per concludere.

La capacità di ricordare eventi lontani nel tempo è uno dei punti di forza del popolo ebraico, ma il futuro del popolo ebraico è stato garantito non da dichiarazioni teoriche, ma da atti concreti. Il giorno di Tishà beav vi è l’uso di non dire Takhannùn (preghiere di supplica): esso rappresenta la speranza che il Tempio verrà presto ricostruito e Tishà beav diventerà un giorno diMo’ed, di festa. Nella certezza che questo sarebbe avvenuto, un Rebbe hasidico metteva in ghenizà (un deposito in cui si ripongono testi e oggetti non più utilizzabili) il libro delle Kinot(elegie meste) che aveva usato per Tishà beav. All’allievo che gli chiedeva il perché di questo suo comportamento rispondeva: “L’anno prossimo non ne avrò più bisogno, perché sarà già arrivato il Messia”.

Scialom Bahbout

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