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Chi ha paura della voce delle donne?

in: Blog/News | Pubblicato da: Ariel David

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Alcune settimane fa, nel corso di una cerimonia presso l’accademia ufficiali dell’esercito israeliano, quattro cadetti ebrei ortodossi hanno improvvisamente abbandonato la sala per protesta.

La ragione? Sul palco una soldatessa del coro dell’esercito aveva iniziato a cantare e, in base alla stretta interpretazione di una norma talmudica sul pudore, agli uomini è proibito ascoltare la “kol ishà”, la voce di una donna che canta.

I cadetti hanno rifiutato l’ordine di rientrare in sala e sono stati espulsi dalla scuola, ma l’episodio ha riacceso le polemiche sul crescente conflitto fra i valori laici di uguaglianza, dignità e libertà su cui si fonda Tsahal e le pressioni da parte dei settori più ortodossi per introdurre norme e costumi religiosi nella vita militare.

È uno scontro che, per molti aspetti, rispecchia il contrasto più ampio tra l’anima laica e quella religiosa d’Israele, ma che nell’ambito dell’esercito presenta delle cause e delle caratteristiche particolari. Da anni ormai la maggioranza laica fornisce meno soldati, e a riempiere i ranghi sono sempre più i giovani ortodossi: non tanto i “Haredim” di nero vestiti, spesso anti-sionisti e completamente estranei alla vita sociale del paese, quanto i nazionalisti religiosi noti come “Kippot srugot” per i copricapi fatti a maglia che li caratterizzano.

Se nel 1990 solo il 2,5 percento degli ufficiali era osservante, nel 2007 lo era il 31 percento, e le cifre salgono ancora se si guarda ai volontari nei corpi d’elite. Tsahal ha dunque bisogno delle “Kippot srugot”, e gli ortodossi sanno di avere tra le mani un forte strumento di pressione per costringere l’esercito a rispettare, e magari adottare, i loro valori.I militari hanno già adottato la “Kashrut”, le norme alimentari ebraiche, il riposo sabbatico (salvo situazioni d’emergenza) e il rispetto dei tempi di preghiera per gli osservanti.

Ora però la battaglia si sta spostando sul campo dei diritti di tutti i membri dell’esercito, e si gioca soprattutto sulla pelle delle donne. Subito dopo l’episodio della “kol ishà”, i due rabbini capo d’Israele Shlomo Amar e Yona Metzger hanno chiesto al Capo di stato maggiore Benny Gantz di permettere ai soldati ortodossi di assentarsi in tali occasioni. Ma non si tratta di un caso isolato. Una settimana fa un gruppo di ex generali ha denunciato in una lettera a Gantz e al ministro della Difesa Ehud Barak le crescenti discriminazioni subite dalle donne soldato ad opera dei commilitoni religiosi.

Comandanti ortodossi premono sulle donne perché chiedano il trasferimento da compiti di combattimento o addestramento che le mettono a stretto contatto con i colleghi maschi, e nelle cerimonie ufficiali si cerca di segregarle, come avvenuto in ottobre durante la festa di Simchat Torah, quando alle soldatesse che partecipavano ai balli che celebrano il dono della Torah è stato chiesto di allontanarsi e proseguire le danze in un’area isolata dagli uomini. Ironicamente, è proprio una donna in uniforme a dover mediare oggi fra le richieste di rispetto dei diritti umani e la spinta verso un’applicazione rigida delle norme religiose. Da pochi mesi Orna Barbivai è infatti diventata il responsabile dell’ufficio del personale di Tsahal con il rango di “Aluf” (General maggiore), il grado più alto nella gerarchia militare dopo il Capo di stato maggiore. Barbivai è la prima e unica donna ad aver raggiunto questo grado. Si spera non sia anche l’ultima.

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