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Chi si deve occupare della Comunità?

in: Blog/News | Pubblicato da: Pierpaolo Pinhas Punturello

Un Commento

Il problema di come scegliere i leader

Il primo uomo che si rese conto che il popolo ebraico aveva bisogno di un Consiglio che amministrasse la giustizia e si occupasse delle necessità del pubblico fu Ytrò, suocero di Moshe Rabbenu, che dopo l’uscita dall’Egitto raggiunse il genero nel deserto,  rimase alcuni giorni con lui ed il  nuovo popolo appena liberato e non poté fare a meno di esprimere il proprio parere riguardo al modo in cui lo stesso Moshè amministrava la giustizia. Moshè si trovava in una situazione senza uscita, quasi “stressante” e rischiosamente oligarchica: unico giudice in tutto Israele, da mattina a sera era costretto ad ascoltare tutti i casi giudiziari degli ebrei ed a trovare per loro soluzioni e mediazioni.

Ytrò colse il pericolo che si nascondeva dietro una simile organizzazione: il popolo e Moshè rischiavano di crollare ( Es 18,18) ed è per questo motivo che suggerì l’idea di nominare giudici minori da scegliere con cura. Ytrò non si limitò al suggerimento, anzi indicò con precisione quali dovessero essere le condizioni morali e materiali necessarie affinché un candidato potesse diventare giudice e capo di una tribù o di una parte del popolo ebraico. Scegliti poi fra tutto il popolo persone ragguardevoli, tementi del Sign-re, uomini di provata lealtà, nemici del lucro […] ”(Es. 18,21). Gli אנשי חיל, uomini di riguardo secondo Rashì ( R.Shelomò ben Itzhak 1040-1105) erano uomini benestanti tanto da non essere influenzati dalla corruzione, mentre Sforno (R. Ovadyà Sforno di Roma e Bologna 1470-1550) li identifica con uomini dotati di un equilibrato senso del giudizio, conoscenza della Legge, e abilità nel cogliere la verità in una disputa. Gli יראי אלקים, i tementi del Sign-re secondo Ibn Ezrà (R. Avraham Ibn Ezra, 1089-1164) erano coloro che temevano D-o e certamente non gli uomini con le loro politiche o le eventuali minacce. Gli אנשי אמת , uomini leali, secondo Rashì erano coloro le cui parole non sarebbero mai state messe in discussione in nome della alta moralità di chi le pronunciava, mentre i שנאי בצע, nemici del lucro, sempre secondo Rashì, ed anche Rambam (R. Moshè ben Maymon 1135-1204) erano i giudici pronti anche a sacrificare le loro giuste priorità rispetto all’esercizio della giustizia stessa, mentre per Onkelòs, il nobile romano convertito all’Ebraismo nel I secolo E.V., erano coloro che disprezzavano anche la sola idea di ricevere soldi dagli altri.

Questa idea di necessaria giustizia e senso della responsabilità ha accompagnato le scelte elettorali ed amministrative di tutte le Comunità ebraiche del mondo in ogni epoca ed in ogni luogo Diasporico, creando spesso pareri rabbinici differenti in materia di censo elettorale e rappresentatività democratica. Rabbi Shmuel ben Moshe de Medina (Marashdam), rabbino di Salonicco (1506-1589), nei suoi Responsa Orach Chaiim 37, ci offre uno spaccato interessante della composizione sociale delle comunità del suo tempo. La domanda che gli viene posta è se bisogna seguire sempre la maggioranza ed anche nel caso in cui i “benestanti” che gestiscono e sostengono economicamente la comunità siano in minoranza, dovranno questi cedere al concetto, per noi ovvio, di democrazia? Inizialmente, stabilendo un principio generale, il Marashdam sembra sostenere una assoluta uguaglianza tra ricchi e poveri, eppure in seguito, entrando nello specifico della questione elettorale e delle scelte Comunitarie, il senso oligarchico della Comunità di Salonicco viene fuori in tutto il suo splendore: “Ma io vedo che per quanto affermato dalla Torà: “ segui la maggioranza”, la spiegazione non è quella che si sente tra gli uomini…la spiegazione è che la Torà non dice: “segui la maggioranza” se non quando si hanno uguali partiti, allora bisogna seguire la decisione della maggioranza. Ma se c’è una differenza tra i due gruppi, può anche essere che un solo uomo vinca su mille.” Per il Marashdam, poi, l’ostinata obbedienza al principio della maggioranza che vince può portare a conseguenze pericolose, perché se in una determinata città esistono novanta poveri e dieci benestanti, i novanti poveri in virtù del loro status sociale che non li porta ad essere contribuenti della Comunità, non potranno imporre ai benestanti la guida che vorrebbero o il maestro che fa per loro e nelle parole del Marashdam“il principio di seguire la maggioranza numerica esiste se essa è una maggioranza strutturale (vale a dire la maggioranza degli elettori che rappresenta la maggioranza della ricchezza della Comunità) perché in quel caso naturalmente non sceglieranno altro che la verità e la felicità.”

Rav Eliezer Yehuda Waldenberg, il grande decisore halachico morto nel 2006 (Tziz Eliezer) commentando questa opinione del Marashdam, pur apprezzando l’idea che la maggioranza strutturale dei sapienti e degli amministratori della Comunità debbano avere più spazi nella gestione degli affari comunitari, non concorda con l’idea che i dieci benestanti debbano imporre le loro idee ai novanti poveri e che solo chi siede davanti possa fare da guida, perché, citando le sue stesse parole: “se così fosse la legge negherebbe i diritti del povero solo perché povero?”

Resta ferma per lo Tziz Eliezer l’idea che non tutti coloro che vogliono avere un ruolo possono averlo, non tutti hanno la stoffa per ricoprire una carica ufficiale e prendersi le responsabilità del caso e che la decisione di essere eletti va presa attraverso un sistema pubblico di elettori che abbiano diritto a scegliere secondo anche l’uso dello Stato, che esprimano le loro opinioni ed il loro consenso al meglio per la gestione del pubblico e della Comunità. Poiché se non affermiamo questo, questo impedimento sarà sotto le nostre mani e si potranno superare i recinti della pace e della fratellanza pubblica e si darà spazio a uomini litigiosi ed alla disputa e si metterà da parte colui che può essere un capo e si farà ritirare il suo contributo dal donare e dal lavorare per il bene comune, si rischia anche di diventare crudeli con i poveri, di non avere compassione della loro povertà e di non comportarsi con loro secondo giustizia ed amore…per questi motivi i saggi ed i capi di ogni generazione hanno lavorato per stabilire regole per il bene del pubblico, hanno fissato usi e sistemi corretti e fondati sulla legge della Torà su come stabilire la scelta degli eletti e dei parnassim della Comunità, in modo tale che fossero assegnati a tutto il popolo esperti in ogni materia.Tziz Eliezer, 2, 24.

Chiaramente lo Tziz Eliezer coglie la distanza democratica delle opinioni del Marashdam, maestro di Salonicco e pur comprendendone il valore nel contesto specifico non accetta la deriva oligarchica che non si addice ai nostri tempi ed ai nostri luoghi comunitari moderni.

Se però, l’anacronistico richiamo oligarchico, non rispecchia i nostri tempi, i richiami morali da Ytrò in poi hanno una forza senza tempo che passa ed è passata per tutte le generazioni ebraiche e che oggi, in una Italia ebraica dove molti consigli comunitari hanno rassegnato dimissioni, molti altri forse le rassegneranno  e quindi molti elettori saranno chiamati ad esprimere le proprie preferenze, i regolamenti della Comunità di Francoforte del 1774 e delle Comunità polacche e della Comunità di Livorno del 1700 potrà essere uno spunto di riflessione. In tutti e tre i regolamenti comunitari appena citati troviamo scritto che: “Chi non abita nella nostra Comunità da almeno quattro anni continui, non potrà avere nessun ruolo gestionale nella Comunità.” Come a dire che chi non conosce la nostra realtà non può essere una guida e “non possono essere eletti nel Consiglio della Comunità: chi ha fatto bancarotta, chi si occupa di mediazione, chi vive in città illegalmente”. Quest’ultima citazione è tanto più significativa per il pubblico italiano perché è presa dal regolamento della antica comunità di Livorno, ma potrebbe essere stata detta direttamente da Ytrò a Moshe rabbenu.

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