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“Israele di fronte alla rivoluzione dei paesi musulmani: Speranza o pericolo?”

in: Cultura, Eventi | Pubblicato da: Redazione

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Israele di fronte alla rivoluzione dei paesi musulmani: Speranza o pericolo?”. E’ il titolo del summit che questa mattina si è svolto nella Sala delle Conferenze della Camera dei Deputati, organizzato dalla giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein. Summit che è stato diviso in tre panel: “Un futuro di pace o una prospettiva di guerra?”, “I riflessi sul conflitto israelo-palestinese” ed “Europa e Usa: alla ricerca di nuovi equilibri”.

Nel primo, moderato dal direttore de l’Occidente Giancarlo Loquenzi, si è parlato delle possibili ripercussioni riguardo le agitazioni che da settimane stanno sconvolgendo gli equilibri sociopolitici in Medio Oriente e nel nord Africa. Esemplificativo in questo senso l’intervento del sottosegretario al Ministero della Difesa Guido Crosetto che in quella che lui stesso ha definitivo “risposta istituzionale” ha sottolineato che l’intervento in Libia non è una guerra, ma un mobilitazione delle forze alleate, che sono scaturite dalla risoluzione 1973 dell’Onu. Spogliandosi delle proprie vesti istituzionali, Crosetto ha sottolineato la cecità dell’Occidente nel non sapere inquadrare i tumulti nel mondo arabo e che è “difficile sapere quale sarà il futuro se non si è in grado di capire cosa succede negli altri paesi”.

L’Italia – aggiunge il sottosegretario – è il paese più colpito dalla situazione in Libia”, importando dallo Stato nordafricano il “14% di gas e il 26 % di petrolio” del fabbisogno nazionale. La mancanza di un’idea politica che porti a un percorso per la stabilizzazione delle zone interessate rimarcata dall’esponente del Governo ha trovato una vasta eco in Khaled Fouad Allam, ricercatore dell’Università di Trieste, secondo cui è in atto un cambiamento religioso in seno al mondo arabo, che sta scrivendo “la fine di un ciclo”. Khaled ha lanciato un monito: “I prossimi 10-20 anni saranno molto duri per tutti” perché anche se è vero che il “radicalismo islamico non ha risposto alle attese” del popolo bisogna sempre rimanere vigili. La vigilanza sul futuro trattata da Khaled e la mancanza di azione politica delineata da Crosetto sono state riprese in parte da Carlo Panella che ha focalizzato il problema sulla “cattiva politica”, soprattutto dell’amministrazione Obama vista “l’incapacità nel leggere la crisi” nel mondo arabo. Il giornalista e scrittore ha affermato che i Fratelli Musulmani hanno una numerosa “base di consenso” e “rappresentano il massimo della democrazia in Egitto”. Democrazia che questa organizzazione islamica “non possiede in assoluto ma in relazione all’idea di democraticità all’interno dell’inquadramento della Sharìa” (legge islamica).

La chiosa di Panella, secondo il quale dal 1967 Israele ha tessuto rapporti solo con i regimi e leadership arabi e “non con l’opinione pubblica”, ritenuta “scalabile” dal giornalista ha portato dritti al secondo tema “riflessi sul conflitto israelo-palestinese”. Conflitto che il moderatore Stefano Folli non ha messo al centro dell’attuale scenario geopolitico mediorientale: “Israele non è protagonista, ma spettatore attento” di una situazione che secondo Pinhas Inbari del Jerusalem Center for Pubblic Affairs potrebbe portare a una deriva islamico-radicale con la conseguente istituzione di un Califfato temuto anche da Mario Sechi.

Il direttore de Il Tempo, favorevole all’azione militare in Libia, ha sostenuto che Islam radicale “pensa in grande” e che l’Italia deve attuare una sana politica estera e rimpinguare le casse della Difesa se non vuole correre ulteriore rischi nel Mediterraneo, avendo in questo mare circa 8.000 km di costa. “Bisogna esportare la libertà e non la democrazia, perché la democrazia è il metodo, la libertà è il valore”, ha aggiunto Sechi che ha puntato il dito contro il Governo statunitense reo, fra l’altro, di aver interrotto i finanziamenti all’opposizione iraniana.

Gli fa eco la Vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera, Fiamma Nirenstein che ha fotografo come “non amichevole” il rapporto gli Stati Uniti e Israele. Il punto più alto di questo cattivo rapporto fu sancito dal presidente Obama che, dopo la visita ufficiale in Egitto, tornò in patria senza aver reso omaggio anche all’establishment dello Stato ebraico. “La questione del mondo arabo è il mondo arabo – ha concluso la Nirenstein – e non Israele come sostenuto da anni. Bisogna porre l’accento sulla rivoluzione epistemologica” per capire veramente cosa sta accadendo in Medio Oriente.

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