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Cosa ci ha insegnato la quasi guerra a Gaza

in: Medioriente | Pubblicato da: Redazione

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Il sistema missilistico israeliano ha saputo efficacemente difendere le città e la popolazione. Gli ebrei della diaspora devono ora senza esitazione difendere lo Stato ebraico, denunciando l’antisemitismo di chi vuole “distruggere Israele”

Dobbiamo aspettarci un’ondata di odio violento non solo contro Israele, ma anche contro gli ebrei in generale

La battaglia di Gaza è finita con un cessate il fuoco che, al momento in cui scrivo, tiene e ha l’aria di poter durare almeno un po’: Hamas ha sospeso il lancio di razzi e gli agguati, Israele non ha certo interesse a riprendere i combattimenti senza provocazioni. La guerra non è certo finita, ma ora è il momento non solo per Tzahal, ma anche chi sostiene Israele, di trarre gli insegnamenti da questa fase.

Il primo è che sul terreno Israele ha vinto e con notevole facilità. Senza bisogno di far entrare le forze di terra a Gaza, con una perdita di vite umane sempre tragica ma molto ridotta da tutte e due le parti (circa dieci volte meno circa di “Piombo fuso”), Israele ha disarticolato la catena di comando di Hamas e ha distrutto buona parte dei suoi arsenali. Per un po’, fino a quando Hamas non riuscirà a riorganizzarsi e ad accumulare rifornimenti dall’Iran, ci saranno fastidi e provocazioni, ma difficilmente una nuova battaglia vera. In realtà è successo molto di più.

Il grande successo di Iron Dome, che ha ancora spazi di progresso, la sua integrazione con il sistema Arrows (contro i missili a lungo raggio) e David Sling (Fionda di Davide contro i missili intermedi) finirà col rendere obsoleta la strategia di attacco di Hamas ed Hezbollah ma anche quella iraniana, tutte basate sui missili: questa volta su un migliaio di razzi anche di nuovo tipo lanciati da Hamas, solo un paio hanno potuto arrivare al bersaglio, mentre i tiri di Tzahal sono stati precisissimi e straordinariamente efficaci. E non vale l’obiezione per cui gli antimissili costano molto più delle armi dei terroristi. Israele ha speso per Iron Dome questa volta circa una ventina di milioni di dollari, una cifra grande ma non fuori portata, e i costi diminuiscono con lo sviluppo; mentre quelli di Hamas (cioè dell’Iran) aumentano in proporzione ai fallimenti. Nel futuro questo squilibrio conterà molto, soprattutto per la partita decisiva, quella con l’Iran.

I termini della tregua non sono stati però corrispondenti a questi risultati sul campo. Israele non ha ottenuto impegni di Hamas a rinunciare al riarmo e ha dovuto anzi concedere alcuni alleggerimenti del blocco di Gaza, consentendo per esempio alle barche di allontanarsi un po’ di più dalla costa. Soprattutto Israele ha dovuto bloccare la propria avanzata su Gaza, rinunciando a distruggere con le armi il dominio di Hamas sulla striscia. Questo non era probabilmente un obiettivo realistico, comportando sanguinosi combattimenti casa per casa, con esito militarmente sicuro ma politicamente molto incerto. E soprattutto sul versante politico della guerra sono intervenuti con forza gli Stati Uniti, l’Europa, naturalmente i paesi arabi, per impedire una vittoria decisiva di Israele, come è spesso successo in passato (per esempio nel ’67, nel ’73, nell’82). E’ la conseguenza di un panorama internazionale sostanzialmente schierato contro Israele non solo a livello politico ma anche dell’opinione pubblica e della stampa. Questo atteggiamento antisraeliano ha conosciuto alti e bassi, ma è continuo da decenni. Difficile negare che derivi in sostanza da un pregiudizio antisemita.

Oggi è uno dei momenti acuti dell’odio contro Israele e gli ebrei, come negli anni Ottanta, con la differenza che la diffusione dei media vecchi e nuovi lo ha reso più penetrante e visibile al livello delle popolazioni e che le agitazioni politiche di questi anni l’hanno evidenziato ulteriormente. E anche questa è una lezione da imparare: se ci fosse un conflitto meno limitato di quello recentissimo, dobbiamo aspettarci un’ondata di odio violento non solo contro Israele, ma anche contro gli ebrei in generale. Le due cose, del resto non si distinguono nel mondo arabo e neppure in buona parte dei movimenti di protesta europei o sudamericani, che se la prendono volentieri con le sinagoghe i cimiteri e i simboli ebraici, in mancanza di obiettivi israeliani.

Ma è qui che si vede anche quale sia il compito di noi ebrei della diaspora, ben inseriti nella comunità nazionali: non dobbiamo tiraci indietro e nasconderci, provando a fare distinguo poco credibili fra ebraismo, Israele, gli atti del suo governo democratico. Il nostro compito e la nostra sola vera possibilità è quella di impegnarci nei limiti del possibile a denunciare l’antisemitismo di chi vuole “distruggere Israele”, come si è sentito in recenti cortei studenteschi. Solo così difenderemo lo stato ebraico e anche noi stessi.

Ugo Volli

(Shalom, dicembre 2012)

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