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David Prato, in lui uniti insieme l’amore per la Torà e per Israele

in: Ebraismo | Pubblicato da: Jonatan Della Rocca

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Una grande personalità dell’ebraismo italiano che guidò la Comunità di Roma in anni di enormi difficoltà

Grazie a un convegno organizzato dal Centro di Cultura della Cer e dal Collegio rabbinico dell’Ucei (introdotto da Miriam Haiun e Leone Paserman, con le relazioni di Mario Toscano, Angelo Piattelli, Simonetta Della Seta, Rav Riccardo Di Segni, Rav Amedeo Spagnoletto e i contributi di Rav Vittorio Della Rocca, Rav Alberto Piattelli, Nathan Orvieto e Fortunata Di Segni) abbiamo potuto approfondire la figura del Rabbino David Prato che guidò la Comunità ebraica di Roma prima e dopo la Shoah.

Un Morenu che ha rappresentato per un’intera generazione di ebrei romani nati negli anni Venti e Trenta, il riferimento onnipresente di un’identità ebraica messa a dura a prova dai tragici avvenimenti delle leggi razziali prima e dalla deportazione poi.

Si può senz’altro affermare che Rav Prato abbia anticipato i tempi, mutando rispetto al passato il ruolo rabbinico, facendolo divenire una guida tout court: estendendo il ruolo di autorità spirituale a sostenitore della causa ebraica all’esterno. Questo si deve sia alla sua formazione che ad una serie di esperienze che lo videro svolgere diversi ruoli di primo piano nel mondo ebraico, dagli inizi alla metà del Novecento.

Sin dall’infanzia, divenuto orfano di entrambi genitori molto presto, David Prato ebbe l’opportunità prima nella nativa Livorno e poi a Firenze di vivere in ambienti ebraici fecondi e dinamici, che esprimevano la vitalità della comunità israelita italiana dell’epoca. E soprattutto fu a stretto contatto con due figure dalla grande personalità e cultura quali Elia Benamozegh, erudito filosofo, e Zvi Margulies, direttore del collegio rabbinico italiano che calamitava docenti da tutta Europa e allievi che poi si rivelarono le guide degli anni a venire, che tracciarono un solco indelebile della storia ebraica. Grazie anche alla loro intuizione, era impartita una formazione multidisciplinare rabbinica che rispondeva alle nuove sfide interne ed esterne che si prospettavano all’inizio del Novecento. Cosicché con l’emancipazione e l’integrazione appieno degli ebrei nel tessuto sociale italiano, vennero ad ampliarsi a dismisura gli orizzonti della missione pastorale, che assumeva un ruolo dalla rilevanza sociale nazionale.

David Prato, dopo i suoi primi incarichi a Firenze come primo chazan alla sinagoga e insegnante, divenne direttore della scuola, dove si contraddistinse per il suo impegno nell’insegnamento e la cura della disciplina scolastica. Inoltre dirigeva il Convegno di studi ebraici che riuniva l’intellighentia ebraica della città, dove confluivano le idee e i pensieri di personalità che irradiavano le loro esperienze su tutto l’ebraismo italiano: da Alfonso Pacifici, a Carlo Alberto Viterbo e a Enzo Bonaventura. Da subito Prato dimostrò le sue indiscutibili doti di organizzatore e di tessitore, oltre che di ottimo oratore, che si rivelarono in seguito fattori determinanti dei successi della sua carriera rabbinica. A ciò aggiunse una continua attività di pubblicista prolifico e di autorevole militante in prima fila del sionismo italiano. Accompagnò Chaim Weizman nei suoi incontri politici per sostenere il diritto ebraico a creare uno stato in Palestina, alla Conferenza di Sanremo nel 1920, all’incontro con Benito Mussolini nel 1923. E questo forte attaccamento al sionismo lo portò ad assumere la carica di segretario generale per l’Italia del Keren Kayemet e del Keren ha-Yesod.

Ma l’amore per il rabbinato fu così forte che dopo aver conseguito la laurea rabbinica accettò nel 1927 di ricoprire la carica di Rabbino Capo di Alessandria d’Egitto dove rimase fino al 1936. Una nomina che era stata sostenuta dal regime per affermare e implementare la cultura italiana in Oriente. Qui, Rav Prato si affermò come capo spirituale e come autorevole rappresentante della cultura italiana, dimostrando di essere una forte personalità che rappresentava una comunità importante sia nei numeri che nell’identità eterogenea di etnie, espressione e crocevia delle multidentità mediterranee. E lasciò il segno. Oltre ad essere molto amato, istituì un Collegio rabbinico a Rodi e cercò di creare una Federazione della Comunità Italiana Sefardita del Mediterraneo. Ma purtroppo il progetto non andò in porto. Anche perché, sebbene i sei incontri con il Duce che ebbe in quegli anni avessero portato a un rapporto continuativo diretto, l’allineamento del fascismo alle posizioni del Reich, e l’antisemitismo fascista di carattere razziale fecero precipitare gli eventi.

Dopo la morte del Rabbino Angelo Sacerdoti, e aver superato non poche resistenze, David Prato venne chiamato a Roma a reggere la cattedra rabbinica, ma fu un’esperienza breve che durò poco più di un anno. Fu accusato di attività sionista e antifascista dal giornale Tevere nel novembre del ‘37, e la Comunità ebraica di allora, molto vicina alle posizioni del fascismo, lo portò all’allontanamento. Dopo aver riparato in Palestina dove ricoprì diversi incarichi direttivi per il Rabbinato di Tel Aviv, fu richiamato a Roma alla fine del 1945 dove fu rabbino capo e direttore del Collegio rabbinico fino al marzo del 1951. Nella capitale seppe ridare speranza e fiducia a una Comunità colpita al cuore dalla ferocia nazifascista e da forti traumi interni. Con fermezza e passione s’impegnò nella ricostruzione e la formazione facendo presa sulle nuove leve investendo nell’istruzione con la creazione della scuola media. Grazie a un impegno determinato e un forte pragmatismo seppe dare lustro a tutta l’attività rabbinica e pose le basi del rilancio dell’ebraismo romano.

(Shalom, aprile 2012)

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