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Devarìm: L’arte di sapere ascoltare

in: Blog/News, Cultura, Ebraismo | Pubblicato da: Micol Mieli

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Nella sua discorso di congedo, Moshè si rivolge ai dayanìm (giudici) dicendo loro: “Ascoltate le questioni che sorgeranno fra i vostri fratelli e giudicate con giustizia fra un individuo e il proprio fratello o un proselita. Non abbiate riguardi nel giudicare; porgete ascolto al piccolo come al grande, non abbiate timore degli uomini perché la giustizia appartiene a Dio. Se qualche caso fosse troppo difficile sottoponetelo a me ed io lo ascolterò” (Devarìm, 1:16-17). 

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento spiega che “porgete ascolto al piccolo come al grande” significa che il giudice deve avere cura delle cause dove la disputa è su un ammontare di un soldo nello stesso modo con cui ci si cura di una disputa di una grossa cifra come un talento; pertanto non si deve dare precedenza a un caso a favore dell’altro.  Riguardo alle parole “Se qualche caso fosse troppo difficile sottoponetelo a me ed io lo ascolterò”, Rashì cita il Talmud babilonese (Sanhedrin, 8a) nel quale i Maestri osservano che Moshè non avrebbe dovuto affermare di poter risolvere qualunque causa. Per via di questa sua affermazione quando le figlie di Tzelofchàd si rivolsero a Moshè con un quesito relativo al loro diritto ad ereditare il padre, Moshè dimenticò la regola.

R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (1523-1598) sottolinea l’imbarazzo di Moshè quando l’Eterno gli disse: “Moshè, tu dici di poter giudicare i casi difficili; te ne mando uno [così facile] che uno scolaro sarebbe in grado di ascoltare e tu non sarai in grado di farlo”, come quello delle figlie di Tzelofchàd.

Rashi aggiunge che anche al navì (profeta) Shemuèl capitò di rimanere imbarazzato. Shaùl, alla ricerca delle sue asine, chiese dove era “il veggente” per sapere dove erano andate;  Shemuel rispose “sono io il veggente”.  Quando l’Eterno disse a Shemuèl di andare a casa di Ishai per nominare Re uno dei suoi figli, Shemuèl errò pensando che il figlio prescelto fosse il primogenito Eliàv e non David.  L’Eterno lo rimproverò dicendo: “Non eri tu che avevi risposto: Io sono il veggente?” (Midràsh Sifrì).   

 Non tutti i commentatori interpretano il versetto il modo critico. R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) offre una spiegazione più letterale scrivendo: “Per via della sua modestia Moshè non disse  “Vi faro sapere” bensì “Ascolterò”; [per dire] se sarò in grado di decidere sulla base di quello che mi è stato insegnato [dall’Eterno] vi darò una risposta, altrimenti chiederò istruzioni”.  

R. Yitzchàk Abravanel (Lisbona, 1437-1508, Venezia) afferma che Moshè disse ai giudici che se si fosse presentato a loro un caso difficile, non cercassero di risolverlo usando la logica ma che verificassero con lui, dicendo che per loro era sempre disponibile ad ascoltare i loro quesiti.

R. A. Leib Scheinbaum in Peninim on the Torah (20: 325) cita un versetto di Mishlè (Proverbi, 12:25) dove è scritto: “Chi ha inquietudine nel cuore la sopprima (yashchena) e una buona parola la trasformerà in allegria”. Nel Talmud babilonese (Yomà, 75a) vi è una discussione tra due maestri sul significato del versetto. Uno di loro afferma che la parola yash-chena va interpretata come se fosse scritta yas-chena e significa “la allontani dalla sua mente”, mentre l’altro afferma che la stessa parola va interpretata come se fosse scritta yesi-chena e significa “la confidi ad altri”. Secondo questa spiegazione il versetto insegna che chi è inquieto, confidandosi con altri e raccontando loro il motivo dei propri crucci può trovare tranquillità.

Il rebbe di Gur afferma che questo consiglio deriva proprio dal nostro versetto della Torà dove Moshè dice “Ed io ascolterò”. Moshè non disse che avrebbe risolto i problemi, ma che ascoltando e dando la possibilità a una persona di confidarsi avrebbe contribuito a trovare una soluzione.

R. Scheinbaum commenta che il miglior assistente sociale è quello che ascolta con attenzione e sa creare un’atmosfera accogliente a coloro che hanno bisogno di aiuto psicologico. Per arrivare a ciò bisogna sapere trattare il paziente con rispetto e senza pregiudizi. Questo non è facile specialmente se si tratta di questioni che contrastano con le opinioni religiose o etiche dell’assistente sociale. Spesso il compito di confortare le persone cade sui rabbanìm la cui preparazione di base è quella di sapere analizzare i problemi con spirito critico e che hanno chiare opinioni su quello che è giusto è quello che non lo è. Saper mettere da parte le proprie opinioni e la propria tendenza naturale a giudicare, e invece cercare di capire quali siano le pene che fanno soffrire una persona è un serio challenge. Questo era uno degli insegnamenti di Moshè.

              

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