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Dopo la Shoa: il bisogno della Memoria e il bisogno del futuro

in: Foto gallery, Giornata della Memoria | Pubblicato da: Redazione

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Commovente cerimonia nel Tempio Maggiore di Roma. In migliaia hanno accolto rav Israel Meir Lau

Il coro dei bambini delle scuole ebraiche di Roma che ha risuonato oggi nel Tempio Maggiore della capitale è stato il momento più suggestivo della cerimonia ”Dopo la Shoah il ritorno alla vita”, per celebrare il Giorno della Memoria promossa dal presidente della Consulta della Comunità ebraica Elvira Di Cave.

Migliaia di ragazzi e di adulti hanno ascoltato la drammatica testimonianza di rav Israel Meir Lau, già rabbino capo di Israele e oggi rabbino capo di Tel Aviv, sopravvissuto all’orrore di Buchenwald, insieme alcuni altri testimoni dello sterminio nazista.

Hanno partecipato il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, la presidente dimissionaria della Regione Lazio Renata Polverini e l’ex presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. A introdurre le testimonianze il presidente del Museo della Shoah di Roma Marcello Pezzetti.

”Ci sono cose che si dimenticano – ha detto Lau – ma la Shoah non e’ tra queste, non e’ una cosa naturale, non si puo’ dimenticare. Non si puo’ perdonare”. Allo stesso tempo rav Lau ha sottolineato la necessità di proseguire nella vita di tutti i giorni, passo per passo, fatto di gioie ma anche di momenti di tristezza.

Deportato a Buchenwald e salvato dagli americani quando aveva 8 anni, il rabbino Lau ha raccontato un episodio della sua infanzia, per spiegare come “anche volendo voltare pagina, non possiamo dimenticare e non abbiamo il diritto di perdonare. Nessuno dei miei, mio padre, mia madre, mio fratello mi ha dato questo incarico”.

Rav Israel Meir Lau ha raccontato che nell’aprile del ’45 fu portato da Buchenwald a Parigi, in un sanatorio con altri 220 bambini e ragazzi; un giorno andarono in visita delle autorita’ ma i giovani si rifiutarono di accoglierle come richiesto e parteciparono alla cerimonia restando sempre con la testa bassa e gli occhi a terra, ad esprimere la rabbia nei confronti di quanti si erano dimenticati della loro sorte negli anni delle leggi razziali e dello sterminio. P

oi però prese la parola un ebreo che era stato ad Auschwitz, tanto emozionato che riusci’ solo a dire “bambini, cari bambini” prima di scoppiare a piangere. A quel punto tutti piansero, in una “valle di lacrime”. Un giovane allora intervenne per ringraziare del dono ricevuto, cioè la possibilità di riacquistare la forza di piangere, perduta negli anni della deportazione: “Abbiamo capito che siamo esseri umani, chi piange può anche essere felice” e come le ossa di seppie del capitolo 37 del libro di Ezechiele “possiamo risorgere”.

Rispondendo alla domanda di un ragazzo, il rabbino ha poi spiegato che “non conosciamo quale sia il pensiero di Dio” ma sappiamo che “i nazisti non hanno combattuto solo gli ebrei ma l’ebraismo”. “Se lascio la vita ebraica – ha concluso – non faccio che realizzare quello che i nazisti volevano”, si porta a compimento “non il testamento delle vittime ma il progetto nazista”.

Anche il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, ha sottolineato il “bisogno della memoria” ma che non può andare disgiunto dal “bisogno di futuro”. Il messaggio – ha detto – è che si deve continuare a vivere: “Bisogna continuare a costruire cose normali e essenziali, tornare a costruire asili”.

”E’ utile tornare a ricordare – ha commentato Zingaretti – con l’impegno civile, etico e politico di non chiudere la memoria solo nei giorni a essa dedicata, ma, con coerenza, 365 giorni l’anno. Non bisogna sottacere ai tanti tentativi velati o pubblici di rimuovere la verità di quanto è accaduto, o peggio di riproporre ‘valori’ che hanno portato alla Shoah. Dobbiamo ribadire che non dobbiamo monumentalizzare il ricordo, ma usare queste giornate per un impegno quotidiano”.

(Foto di Ariel Nacamulli)

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