Compiti, doveri e ruolo dei convertiti in senso al popolo di Israele
Basta sfogliare un semplice lunario, un qualsiasi calendario che riporti indirizzi, nomi di associazioni e comunità ebraiche e dei loro amministratori e rappresentanti per rendersi conto che al di là delle statistiche demografiche o proprio all’interno di queste, anche il piccolo ebraismo italiano sta cambiando ed è cambiato anche nella fisionomia dei propri cognomi.
Basta partecipare ad una tefillà in un qualsiasi Bet HaKnesset d’Italia, specie nelle piccole e medie comunità, per rendersi conto di quanti figli di Avraham Avinu sono chiamati a Sefer il Sabato mattina, il Lunedì, il Giovedì. A volte anche per rendersi conto che lo stesso rav… è figlio di Avraham Avinu.
Un fantasma si aggira per l’Italia ebraica: il gher, la ghioret, colui che spesso non ha nessun genitore o nonno ebreo ma che accompagna ogni mattina i propri figli ebrei nelle scuole ebraiche di Roma, Milano, Torino, Trieste, Venezia.
Colui o colei che spesso è consigliere in Comunità, segretario di Comunità, rappresentante della locale sezione del Keren Kayemet, Keren Hayesod, Adei-Wizo. Colui o colei che in altre parole vive attivamente e positivamente il proprio ebraismo, tanto da mettere in gioco il proprio tempo per nome e conto della propria Comunità e facendo questo mette in crisi molta della identità statica di quella stessa Comunità.
Le statistiche dell’UCEI giustamente rilevano i dati numerici della presenza ebraica in Italia, ma non sempre ne colgono le sfumature culturali e sociali. Un esempio in questo senso potrebbe essere dato solo curiosando le note tristi e le note liete di un qualsiasi giornale comunitario da Trieste a Napoli, da Genova a Venezia: i cognomi di chi ci “ha lasciato” sono sempre indubbiamente ebraici, mentre più spesso i mazal tov per le poche nascite o matrimoni o bar e bat mitzvà si indirizzano a famiglie dove il cognome ebraico è scomparso dietro ad un matrimonio misto o non è mai esistito trattandosi di un lieto evento in una famiglia di gherim, convertiti.
L’ebraismo italiano ha dedicato giornate di studio, incontri e convegni di grande spessore al fenomeno delle conversioni, ma non ha mai scrutato nella vita delle comunità, nelle piccole e vitali organizzazioni comunitarie cercando di comprendere le trasformazioni silenziose ma significative che avvengono e continueranno ad avvenire.
Non esiste una sola Comunità ebraica italiana, non esiste una sola organizzazione ebraica in Italia che non abbia nel suo consiglio, nel suo apparato dirigenziale ed amministrativo persone che hanno scelto di essere ebree e la cui scelta è di fatto una scelta di grande partecipazione e costruzione identitaria oltre ad essere una scelta religiosa. Come a dire che alla scelta religiosa, sana, consapevole corrisponda un’altrettanta capacità e predisposizione ad agire in prima persona per la propria realtà ebraica, non accontentandosi solo dell’esserne parte.
Se le statistiche numeriche non ci raccontano di questa presenza, non possono neanche raccontarci di come questa presenza ebraica di scelta e non di nascita sia vissuta nella realtà politica e religiosa delle nostre comunità e delle nostre organizzazione ebraiche. Certamente è impossibile tracciare un comportamento comune e condiviso di tutti gli ebrei d’Italia rispetto alle conversioni, ma si possono individuare aeree del pensiero e dell’azione sociale nelle quali gli incontri e gli scontri tra ebrei per nascita ed ebrei per scelta sono frequenti.
In ambito religioso l’incontro-scontro è manifesto: ad una realtà assimilata e spesso assimilazionista colui che è scrupoloso nelle mitzvot in genere non viene compreso, se poi l’osservanza nasce in un contesto di scelta personale e non di origine familiare la non comprensione può diventare un terreno scivoloso con sfumature interessanti dal punto di vista antropologico, certo non da quello ebraico. L’ebreo assimilato o tendenzialmente poco osservante giustifica il proprio vicino gher tzedek perché “essendo lui non nato ebreo deve osservare le mitzvot, mentre io posso non farlo per diritto di nascita.” La scelta di essere ebrei obbligherebbe alle mitzvot, l’essere nati ebrei sembra invece una libera porta al libero arbitrio. Il terreno di incontro diventa ancora più accidentato nei contesti in cui il gher tzedek o la ghioret sposa un ebreo nato tale e, imponendo il proprio ritmo di vita saldamente ebraico, sente rispondersi dal proprio compagno/a che “noi abbiamo sempre fatto così e siamo ebrei da più tempo di te.” Come se il diritto ebraico si sia cristallizzato nel tempo e quindi permetta una sorta di anzianità identitaria che in alcuni casi può portare a guidare di Shabbat o a telefonare alla vecchia zia per sapere come sta.
In ambito decisamente più politico e forse per questo più interessante in quanto fenomeno di gestione delle realtà ebraiche di Italia, la presenza dei gherim in molti consigli di Comunità ed altri luoghi rappresentativi dell’ebraismo italiano ha creato e crea forti tensioni nella stessa gestione di queste realtà. Innanzitutto dobbiamo accettare l’idea che la presenza dei gherim in quei contesti è indice di due fattori: la forte partecipazione di questi ultimi alla vita comunitaria locale e nazionale e la assenza ed il disinteresse di molti ebrei sia verso la propria realtà ebraica locale, che verso una qualsiasi forma di attivismo ebraico. Questi due fenomeni, per quanto vicini, non sono necessariamente collegati altrimenti saremmo portati a dire che la presenza dei gherim nel consiglio della Comunità di una qualsiasi città italiana è data dal disinteresse degli ebrei locali per la stessa comunità. Indubbiamente esistono realtà ebraiche numericamente piccole dove se è ancora possibile avere una decente vita ebraica, dal minian per le funzioni religiose, alla organizzazione di un seder di Pesach questo si deve alla presenza attiva dei nuclei familiari di gherim. Lo scontro culturale nella gestione dei luoghi comunitari è però un fenomeno in crescita ed, in una realtà che conosco bene, uno dei simboli di una difficile conciliazione nella gestione della Comunità tra i consiglieri nati ebrei ed i consiglieri ebrei per scelta è la manutenzione del cimitero antico, quasi non più in uso, che è fonte di grosse spese per la Comunità stessa. I consiglieri ebrei per scelta sono meno predisposti a considerare la manutenzione del cimitero come il luogo centrale della identità ebraica della Comunità, ponendo i loro sforzi più in campo educativo, formativo e religioso. Piuttosto che spendere svariate migliaia di euro l’anno per la conservazione di un cimitero con il quale ovviamente i gherim non hanno legami familiari ma sul quale non hanno neanche costruito la loro scelta identitaria, essi preferirebbero o avrebbero preferito un equilibrio di spese che portasse ad una manutenzione dell’antico cimitero ma anche ad attività vitali per la realtà ebraica locale e per i giovani della stessa comunità. Questo scontro, che è di fatto anche uno scontro tra identità ebraiche diverse e portatrici di storie familiari con sguardi opposti tra passato e futuro, ha portato alle dimissioni di alcuni gherim dal Consiglio comunitario.
La presenza di nuclei familiari ebraici dove uno se non tutti i membri sono di origine non ebraica sta avendo una influenza anche sulla crescente alyà dall’Italia con conseguenze che influenzano anche i rapporti con la Rabbanut israeliana ed i Bettè Din, Tribunali Rabbinici che si occupano di conversioni. I nuovi olim che sono ebrei per scelta spesso devono faticare il doppio per poter ottenere il riconoscimento del loro status ebraico e godere quindi dei diritti che gli spettano in quanto nuovi immigrati: personalmente ho accompagnato per ben due volte all’ufficio della Rabbanut di Gerusalemme due giovani ragazzi italiani che dopo aver presentato i loro certificati di ghiur avevano bisogno di ulteriori testimoni della loro ebraicità.
Se dovessimo analizzare tutti questi nuovi fenomeni dal punto di vista numerico, forse saremmo portati a non considerarli di primo interesse, sebbene anche il numero dei gherim in Italia sia in forte crescita, ad ogni modo la costante presenza del fenomeno delle conversioni, poche o numerose che siano, non può non essere analizzata e valutata anche per comprendere meglio il momento di crisi o forse passaggio generazionale che non risparmia nessuna realtà ebraica italiana. A questo proposito concludo con un episodio che mi riguarda personalmente e che può essere una chiave di lettura dell’incontro/scontro che ho esposto. Quando lavoravo come rabbino a Napoli mi è capitato di dover preparare dichiarazioni di ebraicità per persone che, avendo subito l’infamia delle leggi razziali, hanno poi fatto richiesta del vitalizio come perseguitati politici e razziali. Una signora non più residente a Napoli si presentò in Comunità e mentre le compilavo il documento necessario vedendo il mio nome a margine del foglio chiese: “Mi scusi, ma che cognome strano, lei è ebreo?” Le risposi, conoscendo molto bene la sua storia familiare: “Cara signora, viviamo tempi bizzarri, colui che attesta la sua ebraicità ed è ebreo si chiama Punturello ed i suoi cugini, che ebrei non sono, si chiamano tutti con un cognome ebraico.” Con quella risposta non mi comportai da maestro, con quella risposta applicai su di me la citazione del Talmud Yevamot 47 b: “I convertiti sono duri per Israele come fossero spine.”
Prima edizione della ‘Notte dei Talenti’, su idea e iniziativa di Arturo Artom
Questa sera alle 20 la suggestiva cornice dell’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, in Largo Gustav Mahler angolo C.so San Gottardo, ospiterà la prima edizione della Notte dei Talenti in cui verrà attribuito l’Oscar al Merito, progetto realizzato dal Forum della Meritorcrazia.
L’Associazione nata da professionisti e volontari, capitalizza le esperienze e l’impegno delle Associazioni People in Touch e Connect Club dei Talenti e dalla visione del suo Presidente Arturo Artom, imprenditore visionario, Senior Advisor di Accenture e Membro di presidenza di Assolombarda. Presidente Onorario è Roger Abravanel, uno dei più noti consulenti italiani, per 35 anni in McKinsey, editorialista del Corriere della Sera e membro dei CDA di Luxottica e BNL. Direttore Generale è Nicolò Boggian, Head Hunter di Michael Page responsabile della divisione Public Sector.
Il Forum della Meritocrazia ha come mission promuovere il valore della meritocrazia in un paese come l’Italia in cui molti pensano che vi siano spesso persone non qualificate o inadatte per la posizione che occupano e nel quale persone meritevoli non riescono a raggiungere i loro obiettivi professionali perché non inserite in logiche clientelari o nepotistiche.
Insieme a migliaia di persone hanno già aderito all’Associazione Ignazio Visco, Alberto Quadrio Curzio, Alberto Meomartini, Ivan Lo Bello, Umberto Veronesi, Clarence Seedorf.
Molti e ambiziosi sono gli obiettivi del progetto: primo tra tutti realizzare un grande evento annuale, replicabile in altre città italiane che aggreghi tutte le eccellenze italiane nei vari ambiti professionali e che premi ogni anno il talento più meritevole. Una manifestazione per: promuovere, individuare, riconoscere, incoraggiare e valorizzare i molti talenti presenti in Italia; contribuire al rilancio della «cultura del merito», attraverso la valorizzazione delle capacità intellettuali, progettuali e creative dei giovani e meno giovani; aggregare un numero considerevole di soggetti privati e di addetti ai lavori, istituzioni pubbliche, aziende; valorizzare il ruolo dell’Associazione e dei suoi Partner quali attori strategici per il rilancio della «cultura del merito» in Italia.
Protagonisti di questa prima edizione del Forum saranno 15 “Ambasciatori del merito” selezionati tra le oltre 200 candidature ricevute; talenti non necessariamente noti ai più che hanno costruito il proprio successo con le proprie forze, il proprio merito, il proprio curriculum senza mai disattendere i principi etici; 5 “Talenti famosi” portatori di storie esemplari nei settori azienda, sport, musica, spettacolo, pubblica amministrazione, no profit, professioni;
Nel corso della serata verranno attribuiti gli “Oscar del Merito 2012”ai migliori talenti tra gli «Ambasciatori del Merito». La scelta dei migliori Talenti – basata su criteri oggettivi – punterà a premiare chi nell’ambito del proprio settore, realtà imprenditoriale, professionale, pubblico o privato, artistico, sportivo, medico, ricerca o no profit, in Italia e all’estero è riuscito ad emergere.
Saranno assegnati 5 premi per le seguenti categorie: Creazione d’impresa; Sport, Spettacolo, Arti e Cultura; Ricerca scientifica e Università; Made in Italy (Moda, Design, Creatività; Professioni). Saranno inoltre assegnati 3 premi speciali: Talento Under 30, Talento al Femminile, Talento Italiano nel mondo. Dopo la premiazione gli ospiti saranno coinvolti in un’originale esperienza sensoriale con una scelta di prodotti che rappresentano l’eccellenza Made in Italy. A deliziare gli ospiti, una scelta di piatti rivisitati in chiave creativa da chef di talento (vincitore Master Chef Italia). La degustazione sarà accompagnata dalle note ritmate di giovani musicisti e dj-set.
Nel foyer dell’Auditorium sarà allestita una mostra personale di opere d’arte realizzate dal vincitore del premio Giovani Artisti di Talento – GAT 2012.
Francia: dopo la strage di Tolosa, l’antisemitismo non si ferma
Il 19 marzo scorso a Tolosa il terrorista Mohamed Merah ha aperto il fuoco davanti alla scuola ebraica Ozar Hatorah, uccidendo il rabbino Jonathan Sandler, due delle sue figlie, Aryhel e Gavriel, di sei e tre anni e la figlia del direttore della scuola Miriam Monsonego (sette anni).
A questo episodio terroristico di matrice antisemita tutti i mezzi di comunicazione hanno dedicato ampio spazio, tuttavia, malgrado la sua estrema gravità, nel giro di breve tempo è subentrato un silenzio pressoché assoluto, eppure l’ondata di antisemitismo che, ormai da dieci anni, colpisce violentemente la Francia s’è solo moderatamente attenuata, e continua a rappresentare un problema sociale, come il caso di Tolosa ha – appunto – drammaticamente evidenziato.
Ecco alcuni recenti esempi di antisemitismo in Francia.
Il 10 maggio a Parigi in Piazza della Borsa sono stati affissi dei manifesti che riproducevano la copertina di una rivista satirica di stampo fascista, datata 19 marzo 2012, giorno della strage di Tolosa annuncia a grandi caratteri: “Tragico Bar-Mitzvah a Tolosa, 4 morti”.
L’11 maggio a Villeurbane un uomo ha minacciato di morte i bambini di una scuola ebraica situata di fronte a casa sua. Ha iniziato urlando dalla sua finestra contro i bambini seduti ai loro banchi in aula: “Sporchi ebrei! Vi ucciderò!”, ed ha accompagnato le sue parole con un gesto in cui simulava di sparare.
Invece ancora a Tolosa il 25 aprile una delegazione di studenti israeliani che si trovava all’università cittadina impegnata in un tour nelle università francesi, è stata aggredita da un gruppo di contestatori che hanno cominciato a lanciare degli slogan contro lo stato ebraico dicendo che Israele è uno stato criminale, che gli ebrei dovrebbero venire sterminati e che Israele sta compiendo un genocidio. Dopo l’intervento della sicurezza, che li ha allontanati, hanno intonato in arabo uno slogan antisemita di matrice jihadista: Khaybar Khaybar is Yahud, Jaysh Muhammad sawfa ya’ud (Khaybar, Khaybar, Oh Ebrei, l’esercito di Maometto ritornerà).
In Francia il pregiudizio antiebraico non è molto radicato nella popolazione, però sono numerosi gli episodi di antisemitismo, ed inoltre è proprio in Francia che è nata la cosiddetta‘Nouvelle Judeophobie’, un particolare tipo di antisemitismo molto aggressivo e violento alimentato dagli stereotipi antisemiti del jihadismo.
Mohamed Merah, membro di Forsane Alizza (I Cavalieri dell’orgoglio), incarnava perfettamente questa forma di antisemitismo .
FA è un’organizzazione estremista di stampo salafita, bandita nel gennaio 2012 dal ministero degli Interni francese per incitazione all’odio razziale, diretta da un giovane musulmano francese Mohamed Achmlane abilissimo comunicatore, aveva tra i 30 ed i 100 membri ufficiali, tuttavia, come spesso capita con organizzazioni simili, non era formalmente strutturata e probabilmente i simpatizzanti erano più numerosi.
Il gruppo faceva parte di un Network europeo di jihadisti che condividono la stessa ideologia e le medesime strategie, ognuno di essi ha registrato un sito Internet che comincia conSharia4 seguito dal paese, ovvero Sharia4belgium, Sharia4france, Sharia4holland ecc, un’unica persona s’è occupata della registrazione e gestione degli spazi online.
Gruppi come Forsane Alizza, al-Muhajiroun o Hizb ut-Tahrir fanno un uso sofisticato di Internet per la diffusione della loro ideologia, sono molto attivi nel Web attraverso un costante ‘caricamento’ di documenti multimediali anti-democratici e jihadisti, ed i seguaci vengono reclutati ed addestrati essenzialmente nel cyberspazio.
Le organizzazioni islamiste come FA sono numericamente poco rilevanti, ma grazie alle loro doti mediatiche, ed a causa di una larga fetta dei mezzi di comunicazione che preferisce dare spazio alle minoranze estremiste piuttosto che alla maggioranza democratica, sono riuscite a porsi al centro dell’attenzione e addirittura ad accreditarsi come leader della comunità islamica.
Anche in Italia si sono verificati simili episodi, seppur di minore gravità; circa otto anni fa l’estremista Adel Smith, leader di una fantomatica organizzazione islamica composta sostanzialmente da sé stesso, è stato presentato come leader islamico e spesso ospitato dalle principali tribune giornalistiche.
Va sottolineato con forza che i musulmani jihadisti costituiscono solo una minuscola frangia all’interno delle Comunità islamiche europee, e che i musulmani europei sono sempre più attivi nel condannare le forme di estremismo legate ad un uso distorto della religione.
I gruppi jihadisti come Forsane Alizza hanno una matrice di stampo millenaristico, sostengono che la rigenerazione dell’Islam possa avvenire solo attraverso la battaglia ed il combattimento fisico,e la loro ideologia predica apertamente la violenza.
Questa forma perversa di Jihad combatte la società democratica in genere, e colpisce sia non musulmani che – soprattutto – musulmani (ad esempio,le prime vittime di Merah sono state dei musulmani francesi) obiettivo privilegiato sono però le comunità ebraiche e tutto ciò che i jihadisti interpretano come ‘sionismo’.
Un contributo determinante alla globalizzazione degli estremismi è stato dato da Internet e dalle nuove tecnologie informatiche, non è un caso che i razzisti e gli antisemiti siano stati tra i primi ad intuire le potenzialità del Web, e che nel corso degli ultimi quindici anni.
si siano progressivamente trasferiti nel cyberspazio.
Attualmente sono meno di diecimila i siti dell’estremismo islamico, e circa 400 quelli autenticamente pericolosi.
Il Web globale, veloce e facilmente accessibile permette anche al singolo individuo di sentirsi parte di qualcosa grazie alla connessione elettronica. Il percorso che deve seguire un ipotetico estremista non è troppo difficile, basti pensare al presunto terrorista antisemita Mohamed Jarmoune, un giovane bresciano di origine marocchina arrestato a marzo dalle forze dell’ordine durante un’operazione antiterrorismo.
Jarmoune, grande esperto di computer e di Web, era entrato nella galassia jihadista attraverso il cyberspazio e grazie ad Internet studiava come costruire ordigni esplosivi da utilizzare contro la Sinagoga milanese di via Guastalla.
Il problema di come scegliere i leader
Il primo uomo che si rese conto che il popolo ebraico aveva bisogno di un Consiglio che amministrasse la giustizia e si occupasse delle necessità del pubblico fu Ytrò, suocero di Moshe Rabbenu, che dopo l’uscita dall’Egitto raggiunse il genero nel deserto, rimase alcuni giorni con lui ed il nuovo popolo appena liberato e non poté fare a meno di esprimere il proprio parere riguardo al modo in cui lo stesso Moshè amministrava la giustizia. Moshè si trovava in una situazione senza uscita, quasi “stressante” e rischiosamente oligarchica: unico giudice in tutto Israele, da mattina a sera era costretto ad ascoltare tutti i casi giudiziari degli ebrei ed a trovare per loro soluzioni e mediazioni.
Ytrò colse il pericolo che si nascondeva dietro una simile organizzazione: il popolo e Moshè rischiavano di crollare ( Es 18,18) ed è per questo motivo che suggerì l’idea di nominare giudici minori da scegliere con cura. Ytrò non si limitò al suggerimento, anzi indicò con precisione quali dovessero essere le condizioni morali e materiali necessarie affinché un candidato potesse diventare giudice e capo di una tribù o di una parte del popolo ebraico. “Scegliti poi fra tutto il popolo persone ragguardevoli, tementi del Sign-re, uomini di provata lealtà, nemici del lucro […] ”(Es. 18,21). Gli אנשי חיל, uomini di riguardo secondo Rashì ( R.Shelomò ben Itzhak 1040-1105) erano uomini benestanti tanto da non essere influenzati dalla corruzione, mentre Sforno (R. Ovadyà Sforno di Roma e Bologna 1470-1550) li identifica con uomini dotati di un equilibrato senso del giudizio, conoscenza della Legge, e abilità nel cogliere la verità in una disputa. Gli יראי אלקים, i tementi del Sign-re secondo Ibn Ezrà (R. Avraham Ibn Ezra, 1089-1164) erano coloro che temevano D-o e certamente non gli uomini con le loro politiche o le eventuali minacce. Gli אנשי אמת , uomini leali, secondo Rashì erano coloro le cui parole non sarebbero mai state messe in discussione in nome della alta moralità di chi le pronunciava, mentre i שנאי בצע, nemici del lucro, sempre secondo Rashì, ed anche Rambam (R. Moshè ben Maymon 1135-1204) erano i giudici pronti anche a sacrificare le loro giuste priorità rispetto all’esercizio della giustizia stessa, mentre per Onkelòs, il nobile romano convertito all’Ebraismo nel I secolo E.V., erano coloro che disprezzavano anche la sola idea di ricevere soldi dagli altri.
Questa idea di necessaria giustizia e senso della responsabilità ha accompagnato le scelte elettorali ed amministrative di tutte le Comunità ebraiche del mondo in ogni epoca ed in ogni luogo Diasporico, creando spesso pareri rabbinici differenti in materia di censo elettorale e rappresentatività democratica. Rabbi Shmuel ben Moshe de Medina (Marashdam), rabbino di Salonicco (1506-1589), nei suoi Responsa Orach Chaiim 37, ci offre uno spaccato interessante della composizione sociale delle comunità del suo tempo. La domanda che gli viene posta è se bisogna seguire sempre la maggioranza ed anche nel caso in cui i “benestanti” che gestiscono e sostengono economicamente la comunità siano in minoranza, dovranno questi cedere al concetto, per noi ovvio, di democrazia? Inizialmente, stabilendo un principio generale, il Marashdam sembra sostenere una assoluta uguaglianza tra ricchi e poveri, eppure in seguito, entrando nello specifico della questione elettorale e delle scelte Comunitarie, il senso oligarchico della Comunità di Salonicco viene fuori in tutto il suo splendore: “Ma io vedo che per quanto affermato dalla Torà: “ segui la maggioranza”, la spiegazione non è quella che si sente tra gli uomini…la spiegazione è che la Torà non dice: “segui la maggioranza” se non quando si hanno uguali partiti, allora bisogna seguire la decisione della maggioranza. Ma se c’è una differenza tra i due gruppi, può anche essere che un solo uomo vinca su mille.” Per il Marashdam, poi, l’ostinata obbedienza al principio della maggioranza che vince può portare a conseguenze pericolose, perché se in una determinata città esistono novanta poveri e dieci benestanti, i novanti poveri in virtù del loro status sociale che non li porta ad essere contribuenti della Comunità, non potranno imporre ai benestanti la guida che vorrebbero o il maestro che fa per loro e nelle parole del Marashdam“il principio di seguire la maggioranza numerica esiste se essa è una maggioranza strutturale (vale a dire la maggioranza degli elettori che rappresenta la maggioranza della ricchezza della Comunità) perché in quel caso naturalmente non sceglieranno altro che la verità e la felicità.”
Rav Eliezer Yehuda Waldenberg, il grande decisore halachico morto nel 2006 (Tziz Eliezer) commentando questa opinione del Marashdam, pur apprezzando l’idea che la maggioranza strutturale dei sapienti e degli amministratori della Comunità debbano avere più spazi nella gestione degli affari comunitari, non concorda con l’idea che i dieci benestanti debbano imporre le loro idee ai novanti poveri e che solo chi siede davanti possa fare da guida, perché, citando le sue stesse parole: “se così fosse la legge negherebbe i diritti del povero solo perché povero?”
Resta ferma per lo Tziz Eliezer l’idea che non tutti coloro che vogliono avere un ruolo possono averlo, non tutti hanno la stoffa per ricoprire una carica ufficiale e prendersi le responsabilità del caso e che la decisione di essere eletti va presa attraverso un sistema pubblico di elettori che abbiano diritto a scegliere secondo anche l’uso dello Stato, che esprimano le loro opinioni ed il loro consenso al meglio per la gestione del pubblico e della Comunità. Poiché se non affermiamo questo, questo impedimento sarà sotto le nostre mani e si potranno superare i recinti della pace e della fratellanza pubblica e si darà spazio a uomini litigiosi ed alla disputa e si metterà da parte colui che può essere un capo e si farà ritirare il suo contributo dal donare e dal lavorare per il bene comune, si rischia anche di diventare crudeli con i poveri, di non avere compassione della loro povertà e di non comportarsi con loro secondo giustizia ed amore…per questi motivi i saggi ed i capi di ogni generazione hanno lavorato per stabilire regole per il bene del pubblico, hanno fissato usi e sistemi corretti e fondati sulla legge della Torà su come stabilire la scelta degli eletti e dei parnassim della Comunità, in modo tale che fossero assegnati a tutto il popolo esperti in ogni materia.Tziz Eliezer, 2, 24.
Chiaramente lo Tziz Eliezer coglie la distanza democratica delle opinioni del Marashdam, maestro di Salonicco e pur comprendendone il valore nel contesto specifico non accetta la deriva oligarchica che non si addice ai nostri tempi ed ai nostri luoghi comunitari moderni.
Se però, l’anacronistico richiamo oligarchico, non rispecchia i nostri tempi, i richiami morali da Ytrò in poi hanno una forza senza tempo che passa ed è passata per tutte le generazioni ebraiche e che oggi, in una Italia ebraica dove molti consigli comunitari hanno rassegnato dimissioni, molti altri forse le rassegneranno e quindi molti elettori saranno chiamati ad esprimere le proprie preferenze, i regolamenti della Comunità di Francoforte del 1774 e delle Comunità polacche e della Comunità di Livorno del 1700 potrà essere uno spunto di riflessione. In tutti e tre i regolamenti comunitari appena citati troviamo scritto che: “Chi non abita nella nostra Comunità da almeno quattro anni continui, non potrà avere nessun ruolo gestionale nella Comunità.” Come a dire che chi non conosce la nostra realtà non può essere una guida e “non possono essere eletti nel Consiglio della Comunità: chi ha fatto bancarotta, chi si occupa di mediazione, chi vive in città illegalmente”. Quest’ultima citazione è tanto più significativa per il pubblico italiano perché è presa dal regolamento della antica comunità di Livorno, ma potrebbe essere stata detta direttamente da Ytrò a Moshe rabbenu.
Cari lettori del sito, mi rivolgo a voi per capire se si può ancora oggi, nel 2012 e all’alba della Terza Repubblica, ascoltare un parlamentare della nostra Repubblica italiana esprimersi con toni discriminatori nei confronti dell’ebraismo. Il politico in questione è tale Fabio Granata.
E’ un deputato alla Camera iscritto nel gruppo di Futuro e libertà per l’Italia, il partito di Gianfranco Fini. Ebbene, il parlamentare ha pubblicamente preso le difese di un militante di Fli, che risponde al nome di Giovanni Ceccaroni, il quale ha pubblicato su Facebook una nota in cui descriveva l’ebraismo italiano come una potente lobby che andava contro gli interessi del nostro Paese.
Il militante è stato subito ripreso da numerosi internauti che hanno condannato le sue parole. E’ a questo punto che il deputato Granata decide di intervenire a sua difesa. E, anche lui su Facebook, scrive: “Ho molti amici ebrei e sono i primi a rivendicare con orgoglio la loro capacità di coesione e strategia comune che, in campo economico, diventa attività lobbistica… e che economicamente questa lobby sia la più influente del pianeta è un dato oggettivo: quindi calma e serenità”. Evviva la sincerità.
Sta di fatto che le affermazioni di Granata scatenano un bel putiferio (oltre che la mia personale indignazione). Al suo post rispondono più di cento commenti. Alcuni a sostegno, altri di sdegno. Nella mischia c’è di tutto: il militante nostalgico, quello moderato, il deputato Fli Enzo Raisi, il direttore de Il Futurista Filippo Rossi che sulla sua bacheca Facebook scrive: “Un movimento sano caccerebbe a calci in culo chi parla di ‘lobby ebraica’”. Se fossi iscritto a Fli mi assocerei.
Per leggere il post di Granata clicca qui:
Per leggere il post di Ceccaroni clicca qui:
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