La seconda parte dello Shema’ viene letta nella parashà di questa settimana. Una delle mitzwòt è quella di insegnare la Torà ai nostri figli:
E le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai a casa, quando andrai per strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai (Devarìm, 11:19)
R. Dov Braunstein in un suo articolo in Segulat Israel (Sui doveri tra genitori e figli nella Torà, 5763) scrisse che i Maestri nel trattato Qiddushìn (29b) del Talmùd babilonese spiegano che da questo versetto deriva l’obbligo del padre di insegnare Torà ai figli. Nel resto dell’articolo riassunse le regole di questa mitzwà tratte dal Qitzùr Shulchàn ‘Arùkh e dallo Shulchàn ‘Arùkh di Rav Shneur Zalman di Liadi.
Se il padre non ha insegnato Torà ai figli, essi hanno il dovere di studiarla o di cercare qualcuno che la insegni loro. Il padre ha anche l’obbligo di insegnare ai figli a osservare le mitzwòt. Non appena il bambino comincia a parlare il padre gli deve insegnare il primo versetto dello Shemà’ Israel (Devarìm 6:4).
A tre anni si può iniziare a insegnare l’alfabeto. L’insegnamento sistematico comincia a cinque o sei anni, a seconda del livello di maturità del bambino. In particolare bisogna insegnare ai bambini più volte tutte la parashòt della Torà nelle quali sono incluse le mitzwòtspiegate nel Talmùd. Il padre deve anche insegnare Talmùd al figlio e metterlo in grado di comprenderlo e di conoscere la Halakhà. Una volta imparato il metodo, il figlio potrà studiare il resto da solo. Se il padre non può insegnare di persona, è obbligato a pagare un insegnante.
Rav Yishma’èl ha-Kohèn (Laudadio Sacerdote) di Modena (1723-1811), rispondendo a un quesito di un ebreo triestino (nei responsa Zera’ Emèt), scrisse che la scuola doveva insegnare ai bambini a leggere l’ebraico e i rudimenti della grammatica. Poi bisognava leggere con loro ogni settimana la parashà con la spiegazione in buon italiano. Successivamente si doveva introdurre i bambini allo studio della Mishnà e della Ghemarà e allo studio delleparashòt con il commento di Rashì. Per circa un’ora al giorno si insegnava ai bambini aritmetica e a leggere e a scrivere in buon italiano perché la priorità andava data agli studi ebraici. La maggior parte dell’orario di studio doveva essere dedicato a Mishnà e Ghemarà che per la loro difficoltà richiedono più tempo.
Lo studio della Torà presso il popolo ebraico, è tanto importante da essere considerato interesse pubblico. Il Talmùd babilonese nel trattato Bavà Batrà (21 a) racconta:
Sia ricordato per il bene Yehoshua’ figlio di Gamla. Se non fosse stato per lui la Torà sarebbe stata dimenticata in Israele. … Egli istituì che venissero assunti insegnanti di Torà per i bambini in ogni provincia e in ogni città per insegnare ai bambini dall’età di sei o sette anni.
Il Talmùd Yevamòt (61a) racconta che Yehoshua’ figlio di Gamla fu uno dei Cohanim Ghedolim (Sommi Sacerdoti) che vissero durante il secondo Bet ha-Miqdàsh (santuario) a Gerusalemme. Giuseppe Flavio (37 – 100 E.V.) nella sua autobiografia racconta che era un suo contemporaneo (Vita di Giuseppe Flavio, par. 38 e 41). Da quello che istituì Yehoshua’ figlio di Gamla impariamo quanto sia importante insegnare Torà a tutti i bambini e fare sì che l’educazione ebraica sia disponibile a tutti.
Se l’educazione ebraica fu resa universale e gratuita duemila anni fa nella Terra d’Israele è tanto più importante farlo oggi nella Diaspora dove è cosi diffusa l’ignoranza e l’assimilazione.