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Il commento della settimana: parashà di Devarim – Il 9 di Av

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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Quest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Miqdash (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Miqdash da Tito. Per questo motivo da millenovecentoquarantatre anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno.

Non essendo permesso digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.  La parashà di Devarim che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av ha in comune con Tishà Be-Av la parola “Come”. Mosè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Geremia nella Lamentazioni chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbat, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Le Lamentazioni (in ebraico sono chiamate “Meghillà di Ekhà”) vengono lette di Tishà Be-Av. Oltre a questa Meghillà si usano leggere in tutte le comunità delle Qinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. È interessante notare che mentre nell’uso ashkenazita le Qinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV che proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

Un’elegia composta da R. Kalonimos di Magonza lamenta i morti del 1096. I massacri avvennero tra l’8 del  mese di Yar e il 3 del successivo mese di Sivan.  R. Kalonimos, dopo aver lamentato la distruzione delle comunità e la morte di tanti saggi di Torà, aggiunge: “Mettetevi in lutto perché il loro massacro è equivalente alla distruzione del Santuario”. R. Kalonimos nella sua elegia ci racconta il motivo per cui proprio di Tishà Be-Av si ricordano i morti del 1096 anche se furono trucidati oltre un mese prima: “Perché non bisogna aggiungere altri giorni che ricordano le distruzioni”. Anche il commento di Rashì alle Cronache (II, 35:22) menziona che Tishà Be-Av è il giorno in cui si devono ricordare tutte le persecuzioni.

Angiolo Orvieto, il poeta ebreo fiorentino, compose una elegia per Tishà Be-Av (nel libro “Il Vento di Sion”, pp. 55-6) nella quale tra le varie strofe, scrisse:

… In questo dì si piange

Gerusalemme estinta

la nostra gente di catene avvinta…

Da alcuni anni nel giorno di Tishà Be-Av, oltre alle elegie composte ai tempi delle Crociate e dei massacri a York in Inghilterra e in altri paesi, vengono anche recitate elegie per commemorare la distruzione delle comunità ebraiche in Europa da parte dei nazisti. Dopo la guerra  l’Orvieto compose un’elegia intitolata “Israele Ramingo. L’ultima tragedia”. Nella terza strofa egli scrive:

Ho visto Israele e suoi figli.

Dicevan: “Sbalzàti dal letto,

serrati in vagoni lugubri.

Odor di bestiame stantio.

I padri, le madri, i fratelli

così trascinati al supplizio.

Per quanto sia doveroso ricordare le persecuzioni e in particolare  l’eroismo di coloro che sacrificarono la vita piuttosto di convertirsi al cristianesimo, i nostri Maestri ci insegnarono di concludere sempre con un messaggio di speranza. E anche nel giorno del 9 di Av al termine delle Qinòt il messaggio finale è quello di speranza del profeta Isaia (51:3):

…Poichè il Signore ha pietà di Sion,

ha pietà di tutte le sue rovine,

e renderà il suo deserto come l’Eden,

e la sua steppa come il giardino del Signore.

Giubilo e gioia saranno in essa,

ringraziamenti e inni di lode.

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