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Il commento della settimana. Parashà di Ki Tissà: il vitello d’oro, delitto, castigo e pentimento

in: Blog/News | Pubblicato da: Donato Grosser

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Nella parashà di Ki Tissà è descritto l’episodio del vitello d’oro, quando il popolino nell’accampamento d’Israele, dopo trentanove giorni da quando Mosè era salito sul monte Sinai, disperando del suo ritorno chiese ad Aronne di fare per loro una divinità che li guidasse perché non sapevano cosa era successo di Mosè (Shemòt, 32:1).

Il Midràsh racconta che Chur, figlio di Miriam, e quindi nipote di Mosè, aveva cercato di opporsi ed era stato ucciso. Rashì spiega (Shemòt, 32:2) che Aronne, al fine di rallentare la frenesia del popolino, aveva chiesto i loro gioielli d’oro pensando che le donne e i bambini non li avrebbero dati via così velocemente e nel frattempo Mosè sarebbe tornato.

Rav Avraham Kroll nel suo commento alla parashà (Bifqudecha Asicha, p. 191) osserva che una differenza tra le generazioni che ci hanno preceduto e la nostra è che gli antichi rinunciavano all’oro alla ricerca della divinità, mentre la nostra generazione rinuncia alla divinità per l’oro. Egli aggiunge che è incredibile che dopo quaranta giorni dopo aver ricevuto la Torà durante la rivelazione del Sinai ed aver sentito la voce del Signore gli israeliti avessero potuto fare un vitello d’oro. Cita anche il Nachmanide che scrive che nessuno per quanto sciocco poteva pensare che un idolo fatto con l’oro degli orecchini li aveva fatti uscire dall’Egitto.

Per quanto gravissimo, il peccato del vitello d’oro fu perdonato. Mosè distrusse il vitello d’oro e lo ridusse in polvere che gettò nell’acqua. I colpevoli furono puniti e il popolo per espiare, donò oro, argento e bronzo e altro materiale per la costruzione del Tabernacolo e proseguì il viaggio verso la Terra Promessa.

La punizione al popolo d’Israele per il peccato degli esploratori fu più grave di quella per il peccato del vitello d’oro: tutta la generazione uscita dall’Egitto fu condannata a morire nel deserto (Bemidbàr, 14:22). Per quale motivo il peccato d’idolatria che è il più grave di tutti fu punito meno di quello di mancanza di fiducia nell’Eterno che si manifestò durante la vicenda degli esploratori? Rav Kroll cita R. Yonà Ghirondi (XIII secolo, Spagna) che in un altro contesto spiega che per un peccato più grave è più facile fare Teshuvà perché ci si rende conto pienamente della enormità dell’atto compiuto. Per un peccato meno grave il senso di colpa è inferiore e il pentimento è più difficile.

Dopo il peccato del vitello d’oro quando gli israeliti si resero conto di quello che avevano fatto si sentirono psicologicamente distrutti. E questo li portò a unaTeshuvà completa. Lo stesso non avvenne per il peccato degli esploratori.

A questo terribile senso di colpa contribuì il comportamento di Mosè. Quando scese dal Monte Sinai e vide il popolo che ballava attorno al vitello d’oro prese le due tavole della legge e le gettò ai piedi della montagna rompendole (Shemòt, 32:19). L’effetto fu drammatico e scioccante. Incidentalmente, il Talmud nel trattato Bavà Batrà menziona che le tavole di pietra erano quadrate: avevano un’altezza di sei palmi (circa 50 centimetri) e altrettanto di larghezza e tre palmi di spessore. Inoltre non erano arrotondate in alto come viene erroneamente mostrato in molti disegni. Secondo R. Chaninà ben Gamliel cinque comandamenti erano scritti su una tavola e cinque sull’altra. I Maestri insegnano che erano dieci per tavola.

Rav Yosef Shalom Elyashiv (Divrè Aggadà, p. 194) scrive che le tavole della legge ricevute al Monte Sinai avevano una speciale particolarità (Segullà). La parola del Signore era scolpita (charùt) sulla pietra. E così come le parole scolpite sulla pietra sono permanenti, anche la Torà ricevuta al Monte Sinai sarebbe rimasta permanentemente nella memoria degli israeliti (Talmud trattato ‘Eruvìn, 54a). E questo fu il motivo per cui Mosè le dovette rompere. Mosè vide che dopo il vitello d’oro il Nome del Signore sarebbe stato profanato se degli idolatri avessero potuto ricordare tutto e presentarsi come saggi di Torà. Per questo Mosè procurò delle altre tavole della legge, di manifattura umana.

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