Dopo che il Signore informa Mosè di salire sul monte ‘Avarim, di guardare la Terra Promessa senza poterci entrare e poi lasciare la vita terrena (Bemidbàr, 27:12-14), Mosè chiede al Signore di nominare un suo successore affinché il popolo non rimanga senza una guida (ibid., 15-17).
R. Mordechai Cohen, che fu Rav ad Aleppo a cavallo tra il XVI e XVII secolo E.V., nel suo commento alla Torà, Siftè Cohen, scrive che Mosè pensava che uno dei suoi figli lo potesse succedere alla guida del popolo. Pertanto chiese al Signore di nominare il suo successore affinché egli stesso non fosse sospettato di nepotismo. Infatti proprio così aveva fatto Qorach che aveva falsamente accusato Mosè di aver nominato suo fratello Aronne, Cohen Gadol (sommo sacerdote), senza un ordine divino. A questa domanda il Signore rispose a Mosè di prendere come successore Giosuè e così nessuno avrebbe avuto nulla da dire.
Nel Midrash Sifrì è scritto che Mosè fece tutto con grande gioia. R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin (Bielorussia, 1816-1893), detto il Natziv dalle sue iniziali, nel suo commento al Midràsh afferma che in questo episodio si rivelò tutta la grandezza di Mosè che lasciò da parte i sentimenti ed agì in modo razionale, passando la guida del popolo alla persona più adatta.
Giosuè era stato il discepolo prediletto di Mosè. Nel Midrash Yalqùt Shim’onì (776) viene raccontato che il Signore disse a Mosè: Egli (Giosuè) ti ha trattato con molto onore. Quando tu eri con Me per quaranta giorni [sul Monte Sinai] a ricevere la Torà, lui era lì alle falde del monte ad aspettarti; era il primo ad entrare nella tua casa di studio per mettere in ordine le panche e le stuoie; sarà lui ad assumere l’autorità, per confermare lo scritto (Proverbi, 27:18) “Chi ha cura del fico ne mangerà il frutto”. E fu cosi che “Mosè fece come gli aveva ordinato l’Eterno, prese Giosuè e lo fece stare in presenza di El’azar il Cohen e in presenza di tutta l’assemblea. E appoggiò le sue mani su di lui…” (Ibid, 22-23).
L’appoggio delle mani è quella che viene chiamata in ebraico “Semikhà” ovvero conferimento del titolo rabbinico. Il Talmùd in Sanhedrin (13b) paragona la nomina di Giosuè al conferimento del titolo rabbinico. “Semikhà” è un termine figurativo perché i titoli rabbinici si danno senza appoggiare le mani sui discepoli.
R. Moshè Feinstein (1895-1986) nel suo commento Daròsh Daràsh Moshè scrive che l’appoggio delle mani di Mosè su Giosuè era un atto simbolico per indicare che Giosuè per il resto della sua vita avrebbe continuato ad considerarsi soggetto agli insegnamenti di Mosè. Questo significava che Giosuè in ogni situazione che richiedeva una decisione avrebbe dovuto pensare a come si sarebbe comportato il suo Maestro Mosè in quel frangente per perseguire la verità ricevuta dal Sommo Legislatore. E così pure fino ai nostri giorni a tutti coloro che ricevono la “Semikhà” verbale, viene conferita l’autorità di emettere decisioni di Halakhà. Anch’essi, come Giosuè, devono considerarsi soggetti agli insegnamenti dei rispettivi Maestri, anelli della tradizione orale che risale a Giosuè ed a Mosè, e quindi avere “il proprio Maestro davanti agli occhi” ed emettere decisioni pensando a come avrebbe deciso il proprio Maestro.