1561420800<=1347580800
1561420800<=1348185600
1561420800<=1348790400
1561420800<=1349395200
1561420800<=1350000000
1561420800<=1350604800
1561420800<=1351209600
1561420800<=1351814400
1561420800<=1352419200
1561420800<=1353024000
1561420800<=1353628800
1561420800<=1354233600
1561420800<=1354838400
1561420800<=1355443200
1561420800<=1356048000
1561420800<=1356652800
1561420800<=1357257600
1561420800<=1357862400
1561420800<=1358467200
1561420800<=1359072000
1561420800<=1359676800
1561420800<=1360281600
1561420800<=1360886400
1561420800<=1361491200
1561420800<=1362096000
1561420800<=1362700800
1561420800<=1363305600
1561420800<=1363910400
1561420800<=1364515200
1561420800<=1365120000
1561420800<=1365724800
1561420800<=1303171200
1561420800<=1366934400
1561420800<=1367539200
1561420800<=1368144000
1561420800<=1368748800
1561420800<=1369353600
1561420800<=1369958400
1561420800<=1370563200
1561420800<=1371168000
1561420800<=1371772800
1561420800<=1372377600
1561420800<=1372982400
1561420800<=1373587200
1561420800<=1374192000
1561420800<=1374796800
1561420800<=1375401600
1561420800<=1376006400
1561420800<=1376611200
1561420800<=1377216000
1561420800<=1377820800
1561420800<=1378425600

Il commento della settimana: Parashà di Reè – La mitzwà della Tzedaqà

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

Nessun Commento

Rav Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVII secolo) nel suo commento Siftè Cohen alla Parashà di Reè, osserva che rovesciando l’ordine delle lettere della parola “Tzedaqà” (Tzadi, Dalet, Qof)  con il sistema “Atbash” (cioè sostituendo alla Alef la Tav, alla Bet la Shin, alla Ghimel la Qof e così via) ritorna la parola tzedaqà.

Egli spiega che questo significa che la ricompensa del Cielo per chi dà Tzedaqà è di ricevere beni materiali per potere continuare a dare ancora tzedaqà.

Egli aggiunge che nel versetto dal quale si impara la mitzwà della tzedaqà (Devarìm, 15:8) è scritto “Aprire aprirai la tua mano” al tuo fratello bisognoso. La ripetizione del verbo “aprire” significa che bisogna dare senza indugio senza fare aspettare chi ha bisogno per non metterlo in imbarazzo. Egli cita il Talmud babilonese nel trattato Berakhòt (58b) dove è detto che R. Chana figlio di Chanilai teneva una mano sempre in tasca, pronto a dare tzedaqà per non imbarazzare un benestante impoverito.

La mitzwà principale di dare tzedaqà è di sostenere coloro che studiano Torà e le persone bisognose in proporzione alle disponibilità di coloro che danno e alle necessità di coloro che ricevono (Shulchàn ‘Arùkh, cap. 247 e 249 e Mishnè Torà, cap. 7, Hilkhòt Matanòt Ani’ìm, Hal. 1).

Il contributo minimo annuale per adempiere alla mitzwà della tzedaqà è un terzo di shèqel  (uno shèqel è pari a circa 14,5 grammi di argento). Nello Shulchàn ‘Arùkh (cap. 249) viene insegnato che un contributo medio è il 10% dei redditi al netto di tasse e un contributo generoso è fino al 20%.  In situazioni normali, non si deve devolvere in tzedaqà più del 20% del reddito netto.

La prima tzedaqà va fatta in famiglia e non si è obbligati a dare tzedaqà prima di disporre di un reddito sufficiente a mantenere la famiglia ad un livello minimo di sostentamento (Rema` al Shulchàn ‘Arùkh, 251:3).  Non  è quindi appropriato spendere tutto il reddito perchè si vive in modo agiato e non dare tzedaqà.

I debiti devono essere pagati prima di fare tzedaqà per cui è proibito comportarsi da filantropo prima di aver pagato i debiti (Sèfer Chassidìm, cap. 454), ma è permesso e anche doveroso dare un minimo di tzedaqà anche se si è indebitati.

La tzedaqà data tramite il fondo comunitario (come la Deputazione a Roma) e quindi anonimamente, è preferibile alla tzedaqà data privatamente e direttamente perchè si evita di imbarazzare colui che la riceve.

Lo Shulchàn ‘Arùkh elenca otto livelli di tzedaqà (cap. 249:6): il modo migliore è quello di aiutare finanziariamente un altro ebreo prima che abbia bisogno di tzedaqà facendolo socio, trovandogli un lavoro, oppure offrendogli un prestito senza interesse (la Torà proibisce di prestare a qualunque tasso d’interesse a un altro ebreo).            

R. Chaim Yosef David Azulai di Livorno (1724-1806), nel suo commento Penè David alla parashà di  Tetzavè, afferma che è permesso divulgare i nomi di coloro che hanno fatto tzedaqà se rendendo pubblica la mitzwà si reputa di poter invogliare anche altri a fare tzedaqà.

Nella tzedaqà dei privati va data priorità ai parenti poveri (Shulchàn ‘Arùkh, 251, 3), primi tra tutti i genitori.  Il mantenimento di figlie e figli affinchè studino Torà e vengano educati propriamente fa anche parte della mitzwà della tzedaqà ed essi hanno priorità rispetto agli altri parenti.

I poveri, vicini di casa, hanno priorità rispetto agli altri poveri della città, e i poveri della città hanno priorità rispetto ai poveri di un’altra città e perfino ai poveri di Eretz Israel.  I contributi alla comunità, fanno parte della tzedaqà e hanno priorità rispetto alla tzedaqà per Eretz Israel.

Va anche data priorità agli studiosi di Torà rispetto agli altri bisognosi (Shulchàn Arùkh, 251, 9).  Si deve dare priorità alle donne rispetto agli uomini e alle orfane rispetto agli orfani nelle spese per il matrimonio (ibid., 8). Il riscatto di ebrei prigionieri ha priorità assoluta su tutte le altre forme di tzedaqà.

Riguardo alle spese comunitarie, i membri devono contribuire per la costruzione e la manutenzione di un Bet Hakenèsset, per la costruzione di un bagno rituale, per l’acquisto di rotoli della Torà e di altri libri di studio, per l’assunzione di un rabbino, di un ufficiante e di maestri che insegnino Torà ai bambini (Sèfer Tzedaqà Umishpàt, cap. 3:28). I contributi dei membri sono anch’essi parte della loro tzedaqà.

Riguardo a chi fa tzedaqà, re Davide nel Salmo 112 conclude: Avendo dato generosamente ai bisognosi il merito della sua beneficenza durerà per sempre (Radak: anche per i suoi figli) ed egli si rafforzerà con onore.

Condividi questo articolo

  • Share
  • FriendFeed
  • Email
  • Feed RSS

Tag: , , ,