Nella parashà di Shemòt (1:15) è scritto che il Faraone chiamò le ostetriche ebree, Shifrà e Puà, dando loro ordine di uccidere i neonati ebrei quando vedevano che era un maschio.
Nella Torà le ostetriche sono chiamate “meyalledot ivriot” ovvero “ostetriche ebree”. Nel Targum di Onkelos, la traduzione aramaica della Torà, la parola ebraica “ivriot” non è però tradotta in aramaico con la parola “Ivraata” (ebree), bensì con la parola aramaica “Yehudayata” (giudee).
Rav Avraham Kroll z’zl, uno dei più noti darshanim di Gerusalemme negli anni Settanta, nel suo libro “Bifkudecha Asicha” (Gerusalemme, 1978) sulle parashòt della Torà, commentando il versetto citato, fa notare che in tutto il libro di Bereshìt, Onkelos traduce la parola ebraica “ivrì” (ebreo) con l’aramaico “Ivraa”. Un esempio è quello del versetto “e venne il fuggiasco e raccontò ad Avraham l’ebreo (ha-ivrì)” (Bereshìt, 14:14). Altri esempi in cui Onkelos traduce la parola “ivrì” con l’aramaico “ivraaa” sono i versetti che parlano di Giuseppe schiavo in Egitto: “Venne da me lo schiavo ivrì” (39:17) e “E lì vi era con noi un ragazzo ivrì”(41:12).
Nella parasha di Shemòt, Onkelos traduce invece la parola ebraica “ivrì” con l’aramaico “yehudae” (giudeo), come per esempio al versetto “Un uomo egiziano percuoteva un uomo ivrì” (Shemòt, 2:11).
Più avanti nella parashà di Mishpatim, al versetto “quando acquisterai un servo ivrì” (Shemòt, 21:2) Onkelos cambia nuovamente la traduzione della parola “ivrì” e la traduce con l’aramaico “Bar Israel”, ossia “figlio d’Israele” o “israelita”.
Qual è il motivo per cui la parola “ivrì” (ebreo) viene tradotta prima con l’aramaico “Ivraa” (ebreo), poi con “Yehudae” (giudeo) e infine con “Bar Israel” (israelita)?
Rav Kroll spiega che i figli di Giacobbe furono chiamati Yehudim (giudei) dopo che benedì il quarto figlio Yehudà (Giuda) con queste parole: “Yehudà, i tuoi fratelli si sottometteranno a te” (49:8).
Riguardo a questo versetto nel Midrash Rabbot (98:3, edizione di Amsterdam 1725) è scritto che R. Shimon bar Yochai disse: Tutti i tuoi fratelli verranno chiamati con il tuo nome; nessuno dice “sono un reuvenì” (da Reuven, primogenito di Giacobbe) o “sono un shimonì” (da Shimon, secondogenito di Giacobbe), bensì “sono un yehudì” (giudeo).
È solo dopo la benedizione di Giacobbe che i suoi discendenti vengono chiamati “yehudim” (giudei) e non più “ivrim”. Pertanto Onkelos fino alla benedizione di Giacobbe ai figli traduce la parola ebraica “ivrì” con l’aramaico “ivraa”, mentre dopo la benedizione di Giacobbe ai figli, traduce la parola “ivri” con “Yehudae” (giudeo).
Bisogna però spiegare perché nella parashà di Mishpatim che segue quella di Shemòt, Onkelos traduce la parola “ivrì” con “Bar Israel” (israelita) e non con Yehudae (giudeo).
Rav Kroll cita il Talmud babilonese nel trattato Cholin (101b) dove è detto che i figli di Giacobbe “non furono chiamati Benè Israel (figli d’Israele) fino a quando arrivarono al Sinai e per questo motivo solo dopo che fu data la Torà al Monte Sinai, Onkelos traduce la parola “ivrì” con “Bar Israel” (figlio d’Israele o israelita).
Il Maharal di Praga (Poznan, 1520-1609, Praga), in Tiferet Israel (p.168) spiega che R. Shimon Bar Yochai insegna che la Torà è l’essenza del popolo d’Israele e proprio per questo motivo dopo che fu data loro la Torà dal Sinai, vennero chiamati Benè Israel. Il Maharal trova un’allusione a questo nel fatto che il valore numerico delle parole Benè Israel è 603. Aggiungendo i 10 comandamenti si arriva al totale di 613 che è il numero delle mizvot della Torà .
Il commento Kelì Yaqar alla Torà (Bereshìt, 32:29) spiega che il nome Israel è composto dalle parole “Yashar” (diritto) e “E-l” (D-o); significa quindi “diritto agli occhi del Creatore”.
Se il termine “ivrì” è geografico e descrive la provenienza di Avraham, chiamato appunto “Ivrì” che venne nella terra di Canaan, dall’ever ha-nahar – dall’altra parte del fiume Eufrate, e il termine “yehudì” è tribale o nazionale (derivante da Yehudà), il termine Israel ha un significato morale. E dal momento che l’etica deriva dalla Torà, dopo aver ricevuto la Torà, il termine più appropriato per la famiglia di Giacobbe è “Israelita”. Infatti nel parlare del popolo ebraico i Maestri del Talmud usano sempre l’espressione “Benè Israel”.