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Il Commento della settimana. Parasha di Tezzavè: da Gerusalemme a Roma e a Costantinopoli

in: Blog/News | Pubblicato da: Donato Grosser

Un Commento

La parashà di Tezzavè inizia con le parole “E tu ordinerai” (Shemot, 27:20). In questa occasione Mosè riceve ordine dal Signore di comandare agli israeliti di procurare olio vergine per la Menorà del Bet Ha-Miqdash.

Rav Avraham Kroll nelle sue derashot a questa parashà suggerisce che il Signore chiese a Mosè di dare questo ordine in modo che il comando non fosse venuto direttamente dal Signore perché quello che il Signore dice rimane per sempre. Infatti il profeta dice: “E la parola del nostro D. rimane per sempre” (Isaia, 40:8).

Questo è il motivo per cui gli oggetti del Tabernacolo, costruito per ordine divino, non vennero mai distrutti. Nel trattato Yomà (52b) del Talmud babilonese è detto che il re Yoshiahu, prevedendo che Gerusalemme sarebbe stata conquistata dai babilonesi, nascose nei sotterranei del monte del Tempio l’arca con le tavole della legge, la giara con la manna, una contenitore con l’olio, il bastone di Aronne e altri oggetti d’oro.

Il Talmud nel trattato Sotà (9a) afferma che anche ciò che venne  costruito da Mosè e da re Davide non cadde mai nelle mani dei nemici. Le porte del Tempio di Davide sprofondarono sotto terra mentre le strutture del Tabernacolo, costruito da Mosè, furono nascoste nei tunnel sotto il Tempio.

Diversa fu la sorte degli oggetti del secondo Bet Ha-Miqdash, costruito originariamente da ‘Ezra al ritorno dalla Babilonia e poi ricostruito da Erode circa vent’anni prima dell’Era Volgare. Nel trattato Ghittin (56b) è detto che Tito portò  a Roma in nave gli oggetti del Bet Ha-Miqdash e li avvolse nella parochet, la tenda che separava la parte centrale del Bet  Ha-Miqdash dalla parte occidentale detta Kodesh Ha-Qodashim, dove in origine vi era l’arca con le tavole della legge e dove il Cohen Gadol entrava solo una volta nel giorno di Kippur.

Arrivati a Roma, gli oggetti del Bet Ha-Miqdash furono messi in mostra nel trionfo  di Vespasiano e di Tito, come si può verificare ancora oggi nell’arco di Tito. Giuseppe Flavio racconta che, dopo il trionfo, Vespasiano costruì in breve tempo il Tempio della Pace e vi depositò gli oggetti d’oro che aveva preso dal Bet Ha-Miqdash a Gerusalemme. Diede però ordine di portare nel palazzo reale la Torà e la parochet di porpora (Guerre Giudaiche, Libro 7, cap 5 alla fine).

Nel trattato Yomà (57a) R. El’azar figlio di R. Yosè racconta di essere stato a Roma e di avere visto la parochet; nel trattato Shabbat (63b) è detto che lo stesso R. El’azar a Roma vide anche il frontale d’oro del Cohen Gadol sul quale erano incise le parole Qodesh Lashem.

La visita avvenne almeno settant’anni dopo la distruzione del Bet Ha Miqdash, probabilmente durante il regno di Antonino Pio (che regnò tra gli anni 138 e 161 E.V.) o al più tardi all’inizio regno di Marco Aurelio (che regnò tra gli anni 160 e 180  E.V.). Questa è apparentemente l’ultima testimonianza su uno degli oggetti del Bet Ha-Miqdash. Da quel momento non se ne ha più notizia e a tutt’oggi vi sono leggende che degli oggetti del Bet Ha-Miqdash siano nei sotterranei del Vaticano.

Il fatto è che ben prima che il papato si occupasse di archeologia, i Vandali invasero Roma e la saccheggiarono nell’anno 455 E.V. Portando in Africa nella loro capitale di Cartagine tutto quello che trovarono di valore. Poi nel 533-4 il generale bizantino Belisarioinvase l’Africa e portò a Costantinopoli il bottino preso dai Vandali. La probabilità che qualche oggetto del Bet Ha-Miqdash fosse rimasto integro dopo invasioni e saccheggi è quindi infinitesimale. E anche se alcuni degli oggetti del Bet Ha-Miqdash fossero stati portati a Costantinopoli da Belisario, furono certamente dispersi. Piuttosto che cercare nei sotterranei del Vaticano si può avere più fortuna al mercato dei robivecchi di Odessa!

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