Con la parashà di Vayqrà inizia l’omonimo terzo libro della Torà. Questo libro è anche denominato Torat Cohanim, l’insegnamento dei Cohanim, perché gran parte delle mizvot trattate riguardano l’operato dei Cohanim nel Bet Hamiqdash (Santuario) di Gerusalemme.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1470?-1550, Bologna) nella sua introduzione al libro di Vayqrà scrive che questo libro tratta dei Qorbanot (comunemente tradotti “sacrifici”), delle impurità nel corpo e nei comportamenti, delle festività nei quali il popolo si riunisce a Gerusalemme per servire il Creatore, e delle leggi del settimo anno e del giubileo che ricorre ogni cinquant’anni quando le terre ritornano ai proprietari originali.
R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo,1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà scrive che nelle lingue del mondo occidentale non abbiamo una parola corrispondente all’ebraico Qorban. Né la parola “offerta” né la parola “sacrificio” danno una precisa traduzione della parola. In effetti la parola “sacrificio”, afferma R. Hirsch, con la sua connotazione di “distruzione” è antitetica al senso ebraico della parola Qorban. E la parola “offerta” denota una richiesta o un bisogno da parte della persona alla quale l’oggetto viene offerto. E lo scopo dell’offerta è di venire incontro a questa richiesta o di soddisfare questo bisogno.
Il concetto di Qorban non deve essere concepito né come sacrificio né come regalo. Esiste solo nel contesto dei rapporti tra l’uomo e il suo Creatore e può essere compreso solo analizzando la radice della parola Qorban che è QRV che significa avvicinarsi e arrivare a un rapporto più vicino tra due persone. Lo scopo di questo avvicinamento è di arrivare a realizzare un’esistenza più nobile e serve a venire incontro ai bisogni di chi porta il Qorban e non di Chi lo riceve. Chi porta il Qorban lo fa per avvicinarsi al Creatore. Per l’israelita la vicinanza al Creatore è il bene supremo, come disse re David nei Salmi (73:28). Senza questa vicinanza si sente come un animale, staccato dalla missione di essere umano (73:22).
R. Sforno spiega che nelle parashot che seguono viene insegnato: 1) chi sono coloro che devono o che possono portare Qorbanot, 2) i tipi di animali che possono essere usati per i Qorbanot, 3) i tipi di Qorbanot, e 4) i motivi per portare i Qorbanot.
I Qorbanot possono essere portati sia da israeliti sia, ma più limitatamente, da non israeliti. Non possono però essere portati da israeliti che hanno rinnegato la fede, che sono considerati inferiori ai gentili. I tipi di animali che possono essere usati come Qorbanot sono solo bovini, ovini e caprini, colombi e tortore, farina, olio e incenso. I tipi di Qorbanot sono ‘Olà (bovini, ovini o caprini destinati ad essere totalmente bruciati sull’altare), Shelamim (Bovini, ovino o caprini dei quali solo alcune parti vengono bruciate sull’altare e il resto viene mangiato da coloro che li portano), e Minchà (offerta farinacea). Questi Qorbanot talvolta possono essere portati volontariamente, altre volte per espiare dei peccati.
Dal momento che come insegna Qohelet (Ecclesiaste) nessuno è senza peccato, la Torà prescrive dei Qorbanot specifici anche per il Cohen Gadol (sommo sacerdote), per il Sinedrio dei Settanta saggi che costituivano il supremo tribunale d’Israele, e per il Re.