Con “Israele e la sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi”, Matteo Di Figlia ricostruisce gli appassionati anni di un impegno politico che mi vide partecipe insieme a tanti altri ragazzi
Quando una parte importante della tua esperienza di vita giovanile la trovi e la riconosci nelle pagine del libro di un giovane ricercatore di storia contemporanea, puoi dire che il tempo è passato davvero. Ma il bilancio definitivo ancora non è possibile archiviarlo in contabilità, poiché la contabilità delle vicende ebraiche tende a restare aperta, e in fondo alle colonne le parole saldo e totale svaniscono velocemente quasi fossero scritte con un programma di burn after reading, leggi e cancella.
Sui fronti italiani della guerra fredda e delle ideologie contrapposte, una locuzione gramsciana che collegava la politica dei partiti comunisti alla costruzione cinquecentesca degli Stati moderni, aveva affascinato ragazzi e ragazze che sgobbavano sui classici dei licei-ginnasi nazionali.
A raccontare la vicenda degli ebrei militanti per quel moderno principe che furono partiti e movimenti di sinistra, ci aveva già provato con successo, nel 1995, un giovane, promettente giornalista allora di belle speranze, poi pienamente realizzate. Si sa bene che certi reduci del ’68, quando leggono della propria vicenda ormai al confine tra cronaca e storia, preferiscono il malumore all’autoironia nostalgica. E dunque nei veloci paragrafi di Maurizio Molinari (La sinistra e gli ebrei in Italia. 1967-1993) qualcuno intravide una fotografia non perfettamente a fuoco. Il quadro generale però era valido e leggibile.
Oggi, dall’Università di Palermo scende in campo Matteo Di Figlia. Non gli manca certo il fiuto del contemporaneista di razza, e con l’intento di un respiro più ampio, forse anche con la volontà di metterle finalmente in scaffale, raccoglie dentro un album definitivo, foto di famiglia e cartoline del lungo viaggio ebraico nel secondo dopoguerra italiano. Sul “Corriere della Sera” il suo libro è stato salutato con una lunga, positiva riflessione di Paolo Mieli. Si tratta di uno snello volume dell’Editore Donzelli (Israele e la sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi), rilegato in tela tobusta anziché nella brossura economica destinata a sfarinarsi. E a Matteo Di Figlia il nostro giornale deve il riconoscimento (al quinto paragrafo del terzo capitolo) del ruolo decisivo svolto durante i mesi e gli anni incandescenti che seguirono la Guerra dei sei giorni. Fino alla successiva terza guerra, la Guerra del Kippur 5733-1973, che di fatto segnò la conclusione del confronto armato di Israele con le dittature e le monarchie arabe che ne avevano tentato la distruzione. Si esauriva un confronto, ma continuava il conflitto, sotto altre forme.
La storia completa di “Shalom”, e proprio dalla fondazione nel settembre del 1967 sotto la direzione di Lia Levi, l’abbiamo raccontata in due puntate apparse sui numeri di ottobre (pag. 37) e novembre 2009 (pag. 39). L’aggressione del terrorismo coinvolse ben presto anche la Diaspora, e i fatti del 1982 aprirono nuove ferite all’interno del mondo ebraico, e tra il mondo ebraico e la società, soprattutto in Italia e in Francia. E’ un’analisi approfondita, con la quale si individua una precisa collocazione degli ebrei nell’arena della politica italiana, a partire dal 1945, e se ne riconduce il senso alle contraddizioni prodotte dalla nascita di uno Stato ebraico – dopo la Shoah — tanto nell’identità stessa dell’Occidente cristiano, quanto, e forse paradossalmente, nelle strutture dei partiti comunisti europei. Di Figlia mette deliberatamente in secondo piano altri problemi: quali la revisione della condizione giuridica delle Comunità ebraiche, la difficoltà del ritorno alla normalità dopo la legislazione razzista del 1938, l’insegnamento religioso nelle scuole della Repubblica. E credo abbia ragione, poiché il fatto storicamente rilevante risulta la progressiva separazione delle componenti ebraiche dalle sinistre che si definivano “di classe”, fino al divorzio non consensuale del 1967, che 15 anni più tardi si trasformò in rottura irrimediabile. Ma si era formata intanto un’altra piaga, forse ancora più dolorosa, perché bruciante sul corpo vivo del mondo ebraico, e cioè la disputa pressoché quotidiana tra i fautori di un problematico, certo minoritario, “sostegno critico” a Israele e i sostenitori di una linea diasporica di difesa “senza se e senza ma”.
Certi libri possono facilmente trasformarsi, per quelli della mia generazione, nell’equivalente dei pasticcini che restituivano all’infanzia la tormentata sensibilità di Marcel Proust. Una sensibilità anche quella ebraica, come da tempo è ben noto.
All’inizio degli anni ’50 la politica era il pane quotidiano di tutti, e nelle case degli ebrei romani questo pane speciale entrava forse prima che altrove. Quanto ai bambini delle elementari, non ci si limitava certo a sfiorarli ammorbidendo le tonalità dei ricordi. Per molti, la prima curiosa lettura dei giornali coincise con la rivolta ungherese e la crisi di Suez. Il 23 ottobre del 1956 la gente di Budapest insorse contro il regime; una settimana più tardi, con l’avvio delle operazioni militari guidate da Moshè Dayan, gli israeliani disarmarono l’Egitto di Nasser che dal 1953 tormentava i kibbutzim sul confine di Gaza e del Sinai. Fatti e cose anche, e soprattutto, nostri. Infatti gli ultimi anni di Stalin avevano colpito con ferocia dirigenti, medici e scienziati ebrei dell’Unione Sovietica e delle cosiddette democrazie popolari, mentre le armi di Nasser erano state fornite dai sovietici, dopo il passaggio del dittatore egiziano nel campo del più dissennato nazionalismo panarabo.
La separazione degli ebrei italiani dal Partito Comunista di Togliatti e di Pajetta cominciò così, in sordina. Quelli che restavano, nella stampa e nell’apparato, finivano gradatamente e fatalmente per trasformarsi in “ebrei del principe”. E poi, poi arrivò il 1967. Alla fine di marzo, il nuovo aspirante faraone, in crisi di popolarità, volle salire di nuovo sul palcoscenico delle nazioni. Impose all’ONU il ritiro delle forze di interdizione che dal 1957 presidiavano il Sinai. Il 22 maggio decise di chiudere lo Stretto di Tiran e di isolare il porto israeliano di Eilat. Israele era in pericolo. Davvero.
Le storie personali devono necessariamente confluire nella storia collettiva. Gli ebrei giovani non capivano. La sinistra più dura e più pura, quella delle Brigate Garibaldi e di Stalingrado, stava abbandonando i sopravvissuti del Ghetto di Varsavia e di Auschwitz. La verità era questa.
Due anni prima, durante una vacanza con la famiglia, avevo conosciuto un sindacalista della CGIL-Federbraccianti. Occupava una posizione importante. Ne ricordo sempre volentieri il nome, e credo anche di poterlo scrivere. Si chiamava Carlo Cicerchia, morì nel 1974 a poco più di quarant’anni. Un giorno, a bruciapelo, mi domandò: “Ma tu lo sai cosa succede agli ebrei nei paesi comunisti, pensi di sapere davvero come vengono trattati?”. Qualche informazione in più me la fornì proprio lui. Il messaggio era chiaro, e riuscii a comprenderlo pienamente il 28 maggio del 1967, e poi alla fine di giugno. Il 28 maggio era una domenica, e alla manifestazione al Portico d’Ottavia per sostenere Israele stavo nel servizio d’ordine. Non avevo ancora compiuto 18 anni. C’era la mia professoressa di Storia dell’arte, comunista di ferro. Anche gli altri insegnanti del “Virgilio” ci furono vicini. Il Preside Dell’Olio, cattolico molto vicino alla Democrazia Cristiana, aveva voluto esprimere solidarietà ai suoi numerosi studenti ebrei. “L’Unità” invece stava con Nasser, “Paese Sera” anche, e comunque non ci appoggiava. Fausto Coen, coerentemente e dolorosamente, lasciò l’incarico di direttore. La Guerra dei sei giorni portò a Israele una vittoria rapida, inaspettata. Le conseguenze si prolungarono nel tempo. Fino ad oggi. Però qui interessa segnalare un fatto solo in apparenza singolare.
Contrariamente alla moda italiana più incontestabile, che è quella di salire quanto prima sul carro del vincitore, già il 13 giugno di quell’anno fatale cominciarono le pubbliche dissociazioni. In realtà pochi, pochissimi, avevano graziato gli ebrei. La presunzione di colpa continuava a prevalere su quella d’innocenza. Gli anni terribili dal 1933 al 1945 avevano favorito un periodo di benevolenza. Ma con la nascita di uno Stato ebraico la benevolenza s’era andata trasformano in qualcosa di differente. E anche per certi compagni di viaggio il gioco doveva per necessità cambiare, poiché le carte sul tavolo non erano più le stesse conosciute per secoli.
Quasi simbolicamente, già nell’estate del 1967, sulle pagine di “Quindici” comparve la sciagurata teoria del lupo e dell’agnello, applicata al conflitto mediorientale. Incredibilmente, e senza vergogna alcuna, un gruppo di validi giornalisti giovani, di maturi rivoluzionari della letteratura, e qualche professore appena avviato alla carriera accademica, riconoscevano nei regimi autoritari arabi di quel tempo il vero indifeso agnello, a loro avviso vittima della grande politica internazionale, e naturalmente del sionismo. “Quindici” durò fino al 1969, e per due anni fu dunque autorevole portavoce del ’68 degli intellettuali.
Ma per concludere, a Matteo Di Figlia, autore di questo ben documentato “Israele e la sinistra”, dobbiamo muovere un piccolo rilievo. Sperando che sia costruttivo, e magari utile per l’aggiunta di un paragrafo in una seconda edizione. Non ci sembra, infatti, di aver trovato traccia della “terza via”, chiamiamola così, indicata da parecchi tra i giovani ebrei italiani di quel tempo lontano. Non furono pochissimi quelli che scelsero di collaborare con le istituzioni dell’ebraismo italiano, prodigandosi nell’intento di mantenere aperto qualche canale di comunicazione tra le due anime contrapposte che in esso s’erano formate. Compilare la lista dei nomi sarà facile: consultando le annate di “Ha-Tikwà” (il mensile pubblicato dalla FGEI-Federazione Giovanile Ebraica Italiana) dal 1969 al 1972, ripescando negli archivi della RAI le prime puntate di “Sorgente di vita” e analizzando le molteplici iniziative dell’Unione delle Comunità, ricostruendo infine il faticoso percorso della Hasbarà (informazione corretta, si direbbe oggi) degli uffici di rappresentanza dello Stato di Israele. E fu appunto nel 1969 che Riccardo Di Segni, oggi Rabbino Capo nella nostra città e allora giovane studente della Facoltà romana di medicina e del Collegio Rabbinico, riunì un gruppo di coetanei ed amici per fare a Roma un “Ha-Tikwà” profondamente rinnovato. Alla fine dell’estate del 1970 entrai a far parte della prima redazione di “Shalom”. Ero appena ritornato a Roma, dopo aver firmato in Israele il Documento di Arad, insieme con decine di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo (con l’eccezione del blocco sovietico), approvato al Congresso del WUJS-Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Documento e congresso che Di Figlia giustamente menziona, con dovizia di particolari, alle pagine 91-92 del suo libro.
(Shalom, giugno 2012)