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Il no all’omosessualità: un preciso divieto della Torà, ma senza esprimere giudizi morali

in: Ebraismo | Pubblicato da: Pierpaolo Pinhas Punturello

Un Commento

Se ne discute in Israele fra ortodossi e conservative

Lo scorso 8 giugno, che ci piaccia o meno, le strade di Tel Aviv hanno ospitato il Gay Pride, tingendo la città bianca con i colori dell’arcobaleno, forse il simbolo più famoso legato al movimento per i diritti del mondo omosessuale della lotta all’omofobia.

Da Gerusalemme si è poi diffusa la notizia che il Movimento Masorti (Conservative) dall’anno accademico 2012-2013 concederà l’ordinazione rabbinica anche a studenti dichiaratamente gay o lesbiche. “L’istituto Shechter di Studi Rabbinici vede il difficile processo che ci ha condotto a questa decisione come un esempio di come ci si debba confrontare con i dilemmi sociali all’interno della halachà”, ha dichiarato il presidente della Commissione dello Shechter, Hanan Alexander, aggiungendo che: “Questa decisione è un punto focale del legame che porta l’halacha in un mondo che sta cambiando”. Proprio sul concetto di cambiamento si basa questa decisione del Movimento Masorti israeliano, che interpreta come non vincolanti i versetti biblici che esprimono una netta condanna contro le relazioni omosessuali, ma che di fatto in quanto movimento ha preso questa decisione in netto ritardo rispetto al proprio omologo statunitense dove sin dal 2007 le ordinazioni rabbiniche non rispondevano più a nessun requisito di orientamento sessuale.

La Torà apparentemente non lascia spazio a grandi discussioni quando afferma che l’omosessualità è un atto abominevole, “toevà”. “E non giacerai con un uomo come giaci con una donna: è un abominio”. Levitico 18, 22, ed in Levitico 20, 13 è scritto: “E qualora un uomo si unisca con un maschio come con una donna, tutti e due avranno commesso una cosa abominevole verranno fatti morire, saranno causa dello spargimento del proprio sangue. “Non ci sono, secondo i dettami della Torà, soluzioni halachiche che possano creare atteggiamenti diversi dalla netta condanna per l’omosessualità. Nel mondo ortodosso questi stessi dettami sono stati interpretati non leggendo in essi né una guerra di generi né un indiscutibile disgusto morale”.

Rabbi Shmuel Boteach, Presidente della organizzazione Lechaim dell’Università di Oxford ed autore di numerose pubblicazioni, ha sviluppato insieme ad altre autorevoli voci ebraico ortodosse una interpretazione diversa del comandamento Divino e della condanna rispetto all’atto omosessuale. Rav Boteach non accetta l’idea dell’abominio dell’atto omosessuale percependo come valido solo il divieto imposto dalla Torà e non il giudizio morale che ne consegue, egli fa notare come anche il cibo non kasher siano definito una “toevà”, cosa che non indica sicuramente una repulsione sociale.

Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat, voce leader del moderno mondo ortodosso parte da posizione più chiare e più decise. “Senza alcun dubbio”, afferma, “avere una relazione omosessuale è un atto vietato e descritto dalla Torà come toevà, termine che la Ghemarà spiega, secondo l’acronimo delle lettere ebraiche, ‘Tohe attà ba’”. Secondo Rav Riskin il motivo centrale della condanna della Torà nei confronti dell’omosessualità è che una relazione omosessuale non porta nessuna continuità familiare e quindi certamente non c’è spazio per poter permettere un atto che la Torà vieta esplicitamente. Ma Rav Riskin ci stupisce con una distinzione tra “azione” e “chi compie questa azione” tra “maasè” ed “osè” come si direbbe in ebraico.

Di fatto sono molte le azioni vietate dalla Torà che prevedono per chi le compie la stessa punizione che esiste per l’omosessualità ed una di questa è la trasgressione o la non osservanza dello Shabbat. “Il chillul shabbat prevede la pena di morte secondo la Torà” – ci insegna rav Riskin – “eppure noi in quanto rabbanim accogliamo coloro che non osservano shabbat e li invitiamo a partecipare alle funzioni in Sinagoga, li chiamiamo a Sefer senza alcun problema come viene anche stabilito dai pareri halachici del Binian Zion (Rabbi Yaakov Aaron Ettlinger di Altona, Germania) e del Melamed Lhoil (Rabbi David Hoffman morto nel 1921) che hanno permesso che anche chi trasgredisce Shabbat befaresia, possa essere persino shaliach tzibbur, cantore per il pubblico. (Melamed Lhoil 1, Orach Chaiim 29).

Esistono tesi nel mondo ortodosso statunitense che affrontano la questione della identità sessuale secondo il concetto ebraico dell’anus, la persona che è costretta a fare quello che fa per svariati motivi: psicologici, storici, per salvare la propria vita o quella dei suoi cari. Gli anusim sono per esempio coloro che furono gli ebrei costretti a battezzarsi per non morire sui roghi dell’Inquisizione cinquecento anni fa.

L’ex rettore della Yeshiva University di New York Rabbi Norman Nachum Lamm per primo ha usato il concetto di anus per definire gli uomini che non possono avere una relazione con una donna, ponendo quindi la questione dell’omosessualità in un contesto di non-scelta identitaria piuttosto che nel campo di scelta identitaria, concetto che quindi apre la questione a riflessioni ben diverse, sia nel mondo religioso in genere che per il resto della società, per così dire laica. “In quanto rabbini – conclude Rav Riskin – noi siamo chiamati a giudicare l’azione, solo quella, non colui o colei che la compie e fare di tutto per avvicinare o tenere vicino quanto più è possibile tutti alle mitzvot”.

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