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Il potere miracolo della preghiera

in: Ebraismo | Pubblicato da: Redazione

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Spunti di riflessione su una spiritualità che rafforzi lo spirito ed anche il corpo

Avendo compreso l’importanza di imparare a pregare con kavana (con consapevolezza), molte persone si sono rivolte a me per fare dei corsi sulla preghiera.

Ormai sia il mondo scientifico che quello della spiritualità hanno fatto comprendere, anche alle persone meno inclini a sperimentare la trascendenza, che la preghiera può ‘creare’ nuove realtà e anche rafforzare l’apparato immunitario.

La prima cosa che ho dovuto spiegare è che il Sidur (il testo di preghiere ebraico) non è solo una collezione di versi liturgici che dirigere il fedele nella sua preghiera, ma è un vero e proprio testo di metafisica che contiene, come il libro dei Salmi, infiniti insegnamenti esoterici che appaiono, in formule brevi ma chiarissime, tra le righe. Vorrei focalizzare l’ attenzione dei lettori su alcuni di essi.

Prendiamo avvio dalla formula con cui iniziano molte preghiere: Lemaan Ihud IKVH e la sua Shehina (per l’Unificazione del Tetragramma e la sua Shehinà). Essa precede, come dichiarazione di intenti, anche il compimento di varie mitzvot.

Cosa ci dice esattamente questa formula? Ci trasmette l’idea fondamentale della Cabalà che scopo precipuo dei precetti e in particolare della preghiera è quello di riunire l’aspetto maschile Trascendente del divino (IHVH) con quello femminile e Immanente (la Sua Shehina): ovvero rivelare la presenza divina in tutta la creazione, in ogni panorama che vediamo, in ogni cibo o fiore del cui sapore o bellezza godiamo, e anche nel nostro corpo fisico.

Esistono alcune preghiere che sono volte proprio a far percepire lo spirito divino all’interno del corpo. La preghiera che l’ebreo recita dopo essere stato in bagno allude proprio all’immanenza divina che dirige il funzionamento del nostro corpo fisico: “Benedetto Tu Signore che hai generato l’uomo con Sapienza e hai creato dentro di lui orifizi e condotti: se uno di essi si occludesse o restasse aperto non potremmo restare al Tuo cospetto (lamod lefaneha) di fronte a Te neppure per un’ora”. L’espressione ebraica lamod lefaneha, che letteralmente significa ‘trovarsi in piedi al cospetto di Dio’, non ha soltanto un significato fisico (il fatto di non poter sopravvivere a lungo in uno stato di blocco degli ‘orifizi e condotti’), ma allude alla condizione psicologica e spirituale di purezza necessaria per potersi sentire a proprio agio al cospetto del ‘Re dei Re’.

L’interdipendenza tra l’aspetto della purificazione del corpo fisico e quella della mente è esplicitamente espressa dal duplice significato della parola ebraica SATUM, che allude sia a ciò che è ‘bloccato’ fisicamente (come l’intestino ad esempio) sia a ciò che è impuro. Infatti la parola ebraica tumà, impurità, ha la stessa radice della parola ‘satum’ bloccato, ma ha anche un forte assonanza con la parola Satàn, il nostro ‘oppositore spirituale’. La Tumà impedisce la nostra evoluzione spirituale, il buon funzionamento mentale ma anche quello dell’intestino! Infatti, i residui tossici non espulsi tramite le feci vengono parzialmente riassorbiti nel sangue, intossicando non solo l’organismo ma anche la mente e lo spirito, come affermava lo stesso Maimonide. Non è un caso che la legge ebraica proibisca la preghiera e lo studio della Torà prima che si sia liberato l’intestino e che le popolazioni antiche, migliaia di anni prima della scienza moderna, abbiano denominato l’intestino come il nostro ‘secondo cervello’.

La benedizione asher iazar, dovrebbe essere recitata con grande consapevolezza, visualizzando la Sapienza, la Hohma divina (ilChi, direbbe la medicina cinese) attraversare ogni cavità e orifizio mantenendoli liberi da ostruzioni. Il Dott. Shlomo Shish che insegna medicina cinese e Qi Gong a Gerusalemme fa fare un’interessante esperimento ai suoi allievi: in uno stato di meditazione e alta concentrazione fa eseguire uno scanning del corpo della loro hevruta, invitandoli a intuire dove l’energia è bloccata. Sono stata stupita nel notare come gran parte degli allievi potesse percepire chiaramente, nel proprio corpo o in quello del proprio compagno, dove erano situati i blocchi energetici.

Sempre tornando all’idea del rapporto tra la preghiera e il corpo fisico: ci chiediamo come mai il primo rito che compie l’ebreo al risveglio è ‘netilat iadaim’ (alzare le mani in alto dopo averle lavate ritualmente)? Cosa significa tale gesto, e quale è la sua connessione a quello compiuto da Mosè nella guerra contro Amalek, durante la quale quando il profeta pregava, con le mani alzate verso l’alto, Israele vinceva; quando invece, spossato dalla fatica, abbassava le mani, i nemici di Israele iniziavano a riprendersi?

Per rispondere devo premettere che uno dei più potenti strumenti per facilitare la preghiera è la comunicazione simultanea al corpo e alla mente di un messaggio di fede in Dio, e di fiducia in se stessi, attraverso l’utilizzo di gesti che trasmettono all’inconscio la sensazione di  protezione e di fiducia (importante soprattutto nei momenti in cui dobbiamo contrastare il messaggio di impotenza che ci comunica Amalek).

L’intera preghiera del mattino riceve la sua forza da alcuni gesti rituali che comunicano all’inconscio del fedele un potente messaggio di fede nell’amore divino, come l’avvolgersi totalmente nel proprio tallit, il bianco e spesso manto di preghiera che trasmette, più di mille parole, la sensazione di essere al riparo, protetti da un potente scudo di luce.

Il gesto di alzare le mani al cielo che ogni mattina è una formula di richiamo delle energie divine (soprattutto nelle proprie mani, primo canale attraverso cui discende la forza creativa di Dio che agisce attraverso di noi), necessarie per affrontare la lotta quotidiana contro Amalek (gematria della parola safek, dubbio). Teniamo presente che ai tempi di Mosè, Amalèk attaccò il popolo ebraico in un luogo detto appunto ‘braccia deboli’, refidìm. E che in particolare Amalek aveva assalito quella parte del popolo che, dice il versetto, si ‘trovava in coda, era stanca’, che non riusciva a vedere e percepire la presenza di Dio ‘dentro’ e attorno a sé e si chiedeva: Haièsh Hashèm bekirbénu?, “Dio è tra di noi oppure no?

Il termine bekirbénu significa anche ‘dentro alle nostre viscere’: il popolo di Israele era assalito dal dubbio della mancanza di protezione (amalek-safek) perché non era riuscito a integrare fin dentro alle proprie viscere, l’esperienza della vicinanza e della provvidenza divina vissuta nei miracoli dell’Esodo. Ogni giorno oggi l’ebreo osservante opera un tikun di quella caduta spirituale (con la benedizione e il gesto di ‘netilat iadaim) e cerca di prepararsi di buon mattino a combattere Amalek, per non dover venir messo in crisi dalle prove alle quali quotidianamente Dio ci mette di fronte.

L’importanza di far discendere la consapevolezza della protezione divina ‘be kirbenu’, nel nostro corpo fisico, è sottolineata nella parole di Rav Kook, il primo rabbino dell’emergente stato ebraico, che sconcertando molti leader religiosi, dichiarò: “Per secoli abbiamo dedicato i nostri sforzi a cercare di rafforzare lo spirito. È arrivato il momento di rafforzare il corpo, di impegnarci alla creazione di un corpo sacro (basàr kadòsh) invece che dedicarci esclusivamente alla ricerca dello spirito santo (rùah hakòdesh)”.

Anche il precetto di compiere, nelle tre preghiere quotidiane dell’Amidà, vari inchini, che secondo l’halahà dovrebbero essere così profondi da far si che chi prega possa sentire le proprie vertebre ‘scrocchiare’ vuole aiutarci a combattere l’apatia spirituale, il Satàn, e stimolare nell’oratore l’esperienza di umiltà e riverenza (chi si inchina veramente, autenticamente, non può non aver la percezione di Qualcuno a cui sta facendo l’inchino). Parallelamente gli inchini hanno lo scopo di rendere elastica la colonna vertebrale dell’oratore e di rafforzare il suo corpo fisico (per non essere appunto stanco e in coda, come a Refidim). Infatti, come tutte le tradizioni mediche riconoscono, il benessere è profondamente legato alla flessibilità del rachide. E se una delle funzioni del ‘satan’ è quella di bloccare, di ostacolare il sano fluire dell’energia psicofisica, la salute del nostro corpo ci aiuta a vivere la fede in modo più profondo. In questo senso, anche gli inchini durante la preghiera fanno parte della lotta contro il satàn-satumanche sul piano fisico: ripristinare il libero scorrere dell’energia nel corpo attraverso la flessibilità della colonna vertebrale.

C’è ancora molto da dire sull’argomento. Ma visto i limiti di spazio nel giornale, vorrei dedicare alcune riflessioni anche alle preghiere e benedizioni legate alla Natura, alla creazione, al corpo della nostra ‘madre terra’. Gli ebrei di fronte a fenomeni naturali eccezionali, come l’arcobaleno, il tuono, il lampo o il fulmine, fanno delle brevissime ma potenti benedizioni che definirei quasi esercitazioni di ‘zen’ ebraico, perché ci aiutano a entrare velocemente in uno stato meditativo intensissimo, mettendoci in connessione con la Shehina, la presenza divina che vibra nella creazione intera.

Per fare qualche esempio: a Tu Bishvat, nell’apice del freddo e dell’esilio invernale dovremmo recarci di fronte a degli alberi che si stanno liberando dal manto di neve o ghiaccio, e notare il risveglio delle prime gemme che vengono a dare speranza all’albero (e alla nostra anima, dato che Adam hu etz ha sade, l’uomo è un albero del campo): il processo di redenzione dell’anima e del corpo dal freddo invernale è già iniziato. Così come a Nissan dobbiamo recarci di fronte a due alberi da frutto in fiore e farvi una bellissima benedizione. Questo perché la celebrazione di Pesah, e la commemorazione della liberazione dall’Egitto ci insegnano i maestri non possono essere percepite profondamente se non siamo consapevoli di essere nel mezzo della primavera, di trovarci immersi nel pieno risveglio della natura. Per questo Pesah può essere celebrato solo nel mese di Nissan, in primavera.

Anche la benedizione che si recita di fronte alla bellezza del creato, del mare o di un arcobaleno, o di fronte a potenti fenomeni naturali, quali i tuoni e i fulmini ha come meta il collegamento alla Shehinà che, nelle sue varie vesti (profumi, colori, etc), ci parla. E ci parla il linguaggio dell’emisfero destro, dei simboli, e degli archetipi, il cui potere di evocare esperienze profonde, umane o mistiche, è noto alla ricerca della psicologia moderna che ha definito il linguaggio e i simboli dell’inconscio (come il profumo di pane appena sfornato o l’immagine di un albero in fiore) assai più potenti, nel bene e nel male, del linguaggio della mente logica e razionale, dell’emisfero sinistro.

Provare per credere: voglio invitarvi, protetti da un ombrello, a camminare nella natura nel mezzo di un vero temporale, magari in montagna, e a pronunciare, mentre esplode un tuono la benedizione:…Benedetto Tu Signore la cui forza e gevurah riempiono il mondo (Baruh Ata ….she coho u gevurato male olam). E’ possibile che se conoscete il passo biblico della rivelazione sul monte Sinai (tutto il popolo vedeva le voci e il suono dello shofar…ve col ha am roim et ha colot ….ve et col ha shofar, Esodo 20-14) che il potere evocativo dei tuoni, insieme alla benedizione, vi riporti per un attimo al Monte Sinai, dove lo Shofar e la voce di Dio tuonavano, in mezzo ai lampi e ai fulmini. E che possiate sperimentare anche voi un’alterazione della consapevolezza giungendo al fenomeno estatico di ‘unificazione degli emisferi’.

Purtroppo finché restiamo prigionieri di una ‘religiosità dell’esilio’ (sviluppatasi in circa duemila anni di lontananza dalla terra di Israele e dalla terra in genere) difficilmente ci verrà in mente di interrompere lo studio dei testi sacri per immergersi in percorsi nella Natura e per potervi ascoltare la col demama daka della Shehina (la sottile voce della Shehinà). Oggi tuttavia, negli Usa e in Israele, soprattutto grazie alla spinta di rabbini verdi e di maestre particolarmente sensibili al richiamo della Shehinà, il mondo religioso, sta tornando a cercare quell’intimità profonda con Dio che può avvenire solo se si torna a essere consapevoli dell’identità tra Dio e la sua Natura, identità esplicitata chiaramente dall’identità numerologica tra la parola Natura (Hateva) e la parola Elokim.

Lo scorso inverno mi trovavo in Israele e fui sorpresa dal numero di persone che alle 5 di mattina avevano lasciato Gerusalemme per andare a osservare, lungo il Mar Morto, l’incredibile spettacolo di decine e decine di nuove cascate che a causa della pioggia torrenziale durata vari giorni, avevano riempito il deserto del Negev.

Il fiorire del deserto, così commovente nell’oasi di Ein Gedi, in quel giorno aveva preso una dimensione sovrannaturale e ci riportava, di fronte allo scorrere di quelle acque in pieno deserto, alla profezia che prevede, nel tempo della redenzione, proprio il fiorire del Negev. Il numero infinito di piccole piante e fiori che erano spuntati nel giro di pochi giorni tra le rocce avevano fatto gustare un sapore di redenzione ai presenti che ovviamente conoscevano bene il salmo: ‘quando Dio raccoglierà tutti gli esuli saremo come sognatori, come rivoli nel Negev’.

Daniela Abravanel

(Shalom, ottobre 2012)

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