Una chiave ermeneutica per il mondo attuale. Baharier – psicoanalista, matematico, studioso di Bibbia e pensiero ebraico – interverrà al programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano su La7 ‘Quello che (non) ho’
«Chi protesta, parla del passato. Chi propone, parla del futuro». In ventisei brevi paragrafi – e non si può dimenticare che 26 è il valore numerico del Nome – Haim Baharier invita con il suo nuovo piccolo libro a un percorso inatteso e sorprendente. Corazza, alcol, bocca, guardiano, arco, jeep … per arrivare al latte e ai mezzi pubblici.
Il lessico si articola nella lingua italiana. E tuttavia parla grazie all’ebraico. Non solo perché nelle svolte decisive ricorre alle parole della Torà e delle fonti antiche, ma perché segue l’ermeneutica qabbalistica, con le sue vertigini, i passaggi audaci, l’apertura di uno spazio interpretativo sconfinato.
Il significato di una parola si dilata, rivela accezioni inaudite, diventa il segnavia per camminare a ritroso, risalendo le piste desertiche della tradizione ebraica. E viene da pensare: che sia un depistaggio? Ma basta avere la pazienza di lasciarsi andare nell’apparente smarrimento per scoprire di essere giunti all’oasi di una questione attuale.
Ad esempio quella del rapporto con il cibo. «L’obeso di oggi è spesso il povero. S’ingrassa, s’ingrossa, cresce di conferenza. Tondo in viso, si fa fanciullone, regredisce esteticamente. Per l’ebraismo cibarsi correttamente è un modo di impedire la regressione. La Torà condanna la cucina che ti fa tornare indietro: “non cuocerai il capretto nel latte di sua madre” recita il precetto. Sciogliere la creatura nel latte che bolle è decostruire […]. Il latte deve andare dalla madre verso il figlio per nutrirlo in nome della vita. Non contro il figlio per suggellarne la morte. È proibita qualsiasi cucina regressiva». Il rapporto con il cibo, quello alimentare e quello culturale, è tutt’altro che pacifico. Perciò la Torà indica precetti, aiuta a strutturare la libertà. Non si può trangugiare tutto. Occorre masticare, ingerire, metabolizzare. E Baharier estende il principio dell’elaborazione anche alla conoscenza che per l’ebraismo è interpretare ciò che è già interpretato (cibarsi di ruminanti) in un circolo ermeneutico che non aggira l’alternativa (come suggerisce l’unghia fessa), che non dispensa dalla responsabilità di prendere posizione.
Con i saggi di Israele Baharier esalta la virtù della siepe, indica nell’ostacolo un’opportunità, sottolinea la necessità della faglia, rinvia all’esigenza del solco, avverte che il muro (evidenti sono gli echi delle vicende politiche) può unire «più di qualsiasi ponte». L’empasse delle nazioni democratiche è semmai di voler appianare le divergenze mostrando di non comprendere il valore dell’opposizione, il ruolo della separatezza. E separare è discernere. Lo insegnano i versetti di Bereshit dove si compie il primo atto di separazione tra acque superiori e acque inferiori – un atto analogo a quello con cui si incidono le lettere dell’alfabeto che, nel discernere, custodiscono e salvaguardano.
Forse la separazione è per Baharier più che un metafora per designare il modo di essere ebrei – soprattutto nell’era globale. Il Qabbalessico è una sorta di viaggio, che attraversa strade e marciapiedi delle nostre città, per sottrarsi alle scorciatoie che ci offre il mercato: le magie della rete, gli slogan, gli «idoli-religioni in pillole». Dato che siamo «anemici spiritualmente», rischiamo di cadere in queste trappole. Occorre riscoprire l’importanza dell’«allungatoia», non l’opposto, bensì una vicenda della scorciatoia. Una vicenda però decisiva. Lo sguardo si volge al popolo ebraico in marcia verso la terra di Canaan. Ci vorrebbero due settimane; impiegano quarant’anni. Che sia l’arco di tempo necessario agli schiavi per assaporare la durezza della libertà, per evitare ripensamenti, finendo per riscendere nell’angustia delle piramidi?
«La tradizione qabbalistica spiega che dopo la raffica di prodigi in Egitto il popolo percepisce un Dio provvidenziale a portata di mano. Non è l’Egitto a essere troppo vicino al popolo, ma questo popolo è troppo vicino al suo Dio! Quarant’anni di erranza nel deserto, di scazzottate con l’insignificante, sono un’allungatoia appropriata per recuperare il rapporto autentico con il trascendente: Dio ritorna periferico, clamorosamente assente».
Separarsi è riassumere la distanza, guadagnare la periferia e il margine, e dunque ritrarsi – secondo quel movimento che l’arciere delinea prima di scoccare la freccia. La corda tesa verso di sé è come lo tzimtzum qabbalistico: «più riusciamo a tendere la corsa indietro, cioè più ci indaghiamo e ci conosciamo in modo autentico, più scagliamo lontano la freccia».
(Shalom, maggio 2012)