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Il senso di un paese che si ferma per poi ricominciare

in: Blog/News | Pubblicato da: Pierpaolo Pinhas Punturello

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Mercoledì 25 aprile, Yom HaZikkaron: Israele ricorda tutte le vittime, civili e militari

Chiusi i negozi, deserte le strade, eppure nell’aria la presenza della popolazione israeliana è densa, silenziosa e strepitante al tempo stesso. Yom HaZikkaron, il giorno del ricordo di tutte le vittime, civili e militari, cadute per la nascita di Israele ed in nome del Sionismo, abbraccia centinai di migliaia di persone unite da una solidarietà umana e sociale che ha pochi uguali nel mondo.

Il suono della sirena nel buio della sera dà inizio alla giornata e vede una bandiera a mezz’asta, una candela accesa ed un popolo in piedi, silenzioso e con il più alto senso del dolore talmente sobrio da essere tangibile, reale, presente e vivo. Come il ricordo di tutte le vittime assenti.

Svegliarsi al mattino dello Yom HaZikkaron e riprendere una vita normale ha non poche difficoltà emozionali. Le ore che scorrono fino alle undici, momento del suono della seconda sirena, sono di preparazione alle ulteriori cerimonie che segneranno ancora la giustizia della Memoria, il racconto di chi ha perso pezzi della propria vita per mano della violenza e della logica della non-vita. E’ difficile prepararsi al ricordo di un dolore così assurdo e per tutta la giornata, dopo aver assistito ad una cerimonia in una scuola elementare, ho il tempo della mia mente segnato dalla musica e dalle parole di una canzone scritta da Dorit Zameret dopo la Guerra del Kippur, in memoria di undici vittime del kibbutz Beit Hashita “…ze lo otò haemek, ze lo otò habait…”, non è più la stessa valle, non è più la stessa casa… voi non ci siete, non potrete più tornare eppure il grano germoglia ancora….

La consapevolezza della vita che non può essere la stessa dopo il passaggio di una guerra e delle sue vittime risuona quasi ossessivamente nel ripetersi che “questa non è più la stessa valle, non è più la stessa casa” ed, allora, mi chiedo come sarà possibile alla fine di questa giornata passare alla gioia dello Yom Atzmaut? Come sarà possibile festeggiare, piangere finalmente di gioia per la fondazione dello Stato che “è l’inizio del fiorire della nostra Redenzione”?

Trascino l’intera giornata seguendo la normalità dei gesti quotidiani ed alle sette di sera vado al Bet HaK’nesset cercando ancora di capire come passeremo dal lutto alla gioia, come costringeremo i nostri cuori a ballare, a cantare l’Hallel, a cenare con amici e parenti augurandosi hag sameach anche in nome di chi non è più, tragicamente, in vita. Nel Bet HaK’nesset un flauto, un violino e tante persone ripetono la preghiera di minchà nel ricordo delle vittime. La valle continua a non essere la stessa, la casa pure e chi ci ha lasciati non torna e vedere questo grano che continua, quasi insensibile a tanta tragedia, a germogliare.

Sento Yom Atzmaut come il giorno più lontano dalla mia realtà, dalla realtà che sto vivendo in questo momento eppure, tra meno di un’ora, il sole tramonterà e dovremo recitare un arvit festivo, proprio mentre la candela in memoria delle vittime continua a bruciare. Non trovo senso in tutto questo, non riesco nemmeno ad immaginare come potrà uscire il suono dello Shofar da tanta tristezza. “Voi non ci siete e non potrete più tornare…” e noi suoneremo lo shofar, come è possibile? Sento il flauto ripiegare sulle stesse note della canzone che ho ascoltato nella scuola, anche in questo tempio cantano tutti insieme il ricordo delle undici vittime del kibbutz Beit Hashita e sono costretto a riascoltare tutte le parole. Il canto di gruppo, di un intero gruppo di persone che ha perso amici, zii, fratelli, sorelle e figli per la nascita di Israele mi trascina e, sconvolgendomi, mi porta verso la gioia con la stessa drammaticità della stessa canzone: “Eppure il grano germoglia ancora”.

Per la prima volta leggo le parole in modo diverso: il grano germoglia ancora e la nostra Redenzione ha iniziato la sua fioritura, i due termini in ebraico hanno la stessa radice: le due realtà, il dolore per la morte dei caduti e la gioia per Israele hanno la stessa fonte di sentimenti. Mi rendo conto di tutto ciò ed improvvisamente sento intorno a tutti noi la melodia festiva di Arvit: è iniziato Yom Atzmaut e la candela per le vittime brucia ancora, ma sembra dire che in nome dell’Hallel festivo che stiamo per recitare, tutti loro non sono morti invano.

(Shalom, aprile 2012)

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