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Il valore della memoria nei social network

in: Cultura, Giornata della Memoria | Pubblicato da: Alex Zarfati

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World Memory project

Giornata della Memoria

La parola memoria evoca immagini differenti per ciascuno di noi. La memoria è la base della nostra identità e carica di senso la nostra storia personale e quella collettiva. Nell’era digitale, questo termine si è arricchito di più di un significato, non sempre legato a quello che ci si aspetta. Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Science ha aperto la strada alla concezione di come Internet abbia cambiato totalmente il nostro modo di memorizzare le informazioni, e la rete si sia trasformata in una memoria transattiva, cioè in una “memoria esterna” da cui possiamo attingere le informazioni solo quando ci servono. Portando di fatto la conseguenza che vada rivisto il valore della conservazione della memoria personale come imprescindibile dal punto di vista identitario. Questo succede perché attraverso le nuove tecnologie trasportare la tradizione orale su supporti digitali in grado di memorizzare e preservare la memoria in modo permanente è molto semplice, ed è il modo attraverso il quale si sta riorganizzando la storia, rendendola fruibile in modi diversi per averne disponibilità in caso di bisogno. Le memorie di fatti importanti, come le grandi guerre mondiali, stanno velocemente passando dalla custodia delle persone anziane, alla digitalizzazione attraverso progetti come il noprofit Shoah Visual History Foundation di Steven Spielberg, che trovano la loro validità proprio nell’evitare che alla morte di questi ultimi testimoni, possano scomparire del tutto anche le loro storie personali.

Ma il rapporto tra l’accezione ebraica della memoria e i social network – che di internet costituiscono l’estensione più moderna – è stato sempre controverso. E’ innegabile infatti che  fin dalla propria nascita la rete abbia accelerato la diffusione di materiale antisemita e abbia contribuito alla diffusione su larga scala di tutte le folli teorie complottistiche dei secoli passati. E i gruppi nati in seno alle grandi community online offrono grande visibilità a chi propugni odio in quantità. Ogni navigatore sa bene quanto è facile imbattersi nei neoseguaci del culto San Simonino, o nei sostenitori delle tesi deliranti che indicano gli ebrei come responsabili della crisi mondiale dei mercati. Solo a metà dell’estate di quest’anno, e dopo essere stato più volte sollecitato ad agire, Facebook comunica ad un gruppo di 21 sopravvissuti alla Shoah, coordinati dal Simon Wiesenthal Center, che non potrà rimuovere dalle proprie pagine tutti quei gruppi che promuovono tesi negazioniste sullo sterminio nazista (Jewish Chronicle Online). Il portavoce del network Andrew Noyes scrive nella sua mail di risposta, che per quanto lui stesso trovi che il materiale oggetto di denuncia sia “falso e ripugnante”, la “sola affermazione della negazione dell’olocausto non costituisce una violazione dei termini legali di Facebook”. La reazione condivisa da molti utenti alla propagazione di questo odio in formato digitale, di riflesso è stata spesso di difesa e quindi di chiusura alla rete, vista come una minaccia anche a causa delle falle di sicurezza che possono mettere a rischio i suoi frequentatori.

Dall’altro lato Twitter, Facebook e gli altri social network, in quanto fenomeno inarrestabile dei nostri tempi, sono allo stesso tempo piattaforme in cui l’entusiasmo e la creatività dei frequentatori facilmente s’incontra con i valori della tradizione, derivati dal precetto fondamentale dell’ebraismo imperniato nella trasmissione orale della memoria. Durante la nostra vita online vissuta come parte integrante della quotidianità troviamo vecchie foto prelevate dagli album di famiglia, come quelle ritoccate di giovani baffuti con la divisa della Grande Guerra e sbiaditi matrimoni sui gradini del Tempio Maggiore,  io stesso ne ho pubblicata una del mio bisnonno Leone, ritratto col suo panciotto davanti al suo carretto di stracci. Ogni volta che qualcuno pubblica un’immagine, c’è sempre un parente lontano che aggiunge un particolare della storia, intravede somiglianze con i discendenti e tenta di ricostruire i legami interrogando a sua volta amici e conoscenti. In questo modo si riescono a saldare episodi di storia famigliare alla “grande storia”, dando forma a un emozionante gioco che riporta alla vita volti, tradizioni, e ciò che fino all’avvento di queste piattaforme sociali era destinato alle soffitte polverose.

Leone ZarfatiI tentativi di comporre i tasselli della memoria tramite un lavoro collettivo, sfruttando la rete in senso sociale, sono ben di più di una spinta di visibilità per materiale disponibile comunque in altre forme. Si tratta di attività di organizzazione tramite comunità virtuali meglio conosciuta, usando un termine moderno, come modello “crowdsourcing”. Un modello in cui ciascuno di noi è chiamato a contribuire al disegno completo piazzando un tassello della propria esperienza contiguamente a quello degli altri partecipanti. Chi fosse interessato a farne parte, può provare ad esercitarsi in gruppi divertenti come quello intitolato Roma Sparita o, per guardare all’ebraismo di casa nostra, alla pagina Ex alunni delle scuole ebraiche romane, entrambe su Facebook.

Ma se parliamo di progetti di complessi e di comunità disperse, ovviamente la tragedia dello sterminio nazista è quella in cui questa condotta sta offrendo i risultati migliori. In questo modo si stanno ricostruendo le storie di decine di famiglie a cavallo tra i continenti, i cui figli e nipoti sono sparpagliati per il mondo e che in questo modo ritrovano un legame con il passato cancellato. In queste piattaforme si condividono foto, documenti e liste di nomi, come nel progetto più rilevante, quello dell’Holocaust Memorial Museum di Washington. Attraverso il loro World Memory Project si sta costruendo il più grande archivio online sulle informazioni di vittime individuali della Shoah e della persecuzione nazista. Nel sito, ciascun utente può cercare informazioni sulla propria famiglia e dare aiuto alla ricostruzione di connessioni in grado di attraversare gli eventi di guerra e i decenni.  L’idea che è alla base di questo modo di lavorare su una comunità online è veramente interessante e nemmeno del tutto nuova: di solito la storia viene narrata “oggettivamente” sui libri, ma come sarebbe se la storia fosse raccontata da chi l’ha veramente vissuta? Avremmo la possibilità di ascoltare più versioni della stessa esperienza, come nei progetti collettivi AncestryStoryVerse, creato proprio per integrare la “versione dei vincitori” (quelli che tradizionalmente partecipano alla scrittura della storiografia ufficiale) e quella dei vinti, in passato esclusi da ogni tipo di intervento.

Quello che ne esce fuori, è che nella partita giocata tra la trasmissione della memoria, la “tentazione dell’oblio” e le amnesie delle tesi antisemite, internet e in particolare i social network abbiano un ruolo fondamentale. E quelle organizzazioni che sono riuscite ad assecondarne le dinamiche, hanno fatto grazie a queste nuove piattaforme un salto avanti nella conservazione e nella trasmissione della memoria, una qualità di non poco conto in una cornice nazionale contraddistinta dall’uso inadeguato di internet, troppo spesso segnale di una società invecchiata e in declino. L’uso di ogni strumento all’avanguardia che possa favorire la fusione delle numerose memorie è già cominciato, basta ricordare quanti tentativi in tal senso ci sono stati nella Giornata della Cultura Ebraica appena trascorsa: come l’introduzione di mappe informatiche (Cimitero di Pisa) e l’informatizzazione degli archivi in tante città italiane. Ma si tratta di tentativi non sufficienti. Saldare il passato al presente di comunità antiche come quella ebraica romana attraverso il completamento delle parti mancanti del nostro percorso indentitario, deve costituire un imperativo, un’opportunità unica da non lasciarsi sfuggire, in modo da rendere la nostra memoria storica fattivamente disponibile – e nel formato adatto – per le generazioni a venire.

Che cos’è il World Memory Project?

C’è una bambina con un fiocco tra i capelli, ragazzini in pantaloncini corti e giacche di lana più grandi di una misura, uno indossa persino un’uniforme della Gioventù hitleriana rimediata chissà dove. Ci sono adolescenti e giovani adulti. C’è chi appare sorridente, triste, impaurito o disorientato. Sono i bambini sopravvissuti alla Shoah fotografati dalle varie agenzie di servizio sociale in Europa al termine della Seconda Guerra Mondiale. Ci sono più di 1.000 fotografie, molte delle quali troppo a lungo rimaste negli archivi di associazioni come la  United Nations Relief and Rehabilitation Administration,l’International Refugee Organization, o l’American Joint Distribution Committee. Più di 65 anni dopo, l’Holocaust Memorial Museum di Washington sta cercando di risalire alla loro identità, e ha postato le loro immagini online (ushmm.org/rememberme) e chiede aiuto per diffonderle il più possibile. Il Museo spera di identificarli, principalmente attraverso l’uso dei social network, dandogli un nome, e ricostruendo la loro storia durante il conflitto e nel periodo successivo. Per facilitare il ricongiungimento di familiari e discendenti insieme a tutti quelli che si sono presi cura di loro attraverso il tempo. E poi di raccogliere esperienze utili alle generazioni future. Per farlo, hanno scelto di lavorare integrando agli strumenti tradizionali la forza dirompente di Facebook e Twitter. Nel sito infatti, si fa esplicitamente richiesta di condividere le immagini su profili personali, anche se direttamente non si è riconosciuto qualcuno. Sarà poi la possibilità offerta dalle conoscenze incrociate a rendere più probabile la possibilità che ci sia qualcuno in grado di dare informazioni sui volti ritratti e contribuirà al tempo stesso a promuovere la conoscenza di storie sconosciute di queste vittime del genocidio. Il potere dell’immagini supera di gran lunga la storia raccontata attraverso lunghe liste di nomi. Accanto all’immagine di ogni bambino c’è scritto “Mi Riconosci?” seguita dalla segnalazione “So chi è questo bambino!” in cui ciascuno di noi può intervenire concretamente per aiutare il ricongiungimento di famiglie a decenni di distanza.

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