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Israele e Africa, una storia ancora tutta da scrivere

in: Medioriente | Pubblicato da: Redazione

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Crescono scambi e aumenta la cooperazione ma il radicalismo islamico minaccia il continente nero. Lo spiega Avi Granot, direttore generale del ministero degli Esteri israeliano

“Numerosi paesi africani vedono sempre più Israele come un partner visto che subisce quotidianamente la stessa minaccia terroristica”

La fine del regime di Gheddafi può aprire nuovi orizzonti per Israele in Africa ma Gerusalemme non si fa false illusioni “perché la storia del Nord Africa è ancora tutta da scrivere”. Il rapporto con il resto del Continente nero, intanto, diventa sempre più intenso perché gli obiettivi delle nazioni africane e dello Stato ebraico sono gli stessi: crescita, sviluppo, democrazia e lotta al terrorismo.

È questo, in estrema sintesi, il senso dell’intervista che Avi Granot, direttore generale per l’Africa del ministero degli Esteri israeliano, ha concesso a SHALOM. Scopo del colloquio è stato tracciare un bilancio delle relazioni fra Israele e i paesi africani tre anni dopo la visita da parte dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman in Etiopia, Kenya, Uganda, Nigeria e Ghana. Il bilancio è positivo per Granot che ricorda come proprio in Ghana sia stata aperta a gennaio 2011 una nuova ambasciata israeliana, “e speriamo con l’anno nuovo di aprirne almeno un’altra in Africa: questo obiettivo è già stato ottenuto dal punto di vista politico anche se è stato posticipato per ragioni di natura economica”.

Il processo di penetrazione diplomatica di Israele nel Continente è ovviamente legato alle questioni di attualità politica, spiega l’ambasciatore. “I cambiamenti più drammatici nei rapporti fra noi e l’Africa sono legati alla ‘primavera araba’ e al collasso dei vecchi regimi nordafricani, specialmente quello libico”. Tre anni fa il vicedirettore per l’Africa del ministero degli Esteri aveva ricordato che le relazioni fra Israele e i paesi più poveri e più deboli, “e perciò più direttamente influenzabili dalla Lega araba”, erano sotto “l’ascendente nefasto di Gheddafi”. Era stato proprio il colonnello a dichiarare nel corso delle celebrazioni del quarantennale della presa del potere in Libia che “Israele è la causa di tutti i conflitti che insanguinano l’Africa”. E sempre Tripoli aveva sostenuto il governo golpista della Mauritania che nel 2009 decise di rompere le relazioni allacciate con Israele dieci anni prima.

La fine del rais libico, tuttavia, non modifica la situazione dello stato ebraico in modo automatico. Ieri i regimi di Gheddafi, dell’egiziano Mubarak e del tunisino Ben Ali facevano da argine all’espansione dell’estremismo islamico in tutta l’Africa. Oggi invece, riprende Granot, “registriamo per esempio infiltrazioni radicali islamiche in Mali e in Nigeria”, teatro quotidiano di violenze contro le minoranze cristiane. Le recenti bombe esplose contro molte chiese nigeriane “hanno suscitato grande apprensione in numerosi paesi africani che oggi vedono sempre più Israele come un partner visto che subisce quotidianamente la stessa minaccia”.

Il direttore generale ricorda che “molti leader africani stanno contrastando questo espansione del radicalismo” e si rivolgono sempre più a Gerusalemme. Ecco spiegata, aggiunge, “la valanga di visite” di presidenti e di ministri africani negli ultimi anni. E il seggio di osservatore presso l’Unione africana per il quale Israele preme?. “Quella del seggio(negato per espressa volontà di Gheddafi, ndr) è una questione ancora aperta: i nostri rapporti bilaterali con i Paesi della regione sono sempre più in crescita – osserva Granot –anche se questo dato non ha ancora prodotto effetti sul piano multilaterale poiché resta un veto dei Paesi nordafricani”.

Certo non è mancato nel passato recente qualche segnale positivo come il sì espresso dalla nuova dirigenza libica a favore di un minuto di silenzio in memoria degli atleti israeliani ai recenti Giochi Olimpici di Londra. Ma Granot sa che una rondine non fa primavera. D’altro canto i vecchi regimi nordafricani sono stati sostituiti da una dirigenza islamica sostanzialmente ostile a Israele: “È troppo presto – aggiunge l’ambasciatore – per valutare” l’esito della primavera araba nel medio termine e Israele “deve usare molta cautela” prima di trarre giudizi. Alla prospettiva africana va poi affiancata quella israeliana.

Se i leader del Continente nero vedono in Israele un partner nella lotta al terrorismo, “un numero sempre maggiore di aziende israeliane ha capito che l’Africa rappresenta un grande potenziale di crescita in una varietà di settori”. L’interesse per lo sviluppo di rapporti business-to-business si affianca poi alla tradizionale eccellenza israeliana nell’assistenza tecnica ai Paesi in via di sviluppo. E tra i progetti in corso d’opera Granot ricorda “l’apertura di alcune cliniche in Sud Sudan, un progetto assieme alla cooperazione tedesca per l’acquacoltura sulle sponde del Lago Vittoria e uno per lo sviluppo dell’agricoltura condotto in Senegal assieme alla cooperazione italiana”.

Daniel Benyossef

(Shalom, gennaio 2013. Nella foto il presidente israeliano Peres, con Otumfuo Osei Tutu, re della tribù Ashanti )

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