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Israele, sinistra, pace. La sfida degli ebrei italiani

in: Eventi | Pubblicato da: Daniele Toscano

Un Commento

Se ne è discusso in un recente convegno, in occasione della presentazione del libro di Matteo Di Figlia

“Israele, sinistra, pace. La sfida degli ebrei italiani”: questo il titolo scelto per il dibattito svoltosi a novembre presso il Centro Ebraico il Pitigliani di fronte ad un folto pubblico. L’occasione per intraprendere questo dibattito è stata la presentazione del libro di Matteo Di Figlia “Israele e la sinistra.

Gli Ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi” promossa da Donzelli editore e dall’Associazione Hans Jonas, il cui presidente Tobia Zevi si è impegnato nel coordinare gli interventi degli ospiti presenti.

La ricerca di Di Figlia ha intrecciato vicende appartenenti al contesto politico italiano e internazionale e storie di singoli individui: si tratta di molti Ebrei di sinistra che sono rimasti delusi dal crescente appoggio del PCI alle forze anti-israeliane. Nel dopoguerra, un simile dilemma, ha rilevato Di Figlia, si è fatto particolarmente forte nella generazione legata ai movimenti giovanili, dove vi erano alti tassi di politicizzazione e dove si riteneva giusto che gli Ebrei sposassero due ideologie, quella sionista e quella comunista. Il 1967 rappresentò l’anno di una prima svolta: la questione dei territori all’indomani della guerra dei sei giorni provocò una prima spaccatura, sebbene non vi fu “un’automatica correlazione tra critica a Israele e ortodossia comunista, né tra quest’ultima e l’antisemitismo di sinistra”. La situazione peggiorò in continuazione, fino ad esplodere nel 1982, quando emersero le maggiori tensioni: a seguito delle vicende di quell’anno (guerra in Libano, massacri di Sabra e Chatila, attentato alla Sinagoga di Roma) le critiche a Israele vennero estese a tutti gli Ebrei, i quali iniziarono a porsi come tali sulla “questione Israele” e a rivendicare la loro specificità.

Dal quadro generale con cui Di Figlia ha illustrato i termini della propria ricerca, si è passati alla storia particolare di Emanuele Fiano, parlamentare ebreo del PD. Egli ha spiegato come la sua sia una storia molto emotiva: alla base c’è un DNA antifascista, ma negli anni ha dovuto far coesistere due parti, l’essere di sinistra e per Israele, senza che però la propria identità di Ebreo vicino ad Israele andasse ad inficiare sulla sua militanza politica.

Il discorso storico è stato ripreso dal Presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, il quale non ha esitato a fare riferimento anche a questioni più attuali. Egli ha individuato nel 1967 un tradimento nei confronti degli Ebrei, citando come esempio la fine dell’esperienza di Fausto Coen al Paese Sera. Ciononostante, ha affermato Pacifici, gli Ebrei italiani non hanno mai smesso di votare a sinistra, anche nei momenti più critici. Un’inversione di tendenza però si è avuta solo nel 1991, con il viaggio di Occhetto e Fassino in Israele che ha aperto una nuova stagione nei rapporti tra Israele e sinistra italiana. Ad oggi non esiste una frattura, sebbene questa parte politica debba dare nuova fiducia al mondo ebraico.

Questo rapporto controverso è stato evidenziato anche da Paolo Mieli: se tra il 1945 e il 1948, infatti, vi furono dei momenti d’oro tra Israele e sinistra, presto mutò l’atteggiamento Sovietico (come dimostrano il processo Slansky o il “complotto dei camici bianchi”) e di riflesso quello del PCI. Il discorso di Mieli si è sviluppato sull’analisi di tre numeri: 5, 19, 100. 5 erano i membri della famiglia uccisa ad Itamar nel 2011, evento spesso trascurato dai media. 19 sono gli anni (dal ’48 al ’67) in cui la parola palestinese non è esistita: i territori in questione erano occupati da altri Paesi arabi e usati per lanciare razzi su Israele. 100 è la percentuale delle volte in cui giornalisti non Ebrei hanno dato torto a Israele.

La conclusione è spettata al segretario del PD Pierluigi Bersani, per spiegare la posizione del principale partito della sinistra italiana rispetto ad Israele nel presente e per cercare di intravedere quale sarà nel futuro. Bersani ha individuato una fase nuova tra sinistra e Israele: non sente attuale nel sentimento comune l’attribuzione di ragioni e torti o la contabilità dei morti. Ciò che prevale è l’auspicio di una soluzione e della fine delle violenze. Nessuno nell’odierna sinistra negherebbe a Israele il diritto all’esistenza e all’autodifesa; restano però il problema degli insediamenti e quello del riconoscimento palestinese all’ONU. Hamas non contribuisce a questo processo, ma Abu Mazen, a suo avviso, può ancora rappresentare un interlocutore credibile. “Il PD e il governo italiano devono contribuire ad uscire da questa vicenda angosciosa” ha concluso “e trovare una soluzione umana, civile per cose che non riusciamo più a sopportare”.

Le vicende dei giorni successivi hanno testimoniato quanto il tema sia ancora attuale: le vicende internazionali, dalla guerra di Gaza al voto dell’ONU del 29 novembre, si sono intrecciate con le primarie del PD, portando ancora una volta la questione in primo piano. Proprio Bersani ha affermato che la politica estera è stato l’argomento che più lo ha distinto da Renzi: quest’ultimo ha tenuto una posizione molto vicina ad Israele e ha ribadito l’importanza del suo diritto ad esistere, criticando l’atteggiamento anti-israeliano troppe volte assunto da parte della sinistra italiana. Diversa la posizione di Bersani, che si è detto soddisfatto del voto italiano per attribuire alla Palestina lo status di stato non membro alle Nazioni Unite: secondo il segretario del PD, ciò ha rafforzato le componenti più moderate e disposte a discutere, mentre Netanyahu ha individuato nel voto un ostacolo al processo di pace.

Di Figlia ha fornito una ricostruzione storica che illustra l’evoluzione di questa tematica scottante, ma per un quadro completo sarà necessario un continuo aggiornamento.

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