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Israele, Stati Uniti e mondo arabo

in: Eventi | Pubblicato da: Daniele Toscano

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Gad Lerner e Maurizio Molinari ne hanno discusso in una vivace e seguita conferenza/dibattito

L’elezione di Obama e i risvolti che questa può avere in Medio Oriente, specie alla luce del recente conflitto che ha visto coinvolti Israele e Hamas è stato il tema affrontato in una serata di approfondimento organizzata dal Centro di Cultura Ebraica di Roma.

Il pubblico, giunto numeroso e dimostratosi molto interessato, ha così potuto ascoltare gli interventi di due esperti giornalisti, Maurizio Molinari, corrispondente negli USA de La Stampa, e Gad Lerner, giornalista e conduttore de L’Infedele, coordinati da Ruben Della Rocca, assessore alle Relazioni esterne della Cer.

Molinari ha fornito il punto di vista privilegiato di chi vive dall’interno le vicende statunitensi, facendo notare due aspetti che hanno trasformato la politica americana: il partito democratico è divenuto un’entità multietnica, tanto che la recente vittoria è stato il frutto di un fattore demografico, quale la creazione di coalizioni di minoranze che hanno ottenuto più voti. Obama in proposito sta sostenendo due battaglie, l’apertura agli immigrati e i diritti dei gay: gli Ebrei americani condividono queste cause per i diritti civili e non hanno esitato a dare nuova fiducia al Presidente uscente; il calo dei consensi del mondo ebraico si spiega però con la novità che Obama ha introdotto in politica estera, suscitando non poche perplessità: a suo avviso la stabilità del Medio Oriente passa per il dialogo con i Paesi sunniti, dalla Turchia all’Egitto passando per il Qatar; la prima applicazione si è avuta già con la mediazione di Morsi tra Israele e Hamas. Proprio alla figura del Presidente egiziano sono state dedicate profonde riflessioni dai due relatori: si tratta di un protagonista eclettico della politica mediorientale, in quanto conosce bene i valori occidentali (ha vissuto a lungo negli USA), ma guida un partito islamista come i Fratelli Musulmani.

Le nuove prove per Morsi sono imminenti: a fine novembre ci sarà la richiesta di Abu Mazen alle Nazioni Unite di riconoscere alla Palestina la condizione di Stato non membro, ritenuta da Netanyahu una violazione degli accordi di Oslo sul reciproco riconoscimento; resta poi da risolvere la questione della Siria, ancora coinvolta da una cruenta guerra civile.

Le vicende del mese di novembre hanno anche fatto emergere nuovamente gli interrogativi sui discussi rapporti tra Obama e Netanyahu. A questo proposito, Molinari ha spiegato come Obama non rinneghi l’alleanza con Israele, ma ne abbia una concezione differente dai suoi predecessori: egli si affida all’ambito strategico e militare (l’Iron dome, il virus stuxnet contro il sistema nucleare iraniano, una cooperazione di intelligence senza precedenti), ma gli manca quella passione che ha caratterizzato in passato Presidenti come Reagan o Clinton; Obama guarda all’Asia, crede nella multietnicità degli Stati Uniti e non nel loro ruolo di bastione e patria della democrazia. A ciò si aggiunge un ulteriore fattore messo in luce da Lerner: oggi il Medio Oriente è meno importante per gli USA e Israele ne risente a prescindere dal discorso ideologico.

La stessa crisi di Gaza è leggibile come un segno della cooperazione militare e di intelligence tra Israele e Stati Uniti: Jaabari aveva fatto un’alleanza con i Jihadisti salafiti, ovvero coloro che lanciavano i razzi da Gaza e che nelle settimane precedenti si erano resi protagonisti dell’attacco all’ambasciata americana al Cairo, dell’assalto al consolato statunitense di Bengasi con la morte dell’ambasciatore Stevens, del colpo di stato in Mali. Jaabari aveva fatto una scelta tattica aprendo a questi gruppi per fare pressioni su Israele e preparando missili a lungo raggio; l’intervento israeliano è stato dunque fondamentale per evitare che la Striscia cadesse in mano ai Salafiti, sebbene questa operazione abbia rafforzato la leadership di Hamas, legandola ancor più ai Fratelli Musulmani egiziani.

Nel 2001, ha affermato Lerner, in molti pensavano che il destino del mondo fosse quello dello scontro di civiltà: nonostante gli eventi di questi anni, le forze fondamentaliste non hanno preso il potere. In questo contesto, Obama ha intrapreso un approccio lungo e impegnativo, una scommessa iniziata con il discorso al Cairo del giugno 2009. Da parte israeliana, però, negli ultimi anni si è vissuto una sorta di immobilismo politico, una mancanza di creatività che può essere tradotta come necessità di nuovi interlocutori: l’ipotesi lanciata nelle battute finali è che l’alleanza strategica con gli Stati Uniti non sia un assioma storico e che nuove opzioni possano essere prese in considerazione; Molinari riferisce di come Russia e Cina siano attentamente osservate dagli Ebrei americani. Il dibattito resta dunque aperto.

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