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L’eterno “altro”

in: Ebraismo | Pubblicato da: Redazione

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Pesach e il significato di una distinzione

La festa di Pesach contiene in sé aspetti diversi. Inoltre le sono stati attribuiti diversi nomi, sia nella Torah stessa, sia nel comune parlare. Il nome ormai più diffuso e che da maggior peso al particolare significato che risiede in questo aspetto della festa è Pesach (Passare oltre).

La fonte di questo nome nella Torah – Il Signore passò oltre [p’s’h’ in ebraico] le case del popolo di Israele in Egitto quando colpì gli egiziani, risparmiando le nostre case (Esodo 12,27) – vuole dare alle dieci piaghe un particolare senso di prosecuzione e una forte enfasi.

Oltre all’aspetto miracoloso qui c’è un ulteriore concetto da focalizzare e un’idea nuova: la distinzione e separazione tra Israele e le altre nazioni. Questa idea, che è emersa da tutte le dieci piaghe e si è estesa e cristallizzata nella notte di Pesach, è espressa dalla festa stessa attraverso gli anni.

L’Esodo dall’Egitto ha significato emergere dalla schiavitù alla libertà e l’inizio della formazione del popolo ebraico. Allo stesso tempo l’Esodo è stato anche l’inizio della separazione di Israele dalle altre nazioni facendo del popolo ebraico “un popolo che dimora separatamente e che non è considerato tra le nazioni” (Num 23,9).

La differenza e la separazione di Israele – contrariamente alle rivendicazioni antisemite – non sono un espressione di avversione nei confronti del mondo, al contrario esse sottolineano l’alienazione sentita dal popolo ebraico attraverso le generazioni, sia quando questo risiede nella propria terra, sia quando vive in esilio. Se il senso di differenza tra “noi” e “loro” esiste in ogni gruppo sociale, con gli ebrei questa estraneità assume un ulteriore livello di significato.

Il concetto secondo cui Dio ha scelto Israele come Suo popolo differisce dagli altri nazionalismi, e non è necessariamente connesso all’orgoglio nazionale. Effettivamente questo senso di separatezza esiste perfino quando l’ebreo fa grossi sforzi per imitare ed essere imitato.

A volte questo sentimento è accompagnato da un senso di impotenza e perfino di risentimento: perché le cose devono andare proprio in questo modo? Perché dobbiamo essere diversi? Comunque, questo sentimento di distinzione e separatezza esiste, vuoi quando viene espresso come senso di superiorità e orgoglio, vuoi come senso di solitudine imposta.

I tentativi di assimilarsi ed “essere come tutte le altre nazioni” (Ezechiele, 20:32) si riducono al desiderio di negare questa sensazione di distinzione, di rendere l’ebraismo nella sua essenza e nella sua forma simile alle altre religioni, fino a mettere il contenuto dell’ebraismo in recipienti che non hanno nessun aspetto di distinzione ed estraneità: tuttavia questi tentativi invariabilmente finiscono con l’abbandono o la mistificazione  del contenuto stesso , cosa che dimostra la loro futilità. Al contrario, non è solo l’esistenza di un essenza distintiva ad essere vitale per il popolo ebraico, ma anche le diverse e singole forme attraverso cui questa è convogliata. Il contrasto tra Israele e le nazioni (che non necessariamente deve trasformarsi in reciproca ostilità), è invece essenziale e necessario. Il popolo ebraico non può essere come le altre nazioni.

Il significato della parola Pesach dunque, benché in origine renda conto della piaga dei primogeniti, si estende ben oltre quell’evento storico specifico. Il “passare oltre”, la distinzione tra Israele e le altre nazioni è divenuta un leit motiv dell’esistenza ebraica in tutti i tempi, poiché la storia dimostra ripetutamente che ciò che è vero per il mondo intero non è applicabile o significativo per il popolo ebraico. Noi siamo gli “eterni altri” con tutte le maledizioni e benedizioni che questo fatto comporta.

La festa di Pesach è il giorno in cui la famiglia si raduna assieme come un’unità distinta per compiere un’antica cerimonia che sottolinea ripetutamente l’unità interna, così come il nostro essere separati e distinti. Una nazione di cui si dice “Il mondo intero sta da una parte, e lui sta dall’altra parte” (Gen. Rabbà, 42,8).

Rav Adin Steinsaltz (Traduzione di Paola Abbina)

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