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La conversioni di minori

Documento introduttivo al problema del Ghiur Katan

La conversione all’ebraismo è sempre stata considerata cosa molto delicata e da evitare quando non si sia certi delle reali intenzioni della persona che chiede di convertirsi. In alcune Comunità sono state emanate in passato delle takkanoth (disposizioni) per proibire la conversione; a Roma non c´è mai stata nessuna takkanà del genere e questo fatto ha consentito e consente al Beth Din (Tribunale Rabbinico) di procedere alla conversione secondo le valutazioni che il Tribunale stesso deve fare caso per caso.

La conversione è l’atto con cui si entra a fare parte del Kelàl Israel (“globalità della comunità di Israele”), assumendo su di sé sia il destino che la missione del popolo ebraico. Ciò comporta sia l´osservanza dei precetti che l’assunzione su di sé sia delle gioie che dei dolori che hanno accompagnato e accompagnano la storia del popolo ebraico. La conversione può avvenire quindi alla fine di un processo nel corso del quale il “candidato” mette sé stesso alla prova, per vedere se questa volontà sia davvero completa e spontanea. Nel caso degli adulti, il Beth Din deve accertare la corrispondenza tra le dichiarazioni e le reali intenzioni della persona e in ogni caso la responsabilità ultima della decisione di convertirsi ricade sulla persona che lo chiede: in un certo senso il Tribunale fa da “notaio” in quanto certifica che in quel preciso istante la persona in buona fede si è convertita all’ebraismo, con l’intenzione di mettere in pratica le mitzvoth e di assumere su di sé la storia e il destino del popolo ebraico.

Diversa è la situazione nel caso dei bambini figli di madre non ebrea, i cui genitori chiedono la conversione; in tal caso la responsabilità dell’atto di conversione ricade esclusivamente sul Beth Din che lo fa nella presunzione di fare cosa benefica e utile al bambino. Ma l’utilità e il beneficio si hanno solo se la persona osserva le regole; altrimenti non c’è nessun beneficio ma solo esposizione a un sistema di rigori e punizioni. Quindi affinché si possa arrivare a un risultato positivo è necessaria la presenza di condizioni che garantiscano un’educazione appropriata.

L’educazione all’osservanza dei precetti è condizione essenziale e, anche se non potrà esserci la certezza, ci deve essere una sostanziale probabilità che il processo di conversione possa veramente portare il bambino alla loro osservanza. Bisogna evitare, come molto spesso è avvenuto, che una volta divenuti adulti, i bambini convertiti in età minore non manifestino una reale volontà di osservare le mitzvoth, tanto da allontanarsi del tutto o in parte dalla Torà e dalla Comunità ebraica.

E’ evidente che per realizzare questo obiettivo sia necessaria la collaborazione materna, ma non è lecito al Beth Din esercitare alcuna pressione in questo senso sulla madre, la quale dovrà farlo, se lo desidera, spontaneamente. Il Beth Din deve rispettare il diritto della madre a mantenere le sue convinzioni e il suo desiderio di educare i figli come meglio crede. I genitori che si rivolgono a noi dovranno prima chiarire questo aspetto tra di loro per evitare spiacevoli equivoci.


Obiettivi del processo proposto.

1) Il processo che si vuole mettere in atto si propone una serie di obiettivi generali che vogliamo indicare per maggior chiarezza: Il processo di conversione deve portare in ultima analisi all´osservanza delle mitzvoth da parte del bambino e da parte della famiglia.

2) Il processo di conversione deve portare alla comprensione che la conversione è cosa seria e non automatica e che non è detto che si debba procedere ad essa in ogni caso; infatti, pur nel contesto di regole generali, ogni caso costituisce un caso particolare da analizzare e giudicare a parte. La conversione di un bambino non deve mai suonare come una legittimazione a priori dei matrimoni misti.

3) Il processo di conversione di un bambino può arrivare a buon fine solo se c’è la collaborazione di entrambi i genitori e della madre in particolare, che dovrà imparare a mettere in pratica quelle mitzvoth che riguardano più da vicino la vita familiare e quella del bambino.

4) Il processo di conversione di minori deve creare nella Comunità un’atmosfera tale che il matrimonio tra ebrei venga considerata la scelta più naturale e che, nel caso si verifichino delle eccezioni, la conversione deve essere fatta in maniera tale che possa essere veramente applicato il principio Zakhìn laadàm shelò befanàv, “Si può conferire un merito a una persona anche in sua assenza” (quindi a sua insaputa, come nel caso di un minore, per il quale l’ingresso nell’ebraismo sia un merito e non l’assunzione di responsabilità che non vuole o non può onorare).

5) Il processo di conversione deve essere fatto in maniera da dare al convertendo la certezza del riconoscimento giuridico dell´atto di conversione, e non come è già successo che altri rabbinati ortodossi mettano in dubbio la validità della conversione.

Prima di ogni certificazione, un gher adulto si presenta da solo: se non si comporta in conformità alle regole, la sua conversione potrebbe essere messa in discussione.

Il processo educativo deve essere quanto più precoce e continuativo. Le situazioni in cui un bambino/a senza formazione viene frettolosamente preparato solo alla vigilia del bar o bat-mizwà sono problematiche e da evitare.


Processo di conversione dei minori

Processo di conversione, qualora la madre decida di non fare il ghiur assieme al bambino:

a) Il Beth Din nominerà un mohel che procederà alla milà del bambino con il consenso dei genitori. La milà dovrà essere fatta davanti al Beth Din, nel luogo e nei tempi indicati dal Beth Din.

b) Il bambino/a riceverà un’educazione ebraica nelle scuole della Comunità, preferibilmente già dall´asilo e comunque nel periodo della scuola dell’obbligo.

c) Il bambino/a frequenterà attività ebraiche sociali integrative che abbiano lo scopo di educarlo all´osservanza e alla socialità ebraica.

d) Il Beth Din sottoporrà il bambino/a alla Tevilà: il momento della Tevilà verrà deciso in rapporto ai progressi dell’educazione del bambino. In linea di principio non sarà prima dell’ingresso alla prima classe elementare.

e) La casa nella quale crescerà il bambino/a non dovrà contenere elementi di culto non ebraico.

f) I genitori dovranno far sì che il bambino venga preservato dall´influenza di culti non ebraici anche fuori di casa.

g) L’alimentazione “kasher” sarà assicurata sia in casa che all´esterno.

h) In casa verranno gradualmente osservati il sabato e le feste, nella parte cerimoniale (il qiddush di sera e mattino, la riunione di famiglia), nella parte organizzativa (timer, plata, ecc.) e nell’astensione dai lavori proibiti.

i) Il bambino sarà portato al Beth ha-Keneseth con frequenza almeno settimanale.

j) I genitori (sia il padre ebreo che la madre non ebrea) seguiranno dei corsi di cultura ebraica, per aiutare il bambino ad inserirsi meglio nella vita ebraica.

k) La famiglia, di concerto con il Beth Din, identificherà una famiglia religiosa (e se possibile anche un “Rav Omèn” ovvero rav-tutore) che la affianchi e che la coadiuvi all’interno del beth ha-keneseth, la segua nelle scelte dell’educazione ebraica al fine di introdurre un’atmosfera ebraica tradizionale nella casa del bambino e nel far conoscere al bambino e alla sua stessa famiglia cosa significhi e come si faccia ad organizzare in pratica una vita basata sulla tradizione.

l) Prima di procedere al Bar/Bat mitzvà, dopo aver ascoltato la relazione del rabbino e di tutti coloro che sono stati coinvolti nell’educazione del ragazzo/a, il Beth Din lo/la chiamerà e gli/le comunicherà che, essendo stato convertito ‘al da’ath beth din, cioè per decisione del Beth Din, egli/ella può fare mechaà (rifiutare la decisione del Tribunale): in tal caso egli/ella non verrà considerato per questo un Yehudì mumar (cioè un ebreo che abbia abiurato all´ebraismo). Se il ragazzo/a confermerà la sua volontà di rimanere ebreo con tutto ciò che questo comporta, potrà essere fatto il Bar / Bat mitzvà (che avverrà al compimento dei tredici anni per i maschi e dei dodici per le femmine) e gli si chiederà di impegnarsi a continuare i suoi studi ebraici, sotto la guida del rabbino, almeno fino al raggiungimento dei 18 anni di età. Raggiunta questa età, così come previsto dall’Intesa e dallo Statuto delle Comunità, il giovane potrà confermare l’iscrizione alla Comunità, previa approvazione del Rabbino Capo.


Processo di conversione, qualora la madre decida di fare il ghiur assieme al bambino:

In tal caso, decisamente preferibile, il processo di conversione del bambino sarà diverso e verrà esaminato caso per caso.

Per concludere, vale la pena sottolineare nuovamente come le condizioni essenziali per un esito positivo del processo di conversione sono:

1) un’educazione ebraica che accompagni la crescita del bambino dalla nascita fino al raggiungimento dell´età adulta

2) la creazione di un ambiente in cui il bambino possa crescere in maniera che gli stimoli ebraici siano costanti e non sporadici.

Tutto ciò comporta un grande investimento di energie sia della famiglia che delle altre istanze che saranno coinvolte (Tribunale Rabbinico, eventuale Rav Omèn, Famiglie della Comunità ecc).

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