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La lezione dello Zohar

in: Ebraismo | Pubblicato da: Redazione

2 Commenti

Osservatore_romanoLeggo con piacere il testo del rav Gilles Bernheim sull’omosessualità. E questo un tema assai delicato, trattato di rado nel mondo ebraico e ringrazio pertanto il gran rabbino di Francia per aver rotto il silenzio con tanta chiarezza, competenza e apertura. (…)

Mi limiterei soltanto a fare alcune osservazioni di carattere generale e di ordine metodologico per guidarne la lettura, sgomberando anticipatamente il terreno da possibili fraintendimenti e confusioni. La prima premessa riguarda proprio l’opportunità di “scendere in campo” affrontando pubblicamente l’argomento.

L’antico diritto talmudico proibisce in linea di principio che questioni di natura sessuale vengano trattate coram populo per il timore che ascoltatori non adeguatamente preparati possano fraintendere i dettagli talvolta sottili della Legge e compiere atti illeciti pensando che siano permessi (Chaghigah, IIb). In realtà negli ultimi decenni queste tematiche sono state affrontate dai media in modo tanto plateale quanto incompleto e parziale, facendo sì che una puntualizzazione adeguata e accurata degli argomenti in questione si rendesse non soltanto permessa, ma addirittura necessaria. La seconda premessa riguarda la struttura stessa del pensiero religioso ebraico. A differenza di quanto avviene in altri credi, nell’ebraismo è l’azione che ha importanza teologica assai più del sentimento e del pensiero. I nostri maestri hanno sentenziato che «saranno le tue azioni sperabilmente ad avvicinarti; saranno le tue azioni eventualmente ad allontanarti» (Eduyyot, 5,7). Sul tema in oggetto la tradizione ebraica guarda negativamente all’attività omosessuale, ma non alla natura omosessuale di per sé, quale che sia la sua origine. E dunque per quanto riguarda il primo punto che si richiede un intervento, anche se l’obiettivo da raggiungere può apparire difficile. La terza premessa riguarda i casi in cui lo sforzo di cambiamento si rivela vano. Mentre, come si è detto, l’attività omosessuale è sempre proibita, cionondimeno dobbiamo evitare il giudizio nei confronti di coloro che soccombono. La compassione deve prevalere sulla condanna (rav Kook, Oròt ha-Qòdesh, III, p. 297). Per noi ebrei vale l’insegnamento talmudico: «Lascia che la sinistra respinga, ma la destra avvicini» (Sotah, 47a). La quarta premessa riguarda la collocazione della normativa sull’omosessualità nel pensiero e nel diritto ebraico. Va chiarito che le norme della Torah su questo argomento sono indirizzate non soltanto ai membri del popolo ebraico, ma all’umanità intera nata dopo la tragica esperienza del Diluvio: coloro che sono chiamati Beni Noach, i “figli di Noè”. Ne consegue che, lungi dal preferire il silenzio, ogni ebreo deve impegnarsi con ogni mezzo possibile per far conoscere gli insegnamenti della Torah al mondo che lo circonda senza distinzioni di religione o cultura, in modo da essere d’aiuto anzitutto a coloro che si confrontano con l’omosessualità in modo onesto. Ben venga dunque la collaborazione con i vertici della Chiesa cattolica, con la quale per molti versi il mondo ebraico può sviluppare un’adeguata azione comune per la difesa della dignità, della stabilità e della sacralità della famiglia, richiamandosi agli insegnamenti della tradizione biblica fin dai primordi: «E l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno un’unica carne» (Genesi, 2, 24). Un’ultima considerazione, che credo sia al centro del messaggio del rav Bernheim, riguarda lo Stato. Il Talmud ci insegna che, in linea di principio, non si devono riconoscere benefici legali a un comportamento trasgressivo (Ketubbot, IIa e a.). In un passo più specifico è scritto che a quell’epoca, millecinquecento anni fa, anche quei “figli di Noè” che non si astenevano dalle pratiche omosessuali avevano almeno il pudore di non redigere un contratto nuziale fra le parti (Chullin, 92a-b). Pur con tutta la comprensione del caso, scelte che attengono alla sfera più intima del singolo individuo, alle sue inclinazioni e alla sua coscienza personale, non possono divenire oggetto di un riconoscimento formale, né dar luogo a un iter legislativo, e tanto meno assurgere a valore di riferimento del costume sociale, pena la dissoluzione della società stessa. «Maschio e femmina li fece» (Genesi, 5, 2). Sia i greci che gli ebrei posseggono miti che spiegano l’amore come la ricongiunzione di due creature nella loro unità preesistente. Si trovano rispettivamente nel Simposio di Platone e nel testo classico del misticismo ebraico, lo Zòhar. In entrambe le leggende si racconta che l’essere umano era originariamente bifronte e ad un certo punto la Divinità separò le due metà, mettendole in condizione di ricercarsi a vicenda. Ma le conclusioni sono assai differenti. Nel mito greco si afferma che coloro che derivano da un androgino ricercano un partner del sesso opposto, mentre quelli che erano originariamente combinati con una figura del medesimo sesso, che fosse maschio o femmina, vanno alla ricerca di un/a compagno/a corrispondente. Lo Zòhar sostiene invece che Dio creò esclusivamente androgini. «Li divise in due, separando il maschio dalla femmina, e li mise uno di fronte all’altro. E quando la donna si ricongiunse con l’uomo D. li benedisse, come nel corso della cerimonia nuziale» (III, 4b). L’omosessualità non fa parte del piano della Creazione. Solo nell’unione solenne di marito e moglie trova dimora la Presenza Divina.

Alberto Moshe Somekh, Rabbino della Comunità ebraica di Torino

(Pubblicato su L’Osservatore Romano del 6/2/2013)

 

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