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La parashà della settimana: Tetzavè – Perché manca il nome di Mosè?

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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medal pagani obverse 1945La parashà di Tetzavè inizia con le parole “E comanderai ai figli d’Israele di procurarti olio d’oliva vergine

di olive pressate per la luce del candelabro, per tenere i lumi continuamente accesi  (Shemòt – Esodo, 27:20).

Normalmente le parashòt della Torà, da quando Moshè (Mosè) assume il suo ruolo di profeta e leader del popolo d’Israele, iniziano con le parole “Il Signore disse a Moshè”. In questa parashà invece l’ordine di procurare l’olio viene dato a Moshè senza le normali parole introduttive e inoltre il nome di Moshè non appare neppure una volta in tutta la parashà.

Rav Mordekhài Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo E.V.) nel suo commento Siftè Cohen alla Torà cita lo Zòhar per spiegare il motivo per cui la parashà di Tetzavè è la sola di tutta la Torà dopo la nascita di Moshè dove il sommo profeta non è menzionato. Nello Zòhar è scritto che il nome di Moshè non appare perchè disse al Signore “cancellami dal libro che hai scritto”. Questa richiesta di Moshè avvenne dopo il peccato del vitello d’oro e faceva parte della preghiera nella quale chiedeva il perdono per il popolo d’Israele. Infatti Mosè disse al Signore: “Se perdonerai il loro peccato [bene], altrimenti cancellami per favore dal libro che hai scritto” (Shemòt – Esodo 32:32). Nello Zòhar è scritto che “la maledizione di un saggio anche se condizionale e perfino su se stesso si avvera”. Così il nome di Moshè venne cancellato dalla parashà.

Nel libro Pa’aneach Razà viene menzionato un altro motivo: durante l’apparizione del roveto ardente, Moshè era riluttante ad accettare l’incarico di guidare i figli d’Israele dall’Egitto e disse al Signore: “Manda per favore per mezzo di chi usi mandare” (Shemòt – Esodo, 4:14). Questa riluttanza insistente da parte di Moshè fece si che invece di diventare Cohen Gadòl (sommo sacerdote), la carica fu data a suo fratello Aharòn (Aronne). Dal momento che la parashà di Tetzavè tratta l’argomento della nomina dei Cohanìm (sacerdoti), l’effetto dell’ira divina si evidenzia proprio in questa parashà dove avviene la nomina di Aharon a Cohen Gadol.

Il Gaon di Vilna aggiunge un altra spiegazione. Il settimo giorno del mese di Adàr cade sempre nella settimana nella quale si legge la parashà di Tetzavè. Dal momento che Moshè morì in questo giorno il suo nome non viene menzionato.

Rav Avraham Kroll, il noto darshàn di Gerusalemme, nel suo libro Bifkudèkha Asìcha (1978), menziona un parallelismo tra la parashà di Tetzavè, che precede la festa di Purim, e la Meghillà di Ester che si legge a Purim, nella quale non è menzionato neppure una volta il nome del Signore. Questa è una anomalia assoluta per uno dei 24 libri della Bibbia. Rav Kroll cita il commento Turè Zahàv allo Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 334:11) che ne spiega il motivo. La Meghillà, in quanto cronaca di una importante avvenimento storico, era stata scritta al fine di essere inserita nel libro delle cronache dei Re di Persia e Media, pertanto era stata scritta senza il nome divino. Un altro motivo citato nel libro Liviat Chen è che quando la Meghillà fu composta non era ancora cosa certa che sarebbe stata accettata dai Maestri come uno dei libri del canone biblico. Il Remà Isserles nello Shulchàn ‘Arùkh, Yorè Deà (276) scrive che è proibito a priori scrivere il nome divino in una lettera affinché non corra il rischio di venire trattato come carta straccia. Quando la Meghillà fu scritta era solo un rapporto di un avvenimento e non aveva ancora assunto il livello di “libro” degno di essere incluso nel canone biblico e pertanto Mordekhai ed Ester la scrissero senza il nome dl Signore.

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