1488240000<=1347580800
1488240000<=1348185600
1488240000<=1348790400
1488240000<=1349395200
1488240000<=1350000000
1488240000<=1350604800
1488240000<=1351209600
1488240000<=1351814400
1488240000<=1352419200
1488240000<=1353024000
1488240000<=1353628800
1488240000<=1354233600
1488240000<=1354838400
1488240000<=1355443200
1488240000<=1356048000
1488240000<=1356652800
1488240000<=1357257600
1488240000<=1357862400
1488240000<=1358467200
1488240000<=1359072000
1488240000<=1359676800
1488240000<=1360281600
1488240000<=1360886400
1488240000<=1361491200
1488240000<=1362096000
1488240000<=1362700800
1488240000<=1363305600
1488240000<=1363910400
1488240000<=1364515200
1488240000<=1365120000
1488240000<=1365724800
1488240000<=1303171200
1488240000<=1366934400
1488240000<=1367539200
1488240000<=1368144000
1488240000<=1368748800
1488240000<=1369353600
1488240000<=1369958400
1488240000<=1370563200
1488240000<=1371168000
1488240000<=1371772800
1488240000<=1372377600
1488240000<=1372982400
1488240000<=1373587200
1488240000<=1374192000
1488240000<=1374796800
1488240000<=1375401600
1488240000<=1376006400
1488240000<=1376611200
1488240000<=1377216000
1488240000<=1377820800
1488240000<=1378425600

La storia della Comunità Ebraica di Roma

Dalle origini all’anno 1000

L’Italia è l’unico paese – oltre la Palestina e terre finitime – che ha una storia ebraica continua e ininterrotta. La Comunità ebraica di Roma è la più antica d’Europa: si hanno notizie di Ebrei che abitavano in questa città già nel secondo secolo avanti l’E.V.; altri sopraggiunsero numerosi, dopo il 63 avanti l’E.V., venuti con Pompeo, conquistatore della Giudea; quindi la Comunità Ebraica di Roma è ben più antica del Papato.

Sappiamo che nell’antichità Giulio Cesare rispettava l’osservanza delle prescrizioni ebraiche: nell’anno sabbatico gli Ebrei erano esonerati dal pagare il loro tributo allo Stato romano. E che gli Ebrei residenti in Italia mandassero regolarmente in Palestina il loro contributo per il Tempio, lo apprendiamo anche dall’orazione di Cicerone “Pro Flacco”, tenuta nel 59 av. l’E.V. Flacco, era stato accusato di concussione; e nel processo intentatogli figurano come testimoni Ebrei della provincia d’Asia, i quali lo accusano di essersi appropriato del denaro che dovevano inviare a Gerusalemme. Dice Cicerone nella Difesa: Cum aurum ludaeorum nomine quotannis ex Italia et ex omnibus nostris provinciis Hierosolymam exportari soleret, Flaccus sanxit edicto ne ex Asia exportari liceret. Quis est, iudices, qui hoc non vere laudari possit? (Essendo consuetudine che dall’Italia e da tutte le nostre province, tutti gli anni venga esportato oro a Gerusalemme, a nome dei Giudei, Flacco sancì con un editto che non fosse lecito esportarlo dall’Asia. E chi è, o Giudei, che non abbia a lodare ciò?). Anche Orazio in due satire (Sat. 1, 4 e Sat. 1, 9) accenna al proselitismo ebraico nella Roma del suo tempo.

Nel 66 av. l’E.V i Giudei, esasperati dalle angherie dei procuratori romani, si ribellano; ha così inizio la Guerra giudaica, che dura 4 anni. C’erano allora in Palestina due partiti, di cui quello degli Zeloti, che voleva la guerra a oltranza, ebbe il sopravvento. Nel 69 viene posto l’assedio a Gerusalemme, che, malgrado accanita resistenza e gli atti di leggendario valore compiuti dai Giudei, viene conquistata da Tito il 9 di Av dell’anno seguente; e il Tempio è dato alle fiamme. Secondo le leggi di guerra, i vincitori potevano disporre della vita e delle proprietà dei vinti. Una parte dei Giudei fu quindi destinata a perire nel circo (ad circenses) e mandata a Cesarea; una parte fu inviata nelle miniere in Sardegna (ad metalla), dove nessuno poteva sopravvivere a lungo; e una parte ancora fu portata a Roma (circa 97 mila) e adibita alla costruzione del Colosseo; altri furono venduti come schiavi: tutti i mercati dì schiavi dell’Oriente erano pieni di schiavi giudei. Anche dopo la rivolta di Bar Kochba (132-135) al tempo dell’imperatore Adriano, soffocata nel sangue dal Romani nel 135, molte altre migliaia di Giudei furono venduti come schiavi. Ma vivendo, come già ricordato, molti Ebrei fuori della Palestina anche prima di tali avvenimenti, essi si adoperarono per raccogliere denaro per il riscatto degli Ebrei schiavi; questa attività fu chiamata Pidion ha-shvuim, ossia: “riscatto dei prigionieri”; e in tal modo molti Ebrei furono liberati.

Nel 313 l’imperatore Costantino emana l’Editto di Milano, che doveva porre fine alle persecuzioni contro i Cristiani, ai quali si dovevano pure restituire i beni confiscati. Ma questo Editto proclama anche la tolleranza di tutti gli altri culti. Da questo momento la situazione della Chiesa cristiana si capovolge: da perseguitata, o da sola o insieme al nucleo ebraico, diviene di questo la persecutrice, i martiri che la Chiesa ha avuto sono in numero di gran lunga inferiore a quello di quanti hanno subito il martirio per colpa dei Cristiani. Tutte le calunnie scagliate dai pagani contro i Cristiani quand’essi formavano ancora una setta in seno all’ebraismo, vengono ora ritorte da questi contro gli Ebrei: esempio tragico è il cosiddetto “omicidio rituale”, che per secoli e secoli fu origine di sanguinose persecuzioni e di cui ci dà notizia per la prima volta il vescovo di Lione Agobardo, vissuto nel IX secolo.

Da ora in poi la storia degli Ebrei in Italia è in gran parte storia delle relazioni fra Ebrei e Papato; secondo la concezione della Chiesa, gli Ebrei dovevano sopravvivere per dimostrare al mando la verità dei Vangeli, e perciò mai da Roma essi furono cacciati; anzi, questa è l’unica città dell’Occidente con un’antica Comunità di Ebrei, da cui essi non furono mai espulsi.

Ebrei sotto lo Stato Pontificio

Sotto l’Impero romano la Comunità ebraica romana si sviluppò diventando una dei più importanti centri ebraici della diaspora. Durante il Medio Evo, la Comunità rimase fedele alle sue tradizioni, e fu ugualmente attiva nella traduzione e nella copiatura di codici, e nella diffusione del sapere scientifico, servendo anche da ponte culturale tra il mondo latino della Chiesa cattolica e l’Islam.

Intorno al 1000 in tutti i paesi cristiani vengono istituite le Corporazioni di arti e mestieri, per appartenere alle quali bisognava professare la fede cristiana; da questo momento gli Ebrei, esclusi da ogni a campo di attività, sono sospinti verso l’unica professione preclusa ai Cristiani: quella di banchieri. La vita degli Ebrei subisce un mutamento radicale; non solo in Italia, ma in tutta Europa: facendo commercio di denaro si rendono necessari ovunque, ed è per questa sola ragione anche che ovunque sono tollerati. Gli Ebrei di Roma possono considerarsi i pionieri di questa nuova attività economica: i banchi di credito.

Le condizioni degli Ebrei a Roma e nello Stato pontificio vanno peggiorando: gli Ebrei devono fare le spese di due feste popolari che si tengono annualmente a Roma: una per il popolo in Piazza Navona, e l’altra per i soldati al Monte Testaccio. Per essere esonerati dall’obbligo umiliante di parteciparvi, gli Ebrei, fin dal 1312, pagano una forte tassa, che viene suddivisa fra tutte le Comunità dello Stato pontificio. Malgrado le tristi condizioni ambientali, gli Ebrei svolgono attività letteraria; e di quest’epoca ricorderemo il poeta Emanuele Romano, amico di Dante e forse suo coetaneo. Con l’arrivo degli ebrei espulsi da Spagna, Sicilia e Portogallo, a partire dal 1492, vennero introdotte a Roma usanze sefardite che convissero insieme a quelle della tradizione locale.

Il 12 luglio 1555 papa Paolo IV, al secolo Giovanni Pietro Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum, revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani ed ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato “serraglio degli ebrei”, facendolo sorgere nel rione Sant’Angelo accanto al Teatro di Marcello, in una zona malsana, soggetta a inondazioni, con cancelli chiusi alla sera e riaperti all’alba. Fu scelta questa zona perché la comunità ebraica, che nell’antichità classica viveva nella zona dell’Aventino e, soprattutto, in Trastevere, ne costituiva la maggioranza della popolazione. Oltre all’obbligo di risiedere all’interno del ghetto, gli ebrei, come prescritto dal paragrafo tre della bolla, dovevano portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili: un berretto gli uomini, un altro segno di facile riconoscimento le donne, entrambi di colore glauco (glauci coloris). Nel paragrafo nove, inoltre, veniva loro proibito di esercitare qualunque commercio ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati. Inoltre gli ebrei erano costretti ad assistere periodicamente a prediche che erano tenute nelle chiese adiacenti al ghetto e che miravano alla loro conversione. Tra le restrizioni giuridiche, sociali ed economiche, vi era quella che impediva agli ebrei di avere più di una sinagoga, prescrizione che fu aggirata incorporando sotto un unico tetto cinque diverse congregazioni o “scholae”, le Scole degli ebrei romani (Scola Tempio e Scola Nova) e le Scole Catalana, Castigliana e Siciliana, che raccoglievano gli esuli. Inizialmente erano previste due porte che venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba. Il numero degli accessi, aumentando l’estensione e la popolazione del ghetto, fu successivamente ampliato a tre, a cinque e poi ad otto. Il 6 ottobre 1586, con il motu proprio Christiana pietas, papa Sisto V revocò alcune restrizioni e consentì un piccolo ampliamento del quartiere che raggiunse un’estensione di tre ettari.

Le vicende della Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche, sia pure con anni di ritardo e per un periodo limitato, modificarono le condizioni di vita degli ebrei romani. Il 10 febbraio 1798 le truppe francesi, comandate dal generale Berthier, entrarono in città. Il 15 febbraio venne proclamata la Prima Repubblica Romana, il 17 dello stesso mese all’interno del ghetto, in piazza delle Cinque Scole, fu eretto un “albero della libertà”, il 20 papa Pio VI fu costretto a lasciare Roma ed il giorno dopo, a Monte Cavallo, il comandante francese proclamò la parità di diritti degli ebrei e la loro piena cittadinanza. Ma tale condizione ebbe breve durata: nel 1814, con il definitivo ritorno del nuovo pontefice Pio VII, gli ebrei furono nuovamente rinchiusi nel ghetto.

La loro condizione è la peggiore di tutti gli Ebrei nello Stato pontificio. Il papa Pio VII, che era stato tenuto prigioniero da Napoleone, torna trionfalmente a Roma; e i commercianti ebrei – che nella breve parentesi di libertà avevano aperto dei negozi fuori dei ghetto – ricorrono all’antico sistema (nella tradizione dei sistemi ricattatori del Governo pontificio nei riguardi degli Ebrei) di offrire una forte somma (100 mila scudi) per poter continuare a godere dei diritti ottenuti. Invano: il ghetto viene nuovamente chiuso coi suoi portoni, che non erano stati bruciati; gli Ebrei sono cacciati dalle scuole, e perfino, ad Ancona, dagli ospedali. Torna l’obbligo della predica coattiva e l’umiliante omaggio in Campidoglio, se pure i capi della Comunità possono andarvi ora vestiti con abiti comuni anziché con grotteschi travestimenti, tali da suscitare ilarità e disgusto; solo nel 1830 viene abolito il tradizionale calcio che in tale occasione essi dovevano ricevere.

Quando nel 1823 viene eletto papa Annibale della Genga, che prende il nome di Leone XII, la situazione si aggrava ulteriormente. Questo papa, che ha iniziato il suo pontificato scomunicando i patrioti, due anni dopo la sua elezione ribadisce l’ordine che gli Ebrei debbano vivere rinchiusi nei ghetti, debitamente muniti di portoni; a Roma vengono tagliate fuori del ghetto due vie che erano state precedentemente aggiunte, e i negozi in esse situati devono venir chiusi entro 24 ore. Nel 1826 viene rimesso in vigore l’”Editto sopra gli Ebrei” del 1775: gli Ebrei non possono più servirsi nemmeno della “donna del fuoco” (la cristiana che accendeva il fuoco di sabato). Anzi, per maggior sicurezza, il papa proibisce senz’altro agli Ebrei di accendere fuoco di sabato. Nel 1828 le condizioni peggiorano ancora: è obbligatoria la vendita d’immobili, si rinnovano i battesirni forzati, si ripetono, con impressionante frequenza, paurosi casi di oblazione (Lugo, Ancona, altri centri): chi aveva avuto al proprio servizio una domestica cattolica, si faceva rilasciare per cautela un certificato, in cui questa dichiarava di non aver battezzato nessun membro della famiglia.

Alla morte di Leone XII (1829) si intensificano gli eccessi antiebraici. Per un anno è papa Pio VIII (1829-1830), che vuole inasprire ancor più le leggi vigenti, e proibisce agli Ebrei qualsiasi rapporto con i Cristiani, tranne che per affari. Il papa Gregorio XVI (1831-1846) rimette in vigore l’imposta di carnevale, che sostituiva l’obbrobrioso palio accompagnato da sconce gazzarre popolari; e nel 1836 caccia da Bologna gli Ebrei che vi avevano preso stanza dopo la Rivoluzione francese. In questo periodo la Comunità di Roma rimane senza rabbino.

Il Regno d’Italia

Il 9 febbraio 1849 viene proclamata la Repubblica Romana con a capo Mazzini e difesa da Garibaldi; il papa Pio IX fugge a Gaeta. Nell’Assemblea nazionale ci sono tre ebrei: lo scrittore triestino Giuseppe Revere, che da Milano era passato a Venezia e da lì a Roma, Abramo Pesaro, cugino di Isacco Pesaro Maurogònato, e Salvatore Hanau da Ferrara. A difendere la Repubblica Romana accorrono anche ebrei stranieri. Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia viene solennemente proclamato dal Parlamento italiano, al quale tutte le regioni annesse hanno inviato i loro deputati; lo statuto sardo del 1848 entra in vigore in tutto il Regno. Viene così ratificata l’emancipazione ebraica, già riconosciuta nelle varie regioni con relativi decreti, in forma ufficiale.

Ma a Roma le condizioni degli Ebrei sono sempre gravi. Pio IX, da quando, dopo il crollo della Repubblica Romana, è ritornato da Gaeta trionfante e pieno di rancore, ha al suo fianco come segretario di Stato il cardinale Antonelli, fiero oppositore dei patrioti e di ogni riforma. Dopo la caduta della Repubblica Romana, il vacillante Stato pontificio si è servito di soldati stranieri per reprimere i moti delle popolazioni: francesi a Roma e austriaci nelle province. E dopo la liberazione delle province, nella Capitale è rimasto il presidio francese. In questa Roma oppressa da inquisitori e presidiata da milizie straniere, tristissime sono le condizioni degli Ebrei: i giornali stranieri del tempo riportano le impressioni dei visitatori del ghetto di Roma, miserabile quartiere, la cui vista suscita pietà; Sir Moses Montefiore, inviato a Roma a capo della “missione Mortara” , nella sua relazione al Board of Deputies of British Jews (Assemblea rappresentativa ebraica) dice che “le condizioni degli ebrei romani sono pietose oltre ogni dire”. E tali continuano ad essere anche dopo la costituzione del Regno d’Italia. Le antiche interdizioni sono state ulteriormente inasprite. Il fanciullo Mortara, ormai divenuto per tutta Europa simbolo della oppressione pontificia, è trattenuto prigioniero a Roma e avviato al sacerdozio. Nel 1864 avviene nella stessa Roma un altro caso di oblazione (Coen), che fa fremere di sdegno gli stessi cattolici: un ragazzo viene chiamato con un pretesto nella Casa dei Catecumeni (un prete lo chiama per fargli portare al calzolaio un paio di scarpe) e sparisce per sempre. Alcuni cristiani vogliono venire in aiuto agli ebrei, e perché abbia fine una tragica ironia, presentano al papa una petizione in cui chiedono che gli ebrei siano almeno esonerati dall’obbligo di versare il tributo alla Casa dei Catecumeni.

Il 20 settembre 1870 toccò ad un ufficiale ebreo piemontese l’onore di comandare la batteria dei cannoni che aprì una breccia nelle mura di Roma a Porta Pia, con l’annessione della città al Regno d’Italia, terminò il potere temporale dei papi, il ghetto fu definitivamente abolito e gli ebrei equiparati agli altri cittadini italiani. La definitiva equiparazione degli ebrei romani agli altri cittadini avviene con la fine del potere temporale del papa e la riunificazione di Roma all’Italia. Si apriva per gli ebrei romani, gli ultimi ad essere emancipati in Europa, un periodo di trasformazioni e di inserimento nella società civile e nazionale. Per risanare l’area, il ghetto fu raso al suolo e fu demolito anche l’edificio delle Cinque Scole, mentre gli ebrei iniziavano a trasferirsi in altri quartieri della città, prima contigui, poi più lontani.

Nel 1888, con l’attuazione del nuovo piano regolatore della capitale, buona parte delle antiche stradine e dei vecchi edifici del ghetto, malsani e privi di servizi igienici, furono demoliti creando così tre nuove strade: via del Portico d’Ottavia (che prendeva il posto della vecchia via della Pescheria), via Catalana e via del Tempio. Sono scomparsi in questo modo interi piccoli isolati e strade che costituivano il vecchio tessuto urbano del rione, sostituiti da ampi spazi e quattro nuovi isolati più ordinati ma anche meno caratteristici. Per avere un’idea di come doveva apparire il vecchio ghetto basta osservare la fila di palazzi che si trovano sul lato di via del Portico d’Ottavia, accanto a ciò che rimane dell’antico complesso augusteo.

Nel 1889 venne indetto un concorso per la costruzione della nuova sinagoga e selezionati due progetti. Nel 1897 la Comunità ebraica acquistò dal Comune di Roma l’area tra Lungotevere Cenci e via del Portico d’Ottavia, resa libera dalle precedenti demolizioni, per la costruzione del tempio. Nel 1899 venne scelto il progetto degli architetti Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa, ispirato a motivi assiro-babilonesi e dell’Art Nouveau. I lavori, iniziati nel 1901, terminarono nel 1904 ed il 29 luglio dello stesso anno il Tempio Maggiore di Roma fu inaugurato. Nel seminterrato dell’edificio ha trovato recentemente sistemazione il Museo ebraico.

Ma molti ebrei non si lasciano convincere dalla Politica illusoria del Governo fascista, e rimangono nemici dichiarati del Regime. Questo fatto dà occasione a molti giornali di sfogare il loro livore antisemita; e mentre alcuni ebrei a Torino fondano il giornale “La nostra bandiera” (esponente dei buoni “cittadini italiani di religione israelitica” devoti al regim), molti ebrei continuano a tenere un contegno degno delle più nobili tradizioni risorgimentali. Anche i rabbini italiani mantengono un contegno dignitoso di fronte alle sempre più insistenti pressioni delle Autorità: il rabbino Castelbolognesi viene espulso da Tripoli perché, operando secondo la legge e le tradizioni ebraiche, ha disubbidito al vicerè Balbo; tutti i membri dell’Unione delle Comunità si dimettono (1936); all’inizio della campagna razziale (non ancora ufficiale), dopo che una delegazione italiana ha partecipato al Congresso antisemita di Erfurt nel 1937, viene pubblicato un coraggioso “Manifesto dei rabbini d’Italia ai loro fratelli”, aperta rampogna agli ebrei italiani che seguendo altre ideologie si ritengono avulsi dal loro ceppo di origine.

Mussolini, autonominatosi “protettore dell’Islam”, appoggia gli Arabi di Palestina, inviando loro armi; si parla di minaccia ai luoghi santi da parte del Sionismo, sostenuto dalla Gran Bretagna.

La situazione va peggiorando sempre più col graduale avvicinamento del Governo fascista a quello hitleriano; ma malgrado episodi di violenza che hanno profondamente scosso l’opinione pubblica, Mussolini smentisce ufficialmente le voci, sempre più insistenti, di misure antisemite che il governo italiano andrebbe elaborando. Il periodo 1938-1945 è tragico per gli ebrei italiani; quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina; si registrano molte abiure ed anche qualche “arianizzazione”, ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Gli altri si adattano a vivere come possono e continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che dall’avvento di Hitler al potere sono affluiti numerosi in Italia, privi di mezzi e bisognosi di cure. La Delasem (Delegazione Assistenza Emigranti), una Società creata a questo scopo, provvede i profughi del necessario.

A Roma, all’alba di sabato 16 ottobre 1943, un centinaio di soldati tedeschi, dopo aver circondato il quartiere, catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. I prigionieri furono rinchiusi nel Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara. Trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Il convoglio, partito il 18 ottobre, giunse al campo di concentramento di Auschwitz il 22 ottobre. Soltanto 17 deportati riusciranno a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino.

Nasce la Repubblica Italiana

Finita la guerra, e fatto il tragico bilancio delle perdite, risultano assenti 8 mila ebrei italiani, massacrati con gli altri 6 milioni di fratelli dalla furia omicida nazista. Fra questi, anche Enzo Sereni (1905-1944) romano: giovanissimo, aveva compiuto la sua Alià; e durante la seconda guerra mondiale, alle notizie che giungevano in Palestina delle spaventose persecuzioni antisemite, quando fu deciso di formare un Corpo di paracadutisti che portassero ai fratelli oppressi una parola di fede e di conforto, per primo si arruolò; caduto in mano ai Tedeschi e portato nel Campo di sterminio di Dachau, ivi trovò la morte. Molte storiche Comunità italiane sono scomparse, o in via dì estinzione; ma sull’altra sponda del Mediterraneo, nella Terra dei Padri, nuove colonie vengono fondate; e nelle file dei pionieri in lotta col deserto e coi vicini infidi militano anche pionieri nati in Italia. A ricoprire importanti cattedre nella giovane Università dì Gerusalemme (fondata nel 1925) sono chiamati professori italiani. Tra i Caduti nella Guerra di liberazione (1948) se ne contano circa 20 di origine italiana. L’ebraismo romano e italiano si fa onore nel risorto Stato d’Israele, e dà il suo valido contributo per consolidare la giovane nazione in pieno sviluppo.

Le Comunità italiane si sono riorganizzate, anche con l’aiuto dei fratelli d’America; hanno ricostruito le sinagoghe devastate dai fascisti o distrutte dai bombardamenti; all’esterno delle sinagoghe o nei cimiteri ebraici sono state poste le lapidi col triste elenco delle vittime della deportazione. Si sono aperte nuove scuole ebraiche. La gioventù ebraica ha una preparazione migliore di quella avuta dalla generazione passata: nelle scuole ebraiche si studia l’ebraico moderno. Il numero degli Ebrei italiani è diminuito in seguito a emigrazioni, defezioni, deportazioni, e per la perdita delle colonie (ora sono circa 35 mila); ma la vita ebraica a Roma e in Italia continua.

Il 9 ottobre 1982, un commando di terroristi palestinesi assalì i fedeli che uscivano dalla Sinagoga di Roma. Raffiche di mitra ed il lancio di una granata causarono la morte del piccolo Stefano Taché di due anni ed il ferimento di altre 35 persone.

Il 13 aprile 1986, Giovanni Paolo II si recò in visita al Tempio Maggiore, accolto dal presidente della Comunità ebraica di Roma Giacomo Saban e dal rabbino capo Elio Toaff. Nel suo discorso definì gli ebrei “… i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”; il pontefice si ricordò di questa visita nella scrittura del suo testamento.

Il 17 gennaio 2010 papa Benedetto XVI ha visitato il Tempio Maggiore rinsaldando il dialogo ebraico-cattolico e rendendo omaggio alle vittime dello sterminio nazista.

[ Fonti: AAVV, Volume pubblicato nel 1961 dall’Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d’Italia – Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore, e ripreso da Morasha.it ]

Tag:, , ,


Pesach 5756 lista prodotti
Visita Papa Francesco in Sinagoga
Virtual Tour Itinerari ebraici italiani