Su decisione di Golda Meir, il Mossad formò un gruppo con licenza di uccidere dodici palestinesi ritenuti gli organizzatori e i mandanti dell’attacco al villaggio olimpico
Sono passati trenta anni ma su quanto accadde a Monaco nel corso delle prime Olimpiadi sul suolo tedesco dopo quelle giocate nella Berlino nazista nel 1936 non ha dubbi nemmeno il sito ufficiale dei giochi olimpici: “I giochi di Monaco saranno per sempre associati con l’orribile atto terroristico commesso dal gruppo terroristico Settembre nero”.
Si tratta di un gruppo palestinese laico alla ricerca della ribalta assicurata dalle XX Olimpiadi dalle quali la squadra palestinese era stata esclusa poiché non rappresentava uno stato sovrano.
L’azione compiuta dai terroristi al villaggio olimpico il 5 settembre del 1972 ebbe un bilancio pesantissimo: due atleti israeliani che avevano opposto resistenza vennero uccisi subito mentre altri nove vennero presi in ostaggio e assassinati nel corso di un tentativo di liberazione compiuto dalla polizia, nel quale persero la vita anche cinque uomini del commando terroristico ed un poliziotto tedesco. Altri tre componenti del commando vennero fatti prigionieri e rilasciati successivamente in uno scambio tra prigionieri e ostaggi in occasione di un successivo attacco terroristico.
La delegazione israeliana rientra in Israele mentre, dopo una cerimonia commemorativa, le Olimpiadi proseguono: iniziate il 26 agosto si conclusero l’11 settembre e vi parteciparono 7.134 atleti provenienti da 121 differenti paesi del mondo. Subito l’esercito israeliano compì dei raid sui campi palestinesi in Siria e Giordania provocando decine di morti e feriti.
Fin qui i fatti, su quanto accadde in seguito invece vi sono ipotesi, dubbi, illazioni e solo qualche tentativo di analisi. Anche perché la materia, data la prossimità degli eventi e la mancanza di fonti controllabili, difficilmente si presta a studi scientifici.
Ma andiamo con ordine. Una prospettiva un po’ provinciale suggerisce di cominciare da tre differenti fonti facilmente reperibili in italiano: un libro, un film e un documentario. Il libro risale al 1984, è uscito per la prima volta in inglese ed è stato subito tradotto in molte lingue: l’autore è il giornalista canadese George Jonas ed il titolo è già tutto un programma: “Vendetta – La storia vera di una missione dell’antiterrorismo israeliano”, pubblicato in Italia da Rizzoli. Il documentario – facilmente visibile sul sito della Rai – è “La lista di Golda, la vendetta del Mossad”, dal programma “La storia siamo noi” di Gianni Minoli. Il film è probabilmente il più conosciuto dei tre: “Munich” uscito nel 2005 con la regia di Steven Spielberg. Un film drammatico, della durata di 164 minuti – giudicata da alcuni eccessiva – con Eric Bana, Daniel Craig, Mathieu Kassovitz, Geoffry Rush e Hanns Zischler.
Il fatto d’esordio è oramai anch’esso accertato: all’indomani della strage a Monaco Golda Meir – primo ministro dello Stato d’Israele – decide che l’attacco non deve rimanere impunito e incarica un gruppo del Mossad - il servizio segreto israeliano, famoso nel mondo per la sua capacità ed efficienza – di eliminare dodici uomini ritenuti gli organizzatori e i mandanti dell’attacco al villaggio olimpico. Il compito è uccidere per “terrorizzare i terroristi”. La missione è segretissima ma a svelare quanto accaduto è una voce d’eccezione: il giovane comandante del commando israeliano, il volume di Jonas lo chiama Avner. L’altro fatto accertato è che la prima vittima sia stata Wael Abdel Zwaiter ucciso il 16 ottobre a Roma.
L’attività del commando del Mossad prosegue per alcuni anni e molti dei terroristi indicati nella lista vengono uccisi. Nel libro e nel film si dà conto delle difficoltà che gli uomini del Mossad incontrano nel realizzare il proprio compito. Con il trascorrere del tempo, nonostante l’attività e gli omicidi proseguano, gli uomini iniziano a porsi delle domande: cosa li rende differenti dai mechablim, i terroristi? Chi ha preparato la lista? Come si fa ad essere certi che siano veramente quelli inseriti nella lista ad essere i responsabili? Dei cinque componenti del commando tre muoiono o vengono uccisi e l’incarico dato alla squadra viene sospeso. Le versioni della vicenda offerte però dal libro, dal film e dal documentario differiscono, ciascuno di essi offre infatti un diverso angolo visuale e dà voce a interrogativi diversi. Proprio per questo una riflessione che le metta a confronto dal punto di vista dell’autenticità non sembra significativa quanto citare almeno alcune delle differenze. Per il volume di Jonas, la più vicina alla “fonte” se si accetta la narrazione dell’autore, sottolinea un aspetto in particolare: al commando viene infatti dato l’ordine categorico di non uccidere che coloro che sono indicati nella “lista”, una vittima estranea alla “lista” renderebbe nullo qualsiasi successo ottenuto sul terreno dell’antiterrorismo. Il film invece si limita a mostrare come l’esecuzione di uno degli attentati venga interrotta dagli agenti proprio per il rischio di coinvolgere di una bambina.
Il documentario ha un’impostazione tutta diversa e solo parzialmente si rifà al libro di Jonas da cui è invece liberamente tratto il film di Spielberg. La redazione di “La storia siamo noi” sceglie di raccontare la vicenda dando voce a due protagonisti di eccezione: Ilana Romano, la moglie di Yosef Romano, uno degli atleti israeliani uccisi a Monaco e Abu Daud di Settembre Nero. Il dialogo a distanza ricostruito dalle telecamere è straziante: “Abu Daud è ancora vivo – racconta Ilana Romano – e dichiara che se ne avesse l’opportunità rifarebbe quello che ha fatto a Monaco”. Ed è lo stesso Abu Daud che replica da Parigi: “Non lo farei come allora – spiega – lo farei meglio. Finchè gli israeliani continueranno a occupare e violentare la mia terra farò tutto il possibile in qualsiasi parte del mondo per oppormi a questa ingiustizia”. Il documentario inizia con un’ accurata ricostruzione delle modalità della strage e delle polemiche che accompagnarono l’operato della polizia tedesca, il taglio è quello della ricostruzione giornalistica, utilizzando materiale di repertorio e interviste ai protagonisti, anche ad ex agenti del Mossad e ai responsabili delle operazioni.
Il film invece è basato sulla sceneggiatura adattata dal vincitore del Premio Pulitzer Tony Kushner, insieme a Eric Roth, proprio a partire dal libro-inchiesta del giornalista canadese. Il film, apprezzato dalla critica, ha ricevuto cinque nomination all’Oscar, senza però vincerne nessuna. D’altro canto le polemiche anche all’interno del mondo ebraico furono accese, per alcuni gli agenti erano troppo superficiali, per altri troppo poco patrioti. Film e regista si sforzano di non prendere una posizione filoisraeliana piuttosto che una filopalestinese: un equilibrio difficilissimo e uno sforzo che non tutti hanno apprezzato. Certo è che una ricerca in Internet sui blog che recensiscono il film mostra non solo la passione con cui viene seguito il lavoro di Spielberg ma le difficoltà e i turbamenti che il film, come tutto ciò che riguarda la questione israelo-palestinese, suscita.
Due questioni rimangono da segnalare. La prima: mentre il trentennale della strage si avvicina, dalla Germania giungono nuove notizie: sono di qualche tempo fa le rivelazioni del giornale Der Spiegel circa il coinvolgimento di neonazisti tedeschi nella logistica dell’attentato del ‘72. Il quotidiano ha avuto accesso a documenti riservati dell’antiterrorismo che segnalavano l’incontro tra esponenti di Settembre Nero e della estrema destra neonazista già settimane prima dell’assalto senza che si fosse capita l’entità del pericolo, ma è inevitabile aspettarsi altre rivelazioni.
La seconda questione riguarda gli occhi infervorati di un aitante ebreo ultraquarantenne che in una conversazione privata si entusiasma nel ripercorre la vicenda del commando del Mossad. Ha l’aria ispirata quando cita a memoria pagina 87 di “Vendetta”: il generale di brigata Ariel Sharon commenta l’incarico appena assegnato al giovane Avner: “Vorrei solo che l’avessero chiesto a me, di farlo!”. Il sorriso illumina il volto del nostro entusiasta. E’ vero che per una generazione di ebrei la vicenda del commando del Mossad in giro per l’Europa con licenza di uccidere per difendere Israele dai terroristi rappresenta un riferimento, una sicurezza, un mito. Eppure, sia il libro che il film non si interrompono con il rientro dei Avner e del suo compagno in Israele, molte pagine e parecchi minuti servono ancora per giungere alla conclusione, amarissima, della vicenda: Avner infatti ne ha abbastanza, Israele chiede troppo ai suoi cittadini, per lo meno ad un cittadino come lui. Sceglie di rimanere con la moglie e la figlia piccola negli Stati Uniti ma il suo ex datore di lavoro, il Mossad, non è d’accordo: lo minacciano, lo derubano dei soldi guadagnati nel corso degli anni, tentano di rapire la figlia. A tutto questo Avner si ribella in una scena pressoché identica sia nel film che nel libro, minacciando a sua volta di uccidere, non più i mechablim, i terroristi, ma i figli dei suoi avversari, israeliani come lui. Solo dopo, si suppone, troverà una vita anonima e normale. Lontano da Israele. Ma questo esito non trova spazio nel mito.
(Shalom, luglio 2012)