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Leggi razziali, anche i bambini piccoli hanno sofferto e hanno quindi diritto all’assegno di benemerenza

in: Ebraismo | Pubblicato da: Lia Tagliacozzo

Un Commento

Il caso della signora Hilda Corcos. Vince la causa e la Corte dei conti gli riconosce il risarcimento come perseguitata. Una sentenza che costituisce un importante precedente

Pistoia – La signora Hilda Corcos si alza con uno scatto rapido e impaziente quando l’avvocato Giacomo Dini spiega che tra i documenti più significativi per il successo della causa c’è il diario del fratello, il piccolo Mario, che allora aveva meno di dieci anni. Il motivo di tanta irruenza però non è l’insofferenza ma il dolore: ricordi terribili che un procedimento durato molti anni ha contribuito a tenere vivo e che ha portato ad una sentenza destinata a segnare un punto di non ritorno. Ma è bene andare con ordine.

La vicenda processuale della signora Corcos inizia nell’agosto del 2001 quando presenta al Ministero del Tesoro la richiesta per le provvidenze ai perseguitati politici e razziali; chiede quello che nel linguaggio corrente si chiama “assegno di benemerenza”, un assegno vitalizio di importo pari ad una pensione sociale che lo stato italiano con una legge del 1980 corrisponde a coloro ai quali riconosce la qualifica di “perseguitato razziale”. Il Ministero le rifiuta l’assegno perché la ritiene “mancante dei requisiti richiesti” e, in una fase successiva, aggiunge: “non risulta comprovato che da quanto sofferto unitamente ai suoi familiari siano derivati nei suoi confronti effetti lesivi del diritto della persona a seguito di atti persecutori posti in essere per motivi razziali”.

Il motivo è semplice, la signora Hilda è nata nel 1940 a Pistoia, appena scoppiata la guerra, era piccina e non aveva nemmeno l’età per andare a scuola, motivare la “sua” persecuzione è stato difficile. Vari gradi di giudizio e alcuni anni dopo una sentenza della Corte dei conti non solo dà ragione a Hilda Corcos ma segna un punto di non ritorno nella giurisprudenza.

L’avvocato Giacomo Dini che ha seguito la vicenda in tutti questi anni, parla in modo preciso e per niente da azzeccagarbugli ma preferisce citare la sentenza della Corte dei conti sezione toscana: “Si è andata consolidando un significato dell’espressione atti di violenza non ristretto alle azioni materiali causative di pregiudizi fisici ma giustamente esteso alla così detta violenza morale che ricorre ogni qual volta risultino lesi i fondamentali valori della persona”. Quindi è proprio sulla interpretazione di cosa siano gli atti di violenza che la sentenza apre nuove possibilità.

E per comprendere bene le parole della legge vale ascoltare anche quelle della memoria: “I miei primi ricordi – commenta la signora Hilda nel salotto della sua casa pistoiese – sono quelli degli allarmi e della fuga nei rifugi, saranno state le cantine della Torre Bemporad in via Can Bianco, dove sono nata. Poi più nulla fino al periodo della fuga in campagna. Già con le leggi razziali a mio padre, fotografo, venne tolta la licenza e mio fratello Mario, che aveva sei anni più di me, venne allontanato dalla scuola. Ma con le persecuzioni fu terribile: ci nascondemmo nelle colline vicino Pistoia, ci hanno aiutato in tanti ma anche con l’aiuto dei contadini noi si stava nei fienili e a volte  in buche scavate per terra nascosti dalle foglie”. E’ probabilmente a causa delle vicissitudini patite che nel dopoguerra il fratello, Mario Corcos, si ammalò ed ebbe bisogno di cure continue e costanti fino alla morte. “Io ero, e sono ancora, legatissima a Mario, in quei mesi terribili era lui che mi nutriva, mi lavava, mi vestiva. Dei miei genitori ho un ricordo sbiadito. Mio padre non si poteva far vedere e mia madre andava spesso a trovare i miei nonni che si nascondevano anche loro. Per molto tempo stettero chiusi dentro un armadio. In tutta questa disperazione era proprio Mario a prendersi cura di me. E lo ha scritto anche nel suo diario”.

Nel diario di Mario, pagine sparse di un quaderno che sono state allegate anche al materiale processuale, ci sono le parole di tutti i bambini del mondo: “questa mattina mi sono alzato…”, l’esordio struggente e poi Mario registra scrupoloso di essere andato a prendere il latte per la sorellina. “Ancora oggi – ci dice la signora Hilda – a distanza di tanti anni, non riesco a sentire i sapori e gli odori del bosco senza pensare a lui. C’era la fame e lui cercava di procurarmi qualcosa da mangiare: frutti di bosco, castagne e anche gli uccellini. Li cuoceva in modi fortunosi e poi me li dava da mangiare. Stavamo in un fienile e dormivamo nella paglia. Per i primi anni della mia vita non ho mai dormito in un letto. In uno dei nascondigli dei topi mi camminavano sul viso. Io però non conoscevo la differenza con una vita normale, per me le cose erano sempre state così, non avevo conosciuto un modo migliore di vivere. Mario invece sapeva come erano le cose prima e per questo forse cercava di proteggermi e di aiutarmi in tutti i modi”.

Adesso la signora Hilda Olga Ines Corcos, questo il suo nome completo, trascorre la sua vita tra Pistoia e New York, ama moltissimo il blues e il jazz e sostiene che l’Italia sia parecchio noiosa. Ha una gran paura dell’aereo e preferisce traversare l’Atlantico in nave. Non ha paura delle novità e le piacciono le nuove tecnologie anche se non possiede un computer: “La vita mi ha dato tanto – commenta – ma si è anche presa molto. Tutto questa storia legale io non l’ho fatta solo per me ma anche per tutti gli altri che potranno seguire su questa stessa strada”.

Per comprendere la novità bisogna aver pazienza e seguire con attenzione le parole dell’avvocato Dini: “La commissione rigettò la domanda ritenendo che non ci fosse il requisito degli atti di violenza subiti dalla signora Corcos. Ma, ed è qui che si gioca tutta la questione, la legge del 1980 prevede la corresponsione del vitalizio a coloro abbiano subito atti di sevizia o violenza riportabile alla normativa antiebraica del 38. L’atto di sevizia che la legge prevede è facilmente intuibile – prosegue Dini – ha a che fare con la sfera fisica mentre per ciò che riguarda la violenza in un primo periodo l’interpretazione è stata molto rigida e richiedeva la prova di effettive violenze fisiche. Solo da metà degli anni novanta si è iniziato, in modo sempre piuttosto contrastato, ad affermare il principio che la violenza potesse essere anche violenza morale: un tipo di violenza che ha a che fare con la lesione di principi costituzionalmente garantiti, come quello alla salute, alla sicurezza, all’istruzione. E qui si è aperto chiaramente un mondo straordinario da un punto di vista dell’interpretazione. La commissione ministeriale aveva detto no alla signora Hilda secondo un’interpretazione rigida del concetto di violenza”.

L’avvocato Dini prosegue il suo racconto mettendo nelle sue parole grande passione, insieme civile e professionale. Ci pare che riportarne la riflessione con ampiezza possa essere di particolare interesse proprio per i lettori di Shalom.  “Noi abbiamo fatto ricorso alla Corte dei Conti e abbiamo sostenuto invece che tutti questi atti di violenza morale subiti dalla famiglia non potevano non riverberarsi e rientrare anche nella sfera soggettiva della bambina piccolina. Fu un’udienza molto bella perché la Corte dei Conti in queste cose è un giudice serio, che ascolta, che ci fece lungamente parlare. Fu un’udienza emotivamente forte e abbiamo trovato un giudice che ha emesso una sentenza esemplare”. E’ stato necessario un altro grado di giudizio presso la Corte dei Conti che ha comunque giudicato che “la totale dipendenza dai genitori (…) porta ad una sostanziale coincidenza delle sfere soggettive esistenziali del figlio e di quelle dei genitori, che determina una condizione di immediata refluenza di ogni stato d’animo dei genitori in quello del figlio” dando ragione alla prima sentenza in cui si scrive che “i gravissimi disagi sopportati sicuramente privarono la ricorrente di quelle condizioni minime di conforto e calore umano dell’ambiente familiare indispensabili in una fase delicata della vita quale la primissima infanzia che fanno configurare sostanzialmente quegli episodi come atti di violenza ricadenti nella previsione normativa”.

Adesso, in attesa della partenza di due mesi per New York, alla signora Hilda non resta che attendere l’erogazione del suo assegno.

(Shalom, aprile 2012)

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