Settembre è arrivato e l’estate sta per finire. Non la stagione meteorologica, la torrida estate israeliana che è destinata a prolungarsi ancora per un bel po’.
A volgere al termine è una stagione politica che ha dato a Israele un periodo di relativa sicurezza e stabilità e che si chiude tra segnali quotidiani di cambiamenti imminenti e difficili da governare.
Ondate di missili e attentati da Gaza riportano la paura nel Sud, sottolineano il declino della deterrenza che Tsahal aveva ottenuto nel 2009 con l’operazione Piombo Fuso e preannunciano forse un nuovo conflitto con Hamas e le altre organizzazioni terroristiche che operano nella Striscia.
La tensione è ugualmente alta al nord del paese, dove il regime siriano di Bashar el-Assad, se messo con le spalle al muro dalla rivolta, potrebbe giocare la carta di Hezbollah e scatenare una guerra tra Libano e Israele per alleggerire le pressioni interne.
Settembre porterà anche il voto delle Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato palestinese, a seguito l’iniziativa unilaterale voluta dall’Autorità nazionale palestinese per aggirare lo stallo nei negoziati con Gerusalemme. Se il voto favorevole dell’Assemblea generale, ormai quasi scontato, può essere considerato puramente simbolico, meno effimere potrebbero essere le sue conseguenze. Sul campo si profila la minaccia di una Terza Intifada, che segnerebbe la fine di quella cooperazione economica e di sicurezza tra Israele e l’Anp che ha ridotto le violenze tra le parti e portato una certa prosperità ai palestinesi della West Bank. A livello internazionale, lo Stato ebraico vedrebbe crescere l’isolamento determinato dal raffreddarsi dei rapporti con l’Egitto dopo la caduta di Hosni Mubarak e dalla crisi dell’alleanza con la Turchia.
E naturalmente, della rottura degli equilibri mediorientali si avvantaggia fra tutti l’Iran, che trova così modo di aumentare la sua influenza nella regione, scossa dai moti della “Primavera araba”, e intanto continuare a lavorare sul proprio programma nucleare lontano dai riflettori.
Come reagirà Israele a queste prove? Come influenzeranno la vita del paese, non solo a livello politico, ma nella sua quotidianità? È questo ciò che la rubrica Israel yom yom, Israele giorno per giorno, cercherà di capire e raccontare ai suoi lettori.
Per ora, lo Stato ebraico sembra, apparentemente, più preso da problemi interni. Giorni fa, circa 450mila persone (più del 5 percento della popolazione) sono scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e altre città generando il picco di una protesta sui temi sociali che dura da settimane.
Non sono dunque i palestinesi, la rivolta in Siria o il pericolo di una svolta islamista in Egitto a preoccupare maggiormente gli israeliani: ad alimentare una delle più grandi mobilitazioni nella storia d’Israele c’è il crescente divario tra ricchezza e povertà, il costo della vita, la qualità di scuole, sanità e servizi, e soprattutto l’apparente incapacità della classe politica di dare risposte ai problemi del paese.
In questo sollevamento colorato e rumoroso, portato avanti principalmente da giovani, anziani e famiglie della classe media, sono però in pochi, persino tra i leader, ad esprimere con chiarezza degli obiettivi, non da ultimo per il timore di politicizzare il movimento e spezzare la solidarietà che tiene unite le sue variegate componenti.
Ma le cause di tasse e prezzi elevati, diseguaglianze e ingiustizie sociali sono prettamente politiche e spesso legate alle grandi questioni del conflitto arabo-israeliano: l’esorbitante budget della difesa, i finanziamenti alle colonie nella West Bank, la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi oligarchi, i costi sociali del mantenimento di un 20-30 percento della popolazione, in gran parte ebrei ultraortodossi e arabi israeliani, che rimangono al margini della forza lavoro e vivono di sussidi statali.
Se non vengono affrontate queste e altre anomalie che minano il tessuto sociale del paese sarà ancora più arduo superare le sfide esterne dei prossimi mesi e anni, e trovare ciò che in fondo chiedono tutti