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Lo sport europeo sotto il nazi-fascismo

in: Blog/News | Pubblicato da: Claudia De Benedetti

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Giunge in Italia una mostra nata in Francia che spiega come le attività sportive e ricreative furono sfruttate dai due regimi totalitari

Dal 6 novembre arriva anche in Italia la mostra del Mémorial de la Shoah di Parigi che lo scorso inverno, in cinque mesi di allestimento, ha polverizzato tutti i record come numero di visitatori presso l’istituzione francese.

Con il sostegno e la promozione dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, la mostra “Lo sport europeo sotto il nazismo. Dai Giochi Olimpici di Berlino ai Giochi Olimpici di Londra (1936-1948)” verrà allestita a Bologna in anteprima nazionale dove sarà possibile, per cittadini e scolaresche, visitarla gratuitamente fino al 22 dicembre presso Casa Saraceni (Via Farini, 15).

Realizzata sotto la direzione scientifica di Patrick Clastres, storico e ricercatore presso il Centre d’histoire di Sciences-Po di Parigi e coordinata da Caroline François e Hubert Strouk per il Mémorial de la Shoah, la mostra verrà presentata per il pubblico italiano attraverso una versione bilingue italiano-inglese, arricchita rispetto alla versione originale da una sezione specifica sull’Italia fascista curata da Laura Fontana, Responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah e da Paul Dietschy, maître de conférences in storia contemporanea all’Università di Franche-Comté e ricercatore presso il Centro di storia di Sciences-Po di Parigi.

Un approfondimento tematico che metterà in luce alcune caratteristiche specifiche della politica sportiva dell’Italia fascista, dallo straordinario sviluppo dello sport di massa e di moderne strutture sportive alla costruzione di un corpo nuovo per l’italiano nuovo, obiettivo ultimo di un regime orientato verso una politica di potenza.

Con la promulgazione delle leggi razziali del 1938, anche lo sport italiano è contrassegnato dall’esclusione degli atleti ebrei, molti dei quali dovranno lasciare l’Italia. Allo stesso modo, nelle colonie dell’Africa orientale viene introdotto un sistema di stretta segregazione razziale che mira a impedire qualsiasi contatto sportivo tra colonizzatori e indigeni.

É proprio attraverso la lente focale dello sviluppo e dell’uso dello sport  che è possibile leggere tutta la storia europea del XX secolo, ma, in particolar modo, il suo capitolo più buio, scritto all’epoca dei Giochi olimpici di Berlino organizzati dal Terzo Reich, fino al rinnovamento olimpico abbozzato dopo la guerra con le Olimpiadi di Londra del 1948.

È certamente cosa nota che il nazismo, il fascismo e i regimi collaborazionisti abbiano dedicato grande attenzione al culto del corpo atletico e guerriero, incentivando la pratica sportiva per promuovere il mito dell’“l’uomo nuovo” e utilizzando lo sport come strumento per inquadrare e controllare le masse e la gioventù, nonché per giustificare ideologie razziste e xenofobe.

Ma forse è meno noto che gli stessi regimi si siano serviti dello sport anche come forma di tortura. Nella lingua dei lager, come ricordano i sopravvissuti nelle loro testimonianze, “Sport machen” (“fare sport”) indicava gli estenuanti esercizi fisici imposti dalle SS ai prigionieri (saltelli, piegamenti, sollevamento di pietre pesantissime, ecc), in condizioni disumane, come forma di annientamento e sadismo. Inoltre, gli sportivi ebrei che subirono la deportazione furono spesso torturati proprio attraverso lo sport come dimostra il tragico destino di tanti pugili finiti ad Auschwitz, tra i quali anche il romano Leone Efrati, detto Lelletto, e costretti a pugilare per guadagnarsi il diritto a sopravvivere una giornata in più, oppure il caso emblematico del grande nuotatore francese di origine algerina Alfred Nakache, campione internazionale, che nel campo di Auschwitz III-Monowitz continua a nuotare nei bacini gelati di ritenzione idrica. Talvolta come atto di resistenza per dimostrare a se stesso e ai compagni che è ancora un essere umano, talvolta invece su ordine delle guardie SS come gesto di sottomissione.

E il mondo sportivo, come ha reagito rispetto all’emanazione di politiche di esclusione e di fronte alla promulgazione delle leggi antiebraiche fin dentro agli stadi, alle palestre, alle piscine?

L’esempio del regime di Hitler e di quello di Mussolini dimostra che gli ambienti sportivi, palestre, piscine, club e federazioni, furono pronti a espellere gli ebrei anche senza bisogno di leggi o provvedimenti specifici. Dalla primavera del 1933 in Germania e dall’autunno 1938 in Italia, sulle imprese sportive degli atleti di origine ebraica cala un imbarazzante silenzio.

L’allenatore Arpaz Weisz, ebreo ungherese che porta al successo prima l’Inter e poi il Bologna, autore di un manuale di calcio all’avanguardia per l’epoca, viene allontanato dalle leggi razziali fasciste, costretto ad abbandonare l’Italia e sostituito da un allenatore “ariano”, senza che la stampa sportiva dedichi un rigo alla sua tragica vicenda.

D’altro canto, per le stesse comunità ebraiche di tutta Europa, soprattutto in coincidenza del sionismo, lo sport ha rappresentato anche un mezzo di affermazione di sé e di resistenza all’annientamento psicologico, ovvero di contrastare il pregiudizio antisemita che voleva gli ebrei portatori di un fisico deforme, debole, comunque inadatto a ottenere risultati sportivi.

Lo straordinario sviluppo della scherma in Ungheria attorno agli anni Venti, con numerosi campioni europei di origine ebraica da Jànos Garay a Sandor Gombos, da Attila Petschauer a Endre Kabos, per citarne solo alcuni, ne è uno degli esempi più eclatanti.

Attraverso numerosi filmati, fotografie, oggetti e documenti di archivio in parte inediti, la mostra racconta i diversi aspetti della storia dello sport nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, ricostruendo, parallelamente al contesto storico-politico, l’itinerario individuale di una ventina di sportivi la cui carriera fu sconvolta dall’ascesa del nazismo. Molti di questi campioni subirono la deportazione e la morte oppure pagarono duramente la propria dissidenza rispetto al regime hitleriano.

Se pochi sono gli sportivi ebrei che sono sopravvissuti, più rari ancora sono coloro che hanno proseguito la loro carriera sportiva dopo il 1945. Alfred Nakache che sopravvive alla prigionia nel complesso di Auschwitz e torna a gareggiare alle Olimpiadi di Londra del 1948 è sicuramente un’eccezione particolare.

La loro storia è stata occultata per lungo tempo e ha potuto lentamente emergere dall’oblio solo alla fine degli anni Ottanta. Questa mostra vuole essere anche un tributo alla loro memoria.

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